Gabriele Nepi notizie storiche di Fermo anno 1356 Gentile da Mogliano vuol distruggere Fermo l’abbazia di S. Croce all’Ete e Chienti

Storiografia dello Stato di Fermo – notizie di Gabriele Nepi

Gentile da Mogliano ordinò “Sia distrutta S. Croce”  1356

In questi giorni sui vari quotidiani rimbalza ripetutamente il nome della Basilica di Santa Croce, sita in territorio di S. Elpidio a Mare, non molto distante dalla statale Adriatica. In nostri precedenti articoli abbiamo parlato della sua inaugurazione (14 settembre 886) presenti i Vescovi dell’allora Ducato di Spoleto (in tutto 19); abbiamo parlato del privilegio ad essa concesso dall’imperatore Federico II di Svevia e di altre vicende ad essa relative. Accenniamo al suo incendio e alla sua dissacrazione da parte di Gentile da Mogliano e delle sue soldatesche. Gentile, signore di Fermo, dopo aver espugnato il porto di Ascoli (Anno Domini 1348) costruito in dispregio di diritti della città di Fermo sul litorale dal Tronto al Potenza (concessi dal privilegio di Ottone IV del 1 dicembre 1211), ebbe vita avventurosa e raminga perché, messosi in urto col legato pontificio card. Albornoz, venne scomunicato; la scomunica allora aveva effetti “devastanti” sul potere di chi ne era colpito. Allora, istigato da spirito diabolico, passò al contrattacco e se la prese proprio con Fermo e con la Basilica monastica di S. Croce.

Nel marzo 1356 saccheggiò Fermo uccidendo, bruciando e facendo bottino e si stabilì nel Castello della città con alcuni amici fermani. Il rettore di Fermo, Pietro di Enrico incaricato dal card. Egidio Albornoz condannò Gentile e i famigliari alla pena.

Di seguito, con armi di offesa e di difesa, piombarono sulla chiesa e monastero di Santa Croce sito nel territorio di Sant’Elpidio, penetrarono violentemente nella chiesa e nelle abitazioni, rubarono tutti i beni esistenti in detto monastero, asportarono gli animali appartenenti alla mensa vescovile, presero prigionieri i famigliari del vescovo, i laici ed i chierici che vi si trovavano. Alcuni di essi vennero cacciati, altri feriti; si impadronirono delle croci, dei paramenti, dei calici, dei sacri ornamenti dell’altare, di buoi, pecore, maiali, giumenti, somari (dice il documento), grano, vino, vettovaglie e suppellettili del vescovo stimati duemila fiorini d’oro. Asportarono, esportarono, derubarono, depredarono e convertirono a loro utilità. Gentile era soprattutto un ladro.

Il primo dicembre dello stesso anno 1356, Gentile da Mogliano e Ruggero suo figlio in contumacia furono condannati alla forca, confisca dei beni e altre pene. Persero i diritti civili e i vassalli furono sciolti dalla fedeltà. Chi inflisse la condanna si chiamava Angelo Paradiso ed era il giudice generale della Marca d’Ancona. I beni furono venduti dalla Camera apostolica. Non si sa dovee neppure quando morì perché non è stata tramandata alcuna notizia su ciò.

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