GRASSI Antonio Beato di Fermo, Superiore dell’Oratorio dei Filippini per 36 anni.

PADRE ANTONIO GRASSI SUPERIORE DEI RELIGIOSI FILIPPINI DI FERMO DAL 1635 ALLA MORTE
Nel 1635 a Fermo si fece l’elezione del nuovo superiore dei preti dell’ordine di San Filippo Neri e a pieni voti fu designato padre Antonio Grassi che, pur trepidante, fece atto di ubbidienza alla volontà di Dio. Si ritirò in preghiera per ottenere, con l’intercessione del fondatore san Filippo, la grazia dell’effusione dello Spirito Santo per poter assolvere nel modo migliore l’incarico che gli era stato affidato.
Mi dedicò all’esecuzione delle costituzioni e regole della loro congregazione. Mai volle trarre dall’incarico alcuna agevolazione personale. Era norma che il superiore avesse a disposizione un laico a suo servizio, ma egli non se ne servì. Solo negli ultimi giorni della sua vita, già pieno di acciacchi, accettava che un laico curasse la pulizia della sua camera e altri servizi necessari.
Lo apprezzavano per la gentilezza, la bontà e la delicatezza. Se gli veniva segnalata qualche mancanza compiuta da un confratello, non era frettoloso nel darvi credito. Egli diceva che «i superiori devono riserbare un orecchio per l’altra parte e sentire le ragioni, nel rispetto di questa sua regola: non approvar l’errore, ma non giudicare l’errante, poiché in una persona non deve considerarsi il semplice difetto, ma il tutto da cui apparirà più il buono che il cattivo», per cui il superiore deve conoscere bene le cause che sono all’origine del «fallo».
Nella fedeltà allo spirito di san Filippo, non voleva assumere atteggiamenti di superiorità verso nessuno e nell’affidare a qualcuno un incarico, gli chiedeva di accettarlo come atto di devozione alla Madonna. Vigilava perché i confratelli non passassero il tempo nell’ozio che egli considerava il «capital nemico di ogni uomo» e cercava di dare buon esempio, esortando: «non perdiamo tempo, poiché nell’inferno uno dei maggiori tormenti è il tempo perduto».
A padre Antonio premeva che la regola dei Filippini da tutti venisse osservata con allegria, senza alcun cedimento alla malinconia. E diceva: «State allegri, poiché san Filippo in casa sua, voleva l’allegrezza». Per questo apprezzava che ai giovani si concedesse qualche onesta lieta ricreazione.
Le cure degli infermi dovevano stare a cuore a tutti, facendo visite, e rendendosi servizievoli. Lui stesso prestava anche i servizi più umili. Così voleva che i padri avessero tempo per stare vicini ai malati bisognosi, evitando pertanto di stare troppo fuori casa.
La massima prudenza egli usava nel correggere qualcuno. Non era precipitoso, ma attendeva che l’altro avesse raggiunto la calma necessaria per instaurare un discorso in cui trionfassero carità e giustizia. Nelle decisioni di una certa importanza, egli ne investiva tutti i padri della congregazione nel consigliare e metteva in pratica quello che dalla maggior parte veniva approvato.
Per l’uso di rendite e di beni materiali dell’Oratorio fermano chiedeva un’amministrazione di estrema diligenza, poiché non si trattava di beni privati, ma della Chiesa. E non permetteva che finissero male neanche le cose piccole. Peraltro nel dare soccorso dei bisognosi era molto generoso, anche se ciò comportava un certo disagio per la casa. «Padri miei, diceva, bisogna sovvenire la povertà quanto più possibile».
Obbediva in tutto alle regole, non faceva le cose di testa sua, ma chiedeva al padre economo le somme necessarie, dicendogli «che Iddio ci provvederà… facciamo adesso l’elemosina, senza preoccuparci del futuro». Dinanzi alle necessità altrui, egli faceva in modo che trionfasse la carità. Quando da buone persone giungevano elemosine, egli invitava tutti a essere grati verso i benefattori, tra cui i generosi arcivescovi e governanti di Fermo, dicendo che questo «era cosa gratissima a san Filippo» che voleva non fosse dimenticato il bene ricevuto e si elevassero preghiere per i benefattori.
Nell’accettare contribuzioni da persone ricche, si informava se ciò non causasse sofferenza per i loro familiari. Questo a volte lo portò a rimandare indietro ciò che aveva ricevuto, quando veniva a sapere che c’era stato danno per i congiunti. «Non si può fare del bene facendo soffrire gli altri» diceva.
Per la sua saggezza, l’incarico di Superiore gli fu confermato per ben 36 anni, cioè dal 1635 alla morte, anche se egli si dichiarava inetto e cercava di deviare la scelta su un altro confratello. Tutti ritenevano Antonio un superiore che procurava gran bene a tutta la Congregazione.\

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