Blasi don Mario Parroco domenica XX tempo ordinario anno A

Domenica XX anno ordinario Blasi don Mario Parroco evangelizza

XX DOMENICA ORDINARIA (Mt15,21-28)
S. Elena

PIETA’ DI ME SIGNORE FIGLIO DI DAVIDE. MIA FIGLIA E’ CRUDELMENTE TORMENTATA DA UN DEMONIO.

MA EGLI NON LE RIVOLSE NEPPURE UNA PAROLA”.

Gesù, pieno di amore con tutti, è duro con una donna che implora aiuto. Perché? Gesù non insegna che tutti sono amati da Dio: buoni e cattivi? Perché con questa donna si mostra così inumano e non le rivolge una parola?

L’insegnamento di questo episodio è straordinario. I pagani, i dominatori degli ebrei, non sono esclusi dal Regno di Dio come essi pensano. Con la fede, con l’amore di Dio accolto, i pagani sono i primi ad entrare nel Regno di Dio.

Gli abitanti di Nazaret, compaesani di Gesù, vedono in Lui solo il falegname. La donna cananea, che appartiene alla classe dei dominatori, lo riconosce Signore.

Al tempo di Gesù un ebreo non sarebbe mai entrato nella casa di un pagano e non si sarebbe mai seduto alla sua mensa.

“C’era un muro insormontabile fatto di pregiudizi basati su differenze sociali, economiche e religiose”. Gesù vuole abbattere questo muro. Con il Suo atteggiamento apparentemente duro, vuol far capire che i pagani, considerati impuri, non sono esclusi dal Regno se hanno nel cuore il Suo amore. Essi sono invitati insieme agli ebrei a sedere alla stessa mensa del Signore. I pagani non si devono considerare dominatori e gli ebrei non si devono chiamare i privilegiati.

Il cammino della fede della Cananea è straordinario. Grida: “Pietà di me, Signore, Figlio di Davide“. Gesù non l’ascolta. Egli non è il Figlio di Davide. Gesù non conquista il Regno con la violenza come Davide, ma amando come Figlio di Dio. Egli è l’Emanuele, il Dio con noi; viene per tutti. La donna insiste e si prostra come si prostrarono i Magi e non chiama più Gesù “figlio di Davide”, ma “Signore, aiutami”. Gesù è indifferente anche alla richiesta di aiuto e dice: “Non Þ bello prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. La donna non si perde di fiducia, ma con tenacia risponde alla Sua affermazione:

“Signore… anche i cagnolini si cibano delle briciole”.

La statura morale di questa donna è grande, fa capire a Gesù che un segno di amore non si nega a nessuno! La compassione non si può negare ad alcuno. Un gesto di umanità mette l’uomo in comunione con Dio.

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Blasi Mario evangelizza domenica XIX anno ordinario anno A fiducia Dio Salva

XIX DOMENICA ORDINARIA (Mt 14,22-33)

“VENUTA LA SERA EGLI SE NE STAVA ANCORA SOLO LASSU’ “.

Gesù, sfamata la moltitudine con i cinque pani e i due pesci, manda i discepoli all’altra sponda con la barca e rimanda a casa la folla che si è saziata.

Egli va sul monte solo a pregare: entra nella sfera divina. Per i discepoli che sono sulla barca il momento è difficile. E’ notte, il vento soffia e Gesù è lontano. Sono in preda allo smarrimento. Solo alla quarta veglia della notte Gesù va dai discepoli. La quarta veglia è il momento in cui le tenebre se ne vanno e indica il momento in cui Dio aiuta il fedele in difficoltà.

Gesù cammina sulle acque in tempesta. Ciò significa che in Lui c’è la pienezza della divinità. Solo Dio domina il mare. Gesù non è un inviato da Dio, ma è Dio stesso che si manifesta. Il fatto che cammina sulle acque è segno che tutte le creature gli sono sottomesse. Chi può agire in questo modo se non Dio stesso? Gesù è Dio, Gesù è il Salvatore. Gesù agisce come Dio. Così dice il Salmo 107: “Coloro che solcavano il mare sulle navi… videro le opere del Signore, i Suoi prodigi nel mare profondo… Un vento di tempesta si levò e alti si alzarono i flutti. Salivano fino al cielo, scendevano negli abissi. La loro anima languiva nell’affanno… Ondeggiavano, barcollavano come ubriachi, tutta la loro perizia era svanita… nell’angoscia gridarono al Signore ed Egli li liberò dalle loro angustie… egli li condusse al porto desiderato“.

I discepoli, al vedere Gesù che cammina sulle onde del mare, si spaventano, credono che sia un fantasma, ma Gesù li assicura:

“Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

“Io sono” è la risposta che Dio dà a Mosè sul roveto. Dio non ha nome, ma si manifesta con la Sua attività. Egli è sempre presente in mezzo al Suo popolo, popolo in cammino, popolo in difficoltà. Dio guida, soccorre perché ama. Anche Gesù è sempre presente nella Chiesa nonostante il percorso sia difficile. Egli l’ama e la protegge da ogni pericolo.

Il cristiano deve avere sempre fiducia nel Signore Gesù che non abbandona mai nessuno.

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SACERDOTE DIOCESANO FERMANO E RELIGIOSO FIGLIO DELL’AMORE MISERICORDIOSO DON LUIGI LEONARDI 1899-1958

DON LUIGI LEONARDI

ESEMPLARE SACERDOTE  DIOCESANO FERMANO E  RELIGIOSO FIGLIO DELL’AMORE MISERICORDIOSO

di Carlo Tomassini

Premessa

Non io, ma la grazia di Dio con me (1 Cor 15,10). Con la testimonianza dell’apostolo mi viene da ricordare don Luigi Leonardi (1899-1958) sacerdote fermano, uomo di Dio, operoso per il bene delle anime. Lo incontrai, ci parlai e mi ha lasciato l’impressione di un sacerdote ricco di spiritualità. La grafia del suo Diario dell’Unitalsi mi indica una personalità equilibrata, coerente, volitiva, ordinata, intelligente e sincera. Il cancelliere arcivescovile di Fermo, mons. Lucio Marinozzi mi fece pervenire sette pagine di una sua memoria su Don Luigi di cara e venerata memoria, ne parlai con il nipote don Francesco che mi ha incoraggiato a raccogliere e sistemare le notizie autentiche e biografiche fornendomi le fotocopie della bolla di nomina a parroco (1933) assieme con altre del notiziario della parrocchia e del testamento (1958) che don Luigi così concludeva A tutti e per tutto, grazie, anche le eventuali croci; nella successiva postilla ricordava la grande carità dei Figli dell’Amore Misericordioso (FAM) = dai quali ne ho tanta ricevuta’. Entrava nell’eternità a quasi 59 anni. Era prete diocesano e religioso con voti confermati nelle mani dell’arcivescovo Perini nel 1955. Ecco la breve scheda, esistente nell’archivio FAM completata in qualche dato.

Don Luigi Leonardi

Nato a Carassai 17 marzo 1899, Battesimo 19 marzo, in seminario 24 ottobre 1911, arruolato soldato febbraio 1917, al fronte sul Grappa nel giugno 1919, al comando supremo, ufficio reclutamento a Roma dal settembre 1919 al dicembre 1920. Tornato in seminario a Fermo dal gennaio 1921, nel 1922 primo anno di teologia, consacrato sacerdote dall’arcivescovo Castelli 8 dicembre 1924; vicerettore del ginnasio con il rettore mons G. Potentini dal 1925 al 1933 e insieme docente al ginnasio e direttore della libreria del seminario; nel frattempo cappellano alla chiesa rurale del Crocifisso, periferia di Fermo, dal 1925 al 1928; poi cappellano alla chiesa rurale degli Archetti di Rapagnano dal 1928 al 1933; nominato parroco a San Matteo di Fermo (centro) 8 luglio 1933, in possesso dall’agosto 1933 fino alla morte; nel frattempo assistente delle Conferenze maschili della San Vincenzo de’ Paoli, docente di religione all’Istituto Magistrale di Fermo dal 1938 al 1948,cappellano degli avieri a Fermo dal 1942 al 1944 presso il collegio degli Artigianelli del s. Cuore: assistente al campo di concentramento dei profughi a Monturano e a Fermo: presidente della pontificia commissione di assistenza in diocesi dai 1945 al 1948, presidente della sottosezione fermana UNITALS1 dal 1945: direttore dal 1945 della Compagnia delle Dame della Carità di Fermo; segretario e cassiere dell’Amministrazione Immobiliare Diocesana (ADI) per i beni parrocchiali annessi; dal 1952 segretario della sezione regionale Marchigiana dell’UNITALSI e dal 1954 consulente del Segretariato diocesane per la Moralità.

Professava, come primo sacerdote diocesano i voti religiosi nella congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso in data S dicembre 1954 (anno mariano) per rinnovarli triennali nel 1955. Viveva da religioso prima presso il Collegio degli Artigianelli, poi nell’ex-seminario divenuto casa del clero per vari anni. Lasciava l’ultimo testamento datato 23 febbraio 1958; morto di collasso, assistito dal confratelli 26 febbraio 1958.

(Nota FAM) Uomo di Dio che portò sempre nei suoi molteplici incarichi un eccezionale spirito di Fede che traspariva dal Suo sorriso semplice e spontaneo e dall’impegno generoso spinto fino al sacrificio nella preghiera e nell ‘Azione.

Servigliano (AP) 1 luglio 1999

PRIMI ANNI

Carassai, il paese sull’altura di metri 365 tra i fiumi Aso e Menocchia, compiace lo sguardo che spazia tra i verdeggianti panorami aperti dal mar Adriatico ai monti Sibillini da cui scendono a gradi le colline solcate da strade, punteggiate da case, e coperte da coltivi.

Nella situazione d’inizio del secolo XX in paese pochi erano i signori proprietari terrieri, anche industriosi; molti gli artigiani (sarti e sarte, fabbri, falegnami); moltissimi nelle campagne gli agricoltori dalle mani incallite nel duro lavoro. I ragazzi si tempravano per affrontare le difficoltà: calmi, fiduciosi, costanti. Tra questi i Leonardi. La vita sociale offriva un sereno ambiente ricco di valori umani nelle famiglie e nella Parrocchia, nonostante qualche sbavatura anticlericale individualistica. Il senso cristiano della vita era ispirato anche dalla devozione a s. Maria del Buon Gesù, raffigurata come Madonna in trono con il divin Figlio. Nella grande chiesa il dipinto della Crocifissione (Andrea Boscoli 1601) e la cappella delle Reliquie con le immagini dei Santi Martiri, suggerivano ai frequentatori di valorizzare la vita impreziosita da momenti di dure prove.

La casa della famiglia patriarcale Leonardi, ad ottocento metri dal paese, esiste ancora e fa pensare a lavoratori schietti, prudenti, cristiani praticanti, pazienti e generosi, come li hanno ricordati i compaesani. Qui nasceva Luigi. L’arciprete don Manlio Marcelli nel 1999 ha redatto il seguente albero genealogico da una accurata ricerca sui Registri Parrocchiali:

Leonardi Giuseppe e Amurri Angela sono i genitori di Leonardi Filippo nato a Carassai il 29.2.1820 e coniugato con Ottaviani Maria nata il 20.12.1825 da cui nacque Leonardi Giovanni nato ivi il 25.10.1866 che sposatosi con De Rossi – in alcune carte Di Ruscio – Maria, nata il 13.3.1870, furono il padre e la madre del nostro Luigi nato il 17 marzo 1899 e battezzato due giorni dopo. I figli di lei e di Giovanni furono due maschi e due femmine: Vito (coniugato Talamonti Dina), Luigi (il nostro), Angela (coniugata Rubicini) e Rosa (coniugata Savini).

L’atto di Battesimo è redatto in lingua latina. Vi è scritto che LUIGI Giuseppe Vito era figlio dei coniugi Giovanni di Filippo Leonardi e di Maria fu Vito De Rossi, era venuto alla luce il 17 marzo, fu battezzato da don Giovanni Lignini, con-curato, il 19 marzo. Furono padrino e madrina Domenico fu Vito (fratello della mamma) e sua moglie Nicolina di Pietro Properzi da Montefiore. Firmava l’atto l’arciprete don G. Fratini. La gioia dei famigliari era piena di fede nel baciare il neonato dopo il battesimo che lo aveva santificato con la grazia di figlio di Dio.

La famiglia Leonardi che sappiamo aveva sincere e profonde tradizioni cristiane, alimentava la mente e lo spirito di Luigino con autentica pietà umana e cristiana. I genitori partecipavano alla liturgia, alla catechesi ed alla solidarietà della parrocchia Santa Maria del Buon Gesù per lasciarsi illuminare da Dio.

Due immagini: Maria ss.ma ed il sacro Cuore di Gesù in forma di mobiletto con porticine dominavano la mensa in cucina: da ottobre a maggio si recitava il rosario tutti riuniti. Pregare era abituale. Anche la partecipazione alle riunioni delle Confraternite era un impegno famigliare.

Il nostro Luigi si recava in Parrocchia e provava attrattiva per la vita sacerdotale. Cresceva nella pietà, manteneva l’innocenza, condivideva la fraternità benevola. Rafforzava la fiducia in Dio e nei suoi doni anche nelle difficoltà. Con i famigliari e gli amici santificava la domenica con la santa Messa e si nutriva della Parola di Dio e della Chiesa. Il papa Pio X ( 1903-1-1- raccomandava la s. Comunione quotidiana ed anche Luigi poteva ben presto parteciparvi perché l’arciprete don Giovanni Fratini, secondo l’autorizzazione papale, vi ammetteva bambini consapevoli di sette anni.

Era questi un parroco al servizio del popolo di Dio, visitava le famiglie soprattutto in occasione di malattie e sempre ogni Pasqua per la benedizione. Pur con qualche ripulsa da parte degli anticlericali, il parroco considerava i carassanesi come sua famiglia, formava la gioventù a superare il rispetto umano, guidava le coscienze al Vangelo ed ai Sacramenti. Il nostro Luigi stava comprendendo la missione in cui avrebbe impegnato la sua vita.

IL SEMINARISTA

Quando Luigi decise di andare in Seminario, si rendeva conto della complessità della scelta non solo per il distacco dai suoi cari, ma anche per le responsabilità pertinenti al prete. Il compaesano don Ottavio De Angelis, tornato dall’Argentina sembrava coinvolto nel murrismo e nel modernismo. Sul fronte opposto non diminuivano i contrasti dei massoni contro l’azione sociale del clero e dei cattolici. L’Azione cattolica era accompagnata da sacerdoti giovani, agili, attivi sulle strade ed accoglienti con la gente; mentre si parlava di “settimane rosse” in varie parti. Occorreva coraggio. Luigi fece la sua richiesta scritta all’arcivescovo fermano per esser ammesso a prepararsi al sacerdozio nel suo seminario; fu ammesso ed il 24 ottobre 1911 lasciava Carassai, con un distacco che doveva durare nel tempo.

L’arciv. Castelli aveva provveduto il seminario di professori dotati di solida dottrina, di esperienza adeguata e di sicura formazione spirituale e pedagogica. Personalmente seguiva i seminaristi controllando l’andamento organizzativo, amministrativo e scolastico. Si tratteneva tra i ragazzi ed i giovani durante il tempo della ricreazione e della preghiera. Il suo metodo pedagogico era tipicamente “salesiano” come discepolo spirituale e convinto di s. Giovanni Bosco. Aveva donato alla città il Ricreatorio intitolato a san Carlo, nei giardini acquistati dai Trevisani e resi funzionali con saloni, palestre e campi sportivi per mezzo di don Biagio Cipriani, per riunire i giovani nelle attività formative, culturali e di giochi. Vi si impegnavano diversi sacerdoti tra cui don Barbatelli, parroco di San Matteo (futura parrocchia di Luigi). La partecipazione era numerosa ed entusiasta, tra riflessioni cristiane, conferenze e vari sport: calcio, ciclismo, ginnastica, escursioni ai Sibillini. I circoli giovanili si diffondevano nelle parrocchie diocesane a cui i ragazzi del seminario sapevano di essere destinati come futuri animatori.

Il rettore del seminario, mons. Nogara si manifestava di indole serena, animo aperto, generoso, apostolico di futuro vescovo. Aveva un fratello missionario e ne condivideva lo spirito. Incoraggiava nei giovani la chiara e responsabile libertà di salire verso il sacerdozio ministeriale con l’intenzione pura di servire G. Cristo e la Chiesa. Era coadiuvato da due vicerettori nella formazione morale dei ragazzi e dei giovani che vi si preparavano. C’era il direttore spirituale mons. Armani, anche lui futuro vescovo. Tra i professori c’era don Biagio che stava spesso al Ricreatorio San Carlo ed anche altri sacerdoti univano all’insegnamento interno le attività di un apostolato impegnato nell’Azione Cattolica e nelle parrocchie. Parlavano in modo limpido e concreto e davano un esempio efficace.

Luigi, adolescente, manteneva fedele la sua adesione a Gesù, incoraggiata dai sacerdoti degni per bontà, pietà, servizio agli altri pur nei sacrifici e tra umiliazioni da parte dei liberi pensatori. In seminario i preti preparavano anche le Settimane Sociali per proporre al clero le possibili soluzioni giuste ai problemi emergenti. Scrivevano anche gli articoli dell’apprezzato settimanale diocesano La Voce delle Marche. Erano nere anche le belle figure dei missionari come p. Adorno Mordente partito per la Cina p. Andrea Celanzi fermano in Birmania, p. Giuseppe Zamponi di Corridonia (già Pausola) in Cina: gli ideali missionari coinvolgevano i seminaristi nella preghiera e nelle conferenze di attualità. Mons. Attesi dava impulso alle opere sociali cattoliche. Era ormai superato, seppur dopo seri chiarimenti, il politicume con cui gli avversari avevano scatenato la polemica sul Murri. L’entusiasmo degli educatori sacerdoti che amavano gli ideali amabili per i giovani stava dande a Luigi molto slancio apostolico.

Il nostro Luigi si dedicava allo studio come al proprio attuale lavoro: rafforzava oltre alla volontà il buon senso che aveva esercitare in famiglia ed in parrocchia. Tra i compagni, egli si distingueva per i modi pacati che manifestavano amore per l’ordine, spirito di sacrificio e precisione Era consapevole che stava compiendo di trimestre in trimestre i passi necessari per arrivare ai futuri impegni pastorali e meditava sulla generosa dedizione agli altri con distacco dalla propria famiglia e da particolari interessi. Lo confortavano le conversazioni e meditazioni offerte dall’arciv. Castelli.

Luigi si sentiva portato ad emulare i suoi educatori dalla volontà fattiva, dal cuore caldo per l’altruismo, dalla mente aperta alle situazioni della gente. Il ritmo di vita nei mesi era rallegrato dalle feste religiose, dalle “accademie”, dai trattenimenti musicali e canori, dalle premiazioni. Luigi aveva gran desiderio di apprendere: ascoltava, studiava, leggeva le vite dei santi, seguiva sul Foglio diocesano i discorsi del papa e del vescovo. Non amava trattenersi in lunghe chiacchiere; piuttosto rifletteva, parlava se necessario, convogliava le sue energie su un patrimonio di sapere che poteva illuminare la gente, senza ambizioni, cibo sostanzioso per la mente. Univa alla naturale bonarietà una volontà perseverante negli ideali: giungeva così ad un modo di ragionare chiaro nel pensiero e nelle parole.

La preghiera era la forza di Luigi. In seminario dal 1913 si era diffuso l’Apostolato della Preghiera ed ogni giorno si faceva l’offerta delle azioni e delle sofferenze in unione al sacrificio eucaristico secondo le intenzioni generali e missionarie che il papa aveva formulato mese per mese. Luigi affidava alla Mamma celeste la sua formazione umana, intellettuale ed apostolica. Sentiva come suo il progetto di Pio X: “Riforma della Chiesa per la restaurazione cristiana della società”. Acquisiva lo stile dell’obbedienza capita, voluta consapevolmente affinché il clero esprimesse unità con il successore di Pietro. Sulle cose del passato non stava a disquisire, l’impegno per migliorare la vita presente serviva a rinnovare il mondo secondo il cuore di G. Cristo.

Luigi manifestava la sua formazione nella pietà, nello studio e nella disciplina durante i mesi estivi quando tornava in famiglia. Il suo atteggiamento di fronte a situazioni problematiche era pacato, animato da spirito evangelico con schiettezza e semplicità nella coerenza. Si manifestava rispettoso e cortese sia con i ricchi fossero pure ringhiosi amministratori locali, sia con le persone umili di cui condivideva più facilmente i pensieri.

I giovani carassanesi apprezzavano la sua intelligenza aperta, il suo cuore generoso, la sua costante diligenza negli impegni e nei momenti di svago. Assieme con Luigi partecipavano alle celebrazioni parrocchiali ed alle iniziative del tempo libero. Era come un ‘pretarello’, ponderato e capace di consigliare al meglio. Non cullava nessuna ambizione, amava la vita che faceva ed amava le persone con cui viveva, come un piccolo apostolo della bontà.

Luigi godeva da seminarista la benevola accoglienza da parte del clero e dei parrocchiani; si manifestava pronto a capire i desideri di bene, provava l’ansia per una generosità che potesse rafforzare la laboriosità, la mitezza, la cordialità, l’innocenza nello spirito del Vangelo, come amore a Gesù Cristo. Particolare attaccamento esprimeva verso il papa, verso l’Azione Cattolica e la preghiera. Si rendeva conto che poteva a volte venir deriso, snobbato, estraniato da alcuni, ma il suo metodo era tacere, ingoiare, pazientare come persona più forte nel sopportare le offese che non nell’offendere, anzi si sarebbe rattristato se avesse commesso la debolezza di umiliare gli altri. Lo stesso suo comportamento era un richiamo: voleva manifestare il volto di Cristo tra i suoi coetanei. Essere seminarista significava, per lui, dar buon esempio.

DA MILITARE

Il 1914. All’avvio della grande guerra in Europa nel 1914, il papa Pio X moriva di pena. Come padre comune di tutti i popoli ne aveva sofferto indicibilmente; aveva già espresso l’imparzialità del papato. Il successore Benedetto XV dedicò tutte le sue energie al terribile problema e veniva incontro alle vittime della guerra con ogni possibile aiuto, mentre ripetutamente proponeva le vie della pace. In quell’anno, 1914, la Santa Sede aveva firmato il concordato con la Serbia per non facilitare nessun conflitto. Umberto Benigni, inquisito per atti di spionaggio, venne allontanato dal Vaticano in modo da tener lontano ogni possibile sospetto. Il papato mostrava il volto di Cristo principe della pace. Le vie diplomatiche furono tentate anche dal primo ministro Giolitti, ma senza esito e dovette dimettersi.

Il clero era consapevole della gravità della guerra che Benedetto XV deprecava e condannava come inutile strage. Il papa rispondeva a chi gli chiedeva la benedizione per l’esercito austriaco: Benedico la pace e indicava la strada per la pace nel deporre le armi. Per il nostro Luigi le parole del padre dei popoli che chiedeva a tutti di pregare e dichiarava: Darei volentieri la vita se con ciò potessi acquistare la pace per l’Europa, erano segno di un eroismo da imitare: si sentiva impegnato a scelte totali, senza mezze misure.

Nel 1915 da tutti i paesi italiani cominciarono a partire, tra il pianto delle mamme, i giovani arruolati come soldati per quella micidiale guerra. Seguitarono a partire anche i meno giovani: venticinque classi (così dette in riferimento all’anno di nascita) mobilitati e richiamati alle armi mentre si registravano molti morti. In quattro anni ne sarebbero scomparsi oltre 600.000.

La grande guerra fu voluta da chi pensava che fosse un segno di fedeltà al re e da chi la considerava come una purificazione della razza italiana costringendola agli stenti ed alle malattie in trincea. Nelle parrocchie si pregava per i caduti: E’ santo e salutare il pensiero di pregare per i defunti, perché siano sciolti dai loro peccati (2 Macc 2), si pregava anche per la cessazione delle ostilità.

Alla tragica guerra il governo italiano chiamò anche la ‘gloriosa’ classe 1899, giovani di diciassette anni. Nel febbraio 1917 anche Luigi fu arruolato nel 31° reggimento di artiglieria di campagna, con sede ad Ancona. Partì nel mese di giugno e restò ‘sotto le armi’ fino al dicembre 1920 sempre da soldato semplice, con un prolungamento di due anni rispetto agli altri soldati. Luigi non intendeva servire i potenti, stava vicino alle persone con il cuore aperto a Gesù Cristo, per amore di Dio. Il primo agosto 1917 Benedetto XV esprimeva molte proposte concrete ai belligeranti, tra l’altro chiedeva loro la limitazione reciproca degli armamenti, l’arbitrato obbligatorio, la libertà dei mari, il condono reciproco delle spese di guerra, lo sgombro dei territori occupati, il regolamento delle rivendicazioni secondo le aspirazioni dei popoli.

L’obbligo militare era stato esteso ai sacerdoti ed ai chierici, di conseguenza diminuivano le presenze in seminario; per di più a Fermo non esisteva un ospedale civile ed i locali del seminario venivano addirittura requisiti e destinati alle persone ferite in guerra. La tragedia sconvolgeva il mondo intero e tanti misfatti erano per Luigi un motivo di seria riflessione, di fiducia totale in Dio. Una delle più grandi consolazioni era il fatto che don Marcello Manfroni era stato parimenti destinato in Ancona, costretti entrambi ‘alle armi’.

Ecco una lettera scritta da Ancona il 28 agosto 1916 da don Marcello all’amico don Vincenzo Vagnoni. Sentirsi servo, nel vero senso della parola però, dover tacere quando tutto ti persuaderebbe a parlare e ad agire in senso contrario, quella continua spogliazione della grande dignità di cui Dio stesso ti ha rivestito e che nessuno vuol riconoscerti e molti anzi disprezzano, è un dolore occulto per l’anima che sente. Sono momenti pieni dì mestizia profonda quando vi penso. Agli occhi degli uomini però questo martirio intimo non appare e se anche apparisse, chi saprebbe tenerne conto? Ecco allora che sorge il bisogno potente di levarsi a Dio, di riposarsi in Lui come nel cuore del più buono degli amici, della più affettuosa delle mamme.

C’erano allora quelli che non sopportando la guerra annunciavano la sconfitta imminente. Nell’esercito italiano il malcontento pessimista favoriva la crisi disfattista. Ma Luigi era di buona predisposizione per rasserenare l’animo dei soldati. Scriveva per loro le lettere ai famigliari ed incoraggiava. Al contrario il motto dei disfattisti: L’inverno prossimo non più in trincea! ebbe un pessimo riscontro a fine ottobre 1917 con la disfatta nella ritirata di Caporetto: 300.000 soldati italiani prigionieri (a Rastad) e 500.000 sbandati. Il nostro Luigi detestava le incoerenze, capiva le sofferenze, ne vedeva le conseguenze, ma soffriva e sperava che l’insipienza umana si ravvedesse.

Il cuore di Luigi batteva all’unisono con quello del papa e le proposte, le trattative, le preghiere che sorreggevano gli animi, valsero una progressiva ricerca di soluzione di pace. Intanto veniva trasferito al 19° artiglieria di campagna a Firenze, poi nel giugno 1918 sul Monte Grappa, al fronte, addetto alle trasmissioni con specchi ed altri strumenti. Così Luigi passava da un osservatorio ad un altro, sempre pronto al suo ufficio. Benedetto XV richiamava il dovere di ogni uomo dì accorrere ove muore un altro uomo. La guerra si placava nel novembre ’18 per gli eventi sul fronte francese e alleato; ma un evento più disastroso iniziava con la terribile pestilenza detta ‘la spagnola’ che fece cadere più vittime di quante non ne avesse direttamente uccise il conflitto. La miseria imperversava in Europa e molti italiani si erano talmente debilitati da non resistere all’infezione. Luigi nel gennaio 1919 fu mandato alla Commissione militare di linea a Firenze. Nel novembre successivo fu mandato a Roma, al comando supremo, Ufficio reclutamento; mentre gli altri soldati potevano tornare a casa, per lui il prolungamento durò per altri due anni.

Nel gennaio 1921 Luigi poteva tornare a casa, dopo tre anni e mezzo e subito si dirigeva al suo amato seminario per portare a termine la preparazione al sacerdozio ministeriale, forte del dono divino della speranza non spenta durante le prove dell’immane conflitto mondiale, anzi rinfrancata dall’amore di Dio, nel convincimento che senza Dio l’umanità distrugge se stessa. Era ancora libero di scegliere il suo futuro, ma per Luigi la libertà aveva un nome: Gesù Cristo. Nel 1922 frequentava il primo anno del corso di teologia a Fermo.

GLI ORDINI SACRI

A seguito dell’enciclica Maximum illud di Benedetto XV, nel 1921 anche nel seminario fermano si fondava un dinamico e fiorente circolo missionario intitolato a san Francesco Saverio, con lo scopo di promuovere la preghiera, l’informazione, la partecipazione attiva e la formazione alla vita missionaria, con letture di libri e di riviste e con apposite riunioni e conferenze. Primo presidente del Circolo Missionario Giuseppe Milozzi che sarebbe passato poi al Pontificio Istituto delle Missioni Estere a Milano e in seguito missionario in Birmania e in Bengala, ove fu Vicario generale. Dopo il Milozzi partirono altri ancora: tra cui i padri Andrea Celanzi, e Giuseppe Zamponi.

Il nostro Luigi era interessatissimo alle attività missionarie della Chiesa. Si ricordava il missionario fermano p. Giambattista Ciccolungo, morto nel 1895 in odore di santità in India. Il rettore del seminario mons. Nogara aveva un fratello missionario ed infondeva nei giovani l’ardore per la ‘santa causa’.

Il ritorno in seminario era motivato dalla seria intenzione di prepararsi, come diceva l’arciv. Castelli, al servizio di Cristo nel sacerdozio, senza nessuna fisima di comodità, né di prestigio; soltanto spinto dall’amore a Dio, alla Chiesa, alle anime. Per questa preparazione seguiva l’esempio dei docenti e dei superiori, tra cui don Biagio Cipriani dirigente dell’Azione Cattolica della Regione Marche e don Federico Barbatelli redattore della rivista “Cultura giovanile ’’(soppressa dal fascismo nel 1923) e parroco a San Matteo di Fermo. Altri Carassanesi avrebbero poi seguito l’ideale sacerdotale tra cui Tommaso Mariucci, futuro Capo ufficio in Segreteria di Stato aggiunto del Pont. Consiglio della Cultura.

L’intelligenza acuta e pronta, la docilità di cuore aperto all’ascolto, la volontà di amare Cristo pienamente appaiono le doti che nel nostro Luigi emergevano nel periodo degli studi teologici, assieme all’integrità morale, per cui gli fu abbreviato il periodo degli studi, dato il tempo (1917-1920) trascorso come soldato. Ne è prova anche la decisione dell’arciv. Castelli di ordinarlo presbitero a venticinque anni per poi tenerlo in seminario come vicerettore e docente per tutto il restante periodo del suo episcopato. Luigi agiva umilmente secondo la volontà dei superiori: pregava, studiava, amava il progetto sacerdotale per rendere la sua vita esemplare.

Da studente di teologia si impadroniva agilmente delle discipline, apprendeva i discorsi della filosofia scolastica neotomista ed assimilava le scienze sacre ben sviluppate a Fermo dove insegnavano docenti di alta preparazione e professionalità dato che dal 7 marzo 1917 questo seminario era facoltà teologica competente a dare i titoli accademici per bolla di Pio X. Già dal 1912 vi esisteva il seminario interdiocesano delle Marche. L’andamento era ottimale. Nella relazione scritta alla Santa Sede dal visitatore mons. Borghini i professori erano apprezzati per l’esposizione ordinata, chiara, precisa e lo si diceva un seminarista modello.

Luigi con rapida ascesa ‘saliva il monte’. Suo unico scopo era di ricevere da Dio la luce e la forza per un avvenire di apostolato coerente, senza mire utilitarie né ambiziose, piuttosto per restare umile, obbediente, povero, casto, unito al Cristo sommo sacerdote nell’azione del Santo Spirito. Non a caso dal 1933 sarebbe divenuto parroco presso la chiesa parrocchiale dedicata originariamente allo Spirito Santo, a Fermo. Il nostro Luigi cercava fiduciosa­mente Dio sopra ogni cosa e da lui si attendeva la realizzazione di ogni progetto per la salvezza delle anime.

Il 15 luglio 1923 l’arcivescovo conferiva a Luigi gli ordini ‘minori’ dell’Esorcistato e dell’Accolitato. Proseguiva la preparazione teologica con qualche attenzione alle problematiche sociali. Scrive d. Vagnoni: Ci si interessava all’affermazione dei cattolici in campo civile, come degli atteggiamenti nuovi nel campo delle scienze filosofiche e religiose.

Con la scelta definitiva del sacerdozio ministeriale Luigi era consapevole di far parte della grande famiglia della Chiesa universale presente attraverso la Diocesi e le sue parrocchie. Si staccava dalla famiglia naturale per mettersi al servizio del vescovo e restargli fedele ovunque lo avesse mandato a lavorare. Si legava con vincolo di obbedienza assoluta, costante e sincera al Regno di Dio con integra pienezza della sua vita. Questo profondo convincimento lo avrebbe portato, più tardi, ad emettere il voto di obbedienza come sacerdote diocesano nella Congregazione FAM. Nella richiesta rivolta all’arcivescovo in lingua latina, come d’uso allora, per esser promosso al suddiaconato, Luigi scriveva di voler ardentemente consacrarsi a Dio ed al suo servizio nella santificazione delle anime. L’arcivescovo lo riscontrava idoneo per la specchiata vita morale e per dottrina ed il 31 maggio 1924 gli conferiva il suddiaconato, e successiva­mente il diaconato.

Il Foglio ufficiale della diocesi del dicembre 1924 riferiva così l’ordinazione sacra. La domenica 7 c.m. S. Ecc. teneva Ordinazione generale al Carmine e promoveva un giovane al Suddiaconato, altri sei al Diaconato e quattro al Presbiterato. I novelli Sacerdoti sono: Lisi Riccardo di Petriolo; Potentini Raniero di Penna S. Giovanni; Svampa Ottavio di Montegranaro; Leonardi Luigi di Carassai. Tutti devono fermarsi in Seminario per compiere il IV Corso teologico.

Nel Diario personale l’arcivescovo Castelli annotava: 7 dicembre (1924). Domenica. S. Ambrogio. Celebro al Carmine e faccio l’ordinazione generale dalla Tonsura al Presbiterato = 4 sacerdoti, 6 diaconi, 1 suddiacono, i restanti agli ordini minori. Discorso: il Vangelo del giorno (Mt 11,2-10) Gesù Cristo dà per esempio della sua Missione l’esercizio della carità e indica i grandi caratteri di san Giovanni: la fermezza e la costanza, la mortificazione, la purezza… Ecco il programma che deve porsi il Sacerdote di Gesù Cristo: l’esercizio della carità; ecco le virtù che ne devono adornar l’anima: la fermezza, la costanza, la mortificazione, la purezza. Allora sarà degno della sua vocazione e sarà per questo più grande dello stesso Giovanni. Così fu sant’Ambrogio. Termino alle 10.3/4.

Era la seconda domenica di Avvento.

VICERETT0RE E PROFESSORE

Nel 1925 al nuovo rettore in seminario don G. Potentini l’arciv. Castelli tracciava queste linee operative: reggere paternamente, avvicinare e vivere la vita dei giovani. Lo stesso arcivescovo amava praticarle recandosi di persona tra i seminaristi per intrattenersi a conversare con i suoi futuri collaboratori. Il rettore Potentini seguiva tutti i momenti della vita interna, guardava in volto ciascuno di essi, controllava personalmente l’andamento delle cose. Don Leonardi era lieto di collaborare con un rettore giovanile che lui stimava e con il quale si sentiva a suo agio. Entrambi potevano raccontare il loro servizio militare nella Grande guerra. Don Luigi teneva in vista con soddisfazione il diploma di riconoscimento del servizio svolto allora. Nel collaborare poi con l’arcivescovo e con il rettore seguiva il principio basilare dell’educazione salesiana: Meglio prevenire che curare i possibili mali.

Dall’ottobre 1925 al giugno 1933 don Luigi svolgeva tre mansioni in seminario: era vicerettore per i ragazzi, era docente nel ginnasio, era direttore della libreria religiosa. Nell’insieme esercitava una forma di paternità, trattava i ragazzi con pacatezza premurosa, era benevolo ed incoraggiante, dava consigli, stava loro vicino, li ammoniva, li esortava con pazienza ed offriva loro l’esempio di vita. Essi potevano imitarlo, sicuri di non sbagliare in nulla. Lo ricordano ancora i ragazzi di allora: mai dava in escandescenze, mite riservato, ma non timido, un modello umano e cristiano. Quel suo esercitare la paternità spirituale divenne uno stile tanto che anche in seguito era cercato come guida e consigliere. Aveva consapevolmente scelto il servizio sacerdotale per Dio e per gli altri, non per se stesso, e lo confermava nel seguire la povertà, la purezza e l’obbedienza praticate da Gesù Cristo.

Nel seminario l’arciv. Castelli vedeva l’avvenire delle parrocchie ed orientava i giovani ad essere apostoli, collaboratori del Cuore divino per la salvezza delle anime. Le virtù appropriate che li avrebbero contraddistinti tra gli uomini erano la carità e la fortezza interiore. Considerava idoneo ad essere presbitero chi avesse messo da parte ogni interesse personale. Metteva di fronte ai loro occhi i sacerdoti “dalla soda pietà”, dalla cultura all’altezza dei tempi, pronti al dovere, fedeli alla Gerarchia. Questo progetto era seguito dal rettore Potentini che sapeva essere equilibrato, sereno, concreto e rispettoso.

Ai ragazzi che si avviavano nel ginnasio alla preparazione per il ministero sacerdotale, don Luigi infondeva coraggio in modo che scoprissero l’amicizia con Gesù Cristo e tra di loro. Padre spirituale era don Marcello Manfroni che meritava la stima di tutti per la sua esemplarità. Don Luigi condivideva l’impegno formativo anche dal punto di vista umano, nei ragazzi considerava le attitudini migliori. Sorreggeva la serenità, la sincerità, il desiderio di bene in ciascuno, dava il meglio di sé con autentica umiltà che creava un clima ed un ambiente di reciproca fiducia.

In qualità di vicerettore assisteva i ragazzi, riceveva a colloquio i genitori, seguiva le richieste di ciascuno. Sapeva compatire quando riscontrava qualche sbaglio e usava le maniere più adatte per correggere: faceva capire che è più difficile esser comprensivi che punire. Nei suoi ragazzi è restata viva l’impronta della comprensione per favorire le scelte responsabili.

Tra i momenti particolari che restarono memorabili c’era tra l’altro un’usanza nella notte della Venuta della Madonna di Loreto il 10 dicembre alle tre del mattino. Il vicerettore suonava la campanella mentre i ragazzi erano a dormire. Chi al suono, svegliatosi subito, gridava per primo “Ave Maria!” avrebbe ricevuto a pranzo il premio di una pietanza in più: una per ogni classe. Era una sorpresa che piaceva e si concludeva in applausi nel refettorio.

Altra bella usanza, in occasione della festa di san Martino, 11 novembre: la castagnata insieme con l’arcivescovo: allegria e toni familiari da parte del presule. Nella pratica liturgica poi, ogni martedì la s. Messa si concludeva con un canto missionario perché quel giorno era destinato alla preghiera per le missioni. Al primo venerdì di ogni mese il culto del Sacro Cuore con la comunione riparatrice per le offese da parte di tutti gli uomini ed in settimana la s. Confessione. Ogni classe poi festeggiava il suo santo patrono, ad esempio Immacolata; san Luigi; san Tommaso ed altri patroni.

Come professore don Luigi è ricordato perché spiegava in modo comprensibile, semplice, attinente alle conoscenze basilari senza ampollosità. Nello studio faceva da guida, rafforzava l’apprendimento con le esercitazioni senza far pesare gli errori. Ascoltava dolcemente silenzioso le relazioni degli alunni, curava l’ordine e la pulizia dei quaderni, faceva leggere ad alta voce con tono che desse chiarezza. A ciascuno dava modo di esprimere i propri talenti in modo che fossero utili per tutta la classe. Era un insegnante benevolo che non scoraggiava mai, anzi tendeva ad entusiasmare. A qualche alunno è apparso “scrupoloso, pignolo” più per l’attaccamento al dovere quotidiano dello studio che non per le nozioni. Voleva che si desse importanza ad una solida preparazione culturale, spinta dal desiderio di aggiornare il proprio sapere.

Non è facile evidenziare i risultati della sua operosa presenza di educatore e di docente nel ginnasio. Si capiva che prendeva il suo ruolo con responsabilità, dava importanza ad un’adeguata preparazione al sacerdozio, ma con profonda fiducia in Dio, come se lui fosse solo uno strumento. Il trinomio “Pietà. Studio. Disciplina” era evidentissimo agli studenti che lo condividevano.

Lo zelo missionario in seminario era un senso vivo di essere tutti insieme Chiesa nel tempo e nel mondo intero sull’esempio dei superiori e dei compagni che partivano ad gentes: Pietro Baldoncini, Giuseppe Milozzi, Pietro De Angelis, Dante Salvadori. Nel 1926 iniziava in seminario l’attività nuova della legatoria dei libri per le missioni e si facevano lavoretti in compensato usando il traforo: il ricavato era destinato ai missionari. Da Carassai lo seguirono Rolando Di Mattia nel 1925, Francesco Pallottini nel 1926, Tommaso Mariucci iunior nel 1938, Mariano Clementi nel 1932. Il prestigio del seminario crebbe tanto da diventare fiorente e fervente.

Agli incarichi svolti in seminario don Luigi univa il servizio nelle parroc­chie. Fu cappellano presso la chiesa rurale del ‘Crocifisso’, in un rione adiacente alla città di Fermo, dal 1925 al 1928. Dava così piena attuazione al ministero sacerdotale con stile umile, dolce ma coerente e forte nello Spirito Santo. Era un prete che trasfondeva luce interiore, maestro di vita, zelante nella liturgia e nella catechesi. Dal 1928 al 1933 fu poi cappellano alla chiesa detta degli Archetti in territorio di Rapagnano e qui ebbe modo di rafforzare il culto eucaristico a cui la gente era già ben avviata; la popolazione rurale si coinvolse superando una certa pigrizia.

Sin dal 1921 il regime fascista si era manifestato feroce contro la Gioventù Cattolica; in quell’anno gli squadristi devastavano la sede del circolo giovanile a Sant’Elpidio a Mare. A Fermo era chiaro che il Ricreatorio San Carlo era nel mirino come bersaglio da colpire dato che vi si svolgevano attività religiose, formative, sportive, turistiche, teatrali, corali, cinematografiche, scautistiche ed escursionistiche che erano frequentate anche dai figli dei dirigenti statali e pubblici. Eppure i sacerdoti ed il vescovo non si lasciavano intimidire; sapevano che la barca della Chiesa non sarebbe affondata. Il clero era spiato, la stampa anticlericale poteva distorcere e diffondere false interpretazioni dei discorsi del clero, bisognava salvare il salvabile. Don Biagio fu schiaffeggiato e minacciato ferocemente. Fu chiamato alla Congregazione Concistoriale a Roma, per evitargli più gravi danni.

Quando don Luigi era vicerettore e professore in seminario, gli anticlericali manifestavano in modo eclatante, anche con processioni di mimi carnevaleschi il proprio disprezzo al clero. Lui tuttavia non si scomponeva, era tenace negli impegni ed entusiasta di favorire la crescita di belle vocazioni.

 

IN PARROCCHIA

L’anno giubilare 1933 fu caratterizzato da forti mutamenti non solo nelle vicende politiche europee, ma anche nella vita diocesana e personale di don Luigi Leonardi. Nel febbraio moriva l’arcivescovo Castelli a cui succedeva mons. Attuoni e don Luigi era nominato parroco a san Matteo in San Filippo, al centro di Fermo. Il suo servizio diocesano si ampliava nella vita pastorale a contatto con la gente. Momenti salienti erano la Pasqua, la s. Messa domenicale, le feste mariane, dei santi protettori tra cui il fermano beato Antonio Grassi, l’assidua predicazione, la catechesi agli adulti, il catechismo ai piccoli, gli incontri con i giovani, le visite ai malati, l’aiuto ai poveri. L’abitazione di don Luigi parroco si spostava dal seminario alla casa parrocchiale e quando a questa casa si fecero restauri per sistemarvi ambienti di riunioni, don Luigi abitò nelle stanze adiacenti alla chiesa del Carmine.

Il giorno 8 luglio 1933, tornati a casa i seminaristi per le vacanze, don Luigi riceveva la nomina a parroco dall’arcivesc. Attuoni. Ecco il testo tradotto della bolla: Ercole Attuoni per grazia di Dio e della Santa Sede arcivescovo e principe di Fermo a don Luigi Leonardi, a noi caro in Cristo, salute e sincero affetto nel Signore. L’onestà di vita e di comportamento ed altri meriti lodevoli di rettitudine e di virtù di cui sappiamo che è ornata la tua personalità, ci inducono ad essere benevoli con una grazia. La chiesa parrocchiale di san Matteo in questa città di Fermo risulta vacante dal 29 novembre 1929, secondo il decreto canonico di rimozione di don Federico Barbatelli per infermità, ultimo immediato possessore di essa. Nel concorso pubblicato e svolto di fronte a noi ed agli esaminatori sinodali il 27 giugno scorso, tu sei stato giudicato abile ed idoneo per vita, comportamento, sapere, età e per gli altri requisiti canonici, ad ottenere e dirigere questa chiesa parrocchiale vacante, con i suoi diritti e pertinenze. Noi pertanto d’autorità ordinaria ed in ogni miglior modo con cui possiamo e dobbiamo agire, con la presente apprezzando i tuoi predetti meriti e volendo farti una speciale grazia, la conferiamo, l’assegniamo e provvediamo per sempre a te. Ordiniamo ad ogni presbitero o chierico o notaio della nostra curia che non appena tu ne farai richiesta ad uno di essi, immetta te o un tuo procuratore nel possesso vero, reale, corporale ed attuale della chiesa parrocchiale di san Matteo apostolo e dopo immessovi e postovi, ti ci mantengano e difendano, rimuovendo qualunque illecito detentore e ti facciano render conto integrale di tutti i fruttati, redditi, diritti e sovvenzioni di questa chiesa parrocchiale, con costrizione di nostra autorità e di censure ecclesiastiche. Data a Fermo, palazzo arcivescovile, 8 luglio anno 1933. + Ercole Attuoni arcivescovo.

Don Luigi ne prendeva possesso nel successivo mese di agosto, dopo una breve pausa estiva di meditazione e vi restò sino alla morte. Oltre che parroco era anche assistente spirituale delle Conferenze maschili dell’associazione San Vincenzo De’ Paoli e restava docente in seminario. Cambiavano le circostanze esteriori della sua vita; non trascorreva le giornate tra i seminaristi, ma essi restavano amici e lo salutavano con schietta cordialità. I parrocchiani erano per lui nuovi figli spirituali. Il seminario ricadeva nel territorio parrocchiale, e don Luigi vi si recava periodicamente come confessore straordinario, oltre che come docente di Religione, Storia, Geografia, Aritmetica nella classe seconda media.

Vennero da Carassai, a vivere con lui, il babbo e la mamma per aiutarlo nella gestione della casa, servirlo per la cucina e prestargli aiuto logistico per la chiesa. Sì! La chiesa! Linda, tutta in ordine, nel massimo decoro, come testimoniano molti. Don Luigi ‘ci teneva’ per la massima dignità delle funzioni e godeva della Natività dipinta dal Rubens che abbelliva l’altare laterale.

Non dava ai genitori un alloggio molto comodo, lo stretto necessario, confacente al loro stile di semplicità. All’inizio del marzo 1935 don Luigi ebbe a scrivere all’arcivescovo: Porto a conoscenza dell’E.V. R.ma, implorando la S. Benedizione per me e per la mamma, la morte del mio povero babbo, che trovavasi con me dallo scorso settembre. L’arcivescovo rispose con una lettera di partecipazione al dolore e di unione alle preghiere di suffragio. Il riscontro fattone da don Luigi è significativo: Eccellenza, migliore conforto non avrei trovato di quello che dalle parole e dalla Benedizione dell’E.V. ne è venuto. Si comprende quanto apprezzasse la paternità spirituale del Vescovo; altro non desiderava che sentirsi suo devoto ed obbediente sacerdote.

Il progetto del nuovo parroco di san Matteo era del tutto conforme ai criteri espressi dal concilio tridentino: conoscere i propri fedeli, nutrirli con la predicazione, istruire i fanciulli, assistere i moribondi, soccorrere i poveri ed unire tutti a Cristo. Si rendeva conto della responsabilità del suo ruolo perché constatava la diffusa ignoranza religiosa, la propaganda velenosa dei senza-Dio e l’abbandono spirituale della gioventù. Per risolvere tali problemi si faceva aiutare dall’Azione Cattolica con i 17 giovani che lui aiutava a formarsi per l’apostolato tra i giovani. Nelle famiglie promuoveva la diffusione dell’Aposto­lato della preghiera con l’aiuto dell’incaricato diocesano, don Ernesto Ricci, rettore della vicina chiesa del Carmine.

Il neoparroco sapeva che la sua nomina era sotto l’attenzione di tutti: la notizia era corsa ed anche quelli che in chiesa andavano raramente ne erano incuriositi. Don Luigi non faceva manifestazioni speciali; amava celebrare la s. Messa con devoto raccoglimento nell’antica chiesa dello Spirito Santo. Si dedicava con umile fervore alla preghiera, alla meditazione, si preoccupava dei vantaggi spirituali da offrire ai fedeli in ogni momento della vita parrocchiale: catechesi, stampa, associazioni, celebrazioni, carità.

Don Luigi dava l’esempio nella preghiera, nell’adorazione al SS. Sacramento, nella recita del s. Rosario, nelle letture e negli studi cristiani, nell’ascolto riverente del papa e del vescovo, nella mitezza, nella pacata compostezza, nella riflessione, nella generosità. Vestiva l’abito talare con semplicità e decoro. Non desiderava recarsi a pranzi. Solo per dovere di famiglia, d’estate, si fermava qualche ora presso il fratello Vito che spesso gli era di aiuto e raramente visitava le sorelle. Non teneva altra gestione di denaro e di beni se non quella parrocchiale in cui erano più le spese soprattutto per il decoro e la manutenzione della chiesa che non le offerte. Gli uomini e le donne coadiutrici della San Vincenzo lo tenevano informato delle situazioni di povertà o necessità e con estrema discrezione egli soccorreva le famiglie.

Don Luigi, umile, modesto, senza pretese, nemico degli scandali, affabile e non ambizioso, prudente, discreto e diligente e attivo, usava buon senso anche con le persone di diverse religioni, trattandole con rispetto. Aveva lo stile ecumenico di condividere il bene più che aprire polemiche; tutti lo consideravano disponibile, senza espressioni amare, comprensivo ed attento a rendersi utile nel nome del Signore portando la testimonianza evangelica.

Per la visita del vescovo nel 1938 don Luigi, rispondendo al questionario, scriveva: Per quanto è possibile in città il parroco conosce le famiglie della sua parrocchia e le visita quando se ne dà la circostanza e se la procura una volta l’anno con la benedizione delle case fatta personalmente in più giorni. Il parroco si preoccupa delle famiglie con il mandare gli avvisi che di tanto in tanto vengono distribuiti a tutti i parrocchiani. Però non visita le nuove famiglie venute se non quando se ne dà l’occasione poiché teme di incorrere in qualche disgustosa svista che potrebbe facilmente accadere dato il continuo e forte cambiamento di famiglie. Lo stato di famiglia viene richiesto…Non appena si è a conoscenza della nascita di qualche bambino manda nella famiglia, facendo auguri ai genitori del neonato, il libretto Vivi con la Chiesa il santo Battesimo. Serve, oltre che a ricordare il grave obbligo di battezzare subito il bambino, a conoscere il rito e le preghiere del s. Sacramento…Non consta che vi siano persone non battezzate ad eccezione di una (?). Si osservano le norme canoniche sia per i padrini che per i nomi che vengono imposti anche se gli interessati non lo vedono di buon occhio.

Don Luigi svolgeva anche il ruolo di paciere, di consigliere e di guida per le decisioni di una certa importanza, data la fiducia che riscuoteva.

Nel governo della parrocchia don Luigi instaurò un clima di collaborazione. La prima collaborazione avveniva nell’intesa con gli uffici diocesani e con i rispettivi direttori; si potrebbe dire che era un attento realizzatore dei progetti diocesani. Per l’istruzione cristiana responsabilizzava anzitutto i genitori e i famigliari dei bambini. Mandava i giovani a parlare con altri giovani; alcune giovani erano impegnate nel catechismo. Anche i bambini avevano la loro opera da compiere, in particolare verso i bambini delle terre di missione. Tra i sacerdoti residenti in parrocchia erano alcuni canonici del Duomo: Angelo Alici Biondi, Ottavio De Angelis, Giambattista Boni. Il prof. Umberto Marinangeli officiava la chiesa della Pietà, don Ricci quella di Ognissanti nella via omonima sotto il duomo. Con essi predisponeva la catechesi agli adulti. Particolare cura dedicava alla preparazione dei fidanzati al matrimonio data l’importanza dell’unità della famiglia.

Per avvicinare i fedeli a Dio e renderli più consapevoli dell’essere Chiesa, don Luigi teneva incontri di catechesi per gli adulti e per i giovani. Nei venticinque anni di ministero parrocchiale usò tempi, modi, mezzi sempre nuovi per la catechesi. Anche la partecipazione numerica variava: dal 1933 al 1939 il numero era elevato, circa i due terzi; durante gli anni di guerra si diradavano le presenze maschili mentre crescevano quelle femminili; nel dopoguerra e negli anni cinquanta gli uomini e giovani presenti erano circa un terzo del totale.

Nella relazione per la visita pastorale del 1938 don Luigi scriveva: I fanciulli e le fanciulle del catechismo sono il migliore elemento per l’Azione Cattolica quando frequentano con assiduità. In tutte le feste si insegna il catechismo ai bambini con proiezioni. In base al profitto ed alle assenze si tiene ogni anno, al principio dell’anno scolastico la premiazione. Il catechismo è diviso in tre classi. Bambini piccoli che debbono apprendere i primi rudimenti; bambini che si preparano alla prima Comunione e quelli che l’hanno già fatta. Le prime due classi sono divise in sezioni. 1 genitori erano molto trascurati nel mandare i figli, quando anche si faccia invito a mandarli, strettamente personale. Il numero dei bambini dovrebbe aggirarsi sul centinaio, dai 7 ai 14 anni, però a frequentare sono appena una settantina. Nella chiesa della Madonna delle Grazie si tiene il corso quotidiano di catechismo in preparazione alla Pentecoste e a s. Maria; corso di 40-50 giorni. Le persone che si prestano al catechismo sono cinque tra donne e giovani dell’Azione cattolica.

Don Luigi era entusiasta di promuovere le celebrazioni più belle e sentite e vedeva con gioia le chiese affollate nel triduo della settimana santa: Cena, Passione, Risurrezione. Grande anche la partecipazione ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Alla domenica, Pasqua settimanale, don Luigi rinnovava il fervore con opportune ammonizioni, soprattutto nei tempi forti dell’Avvento e della Quaresima. Belle feste erano le celebrazioni della prima Comunione, della Cresima e dei santi titolari delle chiese: Pentecoste, Maria ss.ma, san Matteo, san Filippo Neri, beato Antonio Grassi. E’ un fatto considerevole che don Luigi si manifestò subito entusiasta della riforma pontificia della Veglia della Pasqua e ne adottava nel 1951 i riti che erano più comprensibili e partecipabili da parte dei fedeli.

Don Luigi teneva particolarmente alla devozione dello Spirito Santo. Si potrebbe dire che considerava lo Spirito Santo come rettore della parrocchia, mentre la Beata Vergine Maria era la Mediatrice della pastorale parrocchiale. Riguardo poi all’amministrazione lui dava piena fiducia a san Giuseppe, patrono della Chiesa Cattolica.

Scriveva don Marinozzi che il nostro don Luigi era anche un esimio maestro di spiritualità, confessore e direttore spirituale di sacerdoti, di suore, di anime pie che si valevano dei suoi consigli ed esempi per avanzare nella pietà e nella perfezione cristiana. Molta gioventù femminile fu guidata fino ai voti di castità, obbedienza e povertà pur restando in famiglia. Si può dire che avesse un carisma particolare per intuire ed adeguarsi alla condizione di chi stava ascoltando: chierici, adulti, giovani, bambini, malati, moribondi, prigionieri e stranieri. Capiva le loro disposizioni di corpo, di mente, di spirito.

Don Luigi, ministro del perdono divino era reperibile facilmente da chi volesse accostarsi alla misericordia infinita. Lo si trovava spesso in chiesa e aveva messo alla porta un campanello elettrico con la suoneria in camera per cui poteva esser svegliato anche di notte per le richieste dei familiari degli ammalati gravi. Sentiva in se stesso l’umana fragilità ed il bisogno della riconciliazione e sapeva che in ogni persona ci sono difetti più o meno gravi, ma per tutti c’è la medicina soprannaturale. Era dolce e paziente nell’accogliere al confessionale. Ascoltava con benevola attenzione e godeva di agire in nome di Dio nella remissione dei peccati; ispirava anche i propositi di pietà, bontà e coraggio nelle prove. Don Luigi attendeva al confessionale dal primo mattino sino ad ora tarda, secondo le richieste. Si serviva anche dei sacerdoti residenti in parrocchia per le circostanze di grande afflusso di penitenti.

Nel programma della vita sacerdotale di don Luigi, al primo posto era Gesù Cristo che si fa pane celeste e bevanda di salvezza. Era lieto di incoraggiare a partecipare alla s. Comunione nella Messa, il più frequentemente possibile, anche ogni giorno, come unione alla Pasqua del Risorto. Invitava a sentirsi popolo eletto riunito dalla croce e portato al Padre per la forza del sangue preziosissimo sparso sul Golgota. Invitava a riamare Colui che oltre ogni misura ed al di là delle umane debolezze, accoglie tutti e li accompagna in ogni attimo della giornata. Don Luigi era devotissimo nella celebrazione, come se respirasse la familiarità divina e sentisse vicini tutti i popoli, tutte le creature riunite a dar lode al Padre d’ogni bontà. Si premurava di recare l’Eucaristia ai malati ed ai moribondi, di amministrare loro la Sacra Unzione. Chiedeva di esser informato per evitare che la morte sorprendesse qualche parrocchiano senza il conforto del Viatico.

Scriveva nel 1938: La s. Messa si celebra nei giorni festivi sempre alle 8,30; mentre nei giorni feriali alle ore 7 nel periodo invernale; alle 6,30 nel periodo estivo. Nei giorni festivi e domenicali il parroco celebra la s. Messa anche nella chiesa della Madonna delle Grazie. Nei giorni feriali da maggio a novembre alle ore 6 si ha la s. Messa nella stessa chiesa. Nella chiesa parrocchiale sempre ogni giorno vien celebrata con la presenza di circa una venticinquina di persone e tutti si accostano alla s. Comunione.

Don Luigi si intratteneva in preghiera davanti al tabernacolo. Nella parrocchia di san Matteo il parroco invitava i fedeli alla adorazione eucaristica predisponendo un preciso calendario approvato nel 1934 dal vicario generale Rocchetti. Le esposizioni solenni erano praticate nelle ss. Quarantore, nelle domeniche e feste di precetto, nel triduo della festa di s. Matteo, nelle novene di Pentecoste, nelle feste della Madonna di Pompei, della Madonna del Buon Consiglio, nel triduo della festa di s. Filippo Neri. Inoltre si celebravano in altre circostanze speciali: il primo venerdì di ogni mese, durante il mese di Maria ss.ma a maggio, e nel mese del S. Cuore a giugno; nei riti conclusivi delle meditazioni dei mesi di marzo, ottobre e novembre, mese dedicato al ricordo ed alla preghiera per i defunti con visita al cimitero cittadino. Don Luigi usava concludere in chiesa le riunioni delle associazioni ai piedi di Gesù Eucaristia. A Fermo erano solenni anche le celebrazioni pubbliche del Corpus Domini. Tantissimi giorni dunque da santificare con l’Eucaristia onorata con canti e preghiere come continuazione del santo sacrificio.

Ci sono diversi modi di predicare. La voce di don Luigi era pacata per natura tanto che si era subito procurato un altoparlante per facilitare l’uditorio; predicava come parlava, con lo stesso modo esortativo e con le espressioni che si leggono nel bollettino parrocchiale che redigeva. Non assumeva i toni dell’oratoria solenne e stentorea. Come svolgeva serenamente il suo servizio con sincero desiderio di bene, così si esprimeva parlando con sincerità e schiettezza. L’abituale compostezza era unita alla gioia di svolgere il ministero della Parola di Dio. I pensieri erano quelli del papa, dell’arcivescovo e del suo cuore ricco della esperienza di Dio. Non doveva affatto inventare grandi idee nuove, anzi non cercava neppure un sapere nuovo o particolare, preferiva piuttosto le idee fondamentali espresse con parole comprensibili che rispecchiavano la dottrina cristiana e la sua profonda pietà. La sua predica od omelia era diretta ad illuminare le coscienze, aderiva all’anima ed all’esperienza degli ascoltatori, era intuitiva, paterna, vigilata, esortativa, incoraggiante ed elevante alla ricerca di Dio, nulla di superfluo, tutto come segno di nutrimento amorevole per un’autenticità personale.

Spesso don Luigi si trovava in mezzo ad altre persone: in seminario tra docenti ed alunni, come pure all’Istituto Magistrale, in casa, in parrocchia ed altrove tra giovani, tra ragazzi, tra fedeli nelle celebrazioni, tra i malati all’ospedale e nei pellegrinaggi UNITALSI, tra gli sfollati in tempo di emergenza, tra i sacerdoti, tra i curiali con l’arcivescovo, tra le dame della carità, tra i componenti le varie confraternite, nei raduni di Azione Cattolica o di Scout. Era molto socievole, sapeva accettare le persone, consapevole dei propri limiti e senza meraviglia per quelli altrui. Con lo sguardo benevolo ascoltava, osservava, preferiva parlar poco, ma esprimeva con il suo atteggiamento, con un gesto, un sorriso, il senso di fraternità e di incoraggiamento agli altri. Intuiva se qualcuno era turbato o incerto, affaticato o preoccupato ed alleviava le pene altrui facilitando sempre un clima di rispetto e di fiducia. Oltre che esser breve nel parlare, non accusava nessuno, non interrompeva, non si metteva in vista con interventi, preferiva esprimere a parte i suoi suggerimenti, senza lungaggini.

Nella parrocchia i bambini scoprono un mondo più largo della propria famiglia, vivono momenti solenni assieme con persone di tutte le età che cantano e pregano insieme: un incontro vario e curioso in cui rimangono a volte confusi, vogliosi di esprimersi, ma non sanno come.

Don Luigi accoglieva i bambini in chiesa e li chiamava a partecipare alla liturgia ed al catechismo. Con lui si sentivano partecipi di una più grande famiglia fatta di tanti papà, mamme e fratelli, come un popolo. Nel riunirli notava quelli che avevano qualche turbamento e si manifestavano invadenti o rissosi se non prepotenti e don Luigi intuiva i loro gesti come una chiamata alla sua amorevole presenza che li facesse sentire cari a Dio e benvoluti. Come Gesù preferiva attrarli a sé, esprimere loro la bontà e coinvolgerli in gesti di cortesia in modo da riportare in famiglia un accresciuto senso di amore. Attraverso immagini, canti, preghiere e segni liturgici li avvicinava al mistero di Gesù

Con la gioventù don Luigi sapeva esprimersi bene, dava e riceveva fiducia. Da lui i giovani desideravano un cuore aperto e lo trovavano, stabilivano un legame solido: lo raccontano i giovani di allora. Sapeva impegnarli nella lotta contro la bestemmia e il turpiloquio. “Meglio prevenire che curare”. Li abituava a ragionare insieme, a considerare i misteri cristiani ed a rifletterci. I giovani lo interrogavano, ponevano i loro dubbi, si confidavano. Sapeva guidarli fuori dalle inutili intemperanze e dalle frenesie pericolose. Con dolcezza, senza timidezza suggeriva loro la gioia del vivere cristianamente. La serenità nell’ascolto era la sua arma segreta. Dialogava sdrammatizzando con gentilezza, sincerità e concretezza. Non assumeva mai il tono da intellettuale, neanche quello dell’ingenuo ignaro: il suo dire era schietto reale ed aggiornato, con l’accortezza di scegliere ciò che maggiormente aiutava l’interlocutore in modo da risolvere i suoi problemi. La sua casa era il luogo di ritrovo serale dei giovani ed i frequentanti erano assidui nel dopocena.

CON I MALATI DELL’UNITALSI

Don Luigi ebbe incarico di occuparsi dei malati e divenne promotore dell’associazione prima a livello diocesano poi regionale, il suo ruolo è stato fondamentale per l’efficace impegno profuso a dare all’assistenza ed ai pellegrinaggi il giusto metodo e la qualità spirituale necessaria. Innumerevoli i suoi pellegrinaggi a Loreto e a Lourdes. Racconta d. Marinozzi: Quante volte l’abbiamo udito parlare con entusiasmo di questi santuari e dei pellegrinaggi, vere feste dello spirito per gli ammalati, i quali, anche se non tornavano guariti, tornavano però consolati nell’animo e fortificati a portare la croce assegnata loro dalla Provvidenza! Ci ripeteva con soddisfazione l’espressione di un medico dell’ufficio per gli ammalati a Lourdes: ‘Il malato è il re a Lourdes!’ Don Luigi ha assistito anche a qualche guarigione miracolosa. Ricordo con quanta gioia ci parlava di un’ammalata improvvisamente guarita a Loreto in uno dei suoi pellegrinaggi! Ne godeva come di un dono prezioso di Dio e quasi di un contatto diretto con la potenza dell’Altissimo. In occasione di questa attività contrasse delle belle amicizie con persone di grande fede e carità cristiana, che si erano fatti membri di quell’associazione e servi degli ammalati. Si facevano onore di portarli in barella, in carrozzella, di servirli negli ospedali. Tra questi amici vi fu anche il marchese Guido Pelagallo di Fermo e l’avvocato Marino Bartolozzi di Macerata.

Sarebbe lungo il discorso sulla Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Loreto e Santuari Internazionali, il movimento che ha aiutato sia i sani che i malati di qualsiasi età, la gioventù e le persone consacrate a superare il male delle grettezze nazionalistiche, delle discriminazioni d’opinioni e chiusure individualistiche. Un’opera di pace potente nel generare nuove energie di collaborazione e di solidarietà coinvolgeva subito don Luigi che dava l’esempio di impegno nel lavoro assiduo, silenzioso, generoso, paziente, umile, costante e nel rispetto delle incombenze assegnate, tutte convergenti al servizio dei malati con rettitudine di intenzioni. Era convinto che gli individui crocifissi dai dolori fisici e mentali avessero bisogno di un cuore aperto da parte dei vicini, don Luigi altro non sperava se non “Il Signore cambi in gioia il dolore. ”(Tob 7,17)

La breve vita, di appena 59 anni non compiuti, dimostra che il suo cuore era affranto per le sofferenze ed ha ceduto precocemente. I conoscenti avrebbero augurato cento anni al “piccoletto” dal grande cuore e mai avrebbero immaginato tale scomparsa. Delle sue sofferenze non parlava, sembrava che potesse sopportare le eventuali difficoltà. A volte tuttavia lo si vedeva irrigidirsi nelle labbra e si succhiava il labbro inferiore. Un’angoscia o cosa? Si usa dire che il cuore non vuole sentire pene! Una sua pena era il vedere la gioventù sbandata nel vizio e le famiglie degenerate nelle divisioni e negli aborti. A trascurare i gravi doveri a volte erano anche le persone più fidate. Pativa e compativa l’altrui sofferenza. Il cuore affranto di Giulia, mamma di un sacerdote carassanese, don Alessandro Malavolta, morto giovanissimo pochi giorni dopo l’ordinazione sacerdotale, un fiore trapiantato, lo aveva tanto intenerito e, per non lasciarla a piangere da sola, la fece vivere nella canonica: vicino a lei si mostrava come un figlio pronto a confortarla. Giulia gli sopravvisse, non più depressa dal lutto, ma fiduciosa in Dio. Per don Luigi soffrire ed amare era vivere donando se stesso.

Saverio Eugeni ricordava che il primo treno bianco si fece nel 1936 per portare gli infermi a Loreto accompagnati da un gruppo di volontariato Unitalsi. Gli ammalati, per la maggior parte in barella, erano sistemati sui vagoni merci. Ad ogni stazione un prelievo, fino a Loreto dove le persone in barella erano trasbordate su camion fino al porticato della basilica della Santa Casa. Per diffondere l’invito si coinvolgevano i parroci perché erano i più preparati a far apprezzare questo tipo di pellegrinaggio. Non era una semplice visita alla s. Casa, ma un bagno nel divin amore misericordioso. In ogni pellegrinaggio erano moltissime le guarigioni interiori nel recupero della pace e della fede. Ci furono anche guarigioni fisiche. Un ragazzo venticinquenne rattrappito ebbe il miracolo di trovarsi con gli arti sciolti che poteva muovere liberamente senza alcuna cura, risanato!

Don Luigi ha lasciato gli elenchi che predisponeva meticolosamente sia per i malati che per gli accompagnatori volontari; non lasciava mai le cose all’im­provvisazione e godeva della partecipazione convinta e coinvolgente.

Don Luigi, non alto di statura, ma moralmente gigante, aveva uno spirito di condiscendenza suadente e sapiente. Molti giovani lo hanno conosciuto con i treni bianchi. La debolezza fisica del malato, secondo don Luigi, poteva diventare forza spirituale e soprannaturale con la fede, la speranza e l’amore. Ecco la sofferenza offerta al Padre in unione al divin Figlio Gesù Cristo. Allora le infermità si trasformavano in strumenti di salvezza. Don Luigi evangelizzava i malati alla consapevolezza dell’amore di Dio e li rendeva certi nella fede che i loro corpi erano destinati a risorgere perfetti, come dice l’apostolo, cioè senza più alcun difetto. Non aveva timore o repulsa di fronte ai difetti esteriori negli altri. Si avvicinava al malato con animo sereno e trasfondeva la serenità. Il suo buon approccio creava armonia nel gruppo.

Gli accompagnatori ufficiali degli infermi nei pellegrinaggi ai santuari italiani ed internazionali erano medici, damine e barellieri, uomini e donne che partecipavano con spirito di servizio, di abnegazione, non per superficiale curiosità. Insieme veniva espressa l’implorazione: Signore, colui che tu ami è malato espressa dall’assistente spirituale assieme con altre espressioni che anche don Luigi sapeva derivare dalla Bibbia e ritmare per la coralità dei partecipanti. Al centro delle intenzioni era la confidenza in Gesù guaritore dei corpi e delle anime. L’esperienza di star vicino ad una persona in difficoltà per sopperire alle sue incapacità e dare le proprie energie all’altra risultava come un vero e proprio oltrepassare se stesso. E’ questo oltrepassare se stessi che don Luigi faceva sperimentare nel rendersi utili nei pellegrinaggi.

Una bella dote di don Luigi era l’ordine metodico, la precisione sistematica, senza sbavature, senza frettolosità, senza perdite di tempo, pur donando genero­samente la sua attenzione e la sua disponibilità. Rifletteva con calma, agiva con ponderazione, gradualità e continuità. Una testimonianza di questo metodo è restata nel DIARIO UNITALSI che don Luigi ha redatto. Lu consegnato all’Archivio arcivescovile. Richiesto dalla segreteria fermana Unitalsi per dattiloscriverlo, si attende che sia reso noto.

Ecco una riflessione scritta dall’arciv. Perini per incoraggiare il volontariato: Uno dei conforti più veri alle pene di un cristiano è quello di varcar le soglie di una chiesa e mettersi in conversazione con il Signore. Ma a certi ammalati neppure questo conforto è consentito, se persone caritatevoli non suppliscono alla loro impotenza. Siamo noi queste persone caritatevoli, che i loro corpi inerti e doloranti portano alla presenza di Gesù Sacramentato, ai piedi della Vergine Madre nostra del Cielo, Salute degli Infermi, Consolatrice degli Afflitti, e alle loro anime fanno sentire che i Santi Altari sono la fonte di ogni consolazione. + Norberto Arciv.

Questo invito fu consegnato a don Luigi perché se ne servisse.

La vicinanza ad un infermo in qualsiasi condizione, indisposto, infetto, grave, curabile, cronico, inguaribile, rassegnato, fiducioso, delirante, paziente, smanioso, terminale, convalescente si presenta come esperienza dei limiti materiali umani e sarebbe illusione che l’infermità di per se stessa migliori qualcuno. Don Luigi sapeva accettare queste persone dall’accesa sensibilità, desiderose di potersi superare: le accettava per come erano realmente nelle difficoltà e non paragonabili ad una persona sana. Suggeriva con l’atteggiamento e la parola di vivere una dimensione spirituale più ampia, di valorizzare le incapacità sublimandole con la fede. La vera malattia erano i rancori, le vendette e la sfiducia.

Per don Luigi tutte le persone che soffrono per calunnie o persecuzioni o per malattie, hanno aperta la prospettiva dei beati del Vangelo (Mt 5,12). Il dolore non è spiegabile ragionevolmente, è un mistero ed insieme una possibile realtà di salvezza, se conformato alla passione e morte del divin Redentore. Don Luigi accettava il lamento dei profughi, degli sfollati, delle donne violentate, degli innocenti, delle vittime della spietata guerra, degli oppressi e di tanti altri: per lui erano una prova che esigeva la fiducia in Dio ed a lui offriva la condivisione, la comprensione.

Nel 1938, per la visita pastorale, don Luigi scriveva dei suoi parrocchiani: Gli infermi si comunicano mensilmente ed anche più spesso. La s. Comunione viene portata privatamente. Il parroco visita di solito anche più volte la settimana, quando il bisogno lo richiede, gli infermi e spesso più volte al giorno. Non vi è stato mai alcuno che per incuria sia morto senza sacramenti.

Anche quelli della famiglia Unitalsi, come li chiamava don Luigi, avevano bisogno di rifocillarsi e li riuniva il primo sabato di ogni mese nella chiesa parrocchiale per la consacrazione alla Madonna.

AUTENTICITÀ’ SOCIALE

Nei cenni di storia dell’arcidiocesi di Fermo, don Rolando Di Mattia analizza le vicende fermane all’inizio del XX secolo e considera come la Chiesa andasse accettando il metodo democratico nella vita civile. La città di Fermo era nota come città degli studi, tra l’altro per la notorietà dell’Istituto tecnico industriale con alunni provenienti da varie regioni italiane e dalla Libia. Le scuole erano nelle mani della massoneria e l’anticlericalismo vi era prevalente.

Nuove iniziative di apostolato prendevano vigore ad opera del laicato, con un aggiornamento rispondente alle esigenze sociali del tempo. Si organizzava il movimento cattolico con comitati parrocchiali e con circoli della gioventù che si affiancavano alle pie unioni e associazioni sotto la direzione del centro diocesano che dava unitarietà all’insieme. Tra i nominativi laici si ricordano Rossetti, Censi, Tomassini, Ciccolungo. Non si trattava di militanza politica, dato che la Chiesa non ha un partito, ma di azione sociale cristiana. Don Luigi non era né sociologo, né intransigente, né integralista: era fedele alla Chiesa ed obbediente alla voce del papa e del vescovo. Seguiva l’azione diocesana a carattere formativo e religioso, si impegnava per la formazione di laici onesti e capaci di assumersi responsabilità pubbliche. Vedeva come spesso nei raduni i fascisti cercavano di procurare scontri. Non li approvava, si adeguava al metodo dell’arcivescovo Attuoni che era già consapevole dell’inevitabile superamento del regime dittatoriale in una futura prospettiva di pace e di democrazia. L’esigenza fondamentale del vivere sociale era riferita alla famiglia come nucleo fondamentale da valorizzare e difendere in modo che restasse stabile e non fosse distrutto nella sua unità.

La parrocchia nel rione centrale della città poneva don Luigi in relazione con le persone degli altri rioni. C’era anche tra la gente uno scambio di idee. Si potevano distinguere due principali filoni culturali: uno tradizionalista, intransigente, clericale ed un altro invece liberista, massone, anticlericale. Per don Luigi ogni persona era un’anima destinata al Paradiso; cercava di far conoscenza con i parrocchiani, condivideva le loro preoccupazioni, confortava tutti nel Signore. Vedeva anche le risatine di scherno da parte di alcuni, ma per farli ravvedere usava calma e ponderazione. Parlava con gli indifferenti e gli ostili senza acrimonia, anzi apprezzava gli aspetti positivi della loro personalità e della loro opera e ne favoriva l’onestà, ne condivideva le premure per il bene di tutti, ispirava la fiducia in Dio. Frequentava le famiglie in occasione di malattie e più spesso se c’era pericolo di morte, incoraggiava i familiari a sentirsi vicini alla comunità parrocchiale. Il clima che favoriva con l’esempio e con la parola era di fraternità e di umanità.

A norma dell’art. 34 del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia il clero non doveva né poteva “iscriversi e militare in un qualsiasi partito politico”. A don Luigi interessava l’autenticità della vita cristiana che porta lontano sia dal conformismo da pecorume, sia dall’anticonformismo preconcetto: né viltà, né prepotenza. Sentiva dirsi: Il prete pensi a dire la Messa! Non si limitava ai soli riti, formava le coscienze nella missione di Cristo. Riservato, ma non timido, affermava uno stile di vita cristiana pubblicamente e lo riconoscevano coerente.

Nel dar valore alla Chiesa don Luigi cercava di guidare le persone all’incontro con Cristo da cui provengono pace e sicura gioia. Incontrava cristiani rigidi nel rifiutare la monarchia sabauda usurpatrice, altri erano ironici nel compromesso tra principi cristiani e ideologie non conciliabili con questi. Purezza e verità, sofferenza ed umiltà erano le scelte operative, le dinamiche della convivenza, gli ideali di don Luigi nella ricerca del bene comune. L’umanità non poteva rinnovarsi senza Cristo che tutti unisce come figli del Padre.

L’unità e la solidarietà dei popoli restavano al di là delle capacità dei gruppi; potevano basarsi soltanto sulla speranza di vita nuova che risanasse le ferite degli odi e delle sopraffazioni. Don Luigi faceva rivolgere lo sguardo a Dio per impetrare la necessaria riconciliazione. Il suo stile di accoglienza portava a superare i ricordi tristi e problematici per accostarsi a quelli più collaborativi. Cercava il bene comune nel superare le emarginazioni con la vicinanza, nell’eliminare le ingiustizie con la lealtà, nel liberare dalle persecuzioni con l’ospitalità. La politica non era per lui estranea, anzi esigeva la libertà religiosa e il rispetto di ogni persona. Si estraniava dagli interessi di parte: marxisti, radicali, liberali; tutti avevano bisogno di ricevere il messaggio del Vangelo.

Don Luigi proclamava la libertà con cui Cristo ci ha liberati. Facilitava il dialogo tra le persone, orientava a superare gli egoismi, non considerava la religione come un potere sugli altri. Vedeva possibile la collaborazione tra i vari gruppi, le famiglie, lo stato ed i lavoratori nel migliorare la qualità della vita. La lunga storia della Chiesa insegna che le protezioni statali asserviscono scriveva don Roberto Massimiliani, amico di don Luigi e parroco a san Gregorio nel centro di Fermo. La storia ha sempre svelato quello che è caduco e quello che è duraturo. La conversione dei politicanti esigeva carità, ravvedimento, pacifica­zione e riparazione. La democrazia non poteva esistere fino a quando non si cercasse la verità, operando nella solidarietà.

Cosa poteva proporre don Luigi agli iscritti ad un partito? Sua intenzione era di proporre che ognuno si prendesse cura di favorire la comunione ecclesiale nel riconoscersi fratelli nel Cristo, figli dello stesso Padre celeste, membri della Chiesa diocesana e universale, come famiglia dei popoli. A tal fine chiedeva che i fedeli partecipassero e sostenessero le opere parrocchiali finalizzate a promuovere questa comunione ecclesiale.

Nessuno avrebbe fatto bene a restare nel suo orticello, ma ciascuno avrebbe fruito dell’unitaria formazione cristiana assieme con gli altri. Gli obiettivi comuni erano quelli indicati dal vescovo e dal papa. Ricchi e poveri, nessuno andava abbandonato. Nel 1938 in Europa ed in Italia si smascherava l’illusione politica e si apriva una lunga battaglia per l’avvenire. Luigi Sturzo analizzava la crisi della democrazia nello studio Moralità e politica: E’ necessario giungere a liberare la persona umana dall’assoggettamento al gruppo, allo Stato, alla nazione, a una qualunque collettività compresa e sentita come un’entità che ha in sé il proprio fine. Simili entità sono mezzi, non fini. Il loro fine è la persona umana e ciò che essa comporta di immanente e di trascendente. Così la democrazia stessa deve essere un fine che sorpassa le proprie istituzioni e questo fine è la persona, tutta la persona. La notte antisemita ‘dei cristalli’ infranti dava avvio alla seconda guerra mondiale. Il futuro avrebbe dovuto ridare dignità alle persone. Pio XI si spegneva in questa prospettiva.

Grande gioia per don Luigi alla notizia che il neoeletto Pio XII il 2 marzo 1939 aveva dato la sua benedizione al mondo. Il cataclisma scatenato dalla follia di Hitler sei mesi dopo con l’invasione della Polonia rivelava la malvagità; all’opposto Pio XII era il portatore della civiltà dell’amore. Don Luigi seguiva il papa nel promuovere la riflessione su ogni settore: educazione e scuola, dignità personale e libertà, società e famiglia, cultura e medicina. Sin dall’inizio delle ostilità belliche Pio XII creava un servizio di informazione a beneficio dei prigionieri, dei rifugiati, dei deportati con appositi comitati di aiuto.

La necessità dell’ora per un mutamento delle tragedie in atto, era la preghiera. A Fermo l’Azione Cattolica il 26.6.1939 proponeva un pellegrinag­gio: E’ stato stabilito dal consiglio diocesano che il pellegrinaggio a S. Maria a Mare abbia luogo sabato 1 luglio partendo da Fermo alle 6,15 circa e tornando poco prima di mezzodì. Possono prendere parte a questo pellegrinaggio anche persone non iscritte all’Azione Cattolica. La prego di avvisare le anime di buona volontà della sua parrocchia. Era nota la prassi del fermano beato Antonio Grassi di andare pellegrino al santuario di S. Maria per dar soluzione alle controversie che nel 1648 avevano portato all’uccisione del Governatore; così anche in quei frangenti si tornava pellegrini alla Madre del popolo, la Madre di Gesù principe della pace. Da nessun altro intervento don Luigi poteva sperare la cessazione degli abomini scatenati dai dittatori; soltanto dalla Mediatrice della riconciliazione.

La guerra scongiurata dal papa, in Italia fu imposta da Mussolini nel giugno 1940. Aumentavano i disagi, scarseggiavano i beni di prima necessità. I pensieri delle famiglie che avevano i figli sotto le armi, erano i pensieri di don Luigi. Taceva per non far lamentele scoraggianti, ma pregava e rimaneva in buoni rapporti con tutti, fossero favorevoli o contrari alla guerra. Con i giovani ed adulti che partivano stabiliva un legame che manteneva per corrispondenza. La catastrofe omicida era ancor più disumana per lo sterminio degli ebrei. Anche nei campi di concentramento del Piceno c’erano questi internati. A Servigliano l’arciprete d. Viozzi consegnava loro le Bibbie in lingua ebraica inviategli dal rabbino E. Toaff.

In mezzo alle angosce, la gente sentiva il bisogno di dare un senso a quella tragica prova di disumanità che metteva a rischio la sopravvivenza delle persone e delle famiglie. Don Luigi ascoltava tutti e ispirava la calma anzitutto con il suo atteggiamento sereno, ma pur pensoso e raccomandava il vivere da cristiani con la coscienza retta, onesta, senza cedere a frenesie. Invitava ogni famiglia a recitare il s. Rosario. Tra le amarezze incoraggiava ad avere fiducia nella Madonna Mediatrice e svolgeva un apostolato di riconciliazione per pacificare i cuori. Aiutare, non sgomentarsi, agire per amore di Dio. Riflessivo e comprensivo andava alla radice dei problemi e lavorava in profondità.

Nel 1941 moriva l’arciv. Attuoni, gli succedeva mons. Perini, consacrato vescovo dal card. Schuster, dichiarato poi beato. Le autorità locali riverivano il nuovo arcivescovo. Don Leonardi fu subito apprezzato e destinato come cappellano degli Avieri presso l’ex brefotrofio, collegio degli Artigianelli. Inoltre fu scelto dall’arcivescovo anche come cappellano del campo di concen­tramento poi di raccolta dei profughi a Monturano ed a Fermo.

Don Luigi tra i militari ascoltava, ammoniva, celebrava la s. Messa. Per la Pasqua 1943 dava un santino agli allievi del distaccamento Scuola di sanità della regia aeronautica in Fermo: Sotto la tua materna protezione, o Vergine delle Ali, voglio essere buon cristiano e tener sempre alto l’onore della mia divisa, non profanando le labbra con la bestemmia, la mente e il cuore con pensieri e desideri che mi farebbero arrossire. In mezzo a loro era l’amico ed il ministro di Dio in grado di comprendere i loro pensieri e di sorreggerli nell’onestà e nel servizio sanitario.

Negli anni 1942 e 1943 venivano accolti in diocesi gli sfollati da molte città d’Italia e dalle città della costa adriatica e dalmatica; erano in pessime condizioni. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, cominciarono i mitragliamenti sui paesi costieri. Si verificò un massiccio sfollamento verso l’interno. Porto Civitanova <Marche> subiva un mitragliamento a tappeto il 27 novembre 1943, vi moriva il sacerdote Nazzareno Franceschetti tra le macerie della casa. Ogni parroco capiva le emergenze. Don Luigi si trovava a provveder alloggio e vitto ai profughi. Si distinsero nei soccorsi per sensibilità e impegno le donne giovani e adulte. Pio XII aveva detto: La schiera femminile pare sia penetrata in tutto il terreno della vita del popolo.

Non lamento, ma l’azione è il precetto dell’ora…riunirsi nello spirito di verità, di giustizia e di amore al grido ‘Dio lo vuole’- diceva il radiomessaggio papale del natale 1942. L’Azione Cattolica era coinvolta secondo i nuovi statuti che gli davano un ruolo non politico ma religioso. Nell’archidiocesi fermana c’erano 108 associazioni di A.C. nel 1943, più di una per paese.

Nella festa dell’Immacolata del 1943, anniversario della prima s. Messa per don Luigi e lancia un appello ai parrocchiani: alla lettera per ogni famiglia univa una cartolina di desiderata risposta. Sicuri di fare cosa tanto gradita alla Madonna e ripromettendoci da Lei potente e buona la valida protezione su noi, sulle nostre case, sui nostri cari lontani e in pericolo, ed implorando sopra ogni altra cosa il gran dono della Pace, PROMETTIAMO DI RECITARE OGNI GIORNO IN FAMIGLIA IL SUO SANTO ROSARIO. Ogni capofamiglia era esortato a dare l’impegno, entro la festa del beato Antonio Grassi. Questa decisione era promossa ufficialmente dall’arcivescovo, in unione con i papa, secondo la raccomandazione della Madonna a Fatima, “La Madonna del Rosario ”

Gli anni quaranta del secolo XX sono stati considerati ‘anni difficili’, dalla guerra alla ricostruzione, dalla dittatura alla democrazia, dalle acerbità alla riconciliazione. Scriveva mons. Vagnoni alle parrocchie: Il nostro Arcivescovo è stato sempre presente nell’evolversi di tanti tumultuosi mutamenti di forme e di costumi, mostrando equilibrio, saggezza, giusto rilievo dei fatti salienti dal gorgo della vita sociale del tempo e non si è mai stancato di riallacciare tutto ad un disegno di provvidenza e di speranza. Don Luigi infatti utilizzava le risorse della carità e della speranza con piena fiducia nell’onnipotenza divina che dal male trae il bene e usava garbo, pacatezza, impegno solerte per ogni persona perché “Il Regno di Dio è vicino”.

Dal 1940 era stata scritta una breve biografia della presidente dell’Azione Cattolica femminile di Casette d’Ete, Manetta Gioia. L’aveva redatta don Luigi Zega che era stato, per un periodo, suo direttore spirituale e l’aveva fatto su richiesta del Consiglio superiore della Gioventù femminile Cattolica di Milano che aveva promesso di pubblicare una raccolta di biografie documentate sulle socie morte lasciando buon nome di sé, ad edificazione delle iscritte.

PIAGHE DA SANARE – 1944

Don Luigi dava una spiegazione delle tragedie del momento nel notiziario parrocchiale per la festa dell’Immacolata 1943: “Solo questa donna non ha bisogno di purificazione, perch’Ella è Immacolata! …Abbiamo cercato di mettere la terra contro il cielo, il nostro orgoglio ci ha fatto prendere verso Dio l’atteggiamento preso dai nostri progenitori; abbiamo tentato di sbalzare Dio dal suo trono, abbiamo tentato di annientarlo in nome della scienza, del progresso, della civiltà umana! Che cosa è avvenuto? In un momento, questo paradiso costruito dalle nostre mani, si è cambiato in un deserto e quel progresso che aveva saputo trovare mezzi nuovi, meravigliosi per rendere più comoda e lieta la vita, è servito e serve per distruggere, in poco tempo, tutto ciò che formava il nostro orgoglio, per far piangere milioni di innocenti, per procurare più facilmente la morte a tanta gioventù! Forse mai, in tutta la vita dell’umanità, l’uomo è stato tanto simile al primo uomo, come in quest’ora”. Chiedeva ai fedeli di consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria: “ Il rinnovato appello del s. Padre a ricorrere con fiducia alla Madonna e le paterne esortazioni dei mons. Arcivescovo determinino la nostra volontà ad accogliere l’arma di salvezza additataci dal cielo in quest’ora grave per l’umanità: Preghiera e penitenza” sull’esempio del beato Antonio Grassi fermano. Don Luigi era mirabilmente concreto ed operoso.

Tra i lutti e le rovine senza numero, riservati dalla guerra all’Italia, nel 1944 ci fu l’invasione nazista. Il 18 giugno 1944 finalmente arrivavano le truppe alleate a San Benedetto del Tronto, mentre i soldati di Hitler si ritiravano e andavano distruggendo i ponti dopo il loro passaggio. In attesa della loro resa gli alleati bombardavano i luoghi dove i nemici potevano annidarsi. Don Luigi seguiva fedelmente le indicazioni dell’arcivescovo per attuare tutti gli interventi della Pontificia Commissione di Assistenza. Le autorità fasciste locali o fuggite o nei nascondigli, avevano abbandonato ogni assistenza agli abitanti. In momenti tanto difficili don Luigi svolse una preziosa opera sacerdotale. I parroci restavano ‘sulla breccia’, fedeli all’impegno con cui avevano offerta la loro vita a Cristo per il Suo popolo. Gli idoli e miti erano crollati; il partito fascista si era sfaldato. Si verificavano casi di cinismo contro gli umili inermi cittadini; avvenivano anche vendette per i soprusi subiti. Don Luigi stava a difendere la dignità e la sopravvivenza di ogni persona collaborando con l’arcivescovo. A Fermo c’erano tedeschi, polacchi, sloveni, russi, ebrei e persone di altre nazionalità: per don Luigi tutti erano figli di Dio.

A Fermo si venera la Madonna del Pianto in ricordo del pianto dell’immagine mariana sulla mano di un fratello che aveva colpito con coltello il proprio fratello. Il santuario è diocesano ed ogni anno vi si svolgeva il settenario di preghiere con grande afflusso di fedeli. Già durante la prima guerra mondiale l’arciv. Castelli aveva affidato alla Madonna la salvezza della cittadinanza fermana con felice esito. Il pianto della mamma celeste sulla violenza fratricida era simbolo della divina misericordia nel 1944 tra l’imper­versare degli scontri tra “patrioti e repubblichini” dopo il tracollo del regime. Mons. Perini annunciava con una lettera pastorale ‘L’ora della carità’ per liberare i cuori dall’odio vendicativo ed oppressivo. Si fece pubblico voto di affidamento alla Madonna e la città si trovò salvaguardata dalla distruzione.

Degli anni funesti della guerra sono stati scritti molti ricordi, talora per recriminare e rivendicare antiche ragione contro gli avversari. L’umiltà ed il coraggio guidavano don Luigi tra gli opposti scogli in un cammino di pace. Il Vangelo della vita allontana da ogni crimine, condivide le sofferenze, aiuta a sopravvivere. Don Luigi non si contentava di dare un pane, dava misericordia e perdono.

Dall’autunno 1943 alla primavera 1945 l’antifascismo cristiano fondava un autentico spirito democratico, difendeva la vita di ogni cittadino, evitava l’uso delle armi e soccorreva la gente povera. Gli antichi adoratori della forza delle armi italiane di fronte al vescovo ed al parroco abbassavano la testa e chiedevano aiuto e conforto. Nel luglio 1944 si compiva la liberazione dalla guerra. La Chiesa era la guida nelle opere di bene, nella resistenza non violenta, ma spirituale e coraggiosa contro il male, senza pregiudizi di partito e senza opportunismi, affermava la dignità di ogni persona umana contro gli odi e le vendette.

L’anno seguente, il 30 maggio 1945, il provicario d. Vagnoni scriveva una lettera ai parroci ricordando un anno pieno di ansie e di dure prove: l’arcivescovo, vigilante ed operoso nel momento del pericolo si preoccupava che Fermo fosse dichiara città ‘ospitaliera’; si mostrava dignitoso e libero di fronte a forze che avrebbero voluto stemperare la sua autorità di Pastore e la sua forza morale di difensore della sana libertà; agiva per moderare gli animi, liberare i prigionieri, spingere alla ricostruzione; interveniva in mezzo ai fedeli nelle parrocchie; provvedeva alle necessità dei poveri e degli sfollati sia settentrionali che meridionali; era sensibile ad ogni desiderio e necessità per una migliore vita morale; riaffermava il legame tra la sua paternità spirituale ed i fedeli cristiani per dare vigore alla pace.

Ora i prigionieri attendevano un sostegno, i profughi un alloggio, gli affamati la sopravvivenza. Don Luigi non voleva esser altro che un degno servo di Dio e della Chiesa in quell’ora di redenzione spirituale e sociale. Comprendeva i sentimenti, il peso del passato, ma orientava lo sguardo verso il futuro: dimenticare il male ed andare avanti nel bene. Prendeva gli uomini per quel che erano e le croci di ciascuno dovevano servire per un avvenire illuminato dalla divina Provvidenza. A Fermo il comitato di liberazione era diretto dal siciliano don Morello, preside del liceo classico, che prospettava un nuovo ordinamento politico. Sono utili le lettere pubblicate dall’arciv. Perini e diffuse come volantini alle date 4 aprile, 18 giugno, 20 giugno e 8 luglio 1944 per capire i doveri cristiani di quell’era. A questi era fedele don Luigi, come per voto di obbedienza al successore degli apostoli.

Il 18 giugno 1944 così scriveva l’arcivescovo: Popolo di Fermo. A contatto quotidiano con Voi, in giorni di profonda tristezza, sento essere mio dovere pastorale raccomandare a tutti la calma dei forti. Si compiono destini che sono superiori, oggi, alla potenza mortale ed hanno le linee dei fatti storici che gli uomini possono iniziare, ma che Dio solo poi conduce a termine: è da forti perciò, di fronte a tali eventi, stare coi nervi calmi e in serenità di spirito e in quella sincera concordia d’intenti e di cuore che, ristabilita la normalità, si tramuta in feconda collaborazione di forze e in fervore di opere. Fermani. Non diamo corpo alle ombre, evitiamo di ingrandire i fatti, non propaliamo notizie false; non affliggiamoci per mali futuri che magari non avverranno; aiutiamoci a vicenda con carità moltiplicata. A chiunque transiti o si fermi nella nostra Città, diamo la nobile sensazione della nostra umanità, della nostra gentilezza d’animo e di una piena concordia. Noi crediamo tutti in Dio che regge le sorti dei popoli: la nostra serenità è ben fondata sulla certezza di essere vigilati da una Provvidenza Paterna e dall’occhio di quella Madre Celeste che è il Palladio della Città. E qualsiasi avvenire ci riserbi il Signore, affacciamoci ad esso senza odio, forti della nostra unità colla ricchezza di una fede e di una civiltà e di tradizioni che non muoiono, e avremo sempre qualche cosa di invidiabile da accennare agli altri popoli, qualche cosa di prezioso da lasciare ai nostri figli. Imploro sulla città e sui suoi abitanti la Benedizione di Dio. Fermo, 18 Giugno 1944. + Norberto Perini. Arcivescovo e Principe.

Poco dopo mons. Perini lanciava un accorato appello: Cittadini. Siamo nell’ora nostra più acuta, nell’ora in cui sta risolvendosi la tragedia che ci ha tenuti per mesi e mesi sotto un incubo affannoso; stiamo come per uscire da un ’oscura caverna misteriosa che avrebbe potuto ogni momento esserci tomba. Dipende da noi che tale uscita sia verso un orizzonte sereno, di sole, o verso un orizzonte ancora fosco e minaccioso. Se noi ci affacciassimo all’ora che scocca con animo avvelenato di odio, con propositi di vendetta, con mentalità di distruzione: noi apriremmo una pagina anche più angosciosa e cruenta di quante non se ne chiudano, finalmente! Che anche a questo mondo ciascuno abbia ciò che si merita, raccolga ciò che ha seminato, e che i crimini perpetrati contro la Società abbiano la loro punizione: è in quel vivo senso di giustizia con cui ciascun uomo nasce. Ma l’esecuzione di questo programma di giustizia costituisce il venerando e difficilissimo ministero della legittima Autorità. Se si pensasse di compierlo attraverso moti tumultuosi e passionali, a base di sfoghi di odi personali, si ripeterebbero quegli stessi errori e delitti contro cui s’invoca giustizia. Non dunque distruggere, uccidere, vendicarsi: – già troppo fu distrutto e odiato! — ma costruire, ridar vita a tutte le nostre cose, far risorgere da oggi, da subito, quanto la barbarie ha creduto di distruggere. Affacciarsi all’avvenire con questa mentalità positiva, niente verbosa, tutta costruttiva: ecco l’appello che io, Pastore, lancio al mio Popolo in questa svolta della sua storia, e lancio con fiducia particolare alla Gioventù, cui è riserbata la gloria e la gioia di riportare l’Italia ai suoi alti destini. Su questa via non vi mancherà l’aiuto della Santa Chiesa, non vi mancherà la Benedizione di Dio. Fermo, 20 giugno 1944. + Norberto Perini. Arcivescovo e Principe.

Significativa è la lettera dell’8 luglio 1944 indirizzata ai parroci: M.R. Signor Parroco, a quindici giorni dalla nostra liberazione sento vivo il desiderio di rivolgere una parola al mio Clero e ai miei fedeli. Dirò innanzi tutto l’ansia dolorosa che abbiamo avuto per quella parte di Diocesi che sta sulle rive e al di là del Chienti. Per molti giorni il cannone che tuonava ci si ripercuoteva con vivo strazio nel cuore perché pensavamo che poteva offendere le nostre care Parrocchie di Casette d’Ete, S. Filippo al Chienti, Monte San Giusto, Corridonia, Colbuccaro, S. Claudio, Morrovalle, Montecosaro, Civitanova, Fontespina, Potenza Picena, S. Girio. Abbiamo perciò iniziato il settenario della Madonna del Pianto con due intenzioni: ringraziare la Madonna per la protezione accordataci e di scongiurala perché affrettasse la liberazione del lembo settentrionale dell’Archidiocesi. La Madonna ci ha esauditi. Cosicché la incoronazione che la Domenica 2 Luglio abbiamo potuto fare, ripetendo il gesto filiale di due illustri Arcivescovi di Fermo, il Card. Filippo De Angelis (10 Settembre 1843) e il Card. Amilcare Malagola (8 Giugno 1879) si può dire senza retorica un ossequio prestato alla Madonna del Pianto da tutta l’Archidiocesi moralmente unita sotto il Suo manto protettore. Passato il primo entusiasmo dello storico avvenimento occorre che ci guardiamo intorno a prendere sapiente contatto con la realtà e ad orientarci per l’avvenire. La realtà è questa: – che quantunque noi siamo stati liberati dal tremendo incubo che ci opprimeva, la guerra non è finita. Tante altre Regioni della nostra Italia giacciono ancora nelle condizioni in cui noi ci trovavamo un mese fa e può essere che non tutte se la cavino con danni inferiori al previsto, come il Signore ha concesso a noi. Questo pensiero ha delle conseguenze. Prima di tutto dobbiamo continuare a Pregare e ad informare la nostra vita a quei criteri di condotta cristiana, di austerità e di mortificazione che sono in tono collo stato di guerra. In secondo luogo dobbiamo continuare a sottostare a quelle privazioni che sono portate dalla necessità della guerra, senza ingiuste lamentele e recriminazioni. Tali sono le leggi che si riferiscono al tesseramento, agli ammassi, al servizio militare, ai servizi del lavoro, all’oscuramento, al coprifuoco, ai calmieri, ecc. In terzo luogo dobbiamo sentire il dovere di non creare difficoltà, anzi di portare il contributo della più onesta buona volontà alle Autorità costituite. So, per esempio, che in quasi tutti i Comuni della Diocesi, cominciando da Fermo, occupano i posti di Governo persone di buona volontà, le quali si danno da fare per riportare il più rapidamente possibile il Paese allo stato di normalità: in alcuni luoghi non è cosa facile: bisogna rifabbricare ponti, ripristinare cabine elettriche, aggiustare strade, riassettare silos, accomodare vertenze sorte nei primi giorni, stroncare pessime abitudini di mercato nero, provvedere alle partenze degli sfollati, riprendere le comunicazioni, acquistare e far giungere derrate: è onesto che tale lavoro fecondo e spinoso non solo non sia turbato, ma sia facilitato dalla spontanea, volonterosa collaborazione di tutti coloro a cui sta a cuore il vero bene del loro Paese. In questi tempi è richiesta assolutamente la unità degli animi e delle forze. Questo accenno mi richiama a dirvi una parola sui partiti politici. I partiti politici sono conseguenza inevitabile della libertà. Nulla vieta perciò, in regime di libertà, che si formino partiti e che ciascuno tenda verso l’uno o l’altro di essi. La S. Religione ha una sola regola, ma fondamentale, da dare a questo proposito ed è che ciascuno deve attenersi a quel partito politico, se c ’è, che, secondo la sua coscienza, è il più conducente al benessere della Società. Per i Cristiani quindi è necessario che il partito politico sia tale che non solo non prescinda dai dettami della Fede, ma interpreti e risolva le questioni sociali nella luce dei principi e dei precetti evangelici perché non ci può essere un Cristiano che possa essere convinto il vero bene potersi avere senza la Fede, senza la certezza della vita futura, senza l’osservanza della S. Legge del Signore. Per (questo) siamo addolorati che ci sia chi si propone, come cosa più urgente, di strappare al popolo la fede in Dio e la pratica religiosa. Non ricominciamo colle declamazioni vuote, colle promesse mirabolanti, coi paroloni senza costrutto; lasciamo al popolo tutto quello che ha di bene e aggiungiamogliene dell’altro, se ci è possibile: ecco il vero programma sociale di ogni partito. Comunque a me pare che le condizioni in cui ci troviamo, se ci permettono uno studio per orientarci, non ci permettono, oggi, di iniziare le lotte di partito che sono ammissibili in tempi di normalità: oggi la lotta per la liberazione completa e per la ricostruzione della Patria deve far tacere tutte le altre e ci deve affratellare in uno sforzo comune che non ammette incrinature. Purtroppo si sono affacciati qua e là fenomeni di personalismi, di vendette private e fors’anche ci fu chi bramò di contaminare col sangue fraterno questi primi albori di pace e di libertà. Non ci riuscirono, grazie a Dio, e fu un bene anche per essi poiché chi fa il male agli altri apre un conto terribile che finisce sempre col male proprio. In questo laborioso e decisivo momento storico, che faceste voi, miei Sacerdoti? Ho il piacere di rendervi testimonianza che tutti avete influito per ottenere quella pacificazione degli animi che è feconda di prosperità. Avete avvicinato persone di tutte le nazionalità, di tutti i partiti, di tutte le tendenze, come è preciso vostro dovere, ed avete sventate minacce, spaventi, odi, avvicinati cuori, chiarite posizioni, salvati innocenti. Avete separato le causa di quelli che avevano fatto il male e meritavano che la giustizia li punisse da quelli che solo avevano pensato a un modo diverso, perché se il rubare, l’uccidere, il rovinare le famiglie, il tradire la Patria sono delitti, non è delitto il pensarla onestamente e senza interesse ad un modo piuttosto che all’altro. Così che tutte le Autorità, tanto le nazionali quanto quelle straniere hanno riconosciuto l’alto valore dell’opera vostra. Che se qualcuno, ora o poi, vi accusasse di aver insistito troppo sulla pace, di questa accusa vi glorierete, ricordando che la pace è il dono e la predicazione di Cristo: c’è qualcuno che non sa che il nostro ministero è di pace? E c’è qualcuno che dopo l’esperienza disastrosa di tanti anni di guerra, non riconosce che al bene della Società è essenziale la pace? Su queste direttive continuate l’opera vostra; a questi principi educate le persone che possono collaborare con voi, specie i militi dell’Azione Cattolica, e il Signore vi conceda la grazia di poter essere per tutti i vostri fedeli, nessuno escluso, e tanto meno i più lontani, il porto a cui si rifugino nei momenti più gravi della vita. E voi, miei fedeli, incamminatevi verso l’avvenire che il Buon Dio ci voglia concedere meno luttuoso del passato, col proposito di stringervi più fedelmente a quei principi su cui non si distrugge, ma si edifica per questa e per l’altra vita. La grazia di Dio sia con voi e vi accompagni la mia Benedizione. Fermo, 8 luglio 1944 + Norberto Arcivescovo.

Di fronte a distruzioni, omicidi e altri problemi, il monito dell’arcivescovo fermano agiva per far risorgere subito tutto quello che la barbarie aveva potuto distruggere. La Chiesa faceva trionfare la riconciliazione. Anche Romolo Murri, già scomunicato, riceveva l’abbraccio di Pio XII e concludeva la sua esperienza terrena nel 1944 con i conforti religiosi. Lo stesso Romolo Murri, fondatore, nel 1899 a Miano, della Lega Democratica Cristiana, aveva scritto: L’Italia è una nazione adatta a resistere al pragmatismo americano. Ci fu infatti un radicale mutamento di mentalità con cui gli Italiani cambiarono molte abitudini. Ad esempio si diffondeva la cosiddetta ‘morale della situazione’ per cui i criteri di comportamento potevano dirsi solo occasionali. Don Luigi voleva radicare nella Fede i valori e sosteneva la moralità con la pratica della preghiera. Indicava l’esempio della Madonna come segno di coerenza e come sostegno.

Ogni invito all’azione di Pio XII era un incoraggiamento per don Luigi a fare anche lui le stesse cose. Ricordava il papa inginocchiato sulle macerie del quartiere San Lorenzo di Roma, dopo il bombardamento americano del 1944, collaborava pienamente con la Pontificia Commissione di Assistenza a favore dei bisognosi di qualsiasi condizione. Sentiva il dovere di sottrarre le persone dalla persecuzione politica.

L’arciv. Perini nella visita pastorale del 1945 non registrava semplicemente l’andamento della vita diocesana, ma promuoveva novità nell’evangelizzazione. Uno dei problemi che don Luigi affrontava era la scristianizzazione dei fedeli ed il lassismo amorale. Leggiamo qualche sua nota per poi vedere i decreti vescovili che lui ebbe ad eseguire con obbedienza consapevole e responsabile.

Scriveva don Luigi: Inconvenienti rilevanti non sembra ci siano, ma è tutta un’atmosfera generale di rilasciamento tale che anche i migliori indulgono alla già trita e purtroppo dannosa formula: ebbene che male c’è?. Ed ecco la poca cura nell’educazione dei figli lasciandoli troppo liberi e con compagni non sempre buoni: liberi nei divertimenti – nelle letture – negli amoreggiamenti con una certa disponibilità da spendere più o meno bene perché ‘è bene lasciare ai figli qualche cosa per divertirsi’. I genitori ripetutamente richiamati per la poca frequenza dei figli al catechismo parrocchiale, ben pochi si danno per intesi. Vita facile e comoda – Tenore di vita superiore alla possibilità economica e quindi …-Poca cura del precetto festivo.

L’arciv. Perini in seguito alla sua visita scriveva le decisioni per la parrocchia di san Matteo apostolo. Molte consolazioni abbiamo avuto nella S. Visita Pastorale alla Parrocchia di S. Matteo, perché vi abbiamo trovato non solo tanto bene, ma un desiderio fervoroso di maggior bene, specie nel campo dell’Apostolato e della carità. Abbiamo constatato che l’opera del Parroco non può avere tutta la buona influenza che sarebbe nata ad avere, sia perché la Chiesa Parrocchiale è situata all’estremo limite della Parrocchia, sia perché nel territorio della Parrocchia sorgono altre tre Chiese di cui una sola diretta dal Parroco. In attesa di una migliore sistemazione dei confini parrocchiali cittadini, esortiamo vivamente i fedeli a frequentare la Chiesa Parrocchiale almeno per le funzioni più direttamente parrocchiali, come sono la Messa festiva e il Catechismo per gli adulti e per i fanciulli. Allo scopo di dar vita all’insegnamento religioso parrocchiale si istituisca la Confraternita della Dottrina Cristiana conforme all’ordine del Can 711 C.J.C. e alle istruzioni del Concilio Plenario Piceno. Abbiamo notato la bassa percentuale degli iscritti all’Azione Cattolica: certo è da curare la qualità più che la quantità: tuttavia è il momento di estendere a molti i benefici della formazione religiosa propria dell’Azione Cattolica. Si istituisca il Gruppo degli Uomini Cattolici. La Chiesa è ben costruita e ben tenuta. Occorre riprendere le pratiche per ottenere dall’annesso Tribunale locali di abitazione per il Parroco, cosicché l’attuale casa possa servire in tutto o in parte a sede dell’Azione Cattolica…

Don Luigi accolse le decisioni adoperandosi ad eseguirle.

Ai parrocchiani don Luigi scriveva una lettera, ricordando gli impegni della S. Messa festiva, del catechismo agli adulti e ai fanciulli, del S. Rosario in casa come da impegno preso per onorare quotidianamente la Madonna e Levitar gioco e bestemmia che sfasciano la bella armonia della casa cristiana. Considerava la chiesa della Madonna delle Grazie un ‘piccolo santuario’ , lo aveva fatto riaprire a sue spese avendolo trovato chiuso perché fatiscente. Aveva premura anche per la S. Icone dato il deterioramento dell’intonaco su cui era stata affrescata.

LA CARITÀ’ DIOCESANA, 1940 – 1945

Nel 1939 l’allora sostituto della segreteria di Stato Montini organizzava, per incarico di Pio XII, un ufficio informazioni per soccorrere i prigionieri ed i dispersi e per alleviare le sofferenze derivanti dalle distruzioni della guerra. La Pontificia Commissione di Assistenza realizzò una vasta serie di interventi caritativi e sociali, in continuità e con discrezione, in numero non quantificabile, data la riservatezza, ma diretti ad ogni ceto, senza distinzione di razza, compresi gli ebrei. Come dichiarava Pio XII nel radiomessaggio natalizio del 1942, il nazismo mandava alla morte centinaia di migliaia di uomini senza loro colpa, con pretesti di nazionalità o di razza. Il mondo non lo sapeva ancora. In eco alle denunce del papa, don Luigi si rese conto che occorreva soccorrere i perseguitati. Quando vide la gente aggredita dagli oppressori, non fuggì, rimase al suo posto a difendere quei figli di Dio.

La seconda guerra mondiale fu un periodo di eroismo per il clero che con delicatezza e generosità, invece che nascondersi, provvedeva all’assistenza e con opere di misericordia risolveva i problemi emergenti nei limiti delle possibilità. Uno dei problemi dopo l’8 settembre 1943 era dare una sistemazione ai prigionieri fuggitivi. Sotto la guida dell’arcivescovo i parroci prelevarono il grano loro dovuto dall’assegnazione pubblica, evitando che fosse trafugato dai tedeschi e lo distribuirono a prezzo modicissimo o gratuitamente a chi era nel bisogno.

La Pontificia Commissione di assistenza ai profughi era un organismo caritativo creato dal papa per far fronte ai gravissimi problemi causati dallo sfollamento dei paesi bombardati e dalla fuga dai campi di prigionia. All’ufficio nazionale italiano c’era il marchigiano don Baldelli che si serviva di uffici decentrati nelle singole diocesi. I parroci seguivano la sorte dei loro giovani. La ricerca di notizie sui prigionieri, sugli ospedalizzati o dispersi avveniva tramite gli uffici diocesani, come pure l’invio di aiuti.

Merita che sia pubblicato pur sommariamente, l’ordinamento della Pontificia Commissione Assistenza Profughi perché poco o affatto conosciuto. La Presidenza aveva una segreteria con due uffici, uno amministrativo e l’altro organizzativo. Nell’ufficio amministrativo i comparti erano: schedario e ricerche; rimpatrio e informazioni; consulenza legale; amministrazione; magaz­zini. Nell’ufficio di organizzazione: campi e assistenza religiosa; assistenza sanitaria; assistenza tecnica; raccolta; stampa. Ecco le competenze: = Presiden­za: la commissione secondo le direttive del presidente esamina i problemi generali, impartisce le disposizioni tramite la segreteria ai diversi uffici ed attività; istituisce gli uffici diocesani e ne promuove l’attività; si riserva la trattazione degli affari generali e riservati, i rapporti con la Santa Sede, con gli Em. Cardinali, con le autorità ecclesiastiche civili. = La Segreteria trasmette gli ordini della Presidenza agli uffici; tratta le questioni del personale e della disciplina; smista la corrispondenza e provvede al protocollo e all’archivio generale. = L’Ufficio amministrativo e l’Ufficio Organizzazione: ciascuno controlla le diverse attività dipendenti ed è responsabile verso la Presidenza dell’esecuzione degli ordini impartiti. I comparti avevano precise competenze. 1= Schedario e ricerche: cura la tenuta dello schedario generale dei profughi e provvede al servizio ricerche a mezzo della radio vaticana e degli uffici diocesani. 2= Rimpatrio ed informazioni: attua il rimpatrio dei profughi non ospitati nei campi, centri ed ospedali; provvede alla distribuzione dei biglietti; cura il servizio informazioni al pubblico. 3= Consulenza legale: studia e dà direttive in merito alle questioni legali della P.C.A.P. e dei profughi. 4= Amministrazione: ha la responsabilità amministrativa di tutte le attività della P.C.A. e cura le relative contabilità e l’economato. 5= Magazzino: provvede alla custodia e manutenzione delle merci e derrate e alla prenotazione e distribu­zione dei viveri agli impiegati. 6= Campi e assistenza religiosa: provvede all’assistenza materiale e spirituale dei profughi dei concentramenti, campi ed ospedali e ne attua il rimpatrio; attua il rimpatrio di comunità religiose; tratta problemi relativi all’attività religiosa dei parroci profughi. 7= Assistenza sanitaria: provvede alla raccolta e distribuzione dei medicinali all’istituzione e funzionamento di ambulatori della P.C.A.P. studia il problema sanitario generale dei profughi, specialmente ai fini del rimpatrio. 8= Assistenza tecnica: studia e dà direttive in merito alle questioni tecniche del restauro e ricostruzioni specialmente di chiese, istituti religiosi ecc. 9= Raccolta: provvede alla raccolta delle offerte e controlla l’attività della P.C.A.P.; attraverso la stampa; cura il servizio radio, foto, cinematografico; segnala alla Presidenza i problemi inerenti ai profughi prospettati dalla stampa.

Notevolissima è stata l’opera svolta dalla commissione pontificia a Fermo sotto la direzione di don Luigi. Dal settembre 1943 all’agosto ’44 fu svolta una molteplice, intensa attività: si attivarono le ‘Famiglie della S. Vincenzo’ che l’arcivescovo unì agli uomini ed alle donne della Carità con cui venne avviata un’assistenza assidua e amorosa, morale e materiale, dando tetto, vestiti, cibi. Si aprì l’Ufficio Sfollati nel cortile dell’arcivescovado ove venivano registrate le famiglie e assegnati i letti. Si aprono il collegio maschile ed i dormitori negli edifici scolastici con il permesso delle autorità. Le Damine fanno il turno due e tre per volta addette a registrare le famiglie e le loro necessità e propongono la visita alle famiglie più bisognose. Raccolgono dagli offerenti aiuti in denaro e in generi. I giovani della Conferenza di S. Vincenzo trasportano con cesti le merci al magazzino. Le Dame curano le prenotazioni per la partecipazione al refettorio, stabiliscono le visite agli ammalati in ospedale o nelle case, curano le pratiche per il ricovero delle giovanette presso istituti e anche degli anziani presso l’asilo per i vecchi poveri.

Circa 110 famiglie ricevevano dalle 500 alle 550 minestre presso il refettorio sfollati ed altre presso gli alloggi. Al giovedì si serviva spesso pastasciutta con qualche fetta di carne. In undici mesi spesso il pasto fu completo: salato, pastasciutta, carne con contorno, vino, frutta. Al servizio c’erano le suore Gaetanine, le Damine della Carità che accudivano alla cucina. Don Luigi Leonardi era il presidente per la sezione sfollati; con l’aiuto dei confratelli ha fatto enormi sacrifici affinché nulla mancasse. S’era fatto acquisto di grano per confezionare pasta, di sei maiali per provvedere ai condimenti, di riso e di marmellata. In undici mesi vennero raccolte offerte in denaro per lire 216.460. Vennero assistite 305 famiglie con indumenti, legna, scarpe, imbottite, ortaggi, latte ed altro. All’assistenza medica e culturale si univa l’assistenza religiosa. Dopo il passaggio degli alleati dall’agosto all’ottobre ’44, gli sfollati giovani, specialmente dell’Italia meridionale ed insulare, ripartirono.

Dall’ottobre 1944 al 1945, don Luigi Leonardi presiedeva il Comitato di Assistenza in qualità di rappresentante dell’arcivescovo presso l’ente pubblico comunale e contemporaneamente era direttore della Sezione diocesana della Pontificia Commissione di Assistenza, che svolgeva di fatto la totalità dell’assistenza. Presso l’ex campo di prigionieri di guerra vicino al Tenna, venivano accolti gli sfollati dell’Italia settentrionale. Don Luigi provvedeva anche all’assistenza morale e religiosa coadiuvato dal padre cappuccino Fulgenzio da Lapedona e tre Figlie della Carità. Vi si celebrava la s. Messa e altri sacramenti e si faceva la catechesi in un capannone adibito a cappella. Don Leonardi con cura fraterna vi si recava settimanalmente per i necessari collegamenti con il centro diocesano sfollati e per gli aiuti suggeriti dal cappellano; procurava lavoro a sette professionisti avvocati e professori. In altri campi collocava giovani agli studi, faceva ricoverare malati, si collegava con l’ufficio vaticano d’informazione; sistemava gli universitari in collegi adatti. L’opera di don Leonardi era seguita dall’arcivescovo Perini che si recava più volte in visita agli sfollati. Una visita settimanale, don Leonardi chiedeva anche al personale della San Vincenzo, specialmente durante l’invernata 1944-45 per recare indumenti e giocattoli ai bambini. Fuori del campo degli sfollati l’assistenza più impegnativa erano le 1.700 minestre al giorno in tre parti diverse. Il refettorio degli sfollati per più di un mese fu allestito presso il Seminario diocesano.

Oltre che a Fermo e Monte Urano il soccorso veniva prestato anche nelle singole parrocchie e se ne ha ampia relazione scritta da N.C.; da essa conosciamo atti di generosa solidarietà, appelli alle popolazioni per provvedere il necessario. La rispondenza era favorevole e gratuita. I sacerdoti davano l’esempio. A Belmonte don Ruffino Brandii accolse circa 100 sfollati, dava loro indumenti e generi alimentari; agli sfollati di Bellaria offrì 1000 lire assieme con stoviglie, letto con materasso e sovvenzioni.

A Montefiore don Serafino Prete apriva una scuola media superiore per circa 50 studenti sfollati con docenti pure sfollati e fece così guadagnare loro l’anno scolastico.

Tutti i preti dell’archidiocesi più o meno direttamente si sono trovati a contatto con giovani antifascisti e con perseguitati per ragioni di razza o di politica e procuravano loro il primo asilo per sottrarli ai nazifascisti. A Fermo don Leonardi con l’opera di assistenza, quando si prevedeva il pericolo che alcuni sfollati fossero ‘rastrellati’ dai nemici, dava loro ricovero o all’ospedale, o in casa di qualche amico, persino in manicomio o in carcere fino a che il pericolo non fosse scomparso. Spesso a segnalare i pericoli erano i parroci; tre ebrei passavano dal campo di concentramento di Servigliano alla casa di don Brunelli parroco a Belmonte, anche altri parroci fecero la stessa cosa. Fu attivata l’assistenza in occasione di bombardamenti, operazioni militari, perquisizioni di persone o di beni, spedizioni punitive. Dopo l’abbandono del territorio da parte delle truppe tedesche si impediva che avvenissero fatti di sangue. Molti sacerdoti fecero parte dei Comitati di Liberazione.

Più di tredicimila soldati inglesi e alleati pochi giorni dopo l’8 settembre ’43 erano fuggiti dai campi di concentramento di Servigliano e Monturano. L’organizzazione diocesana si prodigava tramite i parroci per dar rifugio, impedire la cattura da parte dei nazifascisti, fornendo abiti civili, ristoro e protezione; allo scopo il clero esortava i fedeli ad aiutarli e a salvarli. Non poche volte i sacerdoti dovettero subire persecuzioni per averli protetti o per aver benedetto le nozze di alcuni ex prigionieri con giovani italiane. L’ospedale civile di Fermo fu un rifugio per soldati fatti passare come ammalati.

L’incaricato di tenere i contatti con i soldati al fronte o prigionieri era don Ennio Carboni cappellano militare, inviato dall’arcivescovo a Bologna. Tramite don Morello furono salvati molti giovani coscritti fuggiaschi tanto che una decina di preti di Fermo rischiarono di essere deportati dai tedeschi.

Nella lettera 22 dicembre 1944 don Luigi Leonardi scriveva alla Presidenza: Vi comunico che circa quanto ci si incarica di fare per i bambini sfollati in occasione del s. Natale, è grazie a Dio un fatto compiuto poiché l’attività in favore di questi e di tutti gli sfollati è stato un meraviglioso e benedetto crescendo. Mi permetto fare una succinta relazione riservandomi di mandare la completa non appena possibile. Ci si interessò degli sfollati collocandoli presso buone famiglie, sin dal 2 gennaio 1944. Con l’aumentare di questi, sotto l’alta e paterna guida di mons. Arcivescovo, si iniziò da parte della Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli un’assistenza più ampia sostenuta dal generoso contributo di cuori e di borse nobilmente cristiane. Sin dal 5 settembre 1943 sono state somministrate in apposito refettorio oltre 500 minestre giornaliere e quasi sempre, per due volte alla settimana, il pranzo completo: ciò per undici mesi. E’ stata distribuita legna, indumenti in gran numero, piatti, pentole, bicchieri etc. nonché latte ed uova ai bambini ed agli ammalati. Dal 3 settembre u.s. ad oggi pacchi settimanali. Non è stata trascurata, per quanto è stato possibile, l’assistenza spirituale con due tridui di predicazione proprio per gli sfollati. Il primo di questi tenuto dallo stesso mons. Arcivescovo. Bambini preparati spiritualmente e materialmente al completo per la Cresima e Prima Comunione – Accademia dinanzi al Presepio con pacco per i bambini – Cresima e Prima Comunione di adulti – matrimoni sistemati – ricovero in istituti di carità di bambini e di vecchi – visita a domicilio ed all’ospedale degli ammalati da parte delle Damine di carità e delle Fucine. Dal 3 ottobre assistenza sotto altra forma di cui si potrà dare relazione in appresso, in campo di concentramento e smistamento. Ora si sta preparando il dono dì Natale per i bambini da distribuire dinanzi al Presepio (borsa di paglia con castagne, aranci e speriamo…con un cappone ancora). Distinti saluti augurandovi dal Signore un felice Natale ed una feconda opera di bene. Sac. Luigi Leonardi — Sezione Diocesana Assistenza Sfollati. Fermo.

Infine si riprometteva di recarsi ad avere presso la Sede (romana) qualche aiuto. Da questa lettera si comprende che la relazione sopracitata con sigla N.C. è proprio la relazione qui promessa da don Leonardi.

In proporzione della carità esercitata si vedeva la fecondità dell’apostolato. Esiste una lettera scritta da Servigliano il 28 ottobre 1945 all’arcivescovo. Eccellenza. I profughi Sloveni, nel campo di Servigliano, adunati oggi celebrano la festa di Gesù Cristo Re. La salutano devotamente e nello stesso tempo esprimono la ferma volontà di riconoscere sempre e dappertutto Gesù Cristo come supremo ed eterno Re. Recandosi sul Campo l’arcivescovo diceva di tenere viva la fede e di aver sempre la fiducia in Dio. Tra l’altro si legge nel discorso scritto: Qualche volta costa professare tale fede. Non è ignoto a voi, Sloveni del 1945, che il demonio si veste in mille fogge e ha pronte mille calunnie, cominciando dalla calunnia politica, per perseguitare i fedeli del Signore, e in ogni secolo anche in questo nostro, vuol godere la triste gioia di vedere i buoni piangenti, fuggenti dalle loro case, raminghi per altre terre. Allora il monito di Cristo suona così ‘Abbiate fiducia in Dio’.

Il 2 febbraio 1946 l’arcivescovo Perini parlava ai Croati profughi e nel discorso scritto si legge tra l’altro: Sono venuto nel giorno della Purificazione della Madonna per benedire questa piccola campana. La solennità del giorno mi suggerisce di dirvi una parola sulla devozione alla Madonna. So che ne avete molta e basterebbe a dimostrarlo il lungo elenco di Santuari Mariani che ho letto in un vostro libro che tengo caro. Fio letto pure la storia dei più importanti di questi Santuari, e ho rilevato che questa storia è connessa colla difesa della fede che il vostro popolo ha sostenuto, non senza spargimento di sangue, attraverso lunghi secoli. In dette persecuzioni Maria Santissima fu la vostra forza e il vostro conforto. Anche ora avete bisogno di forza e di conforto: la Madonna vi assista. Continuate a venerarla qui in città ‘Madonna del Pianto’ e a Loreto che vi ricorda Tersatto. Richiamava poi la fede a cui voi non verrete mai meno, fede che lega come in unica famiglia popoli di diverse sponde del mare, fede per cui avete tanto sofferto meritandovi il titolo di ANTEMURALE CHRISTIANITATIS.

Nel faldone della Pontificia Commissione Assistenza, sezione diocesana di Fermo, si ha una nota manoscritta del presidente don Leonardi: La corrispondenza sbrigata prima del gennaio 1946 e cioè dal novembre 1944 al 31 dicembre 1946 — è così distribuita. A) corrispondenza di carattere generale: 1 – rimpatrio profughi, pratiche aiuti, etc. 2 – notizie prigionieri, dispersi etc. 3 – relazioni attività alla sede centrale; 4 – indirizzi e fotografie per ricerche. B) circolari dal centro e relative risposte di cui si conserva copia. C) notizie morti ed ammalati. L’A) ha un registro ‘Prigionieri ed Informazioni’ ed una cartella corrispondenza. La B) e il C) hanno una cartella corrispondenza ciascuno. Fermo 1 gennaio 1946 Sac. Luigi Leonardi

Tra la corrispondenza di don Leonardi si trova la pratica di ricerca degli ex prigionieri di Mittenwald. A firma dell’arcivescovo esiste un foglio di via con cui la Pontificia Commissione Assistenza, Sezione diocesana di Fermo, in data 26 ottobre 1945 autorizzava l’autista Pasquarè Vincenzo a recarsi all’ospedale italo-americano di Mittenwald per prelevare l’ammalato Bacalini Coriolano reduce dalla prigionia in Germania. Peraltro questa autorizzazione non poteva valere per l’espatrio oltre il Brennero. Infatti il 28 ottobre il presidente don Leonardi scriveva due lettere, una al cappellano dell’ospedale di Mittenwald, l’altra ai cappellani degli ospedali militari di Parco, Bristol Atlantico, Fortuna di Merano e dalle risposte ricevute telegraficamente si seppe dai cappellani che né a Trento, né a Merano si trovava il Bacalini e nello stesso tempo era impossibile avere il permesso per l’espatrio desiderato.

Oltre agli impegni di Assistenza e Unitalsi diocesane don Luigi teneva an­che l’ufficio dell’Amministrazione Immobiliare Diocesana (ADI) come segreta­rio e cassiere per i beni parrocchiali annessi.

1946 e 1947

Dal primo gennaio 1946 tutto il territorio italiano tornava sotto il governo nazionale in quanto cessava la giurisdizione esercitata dai comandi alleati per i quali l’Italia era un paese nemico conquistato.

A contatto con le persone di ogni ceto, operai, professionisti, datori di lavoro, benestanti, poveri don Luigi si manifestava servizievole, mai fazioso, perché tutti considerava come figli di Dio. Fin da fanciullo nella parrocchia di Santa Maria del Buon Gesù, aveva posto la sua vita sotto lo sguardo della Madonna. A lei confidava ogni amarezza come pure ogni gioia. Raccomandava ai fedeli di fare pellegrinaggi a Loreto con cuore umile ed aperto alla conversione. Offriva per primo l’esempio di raccoglimento interiore ed esortava a cantare alla Vergine che protegge le anime fedeli: Siam peccatori, ma figli tuoi, Immacolata, prega per noi ed anche O bella regina che siedi nel del, l’Italia s’inchina, ti invoca fede!

Amare la patria per amore di Dio era un ideale che don Luigi aveva rafforzato nei lunghi anni di servizio militare di cui conservava con soddisfa­zione l’attestato esposto in un quadro in casa, nella sala. Per lui significava amare la gente, nel dolce peso delle tradizioni cristiane che davano identità al popolo italiano. Si teneva lontano dalle commistioni politiche che dessero l’impressione della faziosità. Don Luigi parlava con tutti, anche con gli anticlericali, teneva aperto il ‘cantiere’ della solidarietà.

Nella città di Fermo don Luigi era conosciuto per lo zelo con cui promuoveva la vita cristiana, nutrita di Vangelo, di preghiera, di sacramenti e di carità. Organizzava a questo scopo il pellegrinaggio a Loreto, anche dopo la Pasqua 1946. Ma sorse una discussione: il 2 maggio lo scrittore e poeta Franco Matacotta scriveva all’arcivescovo Perini che molti comunisti avrebbero voluto partecipare alla cosiddetta “gita” a Loreto e protestava perché i sacerdoti organizzatori li avevano diffidati dal partecipare. Il Matacotta si presentava come nuovo segretario della sezione ‘Bellesi’ del partito comunista italiano a Fermo. Precisava che nel congresso nazionale il suo partito aveva epurato la vecchia guardia, aveva rinnovato lo statuto in cui si bandivano le vecchie mode dell’ateismo, dell’intolleranza religiosa e dell’anticlericalismo. Anzi si dichiara­va credente come la maggioranza dei suoi iscritti comunisti, di fede cattolica e praticante. L’arcivescovo Perini era metodico nella corrispondenza e dava sempre risposta. Al Matacotta scriveva ricordandogli le premesse ideologiche del materialismo ateo su cui si basava il sistema marxista-lelinista, scagionando il clero della supposta ostilità. Don Luigi infatti non era affatto ostile e lo ricordano quando si intratteneva in rispettoso dialogo con il parlamentare comunista. Se si considera che dopo un mese esatto da quel 2 maggio ’46 si sarebbe svolto il referendum, la lettera del Matacotta non è esente da un intento politico.

Dal primo al cinque luglio ‘46 a Fermo si teneva la settimana di aggiornamento del clero, sotto la guida dell’arcivescovo. Ne abbiamo memoria anche da alcune paginette manoscritte di mons. Vagnoni pro-vicario. Veniva considerata la frattura tra il popolo ed il clero per studiare tempi, modi, mezzi e luoghi per un’animazione parrocchiale rispondente alle necessità pastorali. La casa del parroco era considerata in funzione sociale; la liturgia e la predicazione erano azione pedagogica; l’apostolato catechetico si serviva di mezzi moderni. L’Azione cattolica assumeva più precisi impegni per l’azione morale con il cosiddetto Segretariato della cultura, l’ufficio statistica in unione al centro diocesano. Erano i momenti della ricostruzione cristiana di fronte alla scristia­nizzazione dilagante.

La casa parrocchiale – scriveva don Vagnoni – deve divenire la mente e il cuore di tutta l’attività morale sociale religiosa della Parrocchia: la fucina delle opere parrocchiali. Deve essere di tutti e per tutti: non la casa del quieto vivere, ma la domus plebis, come la casa del popolo. Don Luigi così la concepiva; teneva la sua abitazione a disposizione di quelli che desideravano incontrarlo e riunirsi, dava occasioni di raduno coi modi accoglienti ed incoraggianti. Ne danno tra gli altri una precisa testimonianza il prof. Tulli e il dott. Bonifazi

Dal 28 agosto al 1 settembre ’46 si celebrava a Fermo il congresso eucaristico diocesano sul tema Congregavit nos in unum Christi amor, l’amore di Cristo ci ha raccolti e uniti. Vi parteciparono il card. Ruffini e dieci vescovi. Grandi incontri e sincera accoglienza da parte dei parroci, al canto dell’inno, musicato dal maestro Boni, “Fratelli del mite, del forte Piceno…”. L’amore all’Eucaristia avrebbe portato il parroco di s. Matteo a favorire il più frequentemente possibile le ore di adorazione al Santissimo e nel tempo si giunse poi a stabilire l’adorazione diurna perpetua nella chiesa della Pietà.

Le lettere che l’arciv. Perini rivolgeva mensilmente al clero dalle pagine del Foglio Ufficiale ecclesiastico dell’archidiocesi fermana, raccomandavano l’unità del clero, la cooperazione di tutti nel campo del bene, il distacco dai beni materiali, la gerarchia dei valori, la dignità sacerdotale, la proprietà nelle funzioni liturgiche. Mons. Vagnoni ricordava: La sua preoccupazione a che i sacerdoti coltivassero la pietà, specialmente col ritiro mensile, gli esercizi spirituali almeno ogni due anni, la confessione settimanale, l’ora di adorazione.

In una lettera del 28 maggio 1947 don Luigi faceva presente la sua situazione al vescovo. Eccellenza reverendissima, mi permetta esporre ancora quanto è stato esposto più volte a voce, circa le molteplici attività di cui mi si è dato incarico, perché, né queste, né la vita parrocchiale subiscano rallentamenti od arresti troppo nocivi nel tempo che trascorriamo. L’esposizione di alcuni dati di fatto meglio illustrano la vera situazione più volte esposta: A) Il piano colonie estivel947 elaborato sin da gennaio scorso, prevedeva una attività per 8900 bambini. Con intenso contatto personale, più che epistolare, con i maggiori centri della diocesi, con gli uffici provinciali di Ascoli e di Macerata, con gli uffici centrali di Roma, di certo, come oggi si può constatare, avrebbe portato all’attuazione piena o quasi di quanto era stato prestabilito. A riunioni in prefettura indette telegraficamente spesso non si è preso parte o perché impossibilitati o perché non si è riusciti trovare (insieme con mons. Vicario) persona che assumesse l’incarico. Con Macerata non si è mai potuto avere contatto di persona ma solo epistolare, ed a Roma come in Ascoli una volta è dovuto recarsi lo stesso mons. Vicario ed altre volte lo scrivente. Alla vigilia dell’apertura delle colonie si può affermare che solo per 1690 bambini esse sono state organizzate. B) Domenica prossima a Macerata, vi è il congresso della Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli. Né l’assistente del parroco di S. Michele e molto meno quello della S. Matteo possono prendervi parte, per troppo evidenti ragioni. C) Le Dame di carità debbono necessariamente svolgere una pratica in prefettura, ma dal 1943 ad oggi non s’è fatto nulla perché ciò comporta lavoro e occorre uno che se la prenda veramente a cuore per espletarla e presto onde evitare inutile perdita di danaro che va a discapito della carità. D) Con i primi di maggio doveva iniziarsi il lavoro per la organizzazione del nostro treno giallo, esclusivamente nostro, che si effettuerà dal 3 al 6 ottobre p.v. Effettuare un treno ammalati non è lavoro indifferente e di breve durata. Il nostro treno quest’anno si prepara e si svolge mentre in parrocchia vi sono le seguenti attività: – cresima il 14 agosto; – festa del patrono 21 settembre; – prima comunione 5 ottobre. E) Le sostituzioni sia in parrocchia (di 1100 anime) sia nelle altre attività, non possono per troppe evidenti ragioni farsi or da Tizio or da Caio ma possibilmente da persona che condivida responsabilità ed interesse. Ciò esposto, Eccellenza, prego vivamente perché in qualche modo si provveda onde evitare che qualche attività possa con dispiacere e danno andare alla deriva, tanto più che, come a suo tempo feci noto, la salute non è di ferro. Bacio devotamente la mano. Fermo 28 maggio 1947. Ob.mo in Xto Sac. Luigi Leonardi.

LA NUOVA AZIONE CATTOLICA

Don Roberto Massimiliani, amico di don Luigi e parroco a San Gregorio al centro di Fermo, prima di esser vescovo a Civita Castellana teneva attiva l’associazione studentesca ‘San Gabriele’ come circolo dei giovani.

L’impegno si rafforzava con la fondazione del Ricreatorio. Don Biagio Cipriani, padre spirituale della Gioventù Cattolica dal 1909 al 1926 diede ampia diffusione al movimento. Questa fioritura portava a contare nel 1945 un elevato numero di associazioni: 108 sparse per l’archidiocesi. Sappiamo da don Massimiliani: Sono risorti gli Esploratori (aprile 1946) … Abbiamo celebrato Convegni, Tregiorni, Settimane Regionali per Dirigenti, Corsi di Esercizi spirituali, Settimane Diocesane, Pellegrinaggi, Gare di cultura Religiosa, Le Tre-giorni e le Settimane Parrocchiali in moltissime Parrocchie sono divenute una vera tradizione ed hanno rinnovato il volto alla intera gioventù del luogo. I treni dei malati a Loreto hanno visto sempre molta nostra gioventù servire come Barellieri i fratelli nella Casa della Madre di tutti.

La parrocchia di San Matteo aveva in don Luigi un testimone fedele del centro diocesano di A.C. Nel 1947 il gruppo Uomini A.C. era in formazione, le Donne A.C. erano 17; le Giovani 8; c’era anche il gruppo scout interparrocchiale. I due terzi delle famiglie avevano aderito al ‘Fronte della Famiglia’. Nel 1948 tra la gioventù maschile si contavano 8 aspiranti, 8 effettivi; tra la gioventù femminile: piccolissime, beniamine, aspiranti, giovani, effettive, in totale il triplo dell’anno precedente. La sala parrocchiale era costituita da due appositi locali; i ragazzi frequentavano il ‘Ricreatorio’ cittadino, anche il gruppo scout era interparrocchiale con 27 iscritti. Diminuivano le riunioni delle Confraternite e si organizzavano le adunanze A.C., ritiri, gite, feste e momenti di tempo libero. Il progetto diocesano valorizzava la frequenza ai sacramenti ed una soda cultura. Don Luigi, sereno, estroverso nell’accoglienza, gioviale, vigoroso era zelante in questo lavoro: egli scriveva telegraficamente: Formazione completa del giovane, occorre MASSIMA ASSISTENZA.

Don Luigi ed i parroci condividevano con l’arcivescovo Perini, il desiderio di stare vicino ai giovani. Così lo ricordano Tulli e Bonifazi che si recavano a sera nella sua casa per conversare, fare uno spuntino e chiarirsi le idee. Tra i momenti più importanti si deve citare il Convegno interdiocesano con il presidente Carlo Carretto celebratosi in Ascoli il 4 maggio 1947, poi a Fermo il 7 marzo 1948: grande partecipazione ed entusiasmo in piazza dei 5.000 presenti.

GLI ANNI ’50

A partire dall’Anno Santo del 1950, si apre un periodo di risveglio spirituale nella diocesi di Fermo. Sono stati gli anni in cui don Luigi maturava la decisione di professare i consigli evangelici con i voti religiosi e con la vita comune del clero. Erano un po’ diminuiti i suoi impegni diocesani, l’attività parrocchiale era prevalentemente spirituale, lasciava agli uomini ed alle donne ampia facoltà operativa per il bene degli ammalati, dei poveri e degli umili. Anni fertili perché la chiesa del Carmine tornava ad essere parrocchiale e diveniva il centro del culto eucaristico della città di Fermo, centro di spiritualità per la gioventù e per gli adulti con i Figli dell’Amore Misericordioso e con la intraprendente Madre Speranza di Gesù di cui è stata riconosciuta l’esemplarità di vita nella pratica eroica delle virtù. Ma come non ricordare padre Riccardo Lombardi, padre Lisandrini, don Giovanni Rossi della Pro-Civitate?

Don Luigi, fiducioso nel divin aiuto, procurava il miglioramento spirituale dei parrocchiani nella pratica della vita cristiana e con la consueta chiarezza di decisioni si metteva a disposizione delle attività diocesane. Il suo cuore si affaticava, ma per amore di Dio tirava avanti. Secondo lui il sommo bene comune era la pace da raggiungere superando gli egoismi personali e le divisioni faziose. Non si atteggiava a giudice, non si atteggiava a riformatore, soltanto voleva collaborare con i confratelli sacerdoti e con i laici, senza disprezzare nessuno, per far progredire la vita religiosa.

Don Luigi con i giovani ci sapeva ‘fare’, aveva le doti della semplicità, della spontaneità del linguaggio che facilitano l’intuizione comunicativa fra le persone. Seguiva il criterio dell’essenzialità, proponeva con l’esempio e con la parola i valori fondamentali per una robusta spiritualità. Con i malati aveva la dote di rasserenare ed al personale UNITALSI ispirava di superare la prassi infermieristica del distacco, per un approccio individuale. Gli Artigianelli, i poveri orfani non li considerava destinatari della carità, ma figli adottati spiritualmente e li guidava con dolcezza nello spirito cristiano. Usava discernimento perché sapeva che non tutti i ragazzi volevano esser trattati allo stesso modo.

L’Anno Santo del 1950 fu definito anno del grande ritorno e del perdono. Don Luigi pregava e soffriva affinché gli indifferenti ed i negatori di Dio- si ravvedessero. L’anno santo ebbe vasta eco per l’intensità dei messaggi spirituali e per le funzioni religiose, tra cui la canonizzazione della ragazza martire della purezza, s. Maria Goretti, marchigiana di Corinaldo, modello e protettrice della gioventù femminile. Solenne anche la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria ss.ma in cielo il 1 novembre. Il papa invitava a pregare per esser preservati da una nuova guerra di cui si avevano avvisaglie in Corea. Il pellegrinaggio a Roma fu ricco di frutti per l’intensa preparazione e partecipazione spirituale. Tornarono alcuni lontani a partecipare alla s. Messa festiva in parrocchia. Don Luigi era appassionato di liturgia e tenace nella preghiera per vivere nell’intimità divina.

La settimana santa nella parrocchia di don Luigi era avviata all’una di notte del lunedì con la solenne ora di adorazione al Santissimo esposto in Cattedrale. Il giovedì santo, dopo la celebrazione del vescovo ove i preti rinnovavano l’obbedienza, la ‘Cena del Signore’ e la visita ai cosiddetti sepolcri che si usava fare in sette chiese delle quindici aperte nel centro storico di Fermo. Al venerdì santo la processione della ‘Sacra Spina’ nel rione Campolege. Il sabato santo si scioglievano le campane mute dal giovedì all’ora concordata per tutte le chiese di Fermo. Ecco una lettera dell’8 marzo 1951 all’arcivescovo con cui don Luigi anticipa il rinnovamento dell’antica prassi parrocchiale.

Eccellenza reverendissima, mi permetto far appello all’E.V. Rev.ma in merito alle facoltà concesse agli eminentissimi ordinari circa la nuova liturgia della vigilia di Pasqua per ottenere il permesso di seguirla, dati i non pochi vantaggi che i fedeli potrebbero riceverne. Alle ragioni di carattere generale che hanno indotto le competenti autorità a prendere questa decisione, se ne potrebbero aggiungere tante altre peculiari di non leggera importanza che possono giovare alla vita religiosa delle nostre popolazioni. A) partecipazione di un buon numero di fedeli ad una liturgia di primaria importanza (ignorata dalla quasi totalità dei fedeli per ragioni di tempo e di consuetudini locali), benedizione del Fonte battesimale, ricordo vivo con suggestive cerimonie della risurrezione del Salvatore etc. B) la benedizione delle case che oggi viene data, qui in città, affrettatamente e non sempre dal parroco o da un sacerdote che con lui divide la responsabilità della parrocchia, potrebbe esser portata con più comodità e maggior frutto dallo stesso parroco che potrebbe portare a ciascuna famiglia la parola adatta. Etc. C ) la giornata del sabato libera per il sacerdote da stretti impegni liturgici e per fedeli dalle preoccupazioni proprie di quel giorno, può dar comodità ad una conveniente preparazione dei fedeli alla detta liturgia e ad una confessione che li disponga per la S. Comunione della notte o del giorno dì Pasqua. Nella speranza che la richiesta possa essere benevolmente accolta devotamente ossequio al bacio del s. anello. Sac. Luigi Leonardi.

Chiedeva così di celebrare la Veglia Pasquale al sabato notte, invece che al mattino.

Mons. Arcivescovo voleva che si unisse la consapevole partecipazione liturgica alla conoscenza della Parola di Dio. Leggiamo in una lettera di don Luigi agli uomini e giovani della parrocchia: La sera del 31 dicembre 1951 Mons. Arcivescovo, in cattedrale, esortò ad una intensa istruzione religiosa tutti i fedeli; ed ora desidera che l’esortazione, allora caldamente rivolta, si traduca in concreta iniziativa in ogni parrocchia della città durante la quaresima. A ciascun uomo e giovane della nostra parrocchia sia gradito dovere rispondere all’invito che il parroco rivolge per un corso che si terrà dal 10 marzo, nel Collegio del S. Cuore (Opera D. Ricci) alle ore 20,30 di ogni sera. Verranno trattati argomenti sulla ‘Grazia’. Munificenza divina. La caduta. Restaurazione. Perché il battesimo? Vivo il battesimo? Rinascita. Nessuno manchi all’appello. E’ un dovere non trascurare quella formazione religiosa che, specialmente nei momenti più difficili, sostiene per mantenere salda la dignità di uomini e di cristiani. Nei giorni 16. 17. 18 nella chiesa parrocchiale di S. Filippo vi saranno le Quarantore. Il 24 marzo 1952 dava risposta scritta all’arcivescovo circa la catechesi praticata: La istruzione si svolgeva per una buona mezz’ora. Dopo ciò si passava alla discussione facendo centro di essa l’argomento della istruzione stessa. Le ultime tre sere si è illustrato il tema anche con proiezioni che sono riuscite di vero gradimento. Risultato: hanno risposto molto pochi, appena una ventina (su 225 inviti). Non credo possa consolare il pensiero che: A) un terzo degli invitati è completamente negativo e quindi non avrebbe risposto; B) un altro terzo abbia creduto cosa superflua C) intensamente serpeggiasse in quei giorni l’influenza ed il clima si sia fatto sentire più rigido. L’esperimento credo darà di certo risultato se venisse ripetuto con una frequenza tale che desti l’attenzione dei più e che entri nelle consuetudini parrocchiali. I partecipanti hanno chiesto che sia ripetuto il corso. Gli uomini di Azione Cattolica, con temi precedentemente predisposti potrebbero inserire nel loro programma annuale questa attività e farsene intensi propagandisti. Ob.mo Sac. Luigi Leonardi.

Don Luigi era facilmente reperibile in chiesa, in sacrestia, nella casa parrocchiale. Celebrava ed amministrava con devozione e diligenza i Sacramen­ti per esplicare l’azione di Gesù sommo Sacerdote a salvezza delle anime. Manifestava e rafforzava la fede propria ed altrui; dimostrava l’unione ecclesiale, rendeva culto a Dio privatamente e pubblicamente con lo stile dell’obbedienza al papa ed all’arcivescovo. Da lui si recavano i sacerdoti che lo ammiravano per come adempiva i doveri parrocchiali. Nel suo volto si rifletteva il cuore di un vero uomo di Dio, distinto per la discrezione nei modi e per l’apostolato. Era benvoluto per l’umiltà e la sincerità, era cercato come una benedizione divina. Di fronte agli avvenimenti era sereno, riflessivo e lungimirante. Distaccato da ogni possesso avido, era ardentemente unito ai sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Le s. Quarantore, pratica del culto eucaristico, in unità con la s. Messa, hanno espresso la fede, la speranza e l’amore verso la presenza reale del Cristo risorto in corpo, sangue, anima e divinità nell’Ostia consacrata. Per don Luigi erano un triduo da santificare, lo raccomandava vivamente soprattutto in Quaresima, tempo di conversione a Dio. Con lettera stampata nel marzo 1953 avvertiva che la prassi di proporre i turni distinti secondo le vie, era ora innovata lasciando all’iniziativa personale le scelte riguardanti i possibili orari: saranno tante le persone di buona volontà che troveranno un po’ di tempo per trascorrerlo devotamente dinanzi al SS. Sacramento esposto nella chiesa parrocchiale.

Con la festa dell’Assunzione della b. Vergine Patrona della città e dell’archidiocesi di Fermo, nel 1953 don Luigi rilanciava la comunicazione in parrocchia: La parrocchia è una grande famiglia. Quando vi incontrate con il parroco, capo di questa famiglia?…Qualche volta per caso. Per facilitare i parrocchiani auspicava che la chiesa del Carmine, centrale, divenisse la sede ufficiale. Il parroco farà del tutto per non venire meno a quanto possa giovare a questa grande famiglia che conta ben più di 275 gruppi famigliari. Ogni mattina s. Messe: ore 6,30 celebrava il parroco; alle 8,30 il vescovo mons. Michele Fontevecchia. A proposito dei bambini, chiamati con biglietto scritto ai genitori per prepararsi alla prima comunione, diceva: Ricordiamoli al Signore nelle nostre preghiere e riviviamo con essi quelle gioie che anche noi, giovanetti, allora gustammo. Accompagniamoli all’altare nel giorno della festa di Maria SS. Assunta in Cielo. I bambini che nello scorso anno si accostarono alla Prima Comunione, sono invitati a prender parte alla bella funzione. Dopo la Prima Comunione si farà solenne rinnovazione dei voti battesimali. Ricordiamo l’impegno preso e viviamo in modo, vicino a questi bambini, che dal nostro esempio traggano forza a mantenere gli impegni assunti dinanzi al Signore. Vengano con essi i genitori.

La “Pia opera per il Seminario” fondata dall’arcivesc. Attuoni chiedeva ad ogni parrocchia una giornata di preghiere e di offerte. Nel marzo 1953 il parroco don Luigi scriveva ai parrocchiani: Preghiamo per il Seminario. Preghiamo per quelli che il Signore chiama al Sacerdozio! Le giornate di adorazione in S. Filippo ci danno occasione di trovarci uniti ai piedi di Gesù esposto solennemente a pregare per questo scopo. Portiamo anche il nostro contributo con qualche offerta secondo le nostre possibilità… Suggerisco buone iniziative che di certo attireranno benedizioni sull’opera ‘prò Seminario’ e su noi. A) Troviamoci ogni primo giovedì del mese per ascoltare la Santa Messa votiva a Gesù Sommo Sacerdote, nella chiesa parrocchiale. B) Gli infermi della parrocchia offrano in questo giorno le loro sofferenze per i fini dell ‘opera. C) Facciamo un po’ di adorazione a Gesù in Sacramento una volta alla settimana. D) Prendiamo parte ad iniziative per cooperare con la Commissione parrocchiale. La materna assistenza della Madonna da noi devotamente invocata ci assicuri la benedizione del Signore. Il parroco.

‘Beato chi è devoto di Maria’ usava ripetere spesso il nostro Beato Antonio Grassi – scriveva ai parrocchiani don Luigi – Era un grande devoto della Madonna. Ben cinquanta volte è andato pellegrino a Loreto e proprio nella Basilica di Loreto ha sperimentato la particolare predilezione della Vergine celeste… Visitava ogni sabato il Santuario di S. Maria a Mare. I suoi resti sono nella chiesa parrocchiale…quindi dobbiamo esserne gelosi custodi, ma anche ammiratori devoti. Del beato Antonio Grassi si considerava l’opera di riconciliazione sociale a Fermo: la Chiesa risveglia le responsabilità personali e collettive nella comunione per favorire una più avanzata convivenza.

Don Luigi era una persona limpida nei suoi doveri parrocchiali: preghiera, sacramenti, istruzione cristiana, con l’esempio della sua vita protesa alla perfezione. Non compiaceva chi invocasse il rigore delle norme giuridiche canoniche, né osteggiava chi la pensasse diversamente da lui. Era lieto che nel 1953 nascesse l’Opera Diocesana di Assistenza, ODA. in sostituzione della Pontificia per il maggior coinvolgimento locale nell’amore fraterno per i poveri. Anche la carità serviva ad esprimere la coerenza etica della vita con i valori del Vangelo da parte dei laici. Don Luigi sollecitava la creatività e l’impegno di ciascuno. Dal 1952 era segretario regionale dell’Unitalsi delle Marche e nel 1953

veniva impegnato come consulente del Segretario Diocesano per la Moralità. I suoi colloqui affrontavano i problemi dei malati, dei disabili, delle famiglie povere, mentre il suo cuore si affinava nella spiritualità dell’Amore Misericordioso.

Il primo centenario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria fu solennizzato con un anno mariano nel 1954 per decisione di Pio XII che pubblicava l’enciclica Fulgens corona: un anno in cui l’amore dei fedeli verso la Madonna doveva manifestarsi più vivo e fecondo nelle opere. Grande entusiasmo per don Luigi, spiritualmente innamorato della Madre celeste che considerava la più amorevole e potente interceditrice presso il divin Figlio. La voce di San Matteo notiziario parrocchiale, esprimeva una chiara e bella catechesi sull’Immacolata, ricordando l’apparizione di Lourdes: C’è una Mamma che veglia! Anche Fermo ne può dire qualcosa per prova recente con chiaro ricordo della città salvata nel 1944 dai bombardamenti, per voto fattone pubblicamente. Ora si avviava un periodo di santificazione da cui si attendeva espliciti risultati: abolire la bestemmia, recitare il s. Rosario in ogni famiglia e crescere nelle virtù. Don Luigi distribuì il testo della preghiera composta dal papa per quell’anno, il primo anno santo mariano nella storia della Chiesa. In programma: pellegrinaggi a Loreto ed a Lourdes, la consacrazione delle persone e delle famiglie alla Vergine, la santificazione della festa.

In occasione della benedizione pasquale dell’anno mariano, con senso concreto delle iniziative parrocchiali, don Luigi lasciava nelle case la formula di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Inoltre indicava gli impegni per un ‘Mondo Migliore’: evitare la bestemmia, i discorsi non buoni, la stampe, mode e divertimenti non conformi alla dignità del cristiano. Per don Luigi il 1954 era un anno speciale anche come trentennio della sua ordinazione presbiterale, che ricorrva alla data della festa dell’Immacolata. Volle solennizzare la consacrazione ministeriale con un dono totale di sé professando i voti religiosi come primo sacerdote diocesano, Figlio dell’Amore Misericor­dioso. Rendeva se stesso una risposta a Dio, evangelicamente illuminata dal SI’ dell’Annunziata.

FIGLIO DELL’AMORE MISERICORDIOSO

Il radicale mutamento di abitudini nell’Italia della ricostruzione aveva portato una nuova mentalità edonistica che corrodeva lo spirito di solidarietà tra la gente ed accentuava le divisioni. Ne risentivano pesantemente i fanciulli lasciati a se stessi o sulla strada. Don Ernesto Ricci ne teneva oltre duecento riuniti nel Collegio degli Artigianelli del Sacro Cuore per assisterli, nutrirli, istruirli nelle scuole elementari e nell’avviamento al lavoro. Leggiamo nel notiziario parrocchiale di don Luigi, alla data aprile 1957: La sorridente, figura di don Ricci, dopo sette anni dal passaggio all’eternità, è viva tra noi come se ogni giorno lo vedessimo in mezzo alla famiglia dei suoi fanciulli. La notizia che da qualche persona ha ricevuto favori dal Signore per sua intercessione e l’altra che presto le sue spoglie passeranno dal Cimitero nella chiesa del Carmine – testimone del suo infaticabile zelo sacerdotale – hanno recato gioia a quanti lo conobbero e ne apprezzarono le virtù. Il 20 novembre 1957 si svolgeva in modo solenne la traslazione della salma di d. Ernesto Ricci con discorsi dei sindaci di Monte San Martino e di Fermo nella pubblica piazza e con omelia del vescovo Massimiliano Massimiliani. La madre di Mons. Perini, Giuditta, aveva definito don Ricci ‘Il don Bosco di Fermo’. Era morto nel 1950, e la sua opera riprendeva vigore con Madre Speranza di Gesù. Don Luigi fu in quell’occasione un protagonista.

Madre Speranza. Maria Josefa Alhama nata a Santomera in Spagna (1893 – 1983) venerabile con processo diocesano per l’eroicità delle virtù, aveva fondato nel 1930 la Congregazione delle Ancelle dell’Amore Misericordioso. Da suora prese nome ‘madre Speranza di Gesù’. Nel 1951 fondava anche la Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso, a Fermo, per divina ispirazione. L’Opera don Ricci veniva continuata dalle suore di Madre Speranza presenti a Fermo dal 1952 con p. Franco Scendoni e gli altri Figli dell’Amore Misericordioso. Il primo dei sacerdoti diocesani a fare la professione religiosa FAM con voti, come riferiva il cancelliere arcivescovile don Lucio Marinozzi, era appunto il parroco di San Matteo, nel cui ambito territoriale si trovava il collegio, il nostro don Luigi Leonardi. Questa congregazione maschile aveva lo scopo fondamentale della santificazione dei suoi componenti per mezzo dell’esercizio della carità senza limiti verso i bisognosi; come fine specifico promuoveva l’unione e l’aiuto fraterno del clero religioso con il clero diocesano. Nella famiglia religiosa dell’Amore Misericordioso don Luigi vedeva un incremento all’opera di salvezza affidata da Gesù alla Chiesa. Madre Speranza apprezzava moto il clero fermano, realtà viva ed operosa.

Don Vagnoni, Vicario generale fermano, scriveva che l’arcivescovo Perini era pronto a far sua ogni opera di bene: l’arcivescovo si mise in relazione con Madre Speranza, volentieri donò alla Madre un gruppo di sacerdoti per la nuova congregazione. Don Marinozzi spiega: Dovevano far parte della Congregazioneanche dei sacerdoti diocesani, i quali, rimanendo incardinati nella Diocesi, emettessero i voti religiosi cercando di vivere in vita comune, per quanto lo permettesse il loro servizio diocesano. Ebbene questa ardita fondatrice, che aveva fama di carismatica, venendo a Fermo col progetto di impiantare proprio in questa città una delle prime case di Figli dell’Amore Misericordioso, si rivolse per consiglio a mons. Perfetti: le era stato misteriosamente indicato come un esperto in Diritto Canonico, che avrebbe potuto darle dei consigli opportuni. Di fatto egli studiò il caso, scrisse anche a qualche vescovo interessato e indicò le vie possibili affinché il progetto di Madre Speranza si potesse realizzare con l’approvazione della Chiesa. Don Luigi era informato, pregava e rafforzava il suo amore a Gesù Amore Misericordioso.

Di fronte alla benevolenza usata dall’arcivescovo, don Luigi Leonardi aderì, dopo matura riflessione, alla Congregazione di Madre Speranza. Già parroco da oltre venti anni, convinto sin da giovane che l’unica fonte di apostolato efficace è la santità, volle donarsi totalmente a Cristo. Apprezzava la vantaggiosa unione delle energie del clero religioso con quello diocesano nella vita diocesana e parrocchiale. Cra facendo la professione religiosa avrebbe speso più energie per il clero diocesano e religioso, nello stesso tempo aveva la sede parrocchiale presso la chiesa del Carmine, in posizione centrale, con tanti vantaggi per la vita cristiana dei parrocchiani. Decise di rinunciare ad una parte della sua libertà per potenziare la tensione verso la perfezione nella santità, e disse il suo SI’ di totale abbandono a Dio. Il Signore stava benedicendo quei Figli. Preparatosi alla professione dei voti religiosi, li espresse a trent’anni esatti (1924) dal giorno in cui nella stessa chiesa del Carmine era stato consacrato per essere ostia con Cristo, il giorno 8 dicembre 1954, nel primo centenario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. Andò a vivere la vita in comune presso la casa dell’Opera don Ricci con cui aveva condiviso gli ideali e le attività sacerdotali. Si considerava unito come in unica famiglia con i Religiosi e desiderava migliorare le relazioni tra questi ed il clero diocesano.

Non si dimenticava mai don Luigi del suo seminario, vivaio della formazio­ne dei futuri sacerdoti: vi aveva abitato, come nella sua casa, da seminarista, poi da vicerettore e professore, e confessore straordinario. Si stava costruendo da quattro anni il nuovo seminario già previsto nel 1937 da mons. Attuoni. Nel 1955 si preparava il trasloco e si trattava la vendita dell’antica sede. In data 8 dicembre 1955 si inaugurava la nuova sede. Lo stesso giorno, ad un anno esatto dalla prima professione, don Luigi emetteva i voti triennali nelle mani dell’arcivescovo Perini. La casa dei Figli dell’Amore Misericordioso tra i quali c’erano un gruppo di sacerdoti fermani, veniva a stabilirsi nel seminario vecchio con il nome di ‘Casa del clero’. Madre Speranza lo aveva acquistato anche come seminario per gli aspiranti della sua Congregazione. A lato della chiesa del Carmine, ora parrocchiale, don Luigi aveva in questo fabbricato, l’ufficio parrocchiale ed i locali per il catechismo.

Don Luigi si recava in ritiro ed in pellegrinaggio a Collevalenza, dove Madre Speranza aveva la Casa Madre e aveva costruito il Santuario dell’Amore Misericordioso. Nel 1966 otto sacerdoti dell’archidiocesi fermana entrarono nella Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso: U. Bartolucci, E. Bastiani, E. Ignazi, M. Montecchia, S. Romanelli, M. Straffi, M. Tosi, F. Scendoni.

Il 25 dicembre 1955 l’arcivescovo fermano Norberto Perini rivolgeva alla Sacra Congregazione dei Religiosi la domanda per ottenere l’erezione della Pia Associazione dei Figli dell’Amore Misericordioso in Congregazione di diritto diocesano fermano ed univa alla richiesta lo schema delle Costituzioni. Queste Costituzioni analizzate dalla Santa Sede ebbero qualche revisione e dopo la modifica, il 19 luglio 1968 il card. Prefetto Ildebrando Antoniutti, dava il permesso richiesto. L’arcivescovo di Fermo emetteva il suo decreto il 28 luglio 1968: Considerata la grande utilità che ne può venire alla santa Chiesa in questo difficile e prezioso periodo post-conciliare (…) decretiamo: 1) La Pia Associazione dei Figli dell’Amore Misericordioso la cui casa principale è nel territorio della Nostra Archidiocesi, ed esattamente nella Casa che fu per tre secoli Seminario Diocesano, è eretta in Congregazione di diritto diocesano, a norma del can. 492 C.J.C, col titolo CONGREGAZIONE DELL’AMORE MISERICORDIOSO. 2) La nuova Congregazione ha per suo fine specifico ‘l’assistenza e la santificazione dei Sacerdoti Diocesani soprattutto mediante l’unione di questi con i religiosi, e inoltre altre opere di carità senza altri limiti che la impossibilità morale, sotto la obbedienza dell’Autorità Ecclesiastica’. 3) La Congregazione si regge conforme ai libri…

Nell’Archivio FAM a Collevalenza non esistono lettere di don Luigi, ma una memoria su di lui che dice: Uomo di Dio che portò sempre, nei suoi molteplici incarichi, un eccezionale spirito di Fede che traspariva dal suo sorriso semplice e spontaneo e dall’impegno generoso spinto fino al Sacrificio nella preghiera e nell’azione. Don Luigi aveva intuito i nuovi fermenti di rinnovamento nella santificazione del clero attraverso la solidarietà. Ce ne offre una bella testimonianza p. Elio Bastiani, nell’ultimo capitolo.

Sette mesi prima della morte avvenuta nel luglio 1957, don Luigi volle chiarire l’incresciosa situazione venutasi a creare per la casa parrocchiale lasciata libera. Se fosse stata data in affitto si sarebbero ricevute circa 22 mila lire mensili e la curia chiedeva tale affitto a don Luigi. Nella qualità di religioso, il parroco don Luigi non aveva denaro, anzi notava che stavano crescendo di numero e quantità le esigenze parrocchiali. Per l’occasione don Luigi scriveva che la Congregazione FAM sostiene gravi sacrifici per soddisfare l’annuo canone di acquisto dello stabile dove esercita la sua attività in particolar modo a vantaggio del clero diocesano; raccoglie 220 bambini e giovanetti; non è estranea alla vita religiosa ed alle attività diocesane. Si comprendeva come stesse diventando vischioso il sistema amministrativo dei beni parrocchiali.

1955- 1957

Con il rapido mutare delle abitudini quotidiane dei fedeli, il parroco avvertiva la necessità di aggiornare i modi ed i mezzi dell’azione pastorale. L’indifferenza religiosa stava corrodendo le tradizioni cristiane; l’inurbanesimo anonimo appariva massificante. Tante famiglie cambiavano in parrocchia. A situazioni nuove, risposte nuove, secondo i suggerimenti dell’arciv. Perini che comprendeva il mutar dei tempi. In vista della visita pastorale, nel bollettino parrocchiale del dicembre 1956, don Luigi invitava ad ascoltare e seguire il monito del vescovo anche per modificare in qualche parte il nostro cammino. Con senso di concretezza vedeva il mutare del modo di pensare e di agire tradizionale e con intuito di guida spirituale cercava di orientare le energie in modo funzionale: Torni il Vangelo, o Dio, guidi l’umanità. Solo il Vangelo può dare agli uomini pace, giustizia e fraternità.

Don Luigi sapeva guardare a lungo, rinunciava ad un successo immediato per uno più stabile ed ampio. Dominava l’inquietudine, evitava la fretta, non si allarmava. Usava il metodo della calma, della pazienza, dell’equilibrio, della prudenza ed insieme della speranza. Evitava le polemiche, cercava di mediare, lavorava in modo meticoloso, evitando ogni disordine. Riservato, ma non timido, esprimeva la sua fede al di sopra di ogni ‘rispetto’ umano. Con sicure parole comprensibili parlava con tono pacato e bonario per risolvere le perplessità ed indicare le soluzioni. Accettava il sacrificio di attendere, con perspicacia e cercava di dar serenità e fiducia ai deboli, agli umili, agli scoraggiati per rendere migliore il futuro, superando le rivendicazioni settorialistiche di varie categorie.

Nel corso di aggiornamento per il clero tenuto nel 1955, don Luigi aveva ascoltato l’arciv. Perini. Lo spirito di apostolato sgorga da una sovrabbondanza di vita interiore. Solo la santità è capace di illuminare, premunire e salvare le anime in Cristo. Dopo che aveva professati i consigli evangelici con i voti religiosi era ancor più convinto che tutto doveva esser fatto per amare Dio e il prossimo. L’amore come vincolo di perfezione. Cercava, come sempre, l’essenziale che garantisse perennità. Voleva esser umile, distaccato dai beni e dal potere, tutto proteso a ricevere e dare la misericordia divina nella sottomissione al papa, al vescovo, ai confratelli, al servizio dei fedeli insieme con Gesù obbediente, povero e casto.

Don Luigi viveva insieme con i Religiosi FAM apprezzando la vita comunitaria come il mezzo attraverso il quale Dio comunica le sue grazie e santifica nella penitenza della rinuncia al proprio orgoglio. Don Lucio Marinozzi insieme con lui, e come lui legato ai voti religiosi di sacerdote diocesano, gli esprimeva l’aiuto fraterno con l’esempio, la sobrietà, la saggezza e la pace. Insieme con i religiosi prendeva i pasti, svolgeva l’ora di ricreazione, pregava, faceva apostolato. Dava però il primato alla vita spirituale, alla conformità con Cristo. La convivenza era uno sprone nella fraternità del divin sacerdozio per poter collaborare con gli altri sacerdoti.

Il vicario Vagnoni suggeriva ai sacerdoti: Siamo convinti, ripieni di zelo e di amore per quello che riguarda Dio, siamo interiormente uomini di Dio. E tutto il rimanente verrà Così don Luigi meditava di essere uomo dedito a Dio per manifestare il volto di Dio che è Amore. Il Crocifisso che gli avevano consegnato da portare era il segno del dono del bene soprannaturale alle anime. Don Vagnoni diceva: Dobbiamo considerare ‘l’altare’ il principio vivificatore della pastorale liturgica. Il Foglio ufficiale dell’archidiocesi nel marzo ’58 annunciando la morte di don Luigi, si esprimeva così: la morte lo coglieva nella consueta attività sacerdotale piena di zelo e spirito soprannaturale. E il settimanale ‘La voce delle Marche’ scriveva: E santa veramente era stata la sua vita e la sua attività.

Il buon seme della Parola divina veniva sparso a Fermo dal 12 al 22 gennaio ’56, in occasione del settenario della Madonna del Pianto, per mezzo di una Missione cittadina durante la quale erano predicatori i sacerdoti, i religiosi ed i laici della ‘Pro Civitate Christiana’ di Assisi con don Giovanni Rossi. Don Luigi pubblicava il notiziario parrocchiale con questo messaggio: E’ il Signore che passa ricordando a tutti quelle verità che rendono preziosa la nostra vita, dirigendola come Lui, che ce l’ha data, vuole sia orientata. Si doveva pregare affinché i giorni della Missione fossero per le volontà indebolite dal peccato e dalle cattive abitudini, giorni di nobili desideri, di sante decisioni, di intensa attività per la fuga dal male e per il compimento del bene. Don Luigi aveva fiducia che i cuori venissero pervasi dai flussi del divin sangue, alleviati, rinnovati, fecondati e le famiglie si ridestassero ad una vita di fede e di pietà, di onestà e di purezza, di giustizia, di amore e di pace. Infatti, nonostante qualche insofferenza laicista, si ebbero conversioni.

Dopo la Missione don Luigi visitava le famiglie che lo richiedevano per tessere una fraterna conversazione cristiana e fare la consacrazione alla Madon­na. Proponeva ai parrocchiani la pratica della Via Crucis e dei primi venerdì di ogni mese in onore al Cuore Divino con i sacramenti della Confessione e Comunione. Un momento parrocchiale, utile per implorare le vocazioni sacer­dotali e religiose, era l’ora mensile di adorazione nel giovedì precedente. Facilitava anche l’iscrizione alla ‘Lampade viventi’ per stare di fronte al Santissimo. Ravvivava anche il culto mariano con la pratica dei ‘quindici sabati’ in onore della Madonna di Pompei. Ogni sera in chiesa, il Rosario. Nelle case quando una famigliare “passava all’eternità” si pregava parimenti il Rosario per il defunto. Moltissime durante l’anno le occasioni adatte per associare all’amore verso Gesù Cristo, il culto verso la Mediatrice celeste: l’Immacolata, il Natale, l’Epifania, la Purificazione, l’Annunciazione, l’Addolo­rata al venerdì santo, il mese di maggio, il Cuore immacolato di Maria (giugno) assieme con il sacro Cuore di Gesù, la Madonna del Carmelo, o Carmine titolare della chiesa parrocchiale a Fermo, S. Maria Assunta di Ferragosto, il Nome di Maria, il mese del Rosario ad ottobre e tutti i santi (1 nov,) Don Luigi era lieto di onorare ed imitare la Madre.

CHIESE E CULTI IN PARROCCHIA

L’antica città di Fermo, come tutte le cittadine italiane, nel grande fervore edilizio del medioevo, aveva creato gli edifici più ragguardevoli nelle chiese urbane. La pietà cristiana, la diffusione degli Ordini religiosi fecero costruire monasteri, chiese e conventi tra le case abitate da artigiani, commercianti e professionisti. Nell’ambito parrocchiale di S. Matteo esistevano a tempo di don Luigi varie chiese: 1) La chiesa del Santo Spirito; 2) la chiesa della Madonna del Carmelo o Carmine; 3) la chiesa della Confraternita della Pietà; 4) la chiesa della Madonna delle Grazie, inoltre la chiesa di Tutti i Santi od Ognissanti, ed altri oratori in palazzi privati (Vinci, Bernetti, Bulgarini).

La Chiesa del Santo Spirito detta poi di san Filippo Neri, dal 1799 era passata al demanio ed all’amministrazione comunale assieme al convento dei Filippini reso sede del tribunale. La chiesa di san Matteo, nel sec. XV, aveva a lato un monastero ed era adiacente alla chiesa dello Spirito Santo, che venne ampliata, si disse San Matteo in Santo Spirito all’inizio del XVI secolo. A tempo del papa Sisto V (1585-1590), che era stato vescovo di Fermo, il sacerdote Filippo Neri, famoso a Roma per radunare i ragazzi dalla strada al suo oratorio, accolse la richiesta dell’arcivescovo fermano di stabilire una sua sede a Fermo, sollecitato dal collaboratore d. Flaminio Ricci, fermano. I Filippini si stabilirono a san Matteo ampliando l’edificio nel 1607 e costruendovi accanto il loro convento ove visse e morì nel 1671 il filippino fermano Antonio Grassi, poi beatificato nel 1899 (anno di nascita di don Luigi che ne volle esser degno emulo). Vi sono splendidi dipinti come la Natività del Rubens, la Pentecoste del Lanfranco ed altri la rendono nota anche ai frequentatori non fermani. La titolarità della Parrocchia dal 1593 riuniva tre parrocchie precedenti: San Matteo, Spirito Santo, San Bartolomeo, chiesa quest’ultima ceduta nel 1596 alla Confraternita dei Negri o della Pietà che assisteva i moribondi ed i condannati a morte. Quando San Filippo Neri fu canonizzato e si cominciava a venerare don Antonio Grassi, il popolo preferì dire ‘chiesa di san Filippo’, mentre la titolarità della parrocchia restava ‘San Matteo’, nella stessa chiesa. Dopo la nazionaliz­zazione e soppressione del convento filippino, il Comune rispettò il diritto all’officiatura di culto e vi fu parroco d. Federico Fagotti che redasse l’elenco sistematico dei parroci predecessori. La capienza della chiesa era per circa 600 persone in piedi. Don Luigi era lieto di apprezzare con i fermani il culto del beato Antonio Grassi. Nei giorni festivi la frequenza alla Messa era di 150-180 fedeli; nei giorni feriali dai 20 ai 30 che si accostavano quasi tutti la santa Comunione quotidiana.

La chiesa più ampia della parrocchia San Matteo era quella della Madonna del Carmine, adatta a 2000 persone, adiacente al convento dei Carmelitani, ammodernato per il Seminario arcivescovile. Dall’occupazione francese del 1799 fino al 1912 questa chiesa carmelitana era stata sede della parrocchia San Matteo, poi era passata al Seminario interdiocesano marchigiane. A lato della chiesa carmelitana sin dal 1896 era stato stabilito il centro per gli Artigianelli. In precedenza tale edificio era il Brefotrofio maschile per bambini abbandonati. Qui la pietà accoglie gli abbandonati dai genitori. Al tempo di don Luigi il numero degli ospiti era stato accresciuto per effetto della prima guerra mondiale e vi erano scuole elementari assieme a corsi per apprendere un mestiere artigianale come falegname, fabbro, calzolaio, sarto. Dopo la seconda guerra mondiale don Ernesto Ricci (1887 – 1950) si dedicò a questi Artigianelli del Sacro Cuore assieme al parroco stesso don Leonardi. Data la presenza di numerosi sacerdoti docenti in Seminario nella chiesa si celebravano molte sante Messe nei vari altari laterali.

La chiesina od oratorio della Pietà era sufficiente per circa 150 persone in piedi ed era frequentata da una cinquantina di fedeli alla Messa festiva. La Confraternita vi permaneva dal 1564 ed aveva arricchito il decoro dell’edificio con pitture del Benigni, del Cordella e del Lucchi. Qui fu introdotto il culto del Sacro Cuore in città dal 1765 e tra i predicatori che vi tenevano un discorso mensile si ricordava il padre Giovanni Curi di Servigliano. Col tempo divenne la chiesa dell’adorazione quotidiana perpetua a Fermo.

La chiesetta della Madonna della Grazie, vicino alla porta di Sant’Antonio, poteva accogliere circa cento fedeli e fu riparata da don Luigi quando già la precarie condizioni statiche ne facevano temere il crollo del tetto, era frequen­tata mediamente da una sessantina di persone alla Messa festiva. Vi era un bell’affresco compromesso dall’umidità.

Nel 1938 il parroco don Luigi scriveva: Attualmente è adibita a Chiesa parrocchiale quella di S. Filippo poiché la Parrocchia è priva della sua Chiesa dal 1799. L’altare maggiore era dedicato alla terza persona della Santissima Trinità, il Santo Spirito, gli altri: a Nostro Signore Sacro Cuore, alla Natività, a s. Lucia, a s. Margherita, a s. Sebastiano, a s. Filippo Neri, al Crocifisso, all’Assunta. Don Luigi per rendere più funzionale la frequenza dello spazio interno volle trasferire l’urna del beato Antonio Grassi da una cappellina laterale all’altare maggiore con unanime consenso del clero e dei laici devoti del beato fermano: spesso vi si svolgevano, su richiesta, prime Comunioni, celebrazioni di Matrimoni, esposizione delle reliquie del Beato.

Le infiltrazioni d’acqua provenienti anche dal tetto dell’edificio adiacente adibito a tribunale, avevano provocato seri danni arrecati al sacro edificio, con deperimento delle opere d’arte per effetto dell’umidità. Se ne preoccupava don Luigi; chiedeva ripetutamente per iscritto al Comune di effettuare sopralluoghi ed interventi. Nel 1940 propose che il Comune dichiarasse i lavori urgentemente necessari con relativa spesa e lui come parroco avrebbe provveduto all’immediata esecuzione per mezzo di persone qualificate. Si dovette sobbarcare ad una spesa che superava di un terzo quella prevista, pur di salvaguardare l’artistico edificio. Al presente necessita di salvaguardia.

Don Luigi ottenne che la chiesa del Carmine tornasse ad essere sede parrocchiale agli inizi degli anni cinquanta. Subito concepiva il progetto di rinnovare il pavimento e di stabilirvi un bell’organo per accompagnare, con la melodia sonora, i canti liturgici.

Dal 1952 si stabiliva nell’adiacente sede degli Artigianelli la venerabile Madre Speranza con le religiose e poi con i religiosi dell’Amore Misericordioso che assistevano con lei i ragazzi. Fu per don Luigi una gioia vedere con quanta cura le suore provvedevano al nitore dei pavimenti e di ogni parte; ancor più ceto di starvi come parroco in quanto era la chiesa in cui era stato consacrato presbitero. Aveva difeso presso l’Arcivescovo la necessità di trasferirsi da san Matteo al Carmine, adducendo una precisa mappa topografica da cui risulta la centralità dell’edificio rispetto all’incasato dell’ambito parrocchiale. Sin dal 1940 aveva anche chiesto alla Confraternita della Pietà l’uso del suo oratorio sito di fronte alla chiesa del Carmine. I molteplici ostacoli allo svolgimento della vita parrocchiale e le stringenti necessità di intensificarla maggiormente per ciò che riguarda: il contatto con le famiglie, l’istruzione religiosa agli adulti e il catechismo ai piccoli sono le motivazioni accolte dopo oltre un decennio da quando le aveva espresse come parroco desideroso di incontrare e farsi incontrare più facilmente dai tre quarti dei suoi parrocchiani.

La vita storica della Chiesa è da sempre intessuta di espressioni di culto al divin Redentore e alla mediazione della Beata Vergine, ad opera dei fedeli associati in comunità, in pie unioni e confraternite. Don Luigi si sentiva prete per celebrare a nome di tutti i fedeli l’azione di culto a Dio ed alla Vergine. Scriveva nel 1938: Ogni sera nella chiesa parrocchiale si recita in comune il santo Rosario e viene impartita la santa benedizione con la Pisside. Nella restaurata chiesa delle Grazie teneva il Mese di Maggio, quello di Novembre ed il triduo alla Madonna unica mediatrice delle Grazie. Con i suoi fedeli e gli altri fermani partecipava anche alle celebrazioni presso il santuario cittadino della Madonna del Pianto. Sin dal 14 Dicembre 1943 chiedeva ad ogni famiglia e persona con lettera scritta: Promettiamo di recitare ogni giorno in famiglia il suo S. Rosario.

Don Luigi pubblicava nel 1953 questa poesia anonima per la festa dell’Assunta.

LA MAMMA

E ‘ veramente di ogni cosa al mondo

la più preziosa una Madre. E’ lei sola

che nel tuo cuore legge sino in fondo.

E lei che t’ama e nel dolore consola.

Lei nella vita guida e sorregge.

E se con te pur altri sarà buono,

è lei sola che sempre ti protegge,

è lei sola pronta sempre al perdono.

Madre! Un sol gran torto tu fai a noi

Quando chiudi per sempre gli occhi tuoi!

La Madre del Cielo neppur questo torto ci fa.

L’apostolo ed evangelista san Matteo, (chiamato Levi prima dell’invito di Gesù a seguirlo) era il santo a cui era assegnata la titolarità di patrono della parrocchia di don Luigi. Una titolarità tutta particolare per dar rilievo al Vangelo ed alla successione degli apostoli nei vescovi. Don Luigi scriveva questo auspicio: Il santo di cui la parrocchia porta il nome ci benedica e renda fecondo ogni lavoro diretto ad allontanare da noi. e pesa di Dio. I festeggiamenti erano l’occasione propizia per ricevere dal Cristo fede, speranza ed amore tali da dare senso alla vita quotidiana nel bene, lontano da ogni difetto.

Per la devozione a san Filippo Neri don Luigi scriveva: S’on facciamoci prendere dalla stanchezza e portiamo altri alla comunione frequente ricordando che san Filippo anche nella più tarda età, ripeteva spesso a se stesso: ‘Signore, tieni la mano sulla testa a Pippo, perché altrimenti, la fa grossa Pensiamoci un po’ bene quanto siamo lontani dalla virtù di san Filippo e quanto è necessario, per la nostra vita cristiana, accostarci di frequente ai sacramenti.

IN CIELO

Il giorno 11 febbraio 1958 ricorreva il primo centenario delle apparizioni di Lourdes. Era il giovedì di carnevale, ma per don Luigi un giorno mariano. Raccontava ai fedeli come Bernadette, ragazza quattordicenne, nell’andar a trovar legna per il fuoco, data la giornata rigida, vide nel cavo della roccia di Massabielle, la Donna di sovrumana bellezza, sorridente con il Rosario pendente dal braccio. Le parole dell’Immacolata: Non ti prometto di renderti felice in questa vita, ma nell’altra, lo rasserenavano da ogni preoccupazione o timore. Il messaggio: Pregate per i peccatori…. Penitenza! Penitenza! Penitenza! La città di Fermo era affidata alla Madonna. Si disse che don Luigi aveva generosamente offerto la sua vita perché si arrivasse a proclamare il dogma della Mediazione universale di Maria.

Nel bollettino ‘La voce di San Matteo’ don Luigi non usava la parola ‘morte’, ma ‘passaggio all’eternità’ e intitolava l’annuncio con PATRIA MIA. Aveva scritto una volta alle madri, affinché si premurassero della formazione cristiana dei figli: C’è un traguardo cui non si sfugge e non mancavano decessi improvvisi in parrocchia. Nell’agosto 1957, sua ultima estate, condivideva la gioia del ritorno dei fermani emigrati nel rivivere la gioia di una grande famiglia e riguardo all’ASSUNTA scriveva ci ricorda … siam fatti per l’eternità . Era il pensiero rivolto all’incontro eterno con Cristo nella vita nuova per vedere il suo volto e goderne assieme alla Mediatrice.

Dopo tanto trepidare e lavorare per chiunque chiedesse aiuto, dopo l’offerta totale di sé, ripetuta ogni giorno, ci fu il momento in cui il suo cuore si manifestò stanco di pulsare. Aveva avuto notizia che Pio XII aveva avuto una seria crisi di salute e se ne era angustiato; scomparvero lo stesso anno (il papa ad ottobre). Don Luigi intuiva che la sua vita terrena poteva esser mutata. Tornavano i ricordi dei giorni vissuti tra i famigliari, nella parrocchia di S. Maria del Buon Gesù a Carassai, le ore di preghiera e di studio in seminario, la caserma ed i militari nella grande guerra, l’arcivescovo che lo consacrava presbitero nella chiesa del Carmine, la scuola, i confratelli, i treni dei malati verso Loreto e Lourdes, i suoi giovani che tutte le sere venivano a passare con lui qualche ora. Decise di andare a Lourdes per Tanno centenario e per il venticinquennio di parroco. Ma c’era un presentimento nel suo cuore.

Il canto dell’AVE echeggiava dalla festa mariana con la strofa Vorrei salire in Cielo, godere il tuo bel viso, restare in Paradiso, Maria sempre con te! Don Luigi aveva avuto un misterioso preavviso del suo passaggio da questo mondo all’eternità, secondo quanto raccontava don Marinozzi, confratello nella Casa del clero. Il 23 febbraio si era premurato di scrivere il testamento e di andare a salutare alcuni collaboratori come si trattasse di un congedo. Nel testamento dava il resoconto finanziario della parrocchia, con la consueta concretezza: aveva ampliato la casa Ferracuti con spese da pagare £ 850.000; aveva da ritirare il sussidio di £ 438.000; il libretto SOS Cassa di risparmio con £ 190.000. Viveva povero, senza tener denaro. Rivolgeva 3 penserò grate alla grande carità dei figli dell’Amore Misericordioso, dai quali ne ho tanta ricevuta. Dopo aver scritto il primo testo, lo stesso giorno 23 faceva raggiunta: Dispongo – per dopo la mi morte – dei beni di cui posso disporre – come sacerdote parroco – dei Figli dell’Amore Misericordioso e distribuiva gli oggetti lasciandoli alla Chiesa del Carmine, alla Casa del Clero, alla Parrocchia, alla Curia Diocesana, all’UNITALSI, alle sorelle. Concludeva: A tutti  e per tutto – grazie, anche per le croci.

Viveva gli ultimi tre giorni nella serenità con spirito comunitario, tra gli impegni ministeriali, compresi gli incontri con i giovani che venivano dopo cena per la serata formativa ed allegra con il parroco. Rientrò in camera di sera, dopo rincontro, verso le undici. Dopo un’ora circa, per collasso cardiaco, entrava nel riposo eterno. Gli ultimi momenti di preghiera sono raccontati da don Marinozzi che l’assisteva: Fu sotto il dolce sguardo di Maria Mediatrice che rese la sua anima a Dio. Il Signore era venuto a premiare la fedeltà, la laboriosità del suo apostolo. Nella cameretta dominava l’immagine, di fronte al letto, della Vergine Mediatrice con nel cuore l’Ostia dell’Amore Misericordio­so. Riportiamo nell’ultimo capitolo la notizia data dal Foglio Ufficiale ecclesiastico di Fermo e dal settimanale ‘La voce delle Marche’. Il corteo di persone che a centinaia visitavano per due giorni la salma composta dai confratelli, era uno spettacolo edificante. L’arcivescovo ha esaltato il suo mini­stero. E’ stato narrato da un religioso che Madre Speranza disse di don Luigi Leonardi che poco dopo morto era entrato in Paradiso.

La sua tomba è nel Cimitero di Fermo nella cappella dei Sacerdoti.

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Ecco il testo del ricordino distribuito ai fedeli che lo apprezzarono molto: DON LUIGI LEONARDI Figlio dell’Amore Misericordioso, PARROCO DI S. MATTEO – Carassai 17-3-1899 / Fermo 26-2-1958

Seguì lietamente il Signore nel Sacerdozio santo, ornato ogni giorno di grazie. Durante il terreno cammino fu vero ministro dei doni di Dio, nella Parrocchia nel Seminario e negli istituti di Fermo. Le grandi virtù del suo animo apparvero agli occhi di tutti, in fulgidi esempi di generosa carità per i poveri, di Fede operante nel sacrificio e nella preghiera. Accolse l’invito evangelico facendosi per voto povero. Conobbe le gioie supreme, accanto ai malati che a schiere innumeri condusse devoti a Loreto, ai piedi della Celeste Madre, con amore filiale. +

LAUS DEO

      Don Luigi, innamorato di Dio, è un prete vissuto con Dio e per Iddio, senza attaccamento al tornaconto proprio. Parlava di Dio con totale fiducia, senza esitazioni di difficoltà o amarezza. Confidava con gioia nel Padre celeste che sempre dona in misura sovrabbondante a chi è umile e fedele nel poco. La divina misericordia era per lui la vera banca senza ombra di svalutazioni e spendeva le sue forze per la gloria della divina tenerezza. Valorizzava anche le croci oltre alle gioie, santificando tutto nella preghiera di offerta. Come offriva al Padre il sacrificio eucaristico, metteva se stesso nella stessa offerta. Sapeva di non essere nato santo, ma che lo poteva diventare ogni giorno nella fedeltà ai propri doveri a lode della volontà del Creatore. Non confrontava la sua conversione con il buon senso individuale, ma con la ricerca del volto del Padre.

Don Luigi viveva nascosto in Cristo sempre presente nel suo agire. Il segreto dell’attività di apostolato era l’amore a Gesù Eucaristia, al Cuore Divino. Dava importanza all’adorazione eucaristica che avviava nella parrocchia e dopo di lui è proseguita sino al presente: ne dava l’esempio stando inginocchiato davanti all’altare. Aveva cura del decoro della mensa, degli arredi, delle vesti liturgiche, delle immagini sacre. Amava le celebrazioni fatte bene e alimentate da opportuna predicazione per la piena consapevolezza, anche dei canti appropriati. Dava solennità alle prime Comunioni con tono entusiasta. Da Gesù si rifletteva sul suo volto sereno la mansuetudine, la misericordia, tanto da farlo ammirare. Con il Cristo, sommo Sacerdote, poneva in opera l’amore del Padre verso gli uomini e l’offerta umana elevata al cielo. Già nei primi anni dopo l’ordinazione presbiterale, come vicerettore e professore in seminario aveva apprezzato la convivenza armoniosa tra i sacerdoti, segno di unione e di comunanza di vita. Tra i fedeli godeva di poter donare il perdono e la riconciliazione per creare uno stile di pace e amore vicendevole. Voleva conformarsi al Cristo povero, casto, obbediente, per così esprimere pienamente la sua missione sacerdotale e volle professarlo con i voti religiosi.

Il suo pensiero era il Vangelo, la sua vita adeguata a quel che predicava. Saggio e cauto nella moralità, operaio donatore di fede, speranza e carità per la salvezza delle anime. Nello sperimentare la fraternità tra i Figli dell’Amore Misericordioso, lodava la benevolenza degli altri con la gioia di facilitare la migliore armonia tra clero religioso e secolare. I frutti dello Spirito Santo in don Luigi erano riscontrabili per la serenità, l’equilibrio, la lealtà, l’accoglienza, la condivisione, l’ascolto, la creatività parrocchiale. Volle realizzare il suo servizio diocesano stando in una comunità religiosa, con la sua calma, l’immersione nel Vangelo, senza toni di attivismo. Riconosceva i propri limiti e gli sbagli, per correggersi. Dal suo benevolo servizio agli ammalati si diffondeva la cordialità nell’Unitalsi tra i compagni di pellegrinaggio, sani ed infermi. La Comunità di Capodarco sorse nel 1966 proprio con lo spirito praticato nei pellegrinaggi unitalsiani promossi da lui, primo organizzatore in diocesi di Fermo.

La familiarità interiore di don Luigi era il ‘dialogo’ con la beata Vergine dispensatrice di tutte le grazie. Inoltre amava rivolgere il pensiero ai santi di cui leggeva e faceva leggere le biografie, spesso e volentieri. La beata Maria del Vangelo era per lui messaggio di castità per aderire con cuore indiviso al cuore di Cristo. Nel bollettino parrocchiale l’ha chiamata ‘Madre di amore’, come luce di bontà, dispensatrice di speranza e di orientamento al divin Figlio. Si consacrava e faceva consacrare i fedeli al Cuore Immacolato di Maria. Nella ricorrenza festiva dell’8 dicembre raccomandava di ascoltare l’invito della Madonna espresso a Fatima, di recitare il Rosario in casa ed in chiesa, perché chi vuol ottenere grazie da Dio, deve passare attraverso l’intercessione di Maria.

Si sentiva servo della Chiesa universale, operaio diocesano nella Parrocchia. Aveva promosso le associazioni della San Vincenzo, l’Azione Cattolica ed altre pie unioni. Responsabilizzava le mamme per l’educazione cristiana dei figli con il catechismo. Provvedeva che i locali fossero decorosi, ben sistemati ed attrezzati per le riunioni. Otteneva considerazione dalle autorità diocesane per la sua abitudine ad aggiornarsi ed eseguire puntualmente, senza farsi notare. Usava comprensione ed ascolto anche con i miscredenti. Con tutti si intratteneva in utile dialogo usando sempre il pronome ‘lei’ con l’interlocutore. Seguiva l’operosa presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo, dando risalto ad ogni novità di notizie ed iniziative. Non si poneva al centro dell’attenzione mentre stava tra gli altri, semplice ed modesto nel tono e nei gesti. Di lui si diceva: “E’ un buon prete”, una lode per la Chiesa perché si sentiva e si manifestava ‘ordinato per servire la Chiesa’. Con la sobrietà del vivere e l’onestà richiamava i conoscenti a valorizzare, nel modo più produttivo, ogni risorsa finanziaria o materiale. Con il suo tipico senso di gratitudine a Dio educava alla riconoscenza, allontanando ogni senso di amarezza e facilitando la comunione.

Vedeva che i ministri di Dio venivano insultati come nemici del popolo perché fedeli seguaci del papa. Pazientava gli scherni ed i toni umilianti, senza vergognarsi di manifestare il suo attaccamento al successore di Pietro. Formava i giovani a servire Cristo senza esitazione anche fuori dalle riunioni parroc­chiali, in piazza, nel lavoro, nella stampa, negli uffici ed amministrazioni locali.

Smorzava ogni rancore, addolciva ogni scherno, ogni insulto. Infondeva serenità ai sofferenti con il suo volto mite e sorridente. Responsabilizzava gli altri con la fiducia e l’ottimismo. Consolava le famiglie nei momenti tristi con tono amorevole anche verso i perseguitati politici, gli sfollati, i prigionieri. A tutti donava anzitutto il pane della mitezza, della tenerezza, senza farlo minimamente apparire. Aveva grande fiducia che Dio dava a ciascuno qualità e doti per le sue esigenze di vita quotidiana e facilitava l’accettazione reciproca, la fiducia di fratelli in Cristo. Pensava e faceva capire che le persone sono più accettabili di quanto non si usa pensare di loro. Era schivo dal parlare di sé per lasciar l’altro nella calma interiore. Riservato nei modi, ma socievole e portato a vivere insieme con molte persone. Riusciva a sdrammatizzare le situazioni intricate e dolorose, lasciando trasparire il disinteresse, i gesti servizievoli ed altruisti, la verità più profonda del vivere per gli altri. Era un consolatore silenzioso perché faceva pensare alla luce del sole quando si profilavano le nubi dello sconforto. La povertà faceva apprezzare in lui la libertà del cuore, sgombro da ogni attaccamento materiale o avarizia. Faceva capire che la misura della generosità di Dio verso di noi dipendeva dalla disponibilità ad esser generosi.

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ALCUNE TESTIMONIANZE

DAL FOGLIO UFFICIALE DELL’ARCHIDIOCESI DI FERMO, marzo 1958 Leonardi don Luigi. Nato a Carassai il 17 marzo 189c era stato ordinato sacerdote da S. E. Mons. Castelli il 7 dicembre 1924. Vice rettore e Professore nel Seminario subito dopo l’Ordinazione, nel 1933 veniva nominato Parroco a S. Matteo, in Fermo. Il 26 febbraio 1958 la morte lo coglieva nella consueta attività sacerdotale piena di zelo e spirito soprannaturale, che svolgeva nelle confessioni alle Suore ed in vari Istituti religiosi, nella direzione delle Dame e Damine della carità e soprattutto nell’UNITALSI. Desideroso di perfezione, l’8 Dicembre 1954 si aggregava con voti, in vita comunitaria, come sacerdote secolare, alla Congregazione dell’Amore Misericordioso. Apparteneva alla Congregazione dei Cento Preti.

Dal settimanale diocesano LA VOCE DELLE MARCHE del marzo 1958 E’ MORTO DON LUIGI – Quando la mattina del 26 u.s. si sparse rapidamente la notizia della scomparsa di Don Luigi Leonardi, tutta la città si svegliò come da un brutto sogo! Non era possibile, che un uomo così pieno di attività e di zelo, che aveva lavorato indefessamente fino alle 23 del giorno avanti, potesse essere scomparso in un baleno. Purtroppo la notizia era tragicamente vera. Alle 24,30 (=0,30) dopo appena pochi minuti di cosciente agonia il buon sacerdote aveva chiuso la sua laboriosa giornata silenziosamente, così come era vissuto. Per due giorni continui, una fiumana di gente, illustre e sconosciuta, visitò per l’ultima volta la salma composta pietosamente dai Figli dell’Amore Misericordioso, e tanti uscirono da quella camera ardente con gli occhi bagnati di lacrime, dopo aver toccato oggetti di devozione, sul corpo esanime, come a un santo. E santa veramente era stata la sua vita e la sua attività. Tutti lo ricordano vicerettore in Seminario e poi professore, pieno di premure per ognuno.

Ma da quando era stato nominato Parroco in San Matteo, la sua passione era stata sempre il decoro della Chiesa e delle funzioni, l’assistenza ai malati ed ai bambini poveri facendo a tutti del bene senza distinzione, nascostamente ed umilmente.

Ma la sua preoccupazione e la sua gioia maggiore fino all’ultimo respiro era l’attività pro UNITALSI. Tutti, in Diocesi e fuori, lo ricordano quale anima dei Pellegrinaggi per gli Ammalati a Loreto e a Lourdes. Ormai don Luigi era di casa in quei Santuari.

Così tra confessioni alle Suore ed ai vari istituti religiosi, che pèrdono in lui una guida e un padre, tra l’attività pastorale ed assistenziale come Direttore delle Dame e Damine della Carità, facendo a tutti del bene, ha trascorso la sua giornata terrena. E quando stava per prendere un periodo di riposo, stanco e contento di aver preparato un trionfale pellegrinaggio in quest’anno centenario di Lourdes. il Signore lo ha chiamato al premio eterno.

Nonostante la pioggia torrenziale, sia ai funerali come all’accompagno ii ultima dimora, tanta gente, silenziosamente beneficata dal suo buon cuore, Ita seguito il feretro fino al cimitero, per tributare l’ultimo atto di gratitudine a questo Sacerdote che lascia un gran ben un gran vuoto di sé.

Alcune MEMORIE scritte ci fanno conoscere don Luigi Leonardi.

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MEMORIA SCRITTA DA DON LUCIO MARINOZZI

Don Luigi Leonardi, di cara e venerata memoria, lo incontrai la prima volta

m inizio dell’anno scolastico 1927-28, quando divenni alunno del Seminario

Arcivescovile. Era allora giovane prete, di modesta statura, dal viso sereno ed aperto, quasi sempre col sorriso sulle labbra, si accattivava l’animo con la sua accogliente bontà. Era nato a Carassai nel 1899. Carassai è un piccolo paese, malagiato su una collina che domina la valle dell’Aso, a circa 20 chilometri dal mare: è l’ultima parrocchia verso sud-ovest del territorio della Archidiocesi di Fermo. Da questo paesino dalla intensa vita religiosa, son provenuti alla Diocesi molti illustri sacerdoti all’inizio del secolo. Penso a Mons. Lavinio Virgili, insigne maestro di musica, divenuto poi direttore della Cappella Lateranense a Roma; a Mons. Ottavio De Angelis, insigne cultore di Lettere classiche; a Mons. Tommaso Mariucci, parroco di S. Lucia in Fermo e Assistente regionale di Azione Cattolica ed altri che sarebbe lungo nominare. Il nostro don Luigi fu un prete distinto per la pietà, per lo zelo pastorale, per le opere di carità. Prima di divenire sacerdote, quando era ancora seminarista fu chiamato alle armi, sul finire della grande guerra 1915-18: era la giovane classe del 99 chiamata a dare il contributo per la difesa della patria in pericolo e portare finalmente a termine la lunga guerra, coronandola con la vittoria. Il giovane soldatino si dovette comportare lodevolmente: ricordo di aver visto nella sua stanza un suo ritratto in abito militare e un diploma da cui pendeva ma medaglia di bronzo.

Fu ordinato Sacerdote dall’Arcivescovo Mons. Carlo Castelli nel 1924 e nominato vicerettore del Seminario: incarico di fiducia che testimonia la stima che godeva presso il Superiore ecclesiastico. Era il vicerettore dei piccoli, incaricato cioè di sorvegliare gli alunni del Ginnasio, che erano i più numerosi ed i più bisognosi di direzione e di sorveglianza. Ricordo ancora le sue attenzioni, le sue esortazioni, le sue lezioni di galateo, le sue istruzioni morali e spirituali; ricordo in particolare l’entusiasmo con cui ci parlava di Giosuè Borsi, di Piergiorgio Frassati, di Guido De Fontegalland, le persone all’epoca più rinomate per la loro alta spiritualità. Quando era vicerettore del Seminario, si dedicava anche al ministero nei giorni festivi nei dintorni di Fermo, specie nella chiesa rurale del Ferro o in quella più lontana degli Archetti.

Dopo qualche anno divenne Parroco di S. Matteo Ap. In città. Officiava la

Chiesa dello Spirito Santo, comunemente chiamata chiesa di S. Filippo, costruita ed officiata per secoli dai Filippini. Negli anni di D. Luigi era dato ammirare l’ordine e il decoro della Chiesa, delle sacre funzioni, la presenza assidua del Parroco, che era, oltre tutto, stimato e ricercato come confessore e direttore spirituale, anche di religiosi e sacerdoti. La chiesa di S. Filippo era rinomata per la sua bellezza stilistica, arieggiante lo stile della basilica di S. Maria Novella a Roma, dove son custodite le spoglie di S. Filippo Neri, il fondatore dei Filippini. Vi si ammiravano, oltre ad altre pitture pregevoli, due bellissimi quadri d’autore: una Natività del Rubens ed una Pentecoste del Lanfranco. Vi era custodita e venerata la salma del B. Antonio Grassi, sacerdote fermano, che edificò la città col suo zelo e la sua santità nel secolo XVII. Peccato che questa chiesa si è dovuta poi chiudere per delle gravi lesioni prodotte nelle sue strutture da cedimenti del terreno sottostante!

All’inizio degli anni 50 D. Luigi dovette trasferire la sede della sua Parrocchia al Carmine, grande e bella Chiesa del centro della città situata tra il Seminario Arcivescovile e l’Istituto Orfanelli detto anche Brefotrofio. Qui continuò la sua attività parrocchiale fino alla morte, che avvenne purtroppo prematuramente nel febbraio 1958.

Oltre l’officio parrocchiale D. Luigi esercitò lodevolmente varie altre attività religioso-assistenziali. Fu per qualche anno assistente della P.O.A. (Pontificia Opera di Assistenza) istituita dal sommo Pontefice Pio XII per venire incontro alle infinite miserie causate dalla terribile ed interminabile guerra 1940-45. Il nostro D. Luigi in quel periodo si prodigò anche nell’offrire aiuto ai profughi e prigionieri, ed ebbe occasione di ospitare in casa persone di riguardo che gli divennero amiche. Ricordo in particolare un professore della Università di Zagabria, profugo, ottimo cattolico, che D. Luigi accompagnò anche in Seminario presentandolo al Rettore ed al Collegio dei professori: era proprio un cristiano eccellente, che si dimostrava molto addolorato per le sorti della Chiesa jugoslava sotto il regime rivoluzionario di Tito.

Un’altra attività a cui si dedicò con molto impegno fu l’assistenza all’UNITALSI, che gli diede occasione di accompagnare vari pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto. Quante volte l’abbiamo udito parlare con entusiasmo di questi Santuari e di questi pellegrinaggi, vere feste dello spirito per gli ammalati, i quali, anche se non tornavano guariti, tornavano però consolati nell’anima e fortificati a portare la croce assegnata loro dalla Provvidenza! Ci ripeteva con soddisfazione l’espressione di un medico dell’ufficio per gli ammalati a Lourdes: “Le malade est le roy à Lourdes = il malato è il re a Lourdes!” D. Luigi ha assistito anche a qualche guarigione miracolosa: ricordo con quanta gioia ci parlava di un ’ammalata improvvisamente guarita a Loreto in uno dei suoi pellegrinaggi! Ne gioiva come di un dono prezioso di Dio e quasi di un contatto diretto con la potenza dell’Altissimo. In occasione di queste attività contrasse belle amicizie con persone di grande fede e carità cristiana, che si erano fatti membri di quell’Associazione e servi degli ammalati: si facevano un onore di portarli in barella, in carrozzella, di servirli negli ospedali. Tra questi amici vi fu anche il marchese Guido Pelagallo di Fermo e l’avvocato Marino Bartolazzi di Macerata, anche essi ora defunti.

Il nostro D. Luigi era anche un esimio maestro di spirito, confessore e direttore spirituale di sacerdoti, di suore, di anime pie, che -si valevano dei suoi consigli ed esempi per avanzare nella pietà e nella perfezione cristiana.

Un momento importante nella sua vita fu certamente quando venne a contatto con la Madre Speranza di Gesù, Fondatrice delle Ancelle e dei Figli dell’Amore Misericordioso, proprio nel tempo che veniva realizzando questa fondazione. Essa si sentiva ispirata a dar vita ad una Congregazione religiosa che si dedicasse soprattutto alla asistenza ed aiuto fraterno del Clero secolare, e progettava di aggregare in essa anche dei sacerdoti diocesani, che, senza cessare di essere tali, si consacrassero a Dio con i voti e si impegnassero nella vita comune. Venuta a Fermo poco dopo la morte di D. Ernesto Ricci, di santa memoria, col permesso e l’approvazione dell’Arcivescovo Mons. Norberto Perini, assunse la direzione del Collegio che quel santo sacerdote aveva fondato, e invitò alcuni sacerdoti ai quali propose il suo progetto. Tra questi fu appunto D. Luigi, il quale, dopo matura riflessione, aderì all’invito e fu il primo Figlio dell’Amore Misericordioso, quale prete diocesano con i voti in vita dì comunità. Già parroco da oltre venti anni, abituato a vivere nella sua canonica e dei suo beneficio, non esitò a rinunciare alla sua libertà, facendo i ‘voti’ religiosi di obbedienza, castità e povertà alla maniera dei religiosi, e ridursi a vivere insieme con i FAM nella piccola comunità, stabilita a Fermo entro l’edificio del Collegio D. Ricci! Continuando peraltro le sue funzioni di parroco, nelle quali anzi si impegnava con zelo rinnovato. Così coronava la sua vita di sacerdote con ulteriore e più intima consacrazione a Cristo.

Ma fu per pochi anni ancora: dalla solennità dell’Immacolata 1954 (Anno Mariano: primo centenario della proclamazione del domma dell’Immacolata Concezione) fino al 26 febbraio 1958, quando un grave infarto troncò inaspettatamente la sua vita, all’età di appena 59 anni. Fine inattesa per tutti, ma non per lui, che ne aveva avuto misteriosamente preavviso e vi si disponeva con fiducioso abbandono in Dio. Qualche giorno prima fu colto da un forte malore: era il preludio della fine imminente. Appena si riebbe, scrisse il suo testamento, disponendo saggiamente dei suoi beni, parte alla Parrocchia, parte alla Congregazione, alla quale ormai apparteneva. Visitò alcune persone, con le quali aveva rapporti di affari o di ministero sacerdotale, congedandosi da esse come si trattasse di un congedo definitivo. La sera precedente si trattenne a cena e a ricreazione con i suoi confratelli serenamente, come sempre; poi scese nelle sale inferiori della portineria per conversare con dei giovani (erano giovani amici che venivano a passare delle serate allegre e formative insieme con il parroco); indi a tarda sera risaliva nella sua camera per il consueto riposo notturno; ma purtroppo di lì a un’ora entrò nel riposo eterno.’ Ad un cenno, si accorse: lo trovammo che si dimenava tra dolor: spasmodici al petto; invocava l’assoluzione e l’Olio Santo, poiché si sentiva morire. Si cercava di confortarlo ma fu questione di pochi minuti; poi si compose nella quieta tranquillità della morte. Tutta la Parrocchia, anzi l’intera città si commosse per questa morte così inattesa; per due giorni fu una processione continua di gente che veniva a visitare la salma pregando, porgendo condoglianze e rievocando le buone opere dell’estinto. Fu onorato con un funerale solenne nella Chiesa del Carmine, che era ormai la sua chiesa parrocchiale, con la partecipazione dell’Arcivescovo, di tanti sacerdoti e di tantissima gente: raramente si son veduti a Fermo dei funerali così largamente partecipati come quello di D. Luigi Leonardi, nonostante l’inclemenza del tempo. La sua salma fu tumulata nella Tomba dei Sacerdoti nel cimitero cittadino.

Si continuò a lungo a parlare di lui; si metteva in rilievo la sua devozione alla Madonna; si disse che aveva generosamente offerto la sua vita perché si arrivasse a proclamare nella Chiesa il domma della Mediazione Universale di Maria e per ottenere la approvazione della nascente Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso. Difatti la Fondatrice Madre Speranza aveva proposto alla sua Congregazione, oltre alla venerazione di Cristo Amore Misericordioso’, anche quella di Maria Santissima ‘Mediatrice di tutte le grazie’; e ne aveva lei stessa descritta una immagine ricca di simboli: la SS.ma Vergine in abito bianco, manto azzurro, corona regale sul capo, la luna sotto i piedi, che calcano la testa del serpente, le braccia aperte in atto di interces­sione, mentre dall’alto scende su di lei la luce dello Spirito Santo e davanti sale lo stelo di un giglio, che fiorisce all’altezza del petto, avente in mezzo alla corolla la figura dell’ostia, segno dell’Eucaristia. Tutta la figura poi poggia su un globo e si staglia nel firmamento, attraversato da un arcobaleno. D. Luigi parve innamorarsi di questa immagine: la volle far riprodurre in un grande quadro da un bravo pittore (Elis Romagnoli di Morrovalle) e porre al luogo della pala dell’altare nella Chiesa del Carmine. Un particolare di questo quadro, riproducente il volto della Vergine, lo fece fare per sé, e lo teneva nella sua camera di fronte al letto. Così fu sotto il dolce sguardo di Maria Mediatrice che rese la sua anima a Dio, in quella notte del 26 febbraio 1958, mese ed anno centenario delle Apparizioni di Lourdes, luogo tanto caro al suo cuore devoto della Madonna. Queste coincidenze saranno state puramente casuali o piuttosto attenzioni divine per onorare il ministro fedele di Cristo e servo devoto di Maria? Certo, quella morte, a prima vista così drammatica e sconcertante, a molti parve poi quasi un privilegio ed una grazia particolare del cielo.

  1. LUCIO MARINOZZI

Scrive mons. Luigi Lorenzetti di Don Luigi Leonardi:

La persona di cui ho il ricordo più caro Nella vita del Seminario.

Alla sua amabilità, alla sua pazienza, al suo esempio debbo molto del mio iter verso il Sacerdozio. Il vicerettore per antonomasia per me è stato Don Luigi Leonardi.

Non ho mai dimenticato le nostre lunghe conversazioni alla sera, sul tardi, mentre i ragazzi andavano a letto nella camerata San Luigi; io ero giovanissimo prefetto. La camerata era attigua alla sala da studio e nell’aula di studio avvenivano le nostre conversazioni. Gli argomenti erano i più disparati: il comportamento dei ragazzi, le loro difficoltà, anche argomenti personali, e di salute. C’erano alcuni anni di età fra me e don Luigi e che egli era vicerettore: eppure si parlava come tra fratelli. Potevo fare qualsiasi confidenza, sicuro non solo della sua discrezione, ma del suo interessamento fraterno.

Un altro ricordo mi è rimasto impresso: don Luigi Leonardi officiava la chiesa di San Filippo. Mi chiamò una mattina a visitare la sua chiesa: chiesa bellis­sima, purtroppo non più officiata. Era tenuta nel massimo ordine e pulizia. Mi fece ammirare gli splendidi stucchi, i quadri (era allora conservata nella chiesa la Natività del Rubens), le tovaglie, tutta la suppellettile. Ne restai ammirato. Don Luigi era un ’anima bella che non solo riservava al culto le cose più belle, ma le gustava.

DON LUIGI LORENZETTI

IL PROF. WALTER TULLI

Sono stato un ragazzo non praticante negli anni dell’adolescenza; facevo parte del mondo giovanile della federazione repubblicana con leggera critica del mondo cattolico. Nonostante questo ho avuta l’occasione di conoscere don Luigi e frequentare la sua casa che era sempre aperta a noi giovani. Andavo anche per poter avere in prestito dei libri di lettura perché era sempre molto aggiornato. Quando avevo in mano o riferivo di aver letto libri di ispirazione laicista, sempre mi domandava: Ma i giovani di Azione Cattolica leggono queste cose? Dopo circa due anni mi invitò a fare parte del personale dell’UNITALSI per accompagnare i malati e i disabili in pellegrinaggio al Santuario di Loreto. Accettai volentieri. Solo che mi presentai in pantaloncini, non disponendo di meglio. Alla scandalizzata osservazione del Presidente Marchese Pelagallo, don Luigi capì subito e mi difese dicendo che non era una scelta, ma una necessità.

Senza essere intollerante, era molto accogliente con tutti: seppe ospitare durante il passaggio del fronte, anche un ustascia (Janco era il suo nome) che, oltre averlo salvato, sistemò nascosto in un centro più sicuro.

Dopo il 1948 si formò un gruppo di giovani che frequentavano la casa parrocchiale per giocare fino alla mezzanotte e qualche minuto in più per rispettare l’ora di Greenwic, come affermava d. Luigi. Fece costruire il gioco del calcio balilla, come si chiamava allora, per intrattenere gli adolescenti e poter offrire loro un sereno e onesto passatempo, mentre si preoccupava di dare loro una sana educazione cristiana attraverso il catechismo parrocchiale e aiutandosi con la proiezione di diapositive anche a colori.

Non era certamente un settario anche se non faceva sconti a nessuno Quello che ricordo volentieri è la sua biblioteca molto ricca, vana ed aggiorna­tissima di tutte le pubblicazioni delle editrici cattoliche, anche quelle più avanzate per quei tempi. Don Luigi leggeva abbastanza; per ii resto a chi prestava libri e riviste chiedeva quello che aveva letto sempre animato da una certa “curiosità”.

Era sempre aggiornato con le novità culturali, artistiche e tecniche. La mia tesi di laurea fu battuta nella sua macchina da scrivere restando in casa di D. Luigi tutto il giorno: pranzavo e cenavo con lui, anzi aveva anche un lettino riservato per me per il riposo pomeridiano.

Fermo 30/1/1999 S. Martina

 

DOTT. BONIFAZI GIULIANO: “Se ricordo don Luigi Leonardi”

Se sento nominare don Luigi, il mio ricordo è quello di un uomo minuto, sempre composto,dal sorriso dolce, e con una … bella ‘pelata’ sulla quale si scherzava sempre assieme; un Sacerdote apparentemente debole ed indifeso, ma in realtà forte e tenace da poterlo raffigurare ad una quercia per le tante virtù che aveva e dimostrava e che lo rendevano momento di attrazione, in particolare per i giovani che sempre numerosi frequentavano la sua casa, sempre aperta ed accogliente.

Anche io sono stato uno di quei frequentatori assidui di quel modo spontaneo di incontro, quando don Luigi era parroco di S. Filippo e poi del Carmine ed era assistente dell’UNITALSI. Nella sua casa la sera, in genere dopo cena, c’era sempre qualche giovane: non c’erano attrazioni particolari per quei giovani, ma la loro assiduità era garantita dalla presenza di questo piccolo Sacerdote: ci si ritrovava, si chiacchierava, si scherzava sempre con garbo e con rispetto: si gustava qualcosa che Giulia, la sua fedele perpetua, ci offriva manifestando sempre grande piacere nel vederci apprezzare ciò che lei aveva preparato, ufficialmente per il parroco, ma in verità per tutti noi che eravamo vicini a don Luigi: una volta le ciliegie sotto alcool, una volta le caldarroste, una volta la frutta sciroppata! Spesso assistevamo alla cena del Parroco che era tornato tardi: era sempre una cena frugale, sempre con tanta insalata in una scodella con tanto aceto … come dimenticare questi particolari?! Dopo veniva la recita del S. Rosario, e poi ancora a scherzare e chiacchierare con Fui che non si lasciava scappare insegnamenti e … romanzine.

Don Luigi era dolce, accondiscendente, aperto, ma nella difesa dei principi era duro, molto duro. Si arrabbiava raramente e noi sapevamo quando era arrabbiato. Bastava osservare la sua bocca: si irrigidivano le labbra e si succhiava il labbro inferiore.

Era tanto dolce, paziente, accondiscendente quando stavamo fra di noi, ma era altrettanto duro ed intransigente quando pretendeva comportamenti coerenti quando le situazioni lo richiedevano: a Loreto, ad esempio, durante il Treno Malati, pretendeva molto dal personale in dedizione e comportamento esteriore! Ma quante volte lo abbiamo fatto arrabbiare, povero don Luigi, di notte nelle camerate sotterranee di Loreto.

Negli ultimi anni della sua vita terrena ebbi la fortuna di accompagnarlo anche in qualità di Medico servendolo con piacere nelle sue necessità terapeutiche sotto la supervisione del prof. Pio Natale. Ma una mattina, giunto in ospedale, mi giunse la notizia, inattesa per le condizioni fisiche del momento, che don Luigi ci aveva lasciati. Ho sempre pensato, la mia fantasia ha sempre preteso, che il Signore stesso era venuto a prenderselo: su quella bella anima il Signore si era compiaciuto, e quando lo ha trovato solo, nella sua cameretta al vecchio seminario, dove si era formato, certamente in preghiera, gli ha detto di seguirlo: questa immagine mi è stata sempre cara, stimolata forse dalla sincera ricono­scenza che ho sempre nutrito per don Luigi: sono pochi anni che è scomparso dal mio portafogli il suo ricordino!

Fu una dura realtà la sua morte, fu una grossa privazione il mancato incontro serale fra di noi e con don Luigi! Cercai di non perdere questa presenza abitudinaria stando vicino a Giulia che lo aveva accudito ed amato come un figlio, anzi facendolo suo figlio dopo che aveva perduto il suo, consacrato Sacerdote sul letto di morte!

Quanti ricordi, quanti insegnamenti, ma anche quanto esempio, quanta coerenza di fede pura, quanta spiritualità in questo Sacerdote-amico!

La memoria di tanti bei momenti si è notevolmente affievolita, sia per gli anni trascorsi, che per la mia naturale decadenza, ma il nucleo del suo esemplare e coerente insegnamento è ancora vivo e presente, e non solo in me!

Grazie, don Luigi, a nome mio e di tanti amici che hanno in qualche misura beneficiato del tuo passaggio terreno: ricordati ancora di noi tutti!

Il tuo amico

(marzo 1999)                                                         GIULIANO BONIFAZI

 

RICORDO DI MARIA AGNOZZI

Quando ero nel pieno della mia giovinezza, morì a S. Francesco P. Marino Lombardi, ch’era il mio confessore che mi sapeva spronare per andare avanti nella vita spirituale, dicendomi che mi dovevo sforzare per andare avanti, perché ce la potevo fare. Quella morte, per me fu un gran colpo, tanto più perché repentina; subito mi misi in cerca di un altro direttore spirituale e sentendo dire da altri che don Luigi era un santo prete e soprattutto da mia sorella Matilde, che si recava ogni anno a Loreto, come dama del treno ammalati dell’Unitalsi di cui don Luigi era Assistente Diocesano e nello stesso tempo Parroco della Parrocchia di San Filippo distante dalla mia, ch’era la Collegiata di S. Michele Arcangelo, così seppi che il sabato pomeriggio era sempre disposto per confessare.

Un giorno mi recai da lui ed incominciai ad aprire il mio cuore a lui e subito mi accettò e m’insegnò a fare la meditazione, facendomi andare dopo la confessione in sacrestia, per consegnarmi libri adatti, fino ad arrivare all’Imitazione di Cristo e mi dava anche libri biografici di Santi. In quel periodo avevo conosciuto un giovane, vicino di casa, che mi corteggiava; era bello, buono, religioso e diplomato, ma sua madre era molto volgare, baccagliava in strada e talvolta la sentivo bestemmiare; per questo ero titubante, ma don Luigi mi disse una frase che mi è rimasta impressa per tutta la vita: Non mettere il bastone tra le ruote dell’aratro, che Dio ha tracciato per te: la Verginità. Scossa da questa frase, obbedii. In quel tempo io ero iscritta all’Azione Cattolica e lui mi consigliò di fare gli Esercizi Spirituali ogni anno e così incominciai a farli, prima con l’Azione Cattolica, poi con i Volontari della Sofferenza che ogni anno si recavano a Re, in provincia di Novara, presso il santuario della Madonna del Sangue. Io vi andai per diversi anni e feci sempre gli Esercizi Spirituali, insieme con gli ammalati, con bravi predicatori. Un giorno, festa del Corpus Domini, don Luigi mi fece consacrare al Signore e quando andai in processione con l’Azione Cattolica, bianco vestita, cantai con gioia gli inni del Signore Sacramentato. In Parrocchia, oltre all’A.C. incominciai ad insegnare il catechismo e ci trovai tanto bene per me nel dare ai fanciulli, che con me colloquiavano con sincerità e schiettezza e così durai fino a 40 anni d’insegnamento

(Dopo gli 80 anni) mi trovo in un Pensionato per Anziani, dove cerco di fare il bene tra noi, precisamente al Pensionato Regina Mundi. Tutto questo lo debbo soprattutto a don Luigi ed anche ad altri sacerdoti, che ho incontrato nella mia vita.

Fermo 7 aprile ’99                                                       MARIA AGNOZZI

*Da don FRANCESCO LEONARDI

Don Luigi, figlio di Giovanni e di Maria di Ruscio (De Rossi) è nato nella stessa casa dove è nato mio padre Filippo, figlio di Francesco e di Maria De Rossi. Dai cognomi si può ben intuire che i due fratelli cugini sono figli di due donne sorelle tra loro sposate ai due fratelli Leonardi. Io sono il figlio di Filippo e porto il nome di mio nonno (paterno), come usavano un tempo le buone famiglie.

Di mio zio ho vari ricordi, non molti, in verità. Da ragazzo l’ho conosciuto dopo entrato in Seminario perché mai l’ho visto in casa paterna. Durante gli studi in Seminario, poche volte ho parlato con lui, ma lo vedevo nelle varie feste religiose cittadine partecipare attento e devoto come nella celebrazione del Giovedì Santo, alla benedizione degli oli santi. Conoscevo la sua attività pastorale in parrocchia, quando frequentavo la teologia, ho avuto modo di seguire un gruppo di ragazzi della parrocchia di S. Matteo nel catechismo settimanale: era molto attrezzato con diapositive didattiche ed altri strumenti adatti. Conoscevo anche la sua passione e il suo grande amore per l’Unitalsi: alleviare i dolori e le sofferenze dei malati faceva parte della sua attività pastorale quotidiana. Il pellegrinaggio a Loreto o a Lourdes era l’occasione per dare sollievo e scoprire il valore della sofferenza attraverso il miracolo dell’accettazione come anche dell’offerta per le mani di Maria, l’Immacolata!

Il ricordo più bello, naturalmente, è stata la mia ordinazione sacerdotale: mi accompagnò durante tutto il rito in duomo, a Fermo e nella prima Messa a Carassai, Sabato 30 giugno 1956. Durante il viaggio dal Seminario alla Chiesa parrocchiale di S. Maria del Buon Gesù, io rispondevo ai saluti delle persone che, mentre mietevano il grano, alzavano gli occhi per vedere il lungo corteo d’auto; mi accorsi che lui, don Luigi, se ne stava accanto a me ben raccolto e come assorto in preghiera. E’ stata per me come una grande testimonianza di profonda vita interiore: e ancora me lo rivedo e mi fa bene ricordarlo come la più bella predica in silenzio. Ho saputo in seguito che aveva pregato e chiesto preghiere per un nipote in Seminario.

(Aggiunta) Mi ha raccontato lui stesso che durante il servizio militare (nella guerra ’15-18) era addetto alle trasmissioni con i mezzi dell’epoca.

Giugno 1999-    D. FRANCESCO LEONARDI <nipote di d. Luigi>

 

Mons. ARTURO GRASSI FONSECA, rettore del Seminario Vescovile di Todi, scriveva a don Luigi Leonardi il 16 gennaio 1939: Creda pure che sarà per me un vero piacere il godere, al più presto, della Sua edificante e desiderata compagnia, che purtroppo però, le porgerà l’occasione di scoprire e deplorare i tantissimi e gravi difetti di cui sono ripieno a pianta pedis usque ad verticem capitis, ma che il Suo santo esempio varrà certamente a diminuire alquanto.

Don GIUSEPPE BIONDI Parroco a Belmonte Piceno, afferma che don Luigi Leonardi stava volentieri vicino al clero e cercava di coinvolgere il laicato di ogni età e ceto per diffondere il Vangelo e difendere la Chiesa. Non era severo, era affettuoso e seguiva molto T Unitalsi assieme con i medici accompagnatori ed ai giovani a fianco ed a servizio dei malati. Seguiva la gioventù affinché esprimesse senza esitazione la propria fede.

Il sig. CESARE LEOMBRUNI, già impiegato Comunale a Servigliano, in colloquio con lo scrivente ricordava don Luigi Leonardi come il vicerettore e il professore che non urlava mai, non puniva, risolveva le cose con il suo modo bonario. Gli studenti tutti si rivolgevano a lui con serenità perché era disponibile; tra l’altro forniva i libri ed il materiale di cancelleria agli studenti, curando la direzione della libreria religiosa del seminario.

Don ROMANO ROSSI parroco alle Ville d’Ascoli testimonia che don Luigi Leonardi era un uomo calmo, un vero brav’uomo, sapeva adattarsi alle esigenze dei ragazzi, seguiva il criterio: capire prima per poi farsi capire. Lo si vedeva sempre ordinato, preciso, “alla mano”con tutti: sacerdote pio, insegnante chiaro e comprensivo, rispettoso e garbato. Con il rettore mons. Potentini viveva in una grande armonia che tutti notavano.

Don ENRICO PERFETTI parroco alla Sacra Famiglia di Porto San Giorgio, ricorda con stima ed ammirazione don Luigi Leonardi: i suoi interventi nelle riunioni del clero diocesano erano molto concreti, spirituali ed adatti a risolvere le situazioni reali al meglio. Il paese di Carassai ha avuto tante belle vocazioni sacerdotali forse per l’opera di un sacerdote che fu una guida operosa e capace, (ci furono d. Pietro Carassai valente predicatore ed i cappellani d. Luigi Tortelli poi d. Gaetano Campanelli)

DAL MAESTRO E.S. (anni 84)

Non mi è facile parlare di don Luigi Leonardi. Penso che basterebbe dire di lui che fu un sacerdote che aveva abbracciato la sua missione con radicale profondità, e cercava per ciò di attuarla in ogni circostanza. Era un sacerdote di grande equilibrio, di fermezza, di sereno giudizio, di stupenda umiltà, di preghiera. Anche chi lo conosceva superficialmente rimaneva colpito dalla sua capacità di giudizio e dalla sua profonda umiltà. Un esempio. Un giorno, conversando con lui, non ricordo su quale argomento, improvvisamente mi chiese come mi sarei comportato se avessi dovuto dare, io, il mio consiglio. Si trattava di una coppia molto affiatata, ma angustiata dal fatto che non aveva figli e ciò era motivo di viva sofferenza per entrambi i coniugi. Oggi, con il progresso che c’è stato nella medicina, si sarebbe trovata la soluzione giusta, ma, una cinquantina di anni fa, non era così. Don Luigi consigliò la visita di un esperto medico di sua fiducia. Il medico sentenziò alla coppia che non c’era alcuna speranza di maternità e confidò poi a don Luigi il perché: dipendeva da un difetto fisico riscontrato nell’uomo. Don Luigi mi disse che non si sentiva di dire ciò ai coniugi per il timore che la notizia potesse alterare la stupenda armonia che regnava fra loro. Rimasi impressionato per la delicatezza che don Luigi ancora sentiva di tacere o dire la verità e della umiltà che dimostrò nel parlarmene. Un altro esempio mi riguardò direttamente. Si trattava di una scelta che mi avrebbe portato ad un sistema di vita ben diverso da quello che, a quei tempi, vivevo. Don Luigi, con grande equilibrio e con sereno giudizio mi aveva espresso il suo parere. Chi sa perché non riuscivo ad accettare serenamente la sua conclusione. Così un giorno, forse per tranquillizzarmi, mi propose di chiedere a tal riguardo il parere di madre Speranza che, a quel tempo, risiedeva a Fermo. Accettai. Andammo. Conosciuto il motivo della nostra visita, madre Speranza, dopo avermi investito con un penetrante, fulmineo sguardo, quasi con le stesse parole confermò quello che da tempo don Luigi mi andava dicendo. Era uomo di preghiera. Ricordo con quanta cura preparava i turni di adorazione per il personale dell’Unitalsi (di cui fu cappelano ) durante i pellegrinaggi degli ammalati a Loreto e quanto si rattristava se qualcuno disertava. Con carità ma con fermezza che non ammetteva eccezioni, faceva notare che tale comportamento portava all’errore di ritenere l’ora di adorazione, passata con Dio nella Cappella del Sacramento in Chiesa, meno importante del servizio al prossimo. Scoccata l’ora del proprio turno, bisognava rispondere al richiamo di Dio, perché, all’ammalato, anche in caso di estrema urgenza, non sarebbe mai mancato l’aiuto di cui aveva bisogno. In uno di questi pellegrinaggi, nel quale mi era stato dato l’incarico di responsabile del personale, ebbi un’altra prova del valore che don Luigi dava alla preghiera. Era stata una giornata faticosissima. Mi sentivo molto stanco. Erano passate da poco le ore 23. Prima di ritirarmi volevo salutare don Luigi. Lo trovai sotto il portico. Al mio “Buona notte” rispose: ’’Recitiamo prima il Rosario”. E così fu. Recitammo il Rosario cammi­nando lentamente su e giù nel portico, a quell’ora immerso nella penombra e silenzioso, con le gambe che stentavano ad obbedirci!

Nella società di quei tempi si sentiva ancora la differenza dei ceti sociali. Di fronte a don Luigi non c’erano né ricchi né poveri, né potenti né insignificanti, né nobili né plebei, né dotti né analfabeti. C’erano solamente anime, anime rinchiuse in diversissimi involucri di carne ribelle. Anime tutte alle quali indicare la giusta via per andare a Dio e aiutarle in questo cammino a portare, ogni giorno, serenamente la propria croce. Ringrazio di cuore Dio per avermi donato la grazia di aver conosciuto ed usufruito del ministero di don Luigi Leonardi, sacerdote esemplare. Porto San Giorgio 13-IX-1999                                              E.S.

MARIA CARLA PIERANSOVINI (incontro con don Francesco L.)

E’ della classe 1910: porta serenamente e con vivacità i suoi quasi novant’anni. Cosa ricorda di don Luigi? Era confessore e padre spirituale della mamma: la guidò ad una vita interiore molto intensa e profonda in un cammino di fede meraviglioso, anche se vissuto nel più profondo nascondimento. Quando poi non poteva più andare in chiesa per la sua lunga malattia, don Luigi venne tante volte in casa. Quando mamma morì, dicevano: “E’ morta una santa”. Anche lei poi lo scelse come direttore spirituale. Aiutava la formazione delle penitenti dando da leggere libri aggiornati di forte spessore spirituale, anche in lingua francese come Sertillanges e Marmion.

Tanta gente lo cercava: aveva una grande disponibilità a tutte le ore, comprese intere mattinate. Era un vero signore di una delicatezza sempre accogliente, senza ricercatezza. Aveva anche una grande sensibilità per le necessità della Chiesa nel mondo per cui mi indirizzò al gruppo missionario diocesano, guidato da mons. Giacinto Zuccarini, per cui partecipai, come segretaria, ai vari convegni diocesani.

Fece un atto coraggioso entrando in comunità tra i “Figli dell’Amore Misericordioso” fondata poco tempo prima da Madre Speranza di Gesù, come consacrato diocesano. Diede una risposta molto generosa alla chiamata alla vita comune e di perfezione, sacrificando la sua indipendenza e libertà di movimento dovendo adattarsi alle esigenze comuni, per cui era più difficile incontrarlo. Quando morì d’infarto, improvvisamente, correva voce tra la gente che la scomparsa fosse dovuta a questa scelta che, davanti a Dio, era come di totale abbandono.

( 25.09.1999)

 

Da un biglietto augurale di P. MAXIMIANO LUCAS PADRE GENERALE DELLA CONGREGAZIONE DEI FIGLI DELL’AMORE MISERICOR­DIOSO (16.03.1999):

D.Luigi, un ‘Santo Sacerdote’ che ha fatto parte anche della nostra Congregazione.

 

 

Padre ELIO BASTIANI che è stato Superiore Generale FAM ha scritto questa testimonianza:

Ho cominciato a sentir parlare di don Luigi nella mia infanzia.

Erano gli anni della guerra (1940-41), anche mio padre fu chiamato alle armi. Si invocava la protezione della Madonna del Pianto e dei santi di particolare devozione. Fra questi, nella mia famiglia, il beato Antonio Grassi, il cui corpo era nella Chiesa di San Filippo, di cui don Luigi era Parroco. Una filiale confidenza si era instaurata fra la mia famiglia e don Luigi, confidenza e fiducia trasmesse anche a noi figli, che con loro partecipavamo al culto per il Santo.

Da seminarista, ormai studente di teologia, ho frequentato, come catechista, la sua casa. Molto mi colpiva la sua pietà e lo zelo pastorale. Era, come Sacerdote, anche umanamente, sempre accogliente e cordiale. Anche il suo portamento esteriore era molto appropriato e curato, certamente emanazione di una dignità sacerdotale cosciente e vissuta.

Aspirava, come ogni Sacerdote, credo, ad una vita di perfezione e di comunione fraterna nel presbiterio. Ciò si manifestò chiaramente quando gli venne proposto dalla Madre Speranza di far parte di una famiglia religiosa, con la finalità di aiutare il desiderio di santità sacerdotale e di vita comunitaria fra il Clero Diocesano. Ciò offriva la possibilità di essere sacerdote religioso con voti, restando a servizio del Vescovo e della Diocesi e partecipare dei benefici anche di una vita comunitaria propria dei consacrati. Unica famiglia quella dell’Amore Misericordioso, composta anche da sorelle consacrate, collaboratrici nell’unico ideale. Don Luigi aderì con entusiasmo, fece i Voti e trasferì la sua dimora presso la casa del Clero.

La sua morte fu inaspettatamente rapida ed improvvisa. Sembra che ci sia stata una presenza misteriosa della Madre Speranza nel suo studio, alcuni giorni prima, pr e annunciandogli una prossima venuta del Signore per portarlo con sé. Infatti domandò se era venuta la Madre Speranza e dove fosse. Nessuno seppe dargli risposta. Fece delle analisi cliniche in quei giorni. La notte si sentì male e chiese con decisione l’estrema Unzione al P. Luigi Macchi che, scherzando sull’improvviso malessere, non voleva amministrargliela. Di fatto di lì a poco morì.

La Madre Speranza non si meravigliò della repentina morte di questo suo ‘figlio’, come lei diceva, solo ne magnificava la sua bontà, additandolo ad esempio.

Chi lo conobbe conserva di questo Sacerdote una grande stima, e specie nella unica famiglia dell’Amore Misericordioso il suo esempio rimane vivo. Nella presentazione del carisma di fondazione nelle sue varie espressioni, don Luigi Leonardi è presentato come uno dei primi che comprese e visse personalmente il desiderio di un cammino di santità proprio dei Sacerdoti.

1999                                                                              P. ELIO BASTIANI

 

BIBLIOGRAFIA

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VAGNONI V.- MARINOZZI L., Don Ernesto Ricci, Fermo, La rapida 1986.

 

ARCHIVI

Come si accenna nel testo i dati della silloge biografica sono provenienti dall’Archivio della Congregazione dell’Amore Misericordioso F.A.M. Collevalenza (Perugia); gli altri dati sono derivati dall’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo.

 

 

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RITROVAMENTO DELLA TOMBA DI SAN PIETRO BASILICA Pio XII 1950 sintesi di mons. Igino CECCHETTI di Penna san Giovanni (MC)

In San Pietro al Vaticano. IL SEPOLCRO DEL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI

“La Tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata”. (Pio XII, Radiomessaggio del Natale 1950)

L’ESPLORAZIONE ARCHEOLOGICA

Diciannove dicembre 1951: data memorabile nei fasti della Basilica Vaticana. In tal giorno fu presentato al Santo Padre il primo esemplare di quella pubblicazione che Egli stesso, a chiusura dell’Anno giubilare, nel Radiomessaggio natalizio, aveva annunziato al mondo (23 dicembre 1950).

La monumentale pubblicazione è in due volumi «in folio» — uno per il testo, l’altro per i rilievi d’insieme e le riproduzioni fotografiche dal titolo – “Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949”, e sottotitoli «Relazione a cura di B. M. APOLLONJ GHETTI, A. FERRUA S. J., E. JOSI, E. KIRSCHBAUM S. J. – Prefazione di Mons. L. KAAS, Segretario-Economo della Rev. Fabbrica di San Pietro. — Appendice Numismatica di C. SERAFINI » (Città del Vaticano 1951).

Essa è di capitale importanza: illustra con ampiezza e con tutto il rigore della scienza storico-archeologica le decennali esplorazioni sotto l’Altare della Confessione, le quali, di fronte alla storia, conferiscono una caratteristica nota alla grandezza del Pontificato di Pio XII.

Le varie fasi e i singoli dati degli scavi lasciano comprendere quali accorgimenti tecnici e quali audaci e impensate provvidenze abbia richiesto l’opera eccezionale per mettere in luce e conservare monumenti che giacciono fino a circa dieci metri sotto il piano dell’attuale Basilica, sovrastati dalla immane mole dell’aerea Cupola Michelangiolesca e dal Baldacchino bronzeo del Bernini, e quasi oppressi dalle rispettive sostruzioni: monumenti cronologicamente e strutturalmente i più vari, che vanno dalle tombe del I secolo d. C. (fra cui quella dell’Apostolo) alla statua di Pio VI del Canova dinanzi alla «Nicchia dei Pallii ».

Felice per i risultati conseguiti, il Papa stesso rilevò, nella storica Udienza, come questi fossero « superiori a quanto scientificamente si poteva attendere in un’impresa che, fin dai primi giorni del Suo Pontificato, Egli promosse e costantemente volle attuare, nonostante le gravi difficoltà tecniche d’ogni genere e gli ostacoli derivanti dagli anni tormentati del conflitto mondiale; e che senza dubbio rappresenta ima scoperta archeologica unica negli annali della Chiesa, e la cui importanza storica e teologica non può sfuggire ad alcuno» (Osservatore Romano, 20 dicembre 1951).

« Una delle prime difficoltà incontrate — fa notare l’Ingegnere della Rev. Fabbrica di S. Pietro, FRANCESCO VACCHINI (cfr. «Ecclesia», gennaio 1952, pagg. 12-13) — fu la constatazione che i pilastri delle Grotte (sorreggenti quindi il pavimento della Basilica), costruiti nel Rinascimento, erano superficialmente fondati sopra il riporto costantiniano, ed il volere approfondire lo scavo entro questo riporto comportava di necessità la sottofondazione di detti pilastri fino alle argille vaticane, per una altezza di circa dieci metri. Prima di raggiungere tali argille s’incontravano inoltre abbondanti acque freatiche, che costringevano a lavorare, con l’ausilio di pompe, per qualche metro nell’acqua, ed imponevano speciali accorgimenti nelle murature per lasciare ad esse un libero deflusso. Per motivi di sicurezza statica queste fondazioni dovevano poi essere seguite a notevole distanza di tempo tra due limitrofe, il che obbligava a procedere ad imponenti opere di puntellamento temporaneo per poter fare avanzare lo scavo.

« Una particolare preoccupazione, tra le tante, fu destata, ad esempio, dalla sottofondazione della statua di Pio VI del Canova che si ammira dalla Confessione. Si trovò infatti che detta statua, corrispondente quasi al centro di un mausoleo [il mausoleo dei Malucci], era sostenuta da terre e da antichi sarcofagi che riempivano il mausoleo stesso, e si dovette operare sotto di essa senza poterla in alcun modo sostenere da sopra per non ingombrare la Confessione, e stando bene attenti che nessun danno, derivasse né alla statua stessa né ai preziosi rivestimenti marmorei della Confessione.

« I più vari mezzi tecnici, dalla muratura al cemento armato, dal calcestruzzo al ferro, furono usati per risolvere i singoli problemi che via via si presentavano, sempre tenendo conto contemporaneamente della sicurezza della Basilica superiore, che a prima vista avrebbe consigliato criteri restrittivi, e delle esigenze e desideri archeologici che spingevano a maggiori arditezze: e tutto ciò in mezzo alle calamità sempre più gravi dei tempi, che aumentavano le difficoltà, dalla deficienza dei materiali alla insufficienza dei trasporti, alle frequenti interruzioni di energia elettrica (inconveniente, quest’ultimo, ben fastidioso per chi doveva lavorare a dieci e più metri di profondità).

«Ma sotto l’assidua direzione degli architetti della Rev. Fabbrica — tra i quali il Prof. Giuseppe NICOLOSI e il Conte Enrico Pietro GALEAZZI furono i principali progettisti e ordinatori — e grazie alla abnegazione dei “sampietrini” addetti a questi lavori, fu possibile risolvere tutti i problemi e tutte le difficoltà presentatesi nel corso delle opere, con il consolante risultato di aver, da un lato, messo in luce e reso possibile lo studio accurato di un imponente insieme di monumenti, e dall’altro di poter avere la convinzione di avere migliorata in molti punti la statica stessa della Basilica ».

Si sono così ritrovati preziosi elementi per ritessere le vicende del Colle Vaticano, sia per quanto riguarda la sua configurazione e la sua rete stradale, sia per alcuni dei suoi importantissimi monumenti, quali il Circo Neroniano e l’adiacente necropoli romana.

Al tempo del martirio di San Pietro (64-67 d. C.), il Colle era un ordinario tratto di campagna, che saliva rapidamente sia da oriente ad occidente che da mezzodì a settentrione (si pensi al dislivello dell’attuale « cortile di San Damaso » e dei Giardini Vaticani dalla quota odierna dell’obelisco in piazza S. Pietro).

«Un buon numero di circostanze materiali — scrive il Padre FERRUA (La Civiltà Cattolica, 5 gennaio 1952, pag. 17) — concorrono nel farci pensare che la sepoltura del Principe degli Apostoli [ivi avvenuta, secondo la comune regola, presso il luogo del supplizio] non fosse una tomba appariscente, neanche munita di un cippo di travertino con la sua iscrizione, cosa che solo si poteva fare in un terreno di proprietà ben dichiarata. Tutte le tombe più antiche trovate in questo luogo erano appunto di questo genere per regola fatte di pochi mattoni ed embrici disposti in modo da ricoprire il cadavere sepolto dentro la terra, a pochissima profondità ».

Il sepolcreto, riapparso nel corso dei lavori, è precisamente formato di queste povere tombe, a inumazione, del I, II e III secolo, e da mausolei — spettanti a facoltosi liberti imperiali o a famiglie romane — ivi succedutisi numerosi verso la seconda metà del II secolo in poi, nei quali prevale l’uso della cremazione, tutti a stretto contatto fra loro, allineati su due file (da est ad ovest) nell’erto pendio del Colle, e disposti con ingresso a sud, verso la valle Vaticana, in prossimità del Circo.

Quindi, se da una parte le fortunate esplorazioni modificano precedenti ipotesi circa la topografia di questa zona della XIV regione augustea, dall’altra confermano inoppugnabilmente, con i dati positivi dei ritrovamenti archeologici, la tradizione antichissima dell’esistenza del sepolcro del Principe degli Apostoli sotto l’Altare della Basilica Costantiniana.

« Si è potuto finalmente conoscere — precisa il Prof. E. Josi nella sua conferenza stampa ai giornalisti in visita ufficiale agli Scavi, il 20 dicembre 1951 (L’Osservatore Rom., 22 dic. 1951 [2, 1]) — l’entità dei problemi che gli l’architetti costantiniani dovettero affrontare pur di costruire immediatamente sul sepolcro dell’Apostolo la grandiosa Basilica a cinque navate, e, sulla base degli avanzi superstiti, si sono potute controllare o correggere le indicazioni di Tiberio Alfarano, che descrisse la Basilica Vaticana alla fine del secolo XVI [cfr. Enciclop. Ital. ed Encicl. Cattolica, alle voci).

« Si è potuto in specie accertare l’origine della forma caratteristica della cripta semianulare, che trova la sua giustificazione nelle speciali condizioni della Basilica Vaticana col monumento sepolcrale dell’Apostolo, nel centro dell’abside.

« Per la storia medievale e rinascimentale della Basilica: la successione degli altari eretti sul sepolcro dell’Apostolo, del presbiterio primitivo e di quello rialzato in connessione con la cripta: gli avanzi della “pergula”, prima con sei e poi con dodici colonne a chiusura del presbiterio stesso, fino all’edificio bramantesco di protezione dell’altare e dell’abside costantiniana durante i lavori della nuova Basilica, e al muro divisorio eretto da Paolo III con la sua doppia scalea.

« Ma ogni aspettativa — rileva l’illustre Professore — fu superata dalla identificazione della Tomba, dove le spoglie dell’Apostolo vennero deposte dopo il martirio: un’umile fossa nella nuda terra sul declivio del Colle Vaticano. Essa venne poi circondata da altre tombe, pure praticate sul terreno; ma essa sola venne protetta con opere in muratura e con tre nicchie [delle quali una sotterranea] costituenti il “trofeo”, additato al Vaticano dal Presbitero Gaio verso l’anno 200. Una sua parete venne rinforzata con un muro, subito ricoperto dai graffiti di devoti: testimonianza inconfondibile della sua venerazione.

« Ivi pellegrini deposero il loro obolo, fino ai secoli più recenti. Costantino rivestì la memoria di marmi e colonne preziose, e la circondò con la sua imponente Basilica ».

«Gli scavi hanno dunque rivelato — conclude la Relazione ufficiale (voi. I, pag. 144, b) — quello che nessuno sospettava, cioè che la tomba del Principe degli Apostoli aveva avuto già prima di Costantino una propria sistemazione monumentale, la quale, nel corso di un secolo e mezzo, subì numerose modifiche e rinnovazioni che documentano chiaramente la continua venerazione concentrata in questo luogo.  Costantino non dovette ricercare la tomba di S. Pietro: questa era ai suoi tempi presente agli occhi di tutti, ed oggetto della più fiorente venerazione. La tomba stessa dimostrava, con la sua consistenza strutturale, la sua età veneranda e la sua lunga esistenza: dall’umile avello, che doveva una volta occupare il misterioso quadrato stretto tra le tombe circostanti, al monumentale “trofeo” a doppie piano additato da Gaio».

Il testo del polemista Gaio, riferito dallo storico Eusebio (Hist. eccl. II, 25, 7), « aveva fatto scorrere — osserva A. FERRUA — fiumi d’inchiostro dalle penne di archeologi e di storici del primitivo Cristianesimo; ma per quante se ne siano dette, non era ancora venuta fuori quell’ipotesi che tanto quanto si avvicinasse allo stato vero delle cose [quale ora è chiaramente emerso dagli scavi]. Il che vuol dire che anche questa volta la realtà ha superato l’immaginazione, come spesso suole avvenire » (in “La storia del sepolcro di S. Pietro”, « La Civiltà Cattolica» 5 gennaio 1952, pag. 28).

E a questo proposito l’insigne studioso fa due riflessioni a modo di conclusione, in risposta a quei critici, i quali ritenevano che «le origini del culto dei Martiri nella Chiesa di Roma fossero relativamente tarde », assegnandole ai tempi di Decio e Valeriano (metà circa del III sec.), e nello stesso tempo affermavano l’inesistenza del ‘martyrium’ — o edicola eretta sulla tomba di un Martire — « prima del periodo costantiniano »: asserzione, questa, che appariva vera anche dopo la recente opera del Grabar “Martyrium” (Parigi 1946), nella quale si raccolgono accuratamente da ogni parte tutti gli indizi dei più antichi santuari eretti in onore dei Martiri.

Ora invece — scrive il Padre FERRUA (ivi p. 29) — « è risultato dai nostri scavi che il culto dei martiri nella Chiesa Romana esisteva già nella seconda metà del II secolo. Ed era quello un culto proprio della Chiesa, quindi ufficiale, sebbene sia difficile precisarne ulteriormente la natura liturgica: ma era per lo meno simile a quello che più tardi ci è attestato per tutti e due gli Apostoli insieme “in catacumbas”, presso S. Sebastiano, della cui natura pubblica e liturgica nessuno muove dubbio. Nello stesso tempo abbiamo pure potuto mettere in chiaro l’esempio di gran lunga più antico di un ‘martyrium’ o edicola eretta sulla tomba di un martire… Da uno stato d’incertezza e di vaghe congetture siamo passati sul solido terreno dei fatti e della concreta realtà monumentale, con un salto in addietro di un secolo e mezzo.

Questi — oltre a un’ampia messe di osservazioni storiche, artistiche e topografiche — i principali risultati archeologici degli Scavi Vaticani, di straordinaria importanza per la storia del Cristianesimo.

LE FONDAZIONI COSTANTINIANE

Nella Sezione trasversale, da sud a nord, sotto il pavimento della Basilica di Costantino, all’altezza del ‘mausoleo dei Cetenni’, a quota superiore, c’è il pavimento della Basilica attuale, rialzata di circa 3 metri rispetto a quella della basilica primitiva.

Il sepolcro dell’Apostolo trovasi più indietro, e ad una quota più alta del mausoleo pagano che qui si vede attraversato dalla sezione: e precisamente alla quota che l’Imperatore assegnò alla sua basilica. Si comprende, con la configurazione del terreno, il grande lavoro che si richiese per ottenere la necessaria piattaforma, dopo aver innalzato le robuste fondazioni delle pareti perimetrali e delle quattro file di colonne, dopo interrato la necropoli ancora in efficienza, e tagliato i sepolcri di tutta la parte (in genere non molta) emergente dalla quota prescelta.

Siamo grati all’Ing. Francesco VACCHINI, Dirigente dell’Ufficio Tecnico della Rev. Fabbrica di San Pietro, per l’illustrazione, dalla quale risulta che il maestoso edificio costantiniano, eretto su di un luogo assolutamente inadatto, denota tutta la sicurezza che la Chiesa Romana nutriva in quel tempo intorno all’ubicazione della primitiva tomba di San Pietro.

« Quando intorno alla metà del IV secolo l’Imperatore Costantino stabilì di edificare in onore dell’Apostolo Pietro una grandiosa Basilica sopra la sua tomba, trovò che la zona adiacente al sepolcro era stata occupata nel II e III secolo da una necropoli pagana che si stendeva, con andamento est-ovest, a mezza costa del Colle Vaticano il quale, per di più, aveva un ripido declivio da nord verso sud. Gli architetti constantiniani costruirono allora, lungo il lato sud della erigenda Basilica, dei grossi muri che dovevano servire da fondazione e da contenimento delle terre, e, aperte le volte di copertura di molti mausolei ivi esistenti, tagliarono la terra a monte del colle e la riversarono verso valle a riempire i mausolei stessi, in modo da costituire un piano di appoggio per la Basilica.

« Immane lavoro, che comportava, oltre ad un grandioso movimento di terre ed eccezionali difficoltà costruttive, anche la distruzione di una necropoli, per la qual cosa occorreva un speciale provvedimento riservato all’Imperatore. Tutto ciò non può spiegarsi diversamente che con la presenza, in quel luogo, della tomba di S. Pietro, e la decisa volontà di edificare un tempio esattamente sopra di essa.  Gli scavi, infatti, hanno rimesso in luce le grandi fondazioni costantiniane, e, nel loro interno, i magnifici mausolei pagani, che, guasti da un lato, sono stati quasi protetti dall’altro, da questa coltre di terra del riempimento costantiniano».

ILLUSTRAZIONI DOCUMENTARIE

Sentiamo il dovere di ringraziare il chiarissimo Professore Padre Engelberto KIRSCHBAUM S. J., per averci fornito appunti e suggerimenti, dei quali ci siamo ampiamente serviti per illustrare la presente documentazione scientifica, con squisita cortesia dalla REV. FABBRICA DI SAN PIETRO. Documentazione breve, la nostra, ma sufficiente per poter apprezzare la ricchezza e la eccezionale importanza degli avvenuti ritrovamenti archeologici.

— Nella necropoli romana rinvenuta negli scavi vaticani, sotto la navata centrale del tempio, ci sono i muri o le sopraelevazioni costantiniane. È da notare che non è stata esplorata tutta l’area sotto la Basilica, ma solamente quella sotto le Grotte, le quali si estendono, con andamento semianulare, dall’abside alla crociera (Grotte Nuove) e, in senso rettilineo, dalla crocierà, sotto la navata centrale, fino all’altezza della Cappella del SS. Sacramento (Grotte Vecchie). Nelle parti rimanenti il pavimento della Basilica non poggia sulle volte, ma direttamente sul terreno. Per esplorare anche questa parte, occorrerebbe quindi fare prima, ex novo, delle volte di sostegno (secondo quanto è stato affermato [cfr. Capitolium, genn. 1952, p. 1], sarebbe desiderio del Sommo Pontefice che tali lavori si riprendano, appena possibile, per l’ulteriore indagine archeologica).

I mausolei, allineati su una duplice fila lungo il pendio del colle vaticano (da oriente ad occidente), hanno tutti la porta di entrata a sud, verso la valle. In tal modo la zona delle confessione e quindi la tomba di san Pietro, corrispondente alla nicchia sotterranea della Memoria Apostolica, viene a trovarsi verso l’estremità ovest verso il 14° posto della serie monumentale, ossia nell’area o ‘campo’ che diciamo dell’Apostolo.

V’è una tomba cristiana antichissima, vicina a quella apostolica. La tomba di S. Pietro attirava a sé come una calamita le sepolture cristiane, le quali però, pur stringendosi intorno ad essa, ne rispettarono l’area veneranda. Le più vicine risalgono certamente al I secolo. Tale sepoltura cristiana con il suo sarcofago di terracotta, anche nella sua povertà, è ben più ricca di quella del Principe degli Apostoli: semplice fossa, questa, scavata nella nuda terra e ricoperta tutt’al più da qualche grossa tegola. Ritrovata, è riapparsa ora, dopo tante vicende di secoli, nella sua immutata povertà.

Ci sono delle colonnine di marmo bianco, parte della Memoria Apostolica (il « trofeo ricordato da Gaio), rinvenuta nel sito originale. Una colonnina è alta m. 1,40 e appartiene al lato sud della Memoria. Insieme ad altri resti autentici, ha permesso la ricostruzione del “trofeo”  di Gaio.

Il ‘Martyrium’ o Memoria Apostolica: primo monumento eretto sulla tomba di S. Pietro, verso la metà del II secolo (intorno al 160 circa: infatti i mattoni del relativo fognolo retrostante, rinvenuto allo stato originario, recano bolli di fabbrica dei tempi di Marco Aurelio, ancora ‘Caesar’ [140-161]).

Il monumento detto ‘Trofeo’ di Gaio consiste in un sistema di nicchie sovrapposte, organicamente costruite fin dall’inizio entro un muro coevo (chiamato ‘muro rosso’ dal colore del suo intonaco), e da una grossa lastra di travertino (con 11 cm. di spessore, lunga cm. 178, e larga più di un metro), sorretta, a guisa di tetto orizzontale, da due agili colonnine di marmo bianco, poggianti sugli estremi di una robusta soglia, anch’essa di travertino. Tutto l’insieme dava l’impressione di una elegante ‘edicola’. — Sul muro di fondo (‘muro rosso’) si possono ancora decifrare, a destra della nicchia inferiore, alcuni graffiti antichissimi (a caratteri minuti e poco profondi, quasi per sottrarli all’attenzione dei profani), in buona parte nascosti dal murello di rinforzo erettovi posteriormente, tra i quali uno assai importante, con quattro lettere greche: PETR, che sembrano doversi interpretare per il nome stesso dell’Apostolo (cfr. il disegno del padre FERRUA, in La Civiltà Catt., 5 gennaio 1952, p. 25).

Questo complesso è evidentemente eretto sopra i resti di una tomba più antica, la quale determina certe irregolarità nella costruzione del monumento stesso. Il quadrato sul pavimento manifesta le linee della lastra di chiusura, allora esistente sopra la tomba dell’Apostolo: i suoi lati seguono non già l’andamento del ‘muro rosso’, ma quello della tomba venerata sottostante, che aveva qui la sua estremità, mentre il resto si spingeva sotto il medesimo ‘muro rosso’. Il suolo tutto intorno doveva essere lastricato a mattoni, o forse meglio di riquadri di pietra, di cui — a quanto sembra — si è ritrovato qualche resto.

Il disegno di ricostruzione, eseguito su resti monumentali (le due nicchie sovrapposte, le due colonnine con le basi, parte della soglia di appoggio, parte della lastra di copertura), è dovuta al Prof. Arch. Bruno M. APOLLONJ GHETTI, uno dei quattro archeologi che hanno seguito gli scavi.

La parte superiore di un muro precostantiniano ricingeva il lato nord della detta Memoria (presso la colonnina destra del ‘trofeo’). Secondo ogni probabilità risale al III secolo, ed è da considerarsi come muro di rinforzo: uno sperone o contrafforte, resosi necessario per una lesione prodottasi nel muro di fondo (‘muro rosso’). Esso obbligò a spostare alquanto a sinistra la colonnina del ‘trofeo’, posta in quel lato.

Rivestito in parte di stucco, e situato immediatamente accanto al sepolcro di S. Pietro, il murello fu subito ricoperto di ‘graffiti’ paleocristiani (onde è detto muro graffito), testimonianza della venerazione di questo luogo da parte di quegli antichi fedeli, che desideravano lasciarvi il loro ricordo, incidervi il nome loro o quello dei loro cari, accompagnandolo spesso con voti ed acclamazioni, come “Vivas in Christo”.

I pellegrini che vollero lasciare il loro ricordo su questa parete furono tanto numerosi, che dovettero sovrapporre un nome sull’altro. A differenza dei graffiti scoperti presso la memoria in catacumbas (San Sebastiano), nei quali non si trova mai il monogramma detto di Costantino, in questi graffiti del Vaticano invece quel monogramma è assai frequente, come “compendio di scrittura” e ”segno di Cristo”. Ciò conferisce loro una particolare importanza scientifica (cfr. “Relazione ufficiale”, voi. I, pagg. 129-130)

Costantino eresse un monumento sul sepolcro dell’Apostolo, e precisamente il presbiterio della grande Basilica cimiteriale primitiva. L’Imperatore non distrusse il vecchio monumento del II secolo ( o’trofeo’ di Gaio) ma, conservandolo come era pervenuto dall’antichità, volle che emergesse dal piano della basilica, e io rivestì di una ricca incrostazione marmorea di protezione, aperta sul davanti (ossia ad est, verso le porte della Basilica) per permettere la vista e la venerazione più diretta della tomba apostolica, la quale rimase così racchiusa in una specie di cappella monumentale (sacello), a forma di parallelepipedo (m. 1,80 di base, e 2,90 di altezza). Attorno e sopra questo sacello una magnifica ‘pergula’ con sei colonne vitinee di mirabile fattura (fatte venire dalla «Grecia» o meglio dall’Oriente: cfr. Liber Pontificalis I, p. 176), e recinti presbiterali. Il monumento sepolcrale dell’Apostolo, così isolato e ornato, costituiva il centro ideale e architettonico della costruzione costantiniana (il centro dell’abside). Tutto ciò testimonia chiaramente la sicurezza di Costantino e della Chiesa Romana di possedere proprio in questo monumento il sepolcro di S. Pietro.

Un antico rilievo eburneo del presbiterio costantiniano si può vedere nell cofanetto o capsella d’avorio di Samagher, presso Pola, del principio del secolo V.

I pellegrini così videro il monumento dell’Apostolo fino ai tempi di Pelagio II (579-590) e di S. Gregorio Magno (590-604): il primo intese rialzare il presbiterio, e il secondo volle al vertice del ‘monumento’ costantiniano un altare stabile per il santo sacrificio della Messa sul sepolcro di S. Pietro (“sopra il corpo del beato Petro, come dice il Liber Pont. I, p. 312), mentre a comodità dei fedeli si aprì sotto il nuovo piano, intorno allo stesso sepolcro, una cripta semianulare (cfr. Relazione, I, p. 193).

Nell’odierna Cappella Clementina (Grotte Vaticane), detta anche Cappella di San Pietro (a suo tempo sistemata da Giacomo della Porta per ordine di Clemente VIII, onde il nome di Cappella Clementina). Nello sfondo si mostrano ora i resti autentici del ‘monumento’ costantiniano, ossia del rivestimento marmoreo con cui l’Imperatore racchiuse e protesse quanto alla sua epoca esisteva sulla tomba dell’Apostolo (il ‘trofeo’ di Gaio, con le modificazioni susseguitesi intorno alla Memoria stessa durante tutto il sec. III, tra le quali il muro graffito). E’ questa la parte posteriore (lato occidentale) del ‘monumento’ sepolcrale, decorata  con lastre di pavonazzetto incorniciate con liste di porfido. Proprio dietro di esse, quindi, è il «muro rosso» costituente la parete di fondo del ‘trofeo’ di Gaio.

Nell’altare medievale, il Papa Callisto  II (1119 -1124) racchiuse l’altare più antico che S. Gregorio Magno costruì o adattò esattamente sopra la Memoria (ossia sopra il ’monumento’ costantiniano) dopo che fu rialzato il presbiterio intorno alla medesima — Per l’attuale aspetto delle S. Grotte ( cfr. Osservatore Rom. 29 giugno 1950.

L’Altare della Confessione per la nuova Basilica — cioè l’altare ‘papale’ attualmente in uso, sotto il grande baldacchino bronzeo del Bernini — fu eretto da Clemente VIII (1592-1605} al di sopra degli altri due precedenti, e non fu consacrato, perché in diretto collegamento con essi. [La Basilica rinascimentale fu elevata di circa tre metri nei confronti della primitiva o costantiniana: il suo pavimento è venuto così a trovarsi presso a poco all’altezza del «presbiterio rialzato» medievale].

Perciò è tuttora evidente, sopra il sepolcro dell’Apostolo, la millenaria triplice successione degli Altari, che ne garantisce la perennità del culto: l’altare di S. Gregorio Magno, l’altare di Callisto II (consacrato il 25 marzo 1123), e quello rinascimentale di Clemente VIII.

Questo timore riverenziale — tanto impressionante quanto palese, e perciò degno di particolare nota — di toccare, in questi lavori di trasformazione, qualsiasi cosa pervenuta dall’antichità, è dovuto evidentemente alla certezza di trovarsi di fronte alla vera tomba del primo Papa.

Nella stessa Cappella Clementina, il vetusto altare a blocco — del VII-VIII secolo — costruito nella cripta semianulare dopo che fu rialzato il presbiterio della Basilica costantiniana, fu ivi eretto al fine di poter celebrare il più vicino possibile alla memoria Apostolica {‘al corpo’). Attualmente esso è racchiuso in una custodia di marmi preziosi (specialmente di malachite), che formano l’altare di S. Pietro o della Confessione nelle Grotte Vaticane (Confessione ’coperta’), consacrato il 5 giugno dell’anno giubilare 1950 dallo stesso Sommo Pontefice Pio XII.

Nella parte opposta alla Cappella Clementina è la così detta ‘Nicchia dei Pallii’, immediatamente dietro la quale si trova quindi la parte anteriore, ossia orientale, del ‘trofeo’ di Gaio. A questa Nicchia si accede dalla Confessione “scoperta”, cioè visibile dall’attuale Basilica. La Nicchia, ora alterata da sovrastrutture, muri di rinforzo, decorazioni (mosaico medievale del Salvatore), nella forma originaria doveva far vedere il ‘trofeo’ come al tempo di Costantino. E’ sempre stata considerata soprastante alla tomba apostolica, anzi in diretta comunicazione con essa attraverso un pozzetto o “cataratta” (la “finestrella parvula” di S. Gregorio di Tours: cfr. E. Josi, Fenestrella confessionis, in Enciclopedia Catt. V. 1149), che conserva resti di antichi rivestimenti, e attraverso il quale, durante il Medio Evo, si faceva la incensazione della tomba medesima (cfr. H. Grisar, Anal. Rom., diss. VI: Le tombe apost.). Perciò la ‘Nicchia dei Pallii’ non è altro che il rivestimento interno del ‘trofeo’ di Gaio, nel quale si inserisce integralmente, occupandone il vano compreso tra le due colonnine originarie e sfondandone la tavola orizzontale o lastrone di travertino poggiante nelle medesime, che venne tagliato per costruirvi la relativa calotta (cfr. Relazione I, p. 198). Come gli accertamenti archeologici hanno rilevato, essa corrisponde quindi esattamente, per collocazione e orientamento, al ‘Martyrium o trofeo’ di Gaio (cfr. Relaz. I, fig. 96 a p. 131).

Il nome di ‘Nicchia dei Pallii’ le proviene dal fatto che ivi si custodiscono i Sacri Pallii che il Papa, successore di S. Pietro, benedice (sul posto, a sera del 28 giugno) e «dal corpo del beato Pietro» (come si esprime la formula liturgica) invia agli Arcivescovi — a coloro cioè che nella Chiesa hanno ricevuto, come metropoliti, la dignità pastorale più alta — in segno di unità e di unione: «Da qui una fede rifulge al mondo» dice l’iscrizione sotto la cupola michelangiolesca. — La statua di Pio VI del Canova, inginocchiata in preghiera lì davanti, vuol esprimere la perenne venerazione dei Successori al sepolcro del Principe degli Apostoli.

Uno dei Mausolei vicino alla tomba Apostolica è della seconda metà del sec. II, passato poi a cristiani. Vanto singolare di questo Mausoleo, detto dei Giulii, è la ricca decorazione musiva cristiana, purtroppo in parte caduta; la volta ne conserva intatta circa tre quarti.  La volta del mausoleo è tutta invasa dai magnifici tralci di una vite lussureggiante. In un ottagono centrale è raffigurato il Sole con la testa radiata, sopra il suo caratteristico carro. È la rappresentazione simbolica di Cristo-Sole, di Cristo vero «Sole invincibile» che qui, in ambiente cimiteriale, doveva avere una particolare relazione al mistero della risurrezione. Certamente era una risposta al culto dei Sole invincibile che l’Imperatore Aureliano aveva introdotto negli ultimi decenni del III secolo come festa simboleggiante l’invincibile potenza imperiale, e come culto unitario, valevole cioè, secondo lui, a ridurre ad unità i vari culti nell’Impero.

Il « giorno natalizio del Sole invincibile » veniva festeggiato il 25 dicembre. Ancor oggi risuona la risposta nella nostra liturgia: “Vedrete il Re dei re che procede dal Padre, come sposo dal suo talamo, quando il sole sarà nato dal cielo”.

UN SARCOFAGO PALEOCRISTIANO PRESSO LA TOMBA DELL’APOSTOLO

Uno dei più importanti sarcofagi cristiani rinvenuti negli scavi sotto la Basilica Vaticana è detto il sarcofago dei “tre monogrammi” (due sul davanti e imo sul coperchio), e appartiene all’età costantiniana (metà del sec. IV). È quindi uno dei primi sarcofagi accolti nella Basilica, calato sotto il pavimento della medesima: è stato infatti rinvenuto intatto nel luogo primitivo, addossato alla parete frontale, sopra la porta, del mausoleo degli Ebuzi, vicino alla zona della Confessione (cfr. Relazione, vol. I, p. 37).

Al centro di tutte le scene è l’anima del defunto, al cui onore e alla cui memoria è consacrato il sarcofago. L’anima è in atteggiamento di orante, a significare la raggiunta contemplazione celeste. Naturalmente tutte le scene ivi rappresentate hanno, nel loro simbolismo, un diretto rapporto con il defunto: ma su ciò qui non possiamo soffermarci.

Le scene sono disposte, artisticamente, con una certa simmetria. Nella parte centrale, ai lati del defunto, due episodi evangelici: a sinistra, “il Signore che guarisce il cieco nato”; a destra, “la cananea che si prostra dinanzi a Gesù”. In ambedue le scene l’Apostolo Pietro, vicino al Signore, sembra presentargli i due miseri imploranti pietà.

Seguono, d’ambo le parti, due scene del Vecchio Testamento: a sinistra, “Daniele che dà l’offa al serpente che muore” (Dan. 14, 26); a destra, “Abramo nel sacrificio d’Isacco, liberato dalla mano dell’Angelo” (Gen. 22, 1-18).

Ai due lati estremi, altre scene bibliche. A sinistra è il Principe degli Apostoli, rappresentato quale Mosè del Testamento nuovo, nell’atto di battere la rupe per fame scaturire l’acqua della grazia, specie del Battesimo ch’è la porta della fede e «via del Paradiso». Ad essa si dissetano i vicini militi, dal caratteristico berretto pannonico: sembra non doversi escludere una lontana allusione al battesimo del centurione romano, che l’Apostolo ammise con tutta la sua famiglia nella Chiesa come primizie dei gentili (cfr. At. 10-11).

Segue la figura del Signore, che esorta Pietro a confermare i fratelli nella fede dopo la triplice negazione predettagli al canto del gallo qui raffigurato (Marco 14, 30: Luca 22, 31-34). Gesù tiene nella sinistra il ‘volume’ della legge evangelica, contrassegnata dal monogramma costantiniano «segno di Cristo».

Al lato destro ricorrono le stesse figure. Gesù, resurrezione e vita, si appressa a toccare con lo ‘scettro della divinità sua’, e il sepolcro di Lazzaro per risuscitarlo, dopo che Maria, prostrata ai suoi piedi, ne piangeva la morte (Giovanni 11, 32-33). A destra del Signore, simmetricamente, tra due militi, ricompare Pietro: sono soldati, però, che lo catturano mentre insegna la legge di Cristo. Lo afferrano per il braccio e lo trascinano al martirio.

Sul coperchio del sarcofago, altre scene bibliche —- care ai primi cristiani — di evidente significato simbolico: Giona, a sinistra, e i tre Fanciulli nella fornace ardente, a destra (per questi temi dell’arte funeraria antica, cfr. le relative voci dei Prof. E. Josi in Enciclic. Cattol. V, 1020 s. e VI, 428 s.).

Tornando alle figurazioni frontali, troviamo a sinistra, vicino al capo di Daniele, una mano celeste che consegna un codice ad un personaggio. È questi Mosè, il quale riceve il libro della legge datagli dal Signore sul Monte Sinai (cfr. E. Jos, alla voce, in Encicl. Catt. VIII, 1476). La scena è in manifesta simmetria, sia, artisticamente, con quella a destra, in cui compare la mano celeste che ferma Abramo, sia, simbolicamente, con la scena di Pietro a sinistra. Come Mose ebbe da Dio le tavole della legge e batté la rupe per farne scaturire l’acqua salutare, così Pietro riceve dal Divino Maestro i divini poteri di santificare le anime con l’acqua della redenzione, e di guidarle a salvezza con la legge evangelica, il cui volume conserva immutato come lo ha ricevuto da Cristo, fino al martirio. Si noti come nel volume tenuto da Pietro è inciso lo stesso «segnn di Cristo» che è nel volume tenuto da Gesù Cristo: ciò a dimostrare che la legge o dottrina insegnata da Pietro è quella stessa di Cristo.

È certamente assai interessante, nel nostro sarcofago, l’importanza eccezionale che ha Pietro, figura emergente, sempre vicina al Signore: eloquente omaggio dell’arte e della fede al Principe degli Apostoli. Catturato e condotto al martirio, egli reca lo stesso volume della legge, contrassegnato dallo stesso monogramma costantiniano, come quello di Gesù. Il sarcofago quindi, pur nella rozzezza della sua scultura, caratteristica dell’epoca, esalta il “primato di Pietro”. È evidente come la Chiesa antica credesse come noi crediamo. Nell’economia della salvezza la figura di Pietro e dei suoi Successori è essenziale. Egli fa le veci di Cristo sulla terra, egli ha il governo effettivo della Chiesa.

Non è, perciò, senza profondo interesse e viva commozione che noi oggi, grazie agli scavi vaticani, possiamo con esattezza ritessere la storia e lo sviluppo, attraverso i secoli, del sepolcro glorioso del primo Papa. Dalla fossa primitiva al ‘Trofeo’ di Gaio, al monumento nella Basilica Costantiniana, al presbiterio di Gregorio Magno, e infine alla maestosa Cupola di Michelangelo e all’imponente Baldacchino berniniano, abbiamo un crescendo continuo e mirabile di grandiosità e di splendore, all’unico fine di onorare sempre più degnamente l’umile tomba, posta nella nuda terra, del Principe degli Apostoli.

Il giornale “lOsservatore Romano”, nel suo editoriale del 20 dicembre 1951, a proposito della documentazione scientifica del ritrovamento della Tomba di S. Pietro, rileva: «La parola definitiva è stata pronunciata. La scienza, che non crede se non vede, ha veduto. Crede con la Chiesa, con la tradizione, con la storia, con l’arte… Chi avrebbe immaginato che quel breve spazio scavato nelle crete del Colle Vaticano, quelle poche pietre salve da tante note e misteriose vicende, avrebbero illuminato la Basilica Vaticana, l’Altare più splendido che ogni religione conosca, di una luce di simbolo meraviglioso: il simbolo della «pietra» con cui il Signore edificò la sua Chiesa? Giacché è su quel poco cui umana pietà consentì al Giustiziato e devozione filiale conservò al Martire, è su quel poco — come gli scavi hanno confermato sino ai dettagli più controllati — è su quella consunta pietra, ancora, che sbocciò il Tempio, la «Chiesa di San Pietro», come da unico germoglio apertosi nella primitiva Edicola, fiorito, alla primavera dell’Impero Cristiano, nella Basilica di Costantino, e maturato, infine, gigante, al pieno clima del genio cristiano, nel Trofeo michelangiolesco.

«Il Pontificato di Pio XII scrive ancor questo: con la proclamazione del Dogma dell’Assunta, con la Beatificazione di Pio X, il ritrovamento della Tomba di S. Pietro, a gloria della Santa Madre Chiesa e a sovrana maestà del Vicario di Cristo! ».

Igino  CECCHETTI

  1. AGOSTINO: “Vedrete certamente (…) supplicare, deposto il diadema, presso il sepolcro del pescatore Pietro, culmine eminentissimo del nobilissimo impero” (Epist. 232, 2)

 

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La Colomba dipinta da Salvatore Tricarico, segno di speranza nella pace e nella salvezza

Colomba con Ramoscello D'ulivo

Colomba con Ramoscello d’ulivo

Salvatore Tricarico pittore lucano residente a Milano
“Colomba con Ramoscello D’ulivo” è simbolo della Pace e della salvezza
Olio su cartone telato da cm 20×30 Aprile 2020

la colomba della pace dipinta dal pittore Salvatore Tricarico per l’occasione della domenica delle Palme del 9 Aprile 2020, per causa Coronavirus, partecipazione non attiva alle celebrazioni Eucaristica. Anno particolare da ricordare nella storia dell’Umanità.
Vola la colomba immersa nel cielo azzurro variegato con filamenti di nuvole. Lei si libra nell’aria con le ali ampie aperte con eleganti penne di progressiva lunghezza anche nella coda. Il volatile reca nel becco un rametto con quattro foglie di olivo. Il suo corpo ovale e armonioso è simbolo di benessere vitale, mentre supera le lunghe onde del vasto mare.
In tempi calamitosi il suo volo dà l’impressione di una fuga per evitare le minacce duplici che provengono dalle acque e dalle nubi, con la speranza fiduciosa di arrivare ad un nido fortunoso. Il verde ulivo è segno di pace che si gode nella bontà del proprio animo, nella fraternità benevola con le persone e nella luce donata dal Padre celeste. La colomba è anche il simbolo della festa di Pasqua, festa della salvezza che vince la morte. Nelle celebrazioni pasquali la speranza di Dio è anche speranza di pace.
In Cristo si uniscono Dio e l’umanità con l’impegno a fare tutto ciò che serve al bene comune. La colomba nella cristianità è simbolo di pace e salvezza. Nella Bibbia si narra che Noè fece uscire per tre volte dall’arca una colomba che, alla fine, tornò da lui con un ramoscello d’ulivo nel becco nel segno evidente che la riconciliazione con Dio era avvenuta e il diluvio terminato.

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Senza agitarsi pensare al Buon Dio nell’esperienza del covid2020. In ascolto del prof. Angelo Paci

Il professor Angelo Paci a Servigliano conversa con amici su come il virus nel 2020 ci ha cambiati e con pochi versi fa notare che ci sappiamo distaccare da tante cose mentre prima si tendeva ad accumulare sempre qualcosa in più che alla prova dei fatti n o n   s e r v e   a   n i e  n t e.

Ecco, nella consapevolezza del distacco da ciò che non serve, due strofe che il prof. Angelo Paci canta:

– DIO, PADRE, PROVVEDE OGGI, DOMANI –

      Per chi crede è un’altra cosa:

       Dio è Padre e ci vuol bene.

       Alla Misericordia ci affidiamo

       e, così in pace, riposiamo.

Diamoci ora tutti da fare,

valga sempre il Dio Amore

tanto d’altro serve a niente,

alleggeriamoci la mente.

*** Grazie Prof.

Il prof. Angelo Paci esprime con qualche epiteto la spiritualità dei recenti sette papi

Papa Francesco:  “Guardo agli ultimi” =  P o v e r o

Papa Benedetto XVI:  “Medito l’Alto” =  P e r  l a  V e r i t à

Papa Giovanni Paolo II:  “Sono attaccato alla MAMMA” = O n e s t o

Papa Giovanni Paolo I:  “Sono per la gioia” =  S o r r i d e n t e

Papa Paolo VI:  “Sono nel puro Spirito” = S p i r i t u a l e

Papa Giovanni XXIII:  “Sono di tutti” =  B u o n o

Papa Pio XII:  “O con me, o contro di me” =  Z e l a n t e, g e l o s o

 

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Fermo secoli XI XII XIII Torre di Palme notizie storiche di Mattetti Massimo

MASSIMO MATTETTI

FERMO NEI SECOLI XI-XIII

TORRE DI PALME 2007

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI URBINO “CARLO BO” FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA CORSO DI LAUREA TRIENNALE IN LETTERE INDIRIZZO STORICO-ARTISTICO

INDICE

I CAPITOLO INTRODUTTIVO -Bilancio degli studi storiografici, metodiche di ricerca,

luoghi e argomenti della trattazione

I.1 Il lavoro dei predecessori e i luoghi di ricerca

I.2 La storiografia latina, gli autori tardo- antichi,

e gli storici alto-medioevali

I.3 La cartografia antica

I.4 II Codice 1030

I.5 Le attenzioni degli imperatori, dei governatori e degli amministratori tramandate dai documenti e dagli storici

I.6 Gli studiosi dei secoli XVIII e XIX: AntonioBrandimarte e Giuseppe Colucci 

CAPITOLO II

Guelfi e ghibellini nel comitato di Fermo e nella Marca di Ancona

II..1 Fermo e il vescovato

II.2 Dal ducato al comitato

II.3 Il protettorato imperiale sull’abbazia di Farfa nell’epoca carolingia ottoniana

II.4 Rapporti dell’episcopato fermano con l’Impero e la Santa Sede nel periodo della lotta per le investiture

CAPITOLO III

La Santa Sede e le prelature nullius in territorio di Palma

III.1Concessioni, privilegi e riserve contenuti nella

bolla del pontefice Alessandro III

III.2 Il territorio nullius dioecesis in Palma Vetula e Turris Palmae: il priorato di San Pietro Vecchio e la commenda  di Santa Maria a Mare

III.3Sull’incorporazione dei priorati di San Pietro Vecchio e di Santa Maria a Mare

IV CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA . FONTI…  STUDI

<tradotti gli enunciati latini>

  1. CAPITOLO INTRODUTTIVO

BILANCIO DEGLI STUDI STORIOGRAFICI, METODICHE DI RICERCA, LUOGHI E ARGOMENTI DELLA TRATTAZIONE

  • II lavoro dei predecessori e i luoghi di ricerca

I primi storiografi e letterati a fornire notizie utili e preziose per l’argomento in esame, sebbene più o meno precise a seconda dei casi, delle competenze, dello stato d’avanzamento degli studi e dei campi d’indagine, furono alcuni tra gli autori latini che s’interessarono di materia storico – geografica in senso lato; essi hanno garantito un importante contributo scritto, suffragato poi da scavi archeologici remoti e recenti, nonché da passate perlustrazioni, eseguite da appassionati di storia, anche da storici e storiografi in senso stretto.

Questi ultimi, pur non possedendo i mezzi tecnici oggi a nostra disposizione, erano tuttavia grandi studiosi d’archivio ed è grazie a loro che larga parte del materiale, del quale ci si può avvalere per la ricostruzione di tali eventi, è pervenuta attraverso copie di manoscritti, documenti autografi o transunti; la preziosa opera, compiuta attraverso grandi sforzi, causati dalla penuria dei mezzi allora a disposizione, è attualmente evidente e tangibile nei luoghi ove è possibile visionare tale documentazione, disponibile in biblioteche ed archivi; nel caso specifico nell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo1, nell’Archivio di Stato di Fermo, nell’Antico Archivio Parrocchiale della Chiesa di Santa Maria a mare in Torre di Palme, negli archivi privati, ai quali in passato è stato possibile l’accesso, come noto dalle testimonianze di coloro che ci hanno preceduto nell’attività di ricerca.

1.2 La storiografia latina, gli autori tardo-antichi, gli storici alto- medioevali

Della città di Palma2, principale centro urbano dell’Ager Palmensis, parla lo scrittore latino Plinio il Vecchio(morto a Pompei nell’anno 79) a proposito della produzione di un vino pregiato, noto nell’Impero Romano come palmense e menzionato da questo autore per le sue gradevoli caratteristiche e spiccate qualità derivanti dalla sua origine quasi selvatica; della vite (latino ‘palma’) dalla quale è prodotto si dice che cresca spontaneamente nel territorio di Palma, situato nella zona Picena compresa tra l’Adriatico e gli Appennini, a nord dell’Ager Praetutianus (Pretuzi, abruzzesi) e dell’Ager Hadrianus (Adria, Atri): “Ex reliquis autem a supero mari Praetutia atque Ancone nascentia, et quae a palma una forte enata palmentia appellavere…”3.(Poi tra altre <lungo> il mare Adriatico le viti abruzzesi e anconetane chiamate ‘palme’ derivate dallo stesso rampollo)

Già precedentemente altri storici latini avevano fornito notizie circa il Piceno Palmense per la presenza in quei luoghi di un navale: lo stesso Strabone4, nel I secolo a.C., ne fa menzione nella sua opera descrittiva Geographia parlandone come di insediamento portuale vero e proprio, e utilizzando, per descriverlo, il termine Epìneion e non semplice Ormos: ciò sottintende che tale struttura era munita di due colline a picco sul mare, cornua o brachia (corni, braccia) e dell’ostium o fauces (entrata, fauci), ingresso stretto del porto, nonché del crepido, il parapetto frangiflutti. Nell’opera geografica l’analisi territoriale è condotta in maniera poco scientifica e prestando più che altro attenzione ai dati storici tradizionali, senza trascurare peculiari fenomeni umani inerenti le popolazioni e le località descritte, secondo la prassi allora molto diffusa di discutere di materia geografica e scientifica con i mezzi espositivi delle discipline storico – letterarie.

Analogamente lo scrittore latino Marco Terenzio Varrone5 nel I secolo a.C. nomina Palma e il territorio palmense, che ad essa fa capo, nel De re rustica: come anche Plinio il Vecchio fa riferimento ad un tipo di vite coltivata nel suddetto insediamento piceno (“unde uvae nascuntur palmam” vite da cui nascono uve), che prende nome, per antica origine, dall’ager (territorio, pianura) nel quale rappresenta la coltura prevalente. L’attività agricola è infatti preponderante rispetto alle altre, sebbene non di scarso rilievo risultino quelle marinara e mercantile legate al ‘navale’ ivi presente; su di esso è chiamata a sovrintendere e a vigilare la colonia romana di Fermo, una volta istituita, in seguito alla conquista da parte di Roma del Piceno, ridotto dai Romani a Prefettura, (il prefetto urbano vi delegava un prefetto) condizione peggiore nella quale potesse cadere un territorio soggetto alla città per eccellenza.

In un’altra opera, dallo stesso titolo della Varroniana, ma redatta dal più tecnico e preciso dei descrittori latini impegnati nella stesura di trattati agricoli, Lucio Giunio Moderato Columella6, nuovamente compaiono l’Ager Palmensis e la sua città di riferimento nei libri III e IV.

Come avviene per la circoscrizione palmense, “storici” e letterati latini prestano attenzione alla Colonia Romana di Fermo.7 Tra il II secolo prima della nascita di Cristo e il I dopo, molteplici sono le testimonianze scritte che fanno riferimento a Fermo o a personaggi illustri e noti a Roma, che vi risiedono; Cicerone loda i Fermani perché “principes pecuniae pollicendae fuerunt”8  (furono i primi a impegnare <offrire> denaro); dice di aver ricevuto notizie: “Audivi ex Gavio hoc Firmano… permulta ad me detulerat non dubia de Firmanis fratribus ”9, (Ho ascoltato Gavio Fermano che mi ha riferito molte cose indubbie sui fratelli Fermani) asserisce inoltre che il giorno natale di Roma fu trovato da “L. Taruntius Firmanus familiaris noster in primis chaldaicis rationibus eruditus”10 (Lucio Tarunzio Fermano nostro famigliare <grande amico> tra i principali erudito nelle competenze caldaiche <astronomiche, orientali>) .Catullo rivolgendosi ad un amico dice: “Firmano saltu non falso <Mentula> dives Fertur qui tot res in se habet egregias Aucupium omne genus piscis prata arma ferasque Nequiquam fructus sumptibus exuperant” (Dicono, non falsamente, che la boscaglia Fermana di Mentula sia ricca, che abbia dentro molte cose degne di nota, come selvaggina, pesce, prati, campi e bestiame. Inutile: sono più le sue spese che i suoi guadagni). Nella sua narrazione delle guerre civili invece Cesare ricorda, parlando di sé in terza persona, “Recepto Firmo expulsoque Lentulo… Asculum Picenum proficiscitur… ibi unum diem rei frumentariae causa, moratus est”11 ;. (Dopo la capitolazione di Fermo e la cacciata di Lentulo, Cesare. .   marcia verso Ascoli Piceno… , vi si trattiene un solo giorno di sosta per gli approvvigionamenti). Ulteriori lodi verso i popoli fermani giungono attraverso le parole dello storico Tito Livio: “Nec sileantur fraudenturque laude sua… Venusiani, et Ariani et Firmani et Ariminenses” (non passino sotto silenzio né siano deprivati di lode … Fermani …) e “Sub C. Pluvio legato, tres cohortes Firmana Vestina, Cremonensis”12; (… tre coorti, una Fermana …). A proposito della partecipazione alle guerre contro Cartagine riferisce Valerio Patercolo: “Inizio primi belli punici Firmum et Castrum colonis occupata”13; (All’inizio della prima guerra cartaguinese <266 a. C.> i Romani occuparono Fermo e Castronovo <nuove colonie>.) Notizie utili su Fermo e sull’origine dell’ insediamento di Cupra ci vengono fomite da Strabone nell’opera geografica di cui si è già diffusamente parlato “Paullum supra mare urbs Auximum est, deinde Septempeda, Potentia et Firmum Picenum, et ejus navale Castellum”14; (La città di Osimo poco sopra il mare, poi Settempeda, Potenza e Fermo Piceno e il suo castello navale. Si noti che esisteva altro Firmum, Firmo di Cosenza). Testimonianza sempre del I secolo d.C. è quella di Valerio Massimo che parla di un certo Equizio “Nam ut Equitium Firmo Piceno monstrum veniens, relatum iam in huiusce libri superiore parte, praeteream, cuius in amplectendo Tiberio Graccho patre evidens mendacium”15 (Di Equizio proveniente da Fermo Piceno eccezionale figuro già citato nella precedente parte di questo libro non trascurerei la sua sfacciata bugia nell’attribuirsi come padre Tiberio Gracco). Frontino invece riferisce della centuriazione dell’Agro Fermano”16;Firmum di Cosenza: il senato ordinò di condurvi l’esercito vinto al fiume Siri esistente in Lucania, Basilicata). In ultima analisi Plinio il Giovane dimostra un insolito e premuroso interesse nei confronti della città in questione “Sabino suo salutem. Rogas ut agam Firmanorum publicam causam quod ego, quamquam plurimis occupationibus distentus, adnitar. Proinde Firmanis tuis, ac iam potius nostris, obliga fidem meam”17 (scrive all’amico Sabino che gli chiede di accettare di difendere la causa pubblica, nonostante le molte ocupazioni che lo asillano e dice che si impegna fedelmente per i Fermani dell’amico e piuttosto ‘nostri’ <dello stesso Plinio>).

Nel periodo tardo antico e in seguito alle invasioni barbariche, si avvicendarono nella conquista di Fermo le popolazioni gote: nel 410 i Visigoti di Alarico, nel 413 quelli di Ataúlfo.

Nel 452 vi giunge pure Attila, re degli Unni e, dal 476, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, per mano di Odoacre, re degli Eruli, la città entra a far parte del Regno Italico; la situazione resta stabile fino al 496 quando, assassinato Odoacre da Teodorico, segue la dominazione del popolo Ostrogoto.

Nel VI secolo, e precisamente nel 526, dimora a Fermo per lungo tempo la regina Amalasunta, a cui è dedicata una via: in questo periodo vengono realizzate notevoli opere pubbliche e rinascono attività urbanistiche, da quanto è possibile constatare dagli scavi archeologici; nel susseguirsi delle lotte dinastiche per la successione al potere, da parte di tali genti provenienti dal nord, Fermo finisce per cadere nel 543, durante la guerra greco – gotica, sotto la dominazione degli imperatori d’Oriente: “Belisarius et Narsetes junctis copiis ad urbem Firmum, quae littori sinus Ionii vicina diei distata ab urbe Auximo, ibidem, coacto ducum omnium exercitus consilio, deliberarunt qua parte hostem petere satius esset… ”18 (Belisario e Narsete, uniti i loro eserciti presso la città di Fermo, la quale, vicino al litorale del Golfo Ionico distava dalla città di Osimo un giorno di marcia. Là adunato il consiglio di tutti i capitani, stabilirono la parte dove meglio attaccare il nemico N.B.: il golfo dello Ionio riguarda Firmo di Cosenza).

Dal 580 però, l’insediamento, ormai stremato e sfruttato a causa delle continue guerre, viene conquistato dai Longobardi, i quali riducono in prigionia un tale di nome Passivo, che sarà poi vescovo di Fermo, e che verrà riscattato dal vescovo Fabio; segue un periodo di certa stabilità, anche perché la città, e il territorio di sua pertinenza, erano sotto i longobardi. Tra il 740 e il 763 c’è l’amministrazione di un gastaldo. Del ducato di Fermo nel 769-770 era duca Tusguno <o Tasbuno>19.

Paolo Diacono, storico del periodo Longobardo, ricorda il Piceno e Fermo riferendo: “Picenum occurrit… in qua sunt civitates Firmum, Asculum et Pinnae et iam vetustate consumata Hadria”20. (Marcia nel Piceno … dove sono le città Fermo, Ascoli, Penne e Atri consunto dalla vetustà).

Qualche anno più tardi tuttavia, nel 774, Carlo Magno vince Desiderio e da allora i Fermani giurano fedeltà al pontefice: i cittadini che hanno combattuto al fianco del re franco sono nominati Baroni.

Con l’avvento dei Franchi, risulta da un placito del 776 il nome di Lupo, conte della città di Fermo e del suo comitato e; un altro conte è ricordato in una donazione in favore dell’abbazia di Farfa, è Ravenno < o Rabenno> nel 787.

Con l’imperatore Lotario I la città è luogo eletto per gli studi e per gli studiosi tanto che le parole di un suo capitolare recitano: “De doctrina vero quae propter oportunitatem omnium apta loca distinte ad hoc exercitium providimus, ut difficultas locorum longe positorum, ac paupertas, nulli fieret excusatio. Id sunt: Primum in Papia conveniant ad Dungallum de Mediolano, de Brixia… In Firmo, de Spoletinis civitatibus conveniant”21 (Per motivi di opportunità di tutti riguardo all’apprendimento dottrinale, provvediamo distintamente le sedi adatte ad esercitarlo, talché per nessuno intervenga la scusa di difficoltà per luoghi lontani o per povertà. Ecco i luoghi. A Milano … si rechino … a Fermo dalle città spoletine).

Come ulteriore testimonianza della lealtà dei Fermani e del loro incondizionato appoggio nei confronti del papato, detentore del potere temporale nel centro Italia, vi è la fonte, non trascurabile, di Anastasio bibliotecario, che narra un episodio di sottomissione dei popoli in questione riferendo che tutti gli abitanti del Ducato di Fermo, gli Osimani e gli Anconetani si recarono dal Sommo Pontefice e si consegnarono per tre volte a lui”22 .

Tristi vicende vengono invece rammentate da Liutprando, vescovo di Cremona: “Rex Arnulfus desiderii sui compos effectus persequi Widonem non desinit, profectusque Camerinum castrum vocabolo et natura Firmum, in quo Widonis uxor erat, obsedit”23. (Il re Arnolfo padrone di sé nel desiderio di effettuare il desiderio di perseguitare Guido, partito da Camerino assediò Fermo che era fermo per vocabolo e per natura).

Il pontefice Gregorio Magno parla di questa città invitando il suo vescovo, Passivo, ad assumere sotto la sua direzione spirituale e temporale non soltanto la Diocesi di cui è già titolare ma anche di quella di Teramo Ecclesia Aprutina, ed esamini se sia il caso che il monaco Oportunus diventi vescovo in Aprutium 24.

San Pier Damiani, facendovi riferimento, la chiama Firmensis Monarchia25, attribuendo alla città un ruolo egemonico nel territorio sul quale ha una vasta giurisdizione, dato che non solo i territori della sua diocesi comprendenti Macerata le appartengono, ma anche i territori soggetti alle diocesi di Teramo.

1.3 La cartografia antica

L’area geografica di collocazione alla quale si può far riferimento per il territorio romanizzato sopradescritto dalle autorevoli fonti latine, o sulla quale la città di Palma svolgeva un ruolo egemonico, è quella compresa tra il fiume Chienti a nord, in zona civitanovese, e il Tesino a Sud, nella circoscrizione cuprense.

In quest’ultima aveva sede una sorta di “Santuario Confederale”26 dedicato alla dea Cupra, sotto la dominazione romana, in seguito alla conquista del Piceno da parte del console Publio Sempronio detto “Sofo”, cioè “Saggio”, e dunque sotto la giurisdizione della Colonia Romana di Fermo, ivi dedotta nel 246 a.C.

In epoca medioevale, il castello di Marano risulterà uno dei principali centri fortificati di confine nei continui stati di belligeranza, che interesseranno i centri urbani di maggior rilievo: Ascoli e Fermo27.

Sul colle “Sàbulo” detto successivamente “Girfalco” sin dall’epoca paleocristiana, si innalzerà la Cattedrale28; il sito sul quale essa fu edificata ospitava infatti l’acropoli della Colonia Romana con i suoi principali edifici: tempio, teatro ed altri di pubblica utilità e fruibilità29.

Nel 90 a.C., in forza della Lex Mia, che estendeva la cittadinanza romana alle popolazioni latine ed alleate, Firmum passò dall’essere colonia all’essere Municipium: contestualmente un ulteriore sviluppo della città, in quegli anni, investe il settore politico ed economico, soprattutto urbanistico.

Per collocare in maniera più precisa questo importante insediamento romano in terra picena ci si può affidare alla Tabula Peutingeriana30, redatta verosimilmente nel III secolo per scopi militari: si tratta di una carta – itinerario che fungeva da rapido indicatore per le vie da percorrere durante le continue guerre nelle quali il popolo romano era impegnato dentro e fuori Italia; costituita da un rotolo pergamenaceo, formato di undici pelli, e conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna, è strumento prezioso per localizzare Fermo Piceno e il Castello dei Fermani.

Pomponio Mela31 e Tolomeo32 nominano Fermo nelle loro opere geografiche: il primo parla della città unitamente a quelle di Truento ed Atri; il secondo vi fa riferimento insieme ad Ascoli, Urbisaglia, San Severino e Cupra Montana.

In un’illustrazione dell’Antico Piceno è possibile notare il ruolo di riferimento e di rilievo che Palma svolgeva nel territorio suddetto: i caratteri che la segnalano infatti sono in scrittura capitale maiuscola e di ben maggiori dimensioni rispetto a Firmum e a Castellum Firmanorum, rispettivamente le città di Fermo e Porto San Giorgio, allora semplice porto fortificato della prima di esse; in questa mappa geografica Palma è posta a sud del fiume ’Età vivo’, Ete Vivo, rivo lungo il quale verranno decisi i confini discussi dei benefici concessi e appartenenti rispettivamente al Priore di San Pietro Vecchio, al Priorato Palmense di Santa Maria a mare e all’arcivescovo – principe della ‘Civitas Magna’ grande città di Fermo.

Nelle carte geografiche del XVI secolo è evidente che, proprio nei pressi di questa zona, è situato un porto detto “Cugnòlo”, presso il quale vi era precedentemente il più antico navale palmense. Con tale termine infatti, nella topografia antica, ma ancora oggi, si è soliti indicare un promontorio a forma di cuneo, (triangolare) che avrebbe costituito per l’antico insediamento portuale uno dei due ‘corni o braccia’.

Altre fonti per lo più settecentesche, riferiscono che il centro urbano palmense dista un quarto di miglio dal mare e tre quarti di miglio dal fiume Ete33, alla foce del quale sorge il primitivo centro monastico di “Sancta Maria ad mare”34, distante pochi metri dalla battigia. In tutte le fonti quindi il Mare Adriatico ed il Fiume Ete svolgono, per l’argomento e gli eventi storici trattati, un ruolo di primaria importanza e costituiscono un riferimento non di scarso rilievo.

A difesa e controllo dei luoghi descritti e citati, sorge, nel periodo altomedioevale, un borgo fortificato, che attualmente ha nome Torre di Palme, in origine Turris Palmae35 : il termine, etimologicamente, mostra come questo fosse dapprima semplice torre d’avvistamento della città di Palma, e non insediamento sorto spontaneamente sul promontorio: può perciò essere ritenuto a buon diritto un prodotto della pratica dell’incastellamento altomediovale.

La sua collocazione chiarisce il ruolo svolto: fino a che la città di Palma, sita nei luoghi pianeggianti, conserva la sua struttura urbana, nel tardo-antico inoltrato, sullo sperone tufaceo è posta esclusivamente una torre di guardia, che vigila sul territorio palmense e sul suo strategico navale; quando nei secoli più bui del pieno medioevo risulta pericoloso ostinarsi a vivere lungo la costa, la popolazione intera, seguendo l’esempio dei monaci Eremitani, si sposta sull’altura intorno alla Turris, luogo fortificato, ed ha in tal modo origine il borgo medievale attualmente ivi presente. In questo luogo avrà sede la Commenda del Priore Palmense.

1.4 II Codice 1030

Il Liber Iurium dell’Episcopato e della Città di Fermo36 costituisce, per gli studiosi di storia medioevale fermana e locale, una preziosa fonte per la consultazione dei documenti superstiti, in riferimento agli anni da 977 al 1266 (442 documenti 31 dei quali sono copie).

La sua ultima forma editoriale è stata redatta da tre studiosi di storia locale: Delio Pacini, Giuseppe Avarucci e Ugo Paoli. Il titolo dell’inventario archivistico offre indicazioni in ordine ai documenti in esso raccolti: Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et instrumentorum civitatis et episcopatus Firmi. (Libro delle copie di bolle e istrumenti della città e dell’episcopato di Fermo): il manoscritto membranaceo dell’Archivio storico comunale di Fermo presso l’Archivio di Stato della città stessa, fu inventariato nel 1624, da Michele Hubart da Liegi37, con spiccate qualità di paleografo.

Il contenuto del Liber è di natura diplomatica e i documenti inseriti nel codice sono ina una prima parte identificabili come diritti di proprietà ecclesiastica ‘iura episcopatus’, contratti d’affitto ed enfiteusi, donazioni, atti di vendita, permute, precarie e prestarie. Nerlla seconda parte prevalgono ‘ ‘privilegia’ 50 documenti dipontefici e 8 di re e di imperatori.

La tipologia dei documenti raccolti lascia ben pensare che tale conservazione di atti dovesse essere necessaria a garantire all’episcopato e alla città il mantenimento di certi privilegi, conferendo contestualmente i diritti sulle terre e i domini ai signori che nel tempo si fossero susseguiti e avessero avuto quindi giurisdizione sullo Stato Fermano.

Con molta probabilità questa collezione documentaria, nella forma originaria del Codice 1030, fu fatta mantenere e aggiornare da un notaio su commissione di un’autorità laica o ecclesiastica, come avvenuto per il Codice 102938 autenticato dal notaio Bartolomeo di Pietro su mandato del podestà Lorenzo Tiepolo, avendo anche tale diplomatica documentazione una funzione di garanzia per i privilegi e i possedimenti che alla città e all’episcopato facevano capo.

A tale proposito lo studioso Michele Catalani, canonico e autorevole storico della Curia Arcivescovile39 fermana, nella seconda metà del Settecento, riaffermava la validità, l’antichità e la fede storica della documentazione conservata dal manoscritto 1030 chiarendo la storia della legittima autorità che la Chiesa Fermana ebbe sui territori ad essa soggetti40.

Al fine di suffragare e rendere efficace la validità del suddetto Liber (registro) il Catalani ha scritto una dissertazione di natura codicologica e paleografica che, sebbene non dimostri l’autenticità di taluni documenti, tuttavia gli è di ausilio nella dimostrazione della veridicità storica di certi avvenimenti narrati nel manoscritto ma anche in altre fonti di raffronto utilizzate.

Esistono infatti vari documenti autentici conservati  in archivio dei quali il codice ha le copie trascritte e raccolte verosimilmente tra la seconda metà del XIII secolo e il secolo successivo. Il Liber Iurium come documentazione del potere del prelato41.

Per quanto attiene agli organi di gestione del potere politico cittadino, questi erano correlati ai castelli del contado fermano. Talora l’autorità ecclesiastica incorreva nella disobbedienza verso la Santa Sede che aveva concesso il beneficio di privilegi locali42.

Nei secoli basso-medievali, segnati in larga diffusione dalle “lotte per le investiture”, a Fermo si verificano fenomeni nella gestione politica dei territori posti sotto l’egida dello Stato della Chiesa. Questi episodi sono riportati anche nelle cronache cittadine redatte nel 1447 da Antonio di Nicolò che inizia la narrazione dall’anno 1176 per fornire molte notizie sulla storia fermana43.

Gli amministratori di fatto della città cercavano di mantenersi neutrali nella lotta per le investiture, tra il potere Imperiale e quello. Pontificio; tuttavia però questa politica non sempre è giovata, specie quando gli Imperatori scendevano in Italia o quando i Pontefici rinsaldavano il loro potere attraverso emissari: è il caso del cardinale Albornoz venuto a Fermo nel 1355.

1.5 Le attenzioni degli imperatori, dei governatori e degli amministratori tramandate dai documenti e dagli storici

Già dall’anno 953 figura, in un diploma di Berengario II ed Adalberto al monastero di San Michele in Barrea, una certa amicizia tra il ducato fermano e quello spoletino, tanto che in esso si legge: “Infra ambobus ducatibus nostris Spoletino videlicet atque Firmano”44 (Nell’uno e nell’altro dei due ducati, cioè Spoletino e Fermano).

Anche in diplomi successivi, i due territori vengono presentati vicini: il diploma del 983 dell’Imperatore Ottone II, diretto al monastero della Trinità, riporta l’espressione “in ducatu spoletino e markia firmana”45. Tale formula ricorre per tutto il secolo XI, tanto da esser presente nella scomunica inflitta da Gregorio VII ai Normanni che minacciavano i possedimenti e le terre del Patrimonio di San Pietro, nucleo fondamentale dell’Italia Centrale costituente il dominio temporale del sommo pontefice. Fermana la Marca e a Spoletino il Ducato “ videlicet Marchiam Firmanam et Ducatum Spoletanum”46. Dal secolo X si usa il termine Marchia per  indicare Fermo, come si evince dai documenti pontifici e cancellereschi e farfensi. Tra l’altro si legge”per totam Marchiam nec non per totum Ducatum”47.

Dal XIII secolo, per Marchia non si intende il territorio fermano ma anche quello anconetano: quest’ultimo infatti assorbirà il primo dei due e ne assumerà il titolo.

1.6 Gli studiosi dei secoli XVIII e XIX: Antonio Brandimarte e Giuseppe Colucci.

Gli storiografi che affrontano la storia fermana e palmense tra il Settecento e l’Ottocento, ripartono dalla bibliografia latina citata nei primi paragrafi e principalmente dall’autore della Naturalìs Historia, Plinio il Vecchio: Antonio Brandimarte di Altidona nel 1815 pubblicava la sua opera di ricostruzione storica con titolo: Plinio Seniore illustrato nella descrizione del Piceno48. L’autore comincia dai luoghi della trattazione storica e della descrizione geografica prestando particolare attenzione all’origine picena degli insediamenti di Fermo e Torre di Palma, approfondendo le loro relazioni in epoca romana e tardo-antica, intuendo le loro divergenze nei periodi dell’alto medioevo e delle lotte per le investiture, e ribadendo le loro reciproche correlazioni con autonomie e soggezioni fino al tempo in cui scrive.

La sua opera è pregevole grazie alle descrizioni fatte dagli antichi autori e grazie alle coordinate geografiche da essi fornite: riesce a ricostruire parte della topografia locale che interessa la zona in esame. La sua localizzazione del navale palmense a sud del fosso Cugnolo è una sua acuta intuizione con una conferma attraverso i sopralluoghi che egli stesso eseguì in loco.

Precedentemente il Colucci49, per la ricostruzione della storia del Piceno, è partito dalle medesime fonti, sebbene non si soffermi quanto Brandimarte sulla necessità di verificare attraverso “perlustrazioni sul campo” la veridicità di quanto trasmesso dagli antichi autori.

I loro studi sono stati preziosi per varie ragioni: da un lato hanno riscoperto le fonti documentali per la storia locale, dall’altro hanno contribuito alla sistemazione dei materiali di studio, rintracciati in archivi e biblioteche anche privati, in ultima analisi hanno messo in relazione gli studi antichi con quelli successivi, fornendo pregevoli mezzi per fa ripartire le ricerche con un criterio storico più scientifico.

Grazie alla prassi storiografica da essi utilizzata è stato possibile rinvenire il materiale documentario e conservarlo, sollecitando le istituzioni a raccoglierlo e mantenerlo intatto in appositi archivi. Risale ai primi decenni del Settecento una valida sistemazione della documentazione dell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo, nel quale precedentemente i materiali diplomatici erano in uno stato conservativo poco ordinato50.

Certamente è di grande interesse il fatto che i predecessori nella ricerca storica locale hanno tracciato le linee guida di ricostruzione degli eventi e delle aree di sviluppo: Brandimarte come anche Colucci tentano entrambi di distinguere tra il “Navale di Palma” ed il “Porto di Fermo”, da altri studiosi confuso o addirittura identificato.

Le recenti pubblicazioni fanno ancora riferimento a queste localizzazioni e alla sistemazione delle aree di pertinenza fermane e palmense. Così gli studi affrontati da Vincenzo Galiè51 e da Armando Muccichini 52 concordano nel riconoscere le due aree portuali in due stabilimenti ben distinti: essi sarebbero situati l’uno presso il fosso Cugnolo, in territorio di Torre di Palme, detto dagli antichi Navale Palmense, e l’altro nell’attuale litorale nord di Porto San Giorgio, allora chiamato Porto di Fermo, secondo la collocazione che ne dà il Galiè 53.

E’ importante comunque che entrambi gli studiosi distinguano i due insediamenti portuali, perché il fatto conferma che le circoscrizioni fermana e palmense mantenevano un margine, più o meno ampio, di autonomia dell’una rispetto all’altra. Ciò è premessa fondamentale per supportare l’ipotesi che l’autonomia concessa nelle bolle dai pontefici al priore commendatario di Palma, rispetto al vescovo -principe fermano, sia sostanziale, amministrativa e giurisdizionale.

Dai documenti e dalle bolle pontificie si evince infatti che tale dominio palmense costituisse un beneficio indipendente e di un certo interesse nella lotta per le investiture e nelle frequenti situazioni di contrasto tra Impero e papato, e tra le fazioni Guelfa e Ghibellina, nei secoli XI-XIII54.

CAPITOLO II

GUELFI E GHIBELLINI NEL COMITATO DI FERMO E NELLA MARCA DI ANCONA

II.1 Fermo e il vescovato.

Nell’ambito dell’organizzazione territoriale longobarda, la circoscrizione fermana viene da molti storiografi viene considerata formalmente e giuridicamente annessa al ducato di Spoleto, dal quale diventa autonoma sotto Desiderio55.

Dall’VIII secolo a Fermo risulta documentatoil comes e dal IX sec.  è riporato nei documenti il termine comitatus (contado) che sta ad indicare una territorialità che coinciderebbe con quella dei territori che fanno capo alla diocesi fermana, la quale si estende dal fiume Potenza al Tronto e dal mare Adriatico ai monti Sibillini56.

Dal tardo secolo X a tutto il XIII infatti, i vescovi ad esercitarono nella città un potere di giurisdizione sia in spiritualibus che in temporalibus’57.

Al tempo degli imperatori Ottoni il primo vescovo – ‘conte’ della città in base ai documenti pervenuti è Uberto, figlio del conte Tebaldo58 (996 d.C.) e un funzionario laico ad esercitare a Fermo il potere comitale nella zona alto collinare e montana è documentato Mainardo del fu Siffredo59.

In questo periodo il territorio risulta diviso in trenta ministeri <fiscali> e circa trentasei pievi, distretti laici ed ecclesiastici che consentono un capillare controllo amministrativo dell’intero comitato e quindi anche dell’intera diocesi. Il fitto reticolato tracciato dal sistema plebano consente ai vescovi di inserirsi nel tessuto sociale ed economico, esercitando un potere signorile riconosciuto dalle istituzioni pubbliche e private, laiche ed ecclesiastiche60.

Contestualmente il potere imperiale trova affermazione nel territorio medesimo attraverso l’abbazia di Farfa, che ha come avamposto il priorato di S. Vittoria in Matenano, presso il quale nel 934 furono trasportate, dalla Sabina, le spoglie dell’omonima santa61.

Il mutamento del potere civile dei vescovi a Fermo è segnato dalla nascita delle istituzioni comunali e soprattutto dalla loro affermazione a metà del secolo XIII. Contestualmente all’acuirsi dei contrasti tra il pontefice e Federico Il62 , la città e le località limitrofe ad essa soggette, attraverso le famiglie comitali di maggiore spicco, dimostrano benevolenza verso lo Stato della Chiesa e così si stabilizza nella Marca l’amministrazione della Sede Apostolica63.

II.2  Dal ducato al comitato

Dal VI secolo, in seguito alle molteplici invasioni da parte delle popolazioni germaniche, ed alla continua presenza di truppe stabilmente stanziate nella località fermana a causa della guerra greco – gotica, si assiste ad un rapido processo d’incastellamento che genera notevoli modifiche all’aspetto del territorio: grandi e piccoli centri si accrescono sulle alture, si cingono di mura, costruiscono bastioni di difesa, rocche e avamposti64.

Dal 569, con l’invasione longobarda, l’Italia viene divisa in presidi con a capo duchi65  che hanno dapprima un esclusivo valore militare, ma col tempo acquisiscono anche altre caratteristiche amministrative, che conferiscono a queste circoscrizioni, chiamate ‘ducati’, anche valore giurisdizionale.

Un’organizzazione territoriale del genere risulta, però, piuttosto incline a favorire particolarismi e l’ingenerare di forze centrifughe, ed è per ovviare a questo problema che molti ducati sono chiamati a vigilare su altri.

E’ questo il caso di Fermo e Spoleto nel corso del secolo VII, le cui amministrazioni civili ed ecclesiastiche risultano strettamente connesse e in entrambi i casi le unità territoriali diocesane corrispondono a quelle politico – amministrative. La diocesi fermana riesce ad incorporare le diocesi di Pausulae, Truentum, Falerio e Cupra Marittima66.

Nell’VIII secolo nella città la figura del gastaldo è gradualmente sostituita da quella del comes. Nel 787 conte di Fermo è Rabennone67, che compare in un diploma dell’agosto di quell’anno emesso a Spoleto dal duca Ildeprando68.

Il termine comitatus riferito a Fermo rilsuta sotto l’imperatore Ludovico il Pio. In seguito alla dominazione carolingia che si sovrappone alla precedente organizzazione territoriale longobarda si ha la Marca Fermana dei Franchi mentre i territori della penisola restano divisi in feudi longobardi e feudi franchi.

La differenza tra i due sta nel fatto che i benefici longobardi sono ereditati da tutti i figli maschi, favorendo una pericolosa frammentazione politica, mentre quelli franchi sono ereditati dal figlio maschio più anziano, in seguito al Capitolare di Querzy, emanato dall’imperatore Carlo il Calvo, limitatamente ai feudi maggiori69.

Con la nuova amministrazione carolingia, tuttavia, duchi, conti e gastaldi risultano essere, almeno formalmente, amministratori inviati dal sovrano; ad essi si affiancano, nella gestione più capillare del territorio, visconti e decani, molto spesso a capo dei ministeri, circoscrizioni minori70: questi prestano servizio e giurano fedeltà al feudatario principale, dal quale hanno ricevuto il beneficio.

In alcuni casi, per quanto riguarda la diocesi di Fermo, il ministerìum coincide con il territorio individuato dai possedimenti della plebs, la quale normalmente è chiesa matrice e rappresenta l’istituzione canonico – battesimale, centro di irradiazione sacramentale, luogo nel quale è conservato il fonte battesimale, origine della vita cristiana nell’azione dello Spirito71.

II.3      I protettorato imperiale sull’abbazia di Farfa nell’epoca carolingia e ottoniana

Dal X secolo, nel dominio e nell’amministrazione del contado Fermano si inserisce l’abbazia di Farfa, sita nelle zone della Sabina, che con l’imperatore Carlo Magno ottiene l’immunità temporale e spirituale72. Inizialmente tra le due istituzioni erano corsi sempre buoni rapporti e l’abate di Farfa aveva giurisdizione su molteplici benefici siti in diocesi fermana73 e più precisamente lungo la valle dell’Aso, dove era stato costruito un monastero farfense poi distrutto, in seguito alle scorrerie degli invasori provenienti dal mare, Illiri e Saraceni. Il presidio venne trasferito sul Matenano74 che ebbe la funzione di vigilare sui possedimenti dell’abbazia al di qua dei monti Sibillini. I territori farfensi vengono distinti in due, quelli localizzati in Sabina e quelli siti in Marchia, molto spesso con a capo due diversi abati75.

E’ lo stesso imperatore franco a considerare distinti, ma entrambi annessi al suo regno, Fermo e Spoleto, come già era avvenuto in epoca della dominazione longobarda al tempo di Desiderio76. Con i Franchi dal IX secolo risulta la Marca di Fermo mentre Spoleto diviene principato77 .

Nei documenti farfensi del Regesto, del Chronicon, del Largitorio, si parla più spesso di comitatus firmanus, entità territoriale e amministrativa. Nel racconto dell’abate farfense Ugo, dal titolo “Destructio Monasterii Farfensis”, nel quale si narra la venuta dell’abate da Farfa al castello di Santa Vittoria ricorre per il territorio fermano il termine Firmana Marchia78: lo si trova anche in un diploma di Ottone II dell’anno 98379.

In epoca tardo-carolingia e ottoniana Fermo è definito ducato, unitamente a Spoleto e non soggetto ad esso, come si ravvisa nei diplomi di Berengario e Adalberto: infra ambobus ducatibus nostris, Spoletino videlicet atque Firmano80.

Contestualmente, con Ottone I, il potere vescovile aveva raggiunto l’apice come potere comitale, poiché la maggior parte dei vescovi proveniva da famiglie di stirpe comitale, al servizio dell’imperatore in qualità di funzionari81.

Analogamente a Farfa, ottenne privilegi e protezione imperiale il monastero di S. Croce al Chienti in territorio fermano: Ottone I infatti, in una contesa tra l’abate Giovanni e il vescovo Gaidolfo82, rende il monastero autonomo dal vescovo ponendolo sotto l’egida imperiale con diploma dell’imperatore del 968 nel quale si afferma che il vescovo, nei luoghi che cadono sotto la giurisdizione dell’abate, può semplicemente consacrare abati e altri monaci, nonché luoghi sacri, ma non può esigere che “un modestissimo tributo annuale”83.

Tuttavia il periodo di favore da parte dell’impero nei confronti dell’abbazia farfense e del priorato di S. Vittoria dura relativamente poco: alla fine del secolo X il vescovo fermano Uberto84 esercita anche il potere comitale e da allora gode dell’appoggio della Santa Sede nonché dell’imperatore Ottone III. In questo lasso di tempo i possedimenti farfensi nell’episcopato fermano vengono notevolmente ridotti85; successivamente, nel secolo XII, sulla stessa abbazia di Farfa, è accresciuta l’influenza della Santa Sede86.

E’ poi per iniziativa del vescovo che nella città sorgono le prime istituzioni comunali, sebbene in forma embrionale, ben viste dal potere ecclesiastico87 , perché costituiscono una valida alternativa al governo dell’impero e consentono al vescovo, di poter esercitare la propria signoria sul centro e sull’intero territorio ad esso soggetto

Durante il periodo ottoniano del vescovo – conte, compaiono le seguenti istituzioni nel comitato fermano, al fianco di quelle comunali: cardinales, collegio dei canonici; causatores, notai, giudici e avvocati; defensores, difensori delle chiese; mansionarius, funzionario sovrintendente alla chiesa cattedrale e al palazzo vescovile; vicecomites, visconti facenti funzione nei vari ministeria, e vicedominus, vicario del vescovo con funzioni temporali e amministrative88.

  1. 4 Rapporti dell’episcopato fermano con l’impero e con il Papato nel periodo della lotta per le investiture.

Dalla metà del secolo XI i Fermani garantiscono appoggio a Leone IX, che combatte contro i Normanni. Dal 1080 la contea di Fermo è ricondotta sotto la giurisdizione pontificia di Roma, nella persona del pontefice Gregorio VII, che scomunica i Normanni. Dal 1105 la città è occupata da Arrigo V e nel 1130 di nuovo ricade in mano normanna; dal 1189 accoglie le istituzioni comunali e ritrova la sua autonomia come libero comune, con leggi proprie e con il primo podestà, Baldo di Nicola89 .

La Chiesa fermana, fino all’amministrazione del vescovo Liberto (1128-1145), dimostra di essere un valido alleato per la Santa Sede e garantisce ad essa indirettamente anche la fedeltà di tutte le istituzioni pubbliche e private, le quali ricevono in cambio dall’episcopato privilegi e benefici, attraverso un processo di infeudazione della Chiesa90; anche le città, i castelli e i piccoli borghi della diocesi, attraverso la concessione da parte del vescovo – conte delle nascenti strutture comunali, giurano fedeltà alla Chiesa e garantiscono prestazione di servizi, soprattutto militari91.

I problemi per la diocesi fermana iniziano, però, con il governo spregiudicato del successore, Baligano (1148-1168) che, abbandonando la politica conciliante con la Chiesa di Roma, praticata dai suoi predecessori, si avvicina sempre di più all’imperatore Federico I il Barbarossa, dalla cui curia ottiene molteplici favori, e presta obbedienza all’antipapa Vittore IV92.

Il successore Alberico (1174-1178) torna invece ad una politica antimperiale e ciò costa molto alla chiesa e alla città di Fermo che viene assediata, saccheggiata, distrutta e data alle fiamme dal cancelliere dell’imperatore, l’arcivescovo scomunicato Cristiano di Magonza93 , e le sue truppe non risparmiano neppure il duomo, l’episcopio ed il palazzo comunale94.

Dal 1184 al 1202 è vescovo Presbitero, amico di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury95, del quale si conserva ancora oggi in duomo, presso il museo diocesano, di araba fattura. Presbitero rivendica presso l’imperatore Federico I e presso il figlio Enrico VI96, tutti i diritti e i privilegi anticamente goduti dal vescovo e dal suo episcopato, nonché dalla città, dai territori e dai castelli del comitato di Fermo ad essa facenti capo97.

Durante il suo episcopato vi è un contenzioso tra l’Impero e la Chiesa per il territorio della marca di Ancona. Il vescovo fermano viene perseguitato da Marcovaldo d’Annweilher98 , nominato marchese di Ancona nel 1195 dall’imperatore Enrico VI. Quando tuttavia quest’ultimo muore, e si crea in tal modo un vuoto di potere, la Curia Romana ne approfitta per ricondurre le Marche all’obbedienza e per recuperare in maniera stabile i precedenti territori nel Centro – Italia: Marcovaldo viene sconfitto a Ripatransone tra il 1198 e il 1199 e abbandona definitivamente quei luoghi allontanandosi alla volta della Sicilia99.

Con la partenza di Marcovaldo i rapporti tra la Chiesa e le città marchigiane si distendono e Fermo, organizzata ormai come libero comune100, con la collaborazione del vescovo – conte, ha giurisdizione e governo anche sui comuni e i castelli vicini, i quali mantengono con la città che esercita un vero e proprio predominio101, come risulta dalle concessioni papali e imperiali copiate nel codice 1030.

I due feudi maggiori, amministrati dall’abate di Farfa e dal vescovo di Fermo, prestano giuramento al pontefice Celestino III102, il quale aveva precedentemente esortato Presbitero, costretto dalla persecuzione a fuggire103 , a tenere l’episcopato, nonostante le intollerabili molestie dell’imperatore e del suo marchese Marcovaldo.

Nel 1198 ascende al soglio pontificio papa Innocenzo III104, fautore della politica teocratica. Egli ottiene l’appoggio delle città e dei liberi comuni della Marca, esercita la supremazia del Papato in tali territori e vi invia due legati pontifici, i cardinali Cinzio di S. Lorenzo in Lucina e Giovanni di S. Prisca; essi hanno il compito di mantenere la Marca alla fedeltà verso la Santa Sede e di mantenere buoni rapporti con la Curia Romana105.

Furono proprio i due legati che, con il favore delle città della Marca, eccezion fatta per Ascoli e Camerino, rimaste fedeli all’Impero, sconfissero l o scomunicato marchese Marcovaldo a Ripatransone106.

Dal 1205 al 1213 è vescovo a Fermo Adenolfo107, che era stato in precedenza vicedominus di Presbitero: egli ricevette dal pontefice Innocenzo III, con bolla dello stesso anno d’insediamento, i pieni poteri temporali nella città, nei castelli viciniori e nel comitato, assumendo di fatto la prerogativa della riscossione delle imposte e dell’amministrazione della giustizia108. A gran parte dei castelli, dei borghi e delle città soggetti all’episcopato in questione, con il governo di Adenolfo, viene concessa, anzi favorita, la possibilità di organizzarsi in libero comune109, come nel caso di Ripatransone.

Adenolfo, in qualità di vicedominus, era già stato podestà del comune di Fermo, e ciò a testimonianza del fatto che vi fosse collaborazione, se non soggezione, da parte delle strutture comunali nei confronti del vescovo e della sua curia110.

Contestualmente si acuiscono i contrasti reciproci tra i liberi comuni, la città e i castelli signorili del comitato fermano e delle zone limitrofe, tanto da indurre il pontefice Innocenzo III a richiamare all’ordine e alla concordia le neo-costituite istituzioni della Marca.

I contrasti vengono temporaneamente sanati il 18 gennaio 1202, con la pace di Polverigi, alla quale partecipa anche, come castello autonomo, Torre di Palme111. Alcuni comuni, tuttavia, dimostrano, nonostante il trattato, insubordinazione verso la Santa Sede e nei confronti dell’episcopato fermano. E’ questo il caso di Civitanova: il pontefice Innocenzo III scomunica allora i civitanovesi e la scomunica sarà rimessa soltanto nel 1208, quando Civitanova giurerà fedeltà alla Chiesa e corrisponderà l’annuo censo che fino ad allora aveva rifiutato di corrispondere al pontefice ed al vescovo vigenti112.

Nuovi problemi insorgono dopo la lotta per la successione ad Enrico VI, con l’ascesa al potere di Ottone IV, incoronato dallo stesso papa Innocenzo a Roma nel 1209; l’imperatore, infatti, ottenuta la benedizione del pontefice, e dunque legittimato nell’esercizio del potere temporale, nel 1210 affida ad Azzo VI d’Este la Marca di Ancona e quindi anche la contea di Fermo, sottraendola di fatto al vescovo privilegiato nei poteri dal papa113.

Compromessa ormai ogni possibilità di ricucire i già tesi rapporti tra “i due soli”, papato e impero, e tra le due fazioni, guelfa e ghibellina, Innocenzo III e Ottone IV tentano di ottenere il favore degli abitanti della Marca con concessioni di ogni genere114: mentre nel 1211 Ottone IV consegna a Fermo la piena giurisdizione sul litorale adriatico, nel tratto di costa compreso tra il Potenza e il Tronto, seguendo i confini già segnati dal territorio diocesano, Innocenzo III, nel 1212, attira Azzo VI dalla sua parte, confermandolo nel marchesato di Ancona, di fatto feudo della Chiesa, e dunque legittimandolo a sua volta nell’esercizio del potere già concessogli dall’autorità imperiale115.

Alla morte di Azzo VI, cerca di recuperare il feudo paterno il figlio Aldobrandino116, confermando ed estendendo le concessioni che già il padre aveva dato, tuttavia nel 1215 viene assassinato e papa Innocenzo, prima di morire (1216), rinnova i privilegi da sempre goduti dai suoi predecessori al vescovo Fermano Ugo117; questi benefici vengono nuovamente riconfermati dal neoeletto pontefice Onorio III al vescovo Pietro IV (1216-1223) nel 1217.

Onorio III al suo arrivo, nel 1216, trova un grande vuoto, lasciato dalla morte del suo illustre predecessore, dalla mancanza dell’energico ordinario fermano Adenolfo, morto nel 1213, e dalla prematura scomparsa di Aldobrandino d’Este118. Morto nel 1218 Ottone IV, contestualmente il vuoto politico creatosi viene colmato dall’ascesa al potere imperiale di Federico II di Svevia, incoronato a Roma dallo stesso Onorio nel 1220, il quale aveva preventivamente richiesto che Federico rinunciasse ai territori pontifici siti nell’Italia Centrale, principalmente a quelli marchigiani: richiesta esaudita dal sovrano ma poi subito disattesa119.

Nel frattempo lo stesso Onorio III aveva però concesso in feudo ad Azzo VII d’Este, fratello di Aldobrandino, la Marca di Ancona e al vescovo fermano Pietro, come già accennato, i pieni diritti temporali sopra il comitato. Ciononostante Federico arreca molestie all’episcopato fermano favorendo l’affrancamento dei comuni ad esso soggetti e dunque attirandoli a sé120.

Il pontefice mostra allora pugno di ferro ed ordina ai comuni di riconoscere al proprio fermano l’autorità che egli stesso gli ha riconosciuto, come già avevano fatto i suoi predecessori, e concede alla città, per ricambiarla della fedeltà dimostrata, di coniare moneta, ma di peso inferiore rispetto a quella imperiale121.

Ulteriori liti sorgono di nuovo sul finire dell’anno 1220, quando l’imperatore riporta in auge i poteri dell’abbazia di S. Croce al Chienti122, riconoscendola sotto la sua protezione. Alcuni conflitti vengono sanati l’anno seguente con una spartizione dei comuni della Marca tra il vescovo di Fermo ed Azzo VII d’Este, che sembrano da allora collaborare insieme123.

A Pietro IV era succeduto nel potere episcopale e comitale a Fermo Rinaldo (1223-1227)124, investito dell’incarico da Onorio III, il quale aveva provveduto ad intimare ai nobili della contea ed alle istituzioni comunali di prestargli giuramento e servizio. Il papa però, data la difficoltà del momento ed i precari equilibri delle forze in urto nella Marca, invia un legato pontificio, Pandolfo, che subito entra in attrito con il vescovo Pandolfo, che peraltro era stato investito tam in spiritualibus quam in temporalibus e parteggiava per il marchese Azzo VII, assecondandone le rivendicazioni125 a svantaggio del vescovo fermano.

Nel 1224 la città e i castelli viciniori, per sottrarsi alle insidie del partito ghibellino, eleggono loro signore il vescovo Rinaldo, che resterà di fatto padrone indiscusso della città e della contea fino al 1233126.

Azzo d’Este inizia quindi a saccheggiare la Marca e, nonostante i richiami di papa Onorio, danneggia principalmente i borghi e i castelli di confine tra la Marca e il contado fermano, suscitando, per tutta risposta, la reazione del neoeletto pontefice Gregorio IX che, per dirimere la controversia, invia il suo nunzio, il suddiacono Rolando, per sottrarre i castelli e le città oggetto del contendere e ridurle direttamente sotto la giurisdizione della Curia Romana e convoca, dinanzi a sé, entrambi i contendenti, sia il vescovo che il marchese127.

Gli equilibri già instabili tra le due fazioni, guelfa e ghibellina, assumono ora una portata maggiore e Gregorio IX, nel 1227, scomunica Federico II, sciogliendo in tal modo i sudditi dal giuramento di fedeltà all’imperatore; il sovrano, infatti, aveva nominato il duca di Spoleto, Rinaldo, suo legato nelle regioni sottoposte al dominio dello Stato Pontificio128.

Il duca imperiale Rinaldo dunque, avendo ricevuto l’ordine di annettere il comune di Civitanova all’impero , sottraendolo permanentemente alla Chiesa, nel 1228 invade le Marche e Gregorio IX, per fronteggiare questa situazione di pericolo per i territori del “Patrimonio di S. Pietro”129, invia a Fermo, centro importante della Marca, il re Giovanni di Gerusalemme e il cardinale Giovanni di Santa Prassede, al fine di assicurarsi l’appoggio della città, dei suoi abitanti e delle sue istituzioni130.

Analogamente si era però comportato il duca ghibellino Rinaldo per avere il sostegno di Montegiorgio e Ripatransone, centri ai quali aveva concesso privilegi e giurisdizione sui castelli vicini, un tempo soggetti all’episcopato fermano. Ne consegue che con la partenza del duca Rinaldo dalle Marche, il papa, dichiarando decaduta rinvestitura del marchese Azzo d’Este, impegnato nel nord – Italia, aveva riportato questi territori direttamente sotto il suo controllo, servendosi dell’amministrazione di legati pontifici131.

In seguito al controllo diretto pontificio nella Marca, attraverso suoi emissari, il potere comitale dell’episcopato fermano viene completamente svuotato di ogni contenuto: dal 1233 può essere considerato decaduto il potere temporale vescovile che si può ritenere solo ordinario titolare della sola giurisdizione spirituale, pur continuando egli a godere delle rendite delle sue proprietà terriere. Il contado fermano viene ora amministrata dalle istituzioni comunali in collaborazione col governo emissario del papato.

In questo periodo la città cerca comunque di mantenersi piuttosto neutrale132 non parteggiando né per l’Impero né per la Chiesa, come testimonia un’iscrizione del 1236 rinvenuta dall’avvocato Giuseppe Fracassetti e pubblicata dal canonico Porti: in essa si legge (tradotto) “ Proteggila, o Gesù, per le intercessionidei santi e duri per lei la grazia dei due ‘dominatori’”.

Con tale affermazione il podestà di Fermo, Ugo Roberti, implora per la città la protezione del Cielo e dei due suoi signori, pontefice e imperatore, evitando di riconoscere uno dei due come sovrano esclusivo133.

Nello stesso anno, osservando le disposizioni di papa Onorio, che aveva ordinato di cingere di muraglie le città soggette allo Stato della Chiesa, a Fermo, sul Girfalco, viene eretta la rocca, che verrà poi distrutta nel 1446 nella rivolta del popolo contro gli Sforza, tiranni della città134. Tuttavia nel 1242 i Fermani si vedono costretti a sottomettersi all’imperatore e ricevono in cambio la facoltà di giudicare le cause civili e penali, il dominio già concessogli sulla costa adriatica e il mero e misto impero135.

In questo periodo è attestato in un documento conservato a Todi, come iudex del comitato fermano, Pier delle Vigne, al seguito del sovrano intento nell’assedio di Ascoli136; e nello stemma della città appare per la prima volta, oltre la croce, l’insegna dell’aquila imperiale137.

Nel 1239 Gregorio IX scomunica nuovamente il suo avversario Federico, che per tutta risposta, invia suo figlio Enzo, legato imperiale, a riconquistare i territori marchigiani per ricondurli sotto l’egida dell’Impero; il pontefice, allora, contrasta le pretese imperiali inviando nella Marca il cardinale Colonna138.

Nel 1243 è nuovo papa Innocenzo IV e nel Concilio di Lione del 1245 Federico II viene deposto: le fazioni guelfa e ghibellina sono ora rispettivamente condotte e rappresentate da Marcellino Pete, vescovo di Arezzo, e da Roberto da Castiglione, il quale ha la meglio sul legato pontifìcio139.

Giunge allora nella Marca il cardinale di S. Maria in Cosmedin, Raniero, luogotenente dello Stato della Chiesa, che subito conquista il favore di parte delle città marchigiane; quest’ultimo ordina tra l’altro, nel 1248, la restituzione del castello di Torre di Palme, unitamente a quello di Grottammare e Moresco140. Proprio del castello di Torre di Palme, nello stesso anno, erano state restaurate le mura ed era stato incrementato il numero degli abitanti dall’imperatore Federico141, tanto che, ancora oggi, le mura duecentesche esibiscono splendide merlature ghibelline.

Nel 1249 il sindaco di Fermo, Iacopo di Thoma, riconosce a Torre di Palme i danni inferti dai Fermani nelle guerre passate e contestualmente i palmensi promettono che in futuro saranno cittadini di Fermo ed assolveranno ai loro oneri; la giurisdizione fermana sul castello palmense sarà di nuovo riconfermata nel 1258 da Manfredi142.

Intanto, nel 1250, era improvvisamente mancato Federico II, morto a Castelfiorentino lasciando la fazione ghibellina in grave difficoltà. Con la scomparsa di quest’ultimo cessa di fatto la dominazione imperiale nella Marca, e il comune di Fermo acquisisce di nuovo la giurisdizione sugli ottanta castelli143, garantendo fedeltà e obbedienza al papato.

CAPITOLO III

LA SANTA SEDE E LE PRELATURE NULLIUS IN

TERRITORIO DI PALMA

 

III.1 Concessioni, privilegi e riserve contenuti nella bolla di Alessandro III

I privilegi, le concessioni e le riserve, che la bolla del 1180 di Alessandro III144, inviata al priore degli Agostiniani di S. Pietro Vecchio, contiene, sono di duplice natura: spirituali e temporali.

Innanzitutto il pontefice intima ai frati palmensi il rispetto, nella loro chiesa, dell’ordine canonico e della regola di S. Agostino, in perpetuo. Una successiva bolla, di Urbano IV, datata 1264, si apre infatti con l’espressione (tradotta dal latino): “Per coloro che scelgono la vita religiosa è opportuna la difesa apostolica affinché per caso di aggressione temeraria o per forzature al proposito dei religiosi, cosa che mai avvenga, sia infranta”145.

La bolla elenca le concessioni territoriali che la Santa Sede conferma alla chiesa menzionata, distinguendo tra quelle possedute da essa giustamente e canonicamente, e quelle che in futuro potranno ad essa pervenire attraverso elargizioni o concessioni dei pontefici, dei re o dei principi, oppure dalle elargizioni dei fedeli, “cose che rimangano intatte e stabili per voi e per i vostri ”146.

Il nucleo principale del benefìcio concesso fa riferimento al luogo in cui è stata costruita la chiesa e alle sue dirette pertinenze, quindi ai territori siti lungo il fiume Ete Vivo, nel fondo di Palma e nel fondo Castellioni <o Castiglione>, dove l’antico monastero era situato.

Altre giurisdizioni, di natura temporale e spirituale, riconosciute dal papa all’abate palmense, si distinguono in quelle che sono inerenti i beni siti nella città di Fermo e quelli localizzati nel territorio dell’episcopato fermano.

“In civitate Firmana” viene riconosciuta l’amministrazione sulla cappella di S. Gregorio con le sue attinenze e sulla cappella di S. Liberatore con le sue spettanze. Nella diocesi fermana, inoltre, si riconosce alla comunità agostiniana la piena giurisdizione sulla chiesa di S. Salvatore in Colle e sulle sue appartenenze.

La chiesa di S. Pietro in Palma e le relative pertinenze sono annoverate fra i possedimenti del monastero palmense, ricordando che, col termine Palma, si riconoscono i territori di quasi tutta la circoscrizione palmense, esclusi quelli di competenza del castello- fortezza Turris Palmae.

L’ospedale nel Chienti con la cappella di S. Nicola e le sue pertinenze, fanno parte anch’essi dei beni ricevuti in feudo dal priorato agostiniano stesso.

Vengono legati ad esso anche la pieve di S. Stefano a Falerone, con diritto sulle decime sui riti per i vivi e i defunti, e la parrocchia integra con i suoi privilegi, concessi dai vescovi fermani e che il pontefice intende confermare all’amministrazione priorale palmense, con potestà di correggere canonicamente sacerdoti, diaconi, suddiaconi, chierici e laici.

Nell’elenco dei benefici figurano, inoltre, la chiesa di S. Paolo, Pietro e Gregorio a Monte S. Pietrangeli con le sue competenze, unitamente alla chiesa di S. Salvatore, S. Maria e S. Prospero e le relative prerogative. Le chiese di S. Cataldo e di S. Pietro a Montefiore <dell’Aso>e le pertinenze che ad esse fanno capo, sono poste anch’esse sotto la medesima giurisdizione.

All’amministrazione della prelatura di S. Pietro Vecchio sono concessi possedimenti “In castro Pondii”, come le chiese di S. Pietro, S. Maria e S. Donato. In Monteverde sono confermate, al priorato suddetto, le chiese di S. Vitale, S. Liberato e loro pertinenze; di questo feudo, in seguito, diverrà padrone indiscusso il vescovo fermano, tanto che al titolo di arcivescovo e principe di Fermo, aggiungerà quelli di signore di Monteverde e Abate di S. Claudio147.

Sono confermate, “in castro Macriani”, la chiesa di S. Salvatore e quella di S. Savino, e la chiesa di S. Angelo; nel castello di Monte Vidone, la cappella di S. Maria in plano e la cappella di S. Vito. La cappella di S. Martino, la cappella di S. Maria in Montelupone la cappella di S. Maria, nel medesimo castello, ricadono alla stessa autorità; “in Podio S. Petri”: le chiese di S. Pietro, S. Michele e S. Maria, con le rispettive pertinenze.

A Montappone, la chiesa di S. Maria, di S. Croce, S. Pietro, S. Paolo e S. Salvatore, con le loro pertinenze, sono amministrate dal priore palmense. Sono riconfermate, nel castello di Falerone, le chiese di S. Giovanni, S. Margherita, S. Leopardo, S. Fortunato, S. Paolino, S. Pietro, S. Maria, S. Valentino, con le loro pertinenze.

“In Colle de Morta”, area che viene riconosciuta come dell’Ete Morto, appartengono alla sopra indicata giurisdizione le chiese di S. Nicola e di S. Salvatore.

Inoltre, tutto ciò che dai vescovi cattolici della Chiesa Fermana è stato concesso nei tempi passati a tale priorale giurisdizione palmense, è confermato dal pontefice al priore e ai suoi successori, per l’autorità della Chiesa Fermana e della santa Chiesa Romana, in perpetuo e gli sono riconosciute le decime e le offerte dei vivi e dei defunti.

Si riconferma la processione serale del giorno di Pasqua, che la chiesa di S. Pietro è solita fare fin dall’antichità ed ancora oggi, in Torre di Palme, persiste tale consuetudine148, e non riguarda soltanto la zona del borgo o del castello, ma coinvolge l’intera frazione palmense.

Il percorso si avvia, ancora oggi, dalla pievania di S. Maria a Mare in Torre di Palme e, fino a qualche anno fa, alla volta dell’omonimo santuario di S. Maria a Mare, presso il fiume Ete Vivo, nei pressi della località ove una volta aveva sede il priorato di S. Pietro Vecchio. Suddetto rito, ed altri contenuti nello stesso scritto, vengono confermati dal pontefice alla comunità monastica.

E’ inoltre concesso, ed è pertanto lecito alla comunità, ospitare nella sua chiesa chierici e laici, e coloro che abbandonano il mondo per la conversione. La bolla proibisce che un religioso qualsiasi della chiesa testé citata, dopo la professione, possa abbandonare il luogo in cui si trova, se non ha ottenuto la licenza dal suo superiore e, senza questa licenza, nessuno osi tenerlo presso di sé.

Anche le concessioni sono di varia natura e riguardano particolari prerogative spirituali e temporali: seppellire nella chiesa di S. Pietro Vecchio coloro che hanno espresso tale volontà, salvo che siano stati scomunicati o interdetti, e fatti salvi i diritti della chiesa da cui provengono, se essa possiede diritti sui vivi e sui morti, come quelli riconosciuti al monastero di S. Pietro di cui sopra.

In caso di interdetto generale della terra, è lecito ai frati della comunità agostiniana palmense, chiuse le porte, senza suonare le campane, esclusi interdetti e scomunicati dal rito eucaristico, celebrare i divini uffici a bassa voce.

Nella bolla vengono invece negate al priore suddetto alcune prerogative, riconosciute al potere ordinario della diocesi del luogo: queste riguardano principalmente la prassi liturgica e pastorale, nelle quali viene in tal modo riconosciuta una certa superiorità all’autorità vescovile fermana: la consacrazione del sacro Crisma, la consacrazione degli altari e delle basiliche, l’ordinazione dei chierici da promuovere ai Sacri Ordini, sono riservate al vescovo della diocesi.

Alessandro III, prima delle sanzioni e delle benedizioni di seguito riportate precisa che, quando il priore stesso custode del luogo si allontanerà, o qualcuno dei suoi successori, a nessuno degli uomini sia lecito turbare la predetta chiesa, né impossessarsi dei suoi possedimenti o delle offerte, neanche in parte. Nessuno si proponga con astuzia o violenza come suo sostituto, ma colui che il consenso dei fratelli o la maggior parte del consiglio degli anziani, secondo timore di Dio e la regola di S. Agostino, abbiano stabilito di eleggere nell’incarico di priore.

La bolla stabilisce che a nessuno è lecito turbare la vita di detta chiesa, o importunarla con raggiri, ma tutto deve rimanere integro ed inviolato ad uso di coloro che hanno il compito di governare, o per il loro sostentamento, come concesso, salva la giustizia canonica dell’autorità della Santa Sede e del vescovo Fermano.

Corredano il documento anche le cosiddette sanzioni universali dette contro tutti nella terminologia ecclesiastica e nella prassi, la Suprema Autorità religiosa cattolica, il Sommo Pontefice, ha il potere di comminare l’interdetto: proibire le forme di culto a porzioni di territorio ma, in extremis, anche a tutto il mondo cattolico, la scomunica, singola, di un territorio, o universale149 .

La terminologia con cui un pontefice minaccia sanzioni divine, a chi volontariamente o in modo fraudolento, non rispetta, non ubbidisce o trasgredisce un ordine emanato in forma ufficiale da lui, è detta “contro tutti” per il potere e l’autorità che al pontefice derivano da colui che ha fondato la Chiesa Universale e, in base a questa prerogativa, scrive, ordina e ha potere di essere ubbidito da tutti.

Questa autorità deriva dal fatto che il papa è il successore dell’apostolo Pietro, al quale Gesù stesso concesse la prerogativa o facoltà, con l’affermazione: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato anche nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”150.

Le sanzioni postulano addirittura la privazione delle cariche: se in futuro una persona, sia essa religiosa o laica, conoscendo la pagina delle pontificie disposizioni, in maniera consapevole, tenterà temerariamente di non rispettarle, ammonita la seconda e la terza volta, se non si sarà corretta in modo degno, sia privata di ogni potestà, onore e dignità, sperimenti che esiste il giudizio divino per la iniquità commessa, sia esclusa dalla partecipazione al Corpo e Sangue di Dio, Redentore e Signore nostro Gesù Cristo e infine soggiaccia severamente alle pene nel giudizio finale.

Al termine dello scritto dei precetti pontifici, sono aggiunte le benedizione a chi osserva le disposizioni prescritte: a tutti coloro che in questo luogo osserveranno le prescrizioni suddette, giunga la pace del Signore nostro Gesù Cristo, ricevano i frutti della buona azione e, dal giudice severo, ricevano il premio della pace eterna.

III.2 II territorio nullius dioecesis in Palma Vetula e Turris Palmae: il priorato di San Pietro Vecchio e la commenda di Santa Maria a Mare

La circoscrizione territoriale una volta nucleo della città picena di Palma, sita entro i confini della diocesi fermana, sin dal periodo alto- medioevale, non cadeva direttamente sotto la gestione dell’episcopato ma era amministrata da due istituzioni, probabilmente accorpate alla fine del XII secolo: il priorato di S. Pietro Vecchio nella corte di Palma Vetula e la commenda di S. Maria a Mare in castro Turris Palmarum151.

Il primo documento pontificio che si riferisce al priorato di S. Pietro Vecchio è la bolla, riportata precedentemente, inviata da papa Alessandro III al priore di detta chiesa nell’anno 1180.

Il documento che si riferisce, alla commenda di S. Maria a Mare è la bolla di papa Clemente III del 1188, nella quale si ribadiscono i privilegi già concessi dal predecessore di Clemente, Alessandro, al priorato agostiniano palmense152.

Da quanto è affermato nei due documenti della Curia Romana, possiamo dedurre che i privilegi confermati siano gli stessi, che le aree di giurisdizione siano entrambe in diocesi fermana e con nucleo nella stessa circoscrizione, che infine i due priorati siano stati accorpati alla fine del secolo XII, tanto che la bolla di Clemente III ricalca fedelmente quella di Alessandro III, sebbene le istituzioni destinatarie non abbiano giuridicamente la stessa identità.

In entrambi i casi, però, trattasi di priorati agostiniani153, per tutti e due la localizzazione è nel territorio dell’antica città picena di Palma e del suo castello, Torre di Palma, per entrambi sono evidenti privilegi, prerogative, benefici e concessioni affini.

Lo storico Antonio Brandimarte aveva ipotizzato, per la città pre-romana di cui sopra, la presenza, in essa, di una cattedra vescovile autonoma rispetto a quella fermana. Scrive: “Onde la Diocesi Fermana, prima che fosse smembrata da S. Pio V e Sisto V, era stata formata non da sette Vescovati, che egli enumera, ma bensì da nove, che rimasero estinti”154. Nonostante questa ipotesi non sia dimostrabile, è tuttavia possibile considerare questo centro religiosamente e spiritualmente molto attivo, essendo presente, nel suo territorio, il santuario di S. Maria a Mare, da un punto di vista amministrativo e giurisdizionale, piuttosto libero dall’autorità episcopale fermana.

E’ inoltre chiaro che gli agostiniani palmensi, ed il loro priore, avessero un rapporto particolarmente stretto con la Santa Sede155, per la quale i suddetti priorati rappresentavano un presidio alleato di notevole importanza, data la posizione strategica rivestita dal castello di Torre di Palma, la cui città madre vantava storia illustre per il periodo pre- romano, tanto da essere considerata, dagli autori latini, la capitale dell’Ager Palmensis156.

Già come ordine religioso, gli Eremitani di S. Agostino, uniti tutti sotto un’unica regola nel 1256, con la bolla pontificia Licet Ecclesiae, e da allora comunemente chiamati Agostiniani157, avevano più volte ricevuto l’appoggio della Santa Sede: nel 1227 essi ottengono nuovamente, con Gregorio IX, la protezione del pontefice158. Questi motivi inducono lo storiografo, religioso altidonese, a ritenere il territorio della “diocesi di Palma”159 una circoscrizione amministrativa spiritualmente e giurisdizionalmente non soggetta, relativamente al periodo basso-medioevale e rinascimentale, all’episcopato fermano.

La fine del priorato palmense fu decretata dalla bolla di papa Leone X del 1516, con la quale i possedimenti e i benefici vengono definitivamente consegnati alla mensa capitolare dei canonici della cattedrale di Fermo160.

Prima delle bolle di Alessandro e Clemente, infatti, il territorio di Palma, era stato donato al vescovo fermano Ulderico, da Gualtiero del fu Ugo, nel marzo del 1062161.

Nuovamente Zabulina del fu conte Rinaldo, vedova di Ugolino, con il consenso di Bembo, suo mundoaldo, cede ad Ugo, vescovo di Fermo, nel dicembre 1088162, i castelli di Palma e di Palma Vetula, nonché millecinquecento moggi di terra siti nel fondo Castiglione, ove era sito il priorato di S. Pietro Vecchio.

Indubbiamente, nei momenti di maggiore tensione, il presidio palmense deve aver rappresentato un baluardo alleato contro l’avanzata della fazione ghibellina.

Nel periodo della lotta per le investiture, infatti, mentre Fermo si schiera alternativamente dall’una e dall’altra parte, il priore palmense resta sempre fedele alleato della Curia Romana164 .

Non a caso la concessione dei privilegi e la loro riconferma avviene sempre in circostanze particolari: le bolle di Alessandro III e Clemente III, entrambi fautori della teocrazia ecclesiastica nel periodo delle investiture, rispettivamente del 1180 e del 1188, sono immediatamente successive alla ritorsione imperiale contro l’episcopato fermano avvenuta nel 1176164.

La bolla di Urbano IV, del 1264, è inviata al priorato pochi anni dopo la morte di Federico II di Svevia, che aveva assediato Ascoli, costretto Fermo ad appoggiarlo e ridotto nelle sue mani il castello palmense165. Il territorio descritto, dunque, doveva avere prerogative affini a quelli amministrati dai monaci delle abbazie di Farfa, Fonte Avellana166, Montecassino167 , Subiaco e Pomposa

Il priore commendatario, aveva facoltà amministrative simili al potere ordinario del vescovo fermano e affini a quelle degli abati-nullius sopra elencati: nell’amministrazione temporale della commenda affidatagli esercitava una giurisdizione analoga a quella di un vescovo-conte, nella gestione pastorale e spirituale del priorato aveva gli stessi oneri.

Tuttavia, sebbene fosse, sotto queste prospettive, così autonomo, e potesse indossare mitria e pastorale, proprio come un vescovo, non aveva facoltà di ordinare religiosi e sacerdoti, di consacrare i sacri oli né luoghi sacri168: per queste particolari necessità doveva ricorrere all’autorità episcopale locale e si rendeva perciò necessaria la collaborazione con l’ordinario del luogo169. Il termine completo è: “Prelatura nullius dioeceseos”170 <prelatuta di nessuna dfiocesi>. In senso generico indica una chiesa o più chiese che vengono sottratte alla giurisdizione del Vescovo diocesano e quindi non più dipendenti dalla sua autorità. Nel codice aggiornato del Diritto Canonico si precisa che “Comprende una determinata porzione del popolo di Dio, circoscritta territorialmente, la cui cura, per speciali circostanze, è affidata al Prelato o all’Abate, che la regge, a somiglianza del Vescovo Diocesano, come suo proprio pastore” Canone 370171. La materia è regolamentata dai Canoni 370, 381 § 2, e 568 del predetto Codice.

L’origine delle Prelature territoriali, di quelle personali e delle Abbazie territoriali, risale all’opera di insigni monasteri che esercitavano sul popolo vicino, la cura pastorale in modo significativo: le troviamo ad iniziare dal IX – X secolo172 . Da allora i Sommi Pontefici confermarono tale esenzione e concessero anche la facoltà di fare i pontificali, come il vescovo diocesano nella propria cattedrale, con le insegne episcopali: mitria e pastorale.

Nel secolo XII le Prelature o Abbazie nullius erano poche e per questo motivo non si trovano nei Decretali di Gregorio IX; ma vi allude Alessandro IV173.

In tempi più recenti l’attività missionaria di alcuni monasteri condusse alla creazione di nuove abbazie territoriali, e papa Paolo VI, col Motu proprio “Catholica Ecclesia” del 23 ottobre 1976, dispose che, in avvenire, “non si procedesse più alla erezione di Abbazie territoriali se non per specialissimi motivi, e stabilì i criteri e le norme giuridiche per il riordinamento di questa antica struttura ecclesiastica”174.

Nel Codice di Diritto Canonico, promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 2004, viene recepito il Motu proprio di Paolo VI, ma si stabilisce che l’abbazia debba avere “almeno tre parrocchie”175.

Una prelatura di questa natura è presieduta da un prelato, che la regge come suo pastore, come un vero Ordinario Diocesano, con piena giurisdizione legislativa, esecutiva e giudiziale (Can. 323)176 ed è direttamente soggetta al Romano Pontefice, che, attraverso il Prefetto del Dicastero della Congregazione per i vescovi, ne segue e controlla l’operato.

Il prelato non necessariamente deve essere insignito del carattere episcopale ma deve avere dei requisiti che già Alessandro VII, nella Costituzione Inter coeteras del 13 giugno 1659177, enumerava: legittimità di natali, buona vita, fama integerrima, almeno 25 anni di età.

Attualmente restano in vigore, ma con l’aggiunta che il promovendo dovrebbe aver reso alla Diocesi o all’Ordine di appartenenza un “qualche servizio particolare”, oppure ricopra una carica prevista dal Codice, come il Vicario Generale di una diocesi o di una prelatura178.

Le prelature o le abbazie possono essere di due nature: territoriali o personali. Le territoriali, come la parola stessa chiarisce, hanno anche un territorio e una serie di chiese sulle quali esercita tutti i poteri e la nomina compete al Sommo Pontefice. Esse hanno, o possono avere, un proprio seminario, clero e popolo separati da ogni diocesi, e il prelato o abate esercita la sua giurisdizione autonomamente (Can. 370).

Due esempi chiariscono meglio il concetto: l’abbazia di Subiaco e l’ Opus Dei.

L’Abbazia di Subiaco, vicino Roma, è una Prelatura territoriale che risale al sec. XI, ed è retta da un abate. Il territorio ha una superficie di 370 Km, 28.000 abitanti. Titolare attuale fa parte dell’Ordine di S. Benedetto; è Ordinario del luogo, con insegne episcopali e in base al Can. 448179 è membro di diritto della Conferenza Episcopale Italiana e quindi di quella Regionale del Lazio180 .

‘L’Opus Dei ha la casa prelatizia a Roma, è una Prelatura personale, con strutture giurisdizionali non circoscritte in un ambito territoriale, aventi come finalità “la promozione di una adeguata distribuzione dei presbiteri o l’attuazione di speciali iniziative pastorali o missionarie per le diverse regioni o categorie sociali”. E’ stata eretta il 28 novembre 1982; il titolare è anche Vescovo181.

Pur avendo 1.790 chiese in tutto il mondo, 1.902 sacerdoti, 355 seminaristi maggiori, 85.214 laici iscritti, non ha un territorio definito, ma solamente sacerdoti e laici che “possono dedicarsi alle opere apostoliche di una prelatura personale mediante convenzioni stipulate con la prelatura stessa; il modo di tale organica cooperazione e i principali doveri e diritti con essa connessi siano determinati con precisione  negli statuti” (Can. 296)182.

E’ considerata una eccezione che ha fatto Papa Giovanni Paolo II, non avendo almeno tre parrocchie, come esigeva il citato Motu proprio di Papa Paolo VI, ma solo la possibilità da parte di sacerdoti e laici di “prestare una organica cooperazione al compito pastorale proprio della Prelatura, senza la quale la Prelatura si troverebbe nella più assoluta impossibilità di perseguire la sua missione”183. Le prelature personali godono degli stessi diritti di quelle territoriali, ma esercitano l’autorità su una congregazione o aggregazione di fedeli (Can. 296), senza però un territorio proprio.

Il territorio centrale della diocesi fermana lungo il litorale, che non cadeva sotto la giurisdizione di alcuna pieve, era nei diritti e prebende al priore dei canonici agostiniani, secondo le prerogative da sempre riconosciute alle istituzioni nullius ancora oggi in vigore, come indicato nel Codice di Diritto Canonico.

Il priore palmense, in qualità di amministratore delegato della Santa Sede, gestiva un patrimonio di circa cento ducati d’oro l’anno184, e, nella bolla di annessione ed incorporazione alla mensa capitolare, il beneficio non è consegnato direttamente nelle mani del vescovo fermano, ma dei suoi canonici, che assumevano decisioni amministrative proprie. Ad essi spettva, dopo la concessione del pontefice Mediceo, l’obbligo di soddisfare alla celebrzione delle sante messe nelle chiese del priorato palmense, dato che i religiosi agostiniani abbandonavano il convento di S. Agostino185.

I canonici concessero al parroco di S. Giovanni Battista in Torre di Palma le rendite dei beni degli agostiniani, mentre subentrava al loro posto nei servizi inerenti. La chiesa palmense di S. Giovanni Battista, in precedenza, non aveva una giurisdizione né un potere amministrativo molto forte. Nella raccolta delle decime decise dal papa che questo parroco, secondo i documenti, ha corrisposto le decime anche negli anni 1290-1292 e 1299186.

III.3 Sull’incorporazione dei priorati di S. Pietro Vecchio e di S. Maria a Mare

Le testimonianze documentarie di un’avvenuta incorporazione o annessione tra i due priorati non sono pervenute, né sono giunti altri documenti che attestino direttamente un passaggio di privilegi, di concessioni e di benefici, se non le due predette  bolle di Alessandro III e di Clemente III.

Resta, peraltro, una testimonianza scritta, nel secondo libro dei battesimi dell’Antico Archivio Parrocchiale della chiesa di S. Maria a Mare in Torre di Palme, relativo agli anni 1638-1683: è l’annotazione, segnata nella seconda pagina, recita: “Memoria di una pietra antica, trovata nelle loggie di S. Maria a Mare di questa Chiesa, da me Alfonso Gaggi, vista da Don Anniballo Adamori, nell’arco della loggia incontro alla cantina < in traduzione italiana dal latino> “Eccone il tenore. La chiesa è stata fondata dal signor Priore Uberto ad onore degli apostoli Pietro e Paolo. Amen. Giorno 31 luglio anno di Cristo 1132.” Vi è annotato anche che due altre due lapidi hanno epigrafi divenute illeggibili: una di fuori a l’altra sotto la torre187.

Relativamente alla medesima iscrizione lapidea, Brandimarte pubblica come giorno: “IDUS S.TTI” 188

Lo studioso Muccichini189 sostiene che la lapide sia stata portata entro il cortile della canonica dal Piano di S. Pietro, ove esisteva l’antica chiesa di S. Pietro Vecchio e ne riporta l’iscrizione.

Facendo il confronto si nota che il testo dell’iscrizione riportata nel registro dei battesimi dell’Antico Archivio Parrocchiale di S. Maria a Mare di Torre di Palme, non coincide con quello riportato dallo storico altidonese e dal Muccichini.

Ma ciò che interessa dimostrare con la lapide, è che vi erano stretti rapporti tra i due priorati, come si può evincere anche dalle considerazioni del Brandimarte.

La località ove una volta era sito il monastero di S. Pietro Vecchio, presso il fondo Castellioni, ha ancora il toponimo “S. Pietro Vecchio” e si trova nel territorio che fino al 1877 era amministrato dal comune di Torre di Palme, che ora fa parte del comune di Fermo, e prima ancora Vocabulo Palme190.

  1. CONCLUSIONI

Il lavoro di ricerca svolto ha avuto come oggetto di studio, principalmente, i secoli successivi all’anno Mille, focalizzando la vita urbana e rurale della città di Fermo e del suo contado. Per giungere però alla narrazione delle vicissitudini storiche e politiche riguardanti i territori fermani nel periodo indicato dei secoli XI – XIII, è stato dapprima brevemente tracciato un profilo storiografico e geografico. Sono stati dunque indicati, nel capitolo introduttivo, quanti, negli anni passati e recenti, si sono occupati dell’argomento o hanno citato i centri urbani oggetto del presente studio.

Dapprima sono state considerate le principali fonti della storiografia latina: dagli autori classici ai tardo-antichi, passando per nomi illustri, Cesare, Cicerone, Procopio di Cesarea, Paolo Diacono; poi sono state analizzate quelle di natura diplomatica, laica ed ecclesiastica, cancelleresca e notarile, dai diplomi e dai capitolari dei dominatori longobardi e carolingi, fino a quelli sassoni e germanici.

Con le documentazioni d’archivio superstiti si è fatta una ricostruzione della vita sociale e dell’urbanesimo fermano, per quanto attiene ai secoli considerati. Importante è stata l’analisi di parte del materiale diplomatico contenuto nel prezioso Codice 1030, che gli studiosi Pacini, Avarucci e Paoli, hanno consegnato nella pubblicazione patrocinata dalla Deputazione di Storia per le Marche.

La maggior parte degli studiosi del Seicento e del Settecento si è impegnata nel recupero delle fonti diplomatiche . Così il Brandimarte, nella sua opera di “illustrazione” del Plinio Seniore, ha più volte fatto riferimento alle bolle inerenti la vita del priorato agostiniano palmense, dato poi in commenda.

Facendo gli opportuni confronti, sono state trovate spesso incongruenze tra la fonte pervenuta e la trascrizione redatta nelle opere storiografiche. E’ anche il caso dell’iscrizione lapidea dell’antica chiesa di S. Pietro Vecchio, riportata dallo storico altidonese con difformità rispetto allo scritto del pievano palmense che fece il ritrovamento.

E’ stato possibile, grazie alla collazione dei materiali paleografici, stabilire un rapporto di copia-modello tra le quattro fonti diplomatiche consegnate come supporto documentario al lavoro di ricostruzione storica svolto nei capitoli centrali.

Essi risultano mutili di conclusione, se non si considera l’innovazione apportata dal documento della fine del secolo XI: i territori di Palma e Palma Vetula segnalati, risulterebbero infatti  privi di attenzioni da parte delle forze politiche e amministrative in gioco. Si tratterebbe, oltretutto, di un disinteresse alquanto strano, se si analizza a fondo l’importanza che i feudi in questione avevano nei tempi pregressi ricoperto.

Si è fatto riferimento agli studi recenti che ne hanno riconosciuto i trascorsi splendori, l’egemonia politica ed il ruolo di spicco per l’economia prevalentemente agricola e marinara dei territori per l’antichità arcaica e classica.

Il vuoto lasciato dalle più antiche istituzioni picene – palmensi, risulta colmato da quelle cristiane, religiose e monasteriali, dei frati Eremitani e Agostiniani, confluiti tutti in un’unica regola, per volere della Santa Sede.

La medesima Sede Apostolica, tra l’altro, ha riservato nei secoli basso-medievali a questi luoghi, l’attenzione ed il trattamento che contraddistinsero gli intrattenuti rapporti con l’Ordine Agostiniano di cui sopra. I territori del duplice priorato indicato è soggetto dunque, probabilmente, ad uno di quei sistemi giurisdizionali ancor’oggi noto come prelatura nullius dioeceseos.

I legami relazionali del priorato di S. Pietro Vecchio e della commenda di S. Maria a Mare abbiano emergono non soltanto dal rapporto tra le strutture testuali del tutto simili, riscontrabili nei quattro documenti pontifici riportati, ma in particolare dall’esplicito riferimento fatto da papa Clemente III nella bolla del 1188. In essa, infatti, il Santo Padre riconferma, al priorato agostiniano di S. Maria a Mare, gli stessi privilegi concessi dal suo predecessore Alessandro III.

Da ultimo, è stato possibile riconoscere ai priorati suddetti un ruolo, non di scarso livello, nei gravi momenti di tensione originatisi dalla lotta tra papato e impero per le investiture.

Analogamente a Farfa il priorato palmense è stato più volte utilizzato dall’amministrazione pontificia, come baluardo della propria egemonia nei territori palmensi e marchigiani in periodi di rappresaglie del partito ghibellino. La ricostruzione storiografica non ha dimenticato gli autori contemporanei e le ultime pubblicazioni.

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N O T E

001-  C. Bellucci et alii, L’Archivio  Storico Arcivescovile di Fermo, 1985.

002- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, a cura di G. B. Conte, vol. I, libro III, 18, 3, Torino, Einaudi, 1982, pp. 442-443. L’etimologia del nome della città di Palma può a buon diritto essere fatta risalire al termine “palma” frequentatissimo nei trattati latini e usato per descrivere il pampino della vite: è infatti necessario ricordare che la città picena era nota in tutto l’impero romano per la produzione di un pregevolissimo vino.

003 – Plinio il Vecchio, ed. cit., I, libro III, 18,3, pp. 442-443; III, libro XIV, 8,14, pp. 220-221

004 – Strabone, Geographia, a cura di A. M. Biraschi, libro V, 4,2, Milano, Bur, 1988, pp. 160-161.

005 – Varrone, De re rustica, a cura di A. Traglia, I, 31,3-4, Torino, Utet, 1974, pp. 660-661.

006 – Lucio Giunio Moderato Columella, De re rustica, a cura di R. Calzecchi Onesti, libro III, Torino, Einaudi, 1977, pp. 195 e segg.

007- G. Nepi, Guida di Fermo e dintorni, Macerata, 1985, pp.68-70. Nell’opera sono raccolti, anche in traduzione italiana, gli autori latini che si sono interessati del territorio fermano.

008- Cicerone, Filippica, a cura di W. C. Aker, 8, 23,  Cambrige, 1969, pp. 384-385.

009- Cicerone, Epistulae ad Atticum, a cura di W. S. Watt libro IV, epistula VIII, 3 Oxford, 1965, p. 133.

010- Cicerone, De Divinatione,  a cura di W. C. Aker, libro II XLVI, 98, Cambrige, 1969, pp.480-481.

011- Cesare, De Bello civili, a cura diA. G. Peskett, libro XVI,1, Harvad, 1966, p. 24.

012 – Tito Livio, Storie, a cura di L. Fiore, libro XXVII, 10, 7, Torino, Utet, 1981, pp. 214-215.

013 – Velleio Patercolo, Compendio di Storia Romana , a cura di E. Meroni, libro I, 14, 8, Milano, Rusconi, 1978, p. 53.

014 – Strabone, Geographia, a cura di A. M. Biraschi, libro V, 4,2, Milano, Bur, 1988, pp. 160-161.

015 – Nepi, Guida cit., p. 70.

016 – Frontino, Stratagemmata, a cura di C. E. Bennett, libro IV, 24, 1, Harvad, 1969, p. 276.

017 – Plinio il Giovane, Epistolario, a cura di R. A. B. Mynors, libro VI, XVIII, 1, Oxford, 1963, p. 178.

018 – Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, a cura di G. Wirth, libro II, 16, 5, Lipsia, Ulmann, 1969, p. 233. Nei suddetti passi è riportato il resoconto delle lotte dinastiche di successione durante le guerre greco-gotiche, che vedono impegnato l’Oriente Romano nel recupero dei territori dell’Impero Romano d’Occidente, caduto nelle mani dei barbari.

019- Le notizie sono riportate in maniera dettagliata e precisa dal prof. Gabriele Nepi, che fa una breve ma efficace sintesi della storia Fermana nel periodo delle invasioni barbariche in Guida cit., pp. 29-30.

020- Paolo Diacono, Historia Longobardorum, a cura di A. Zanella, libro II, cap. 19, Milano, 1991, p.258.

021 – Capitolare di Lotario I, in RIS, a cura di L. A. Muratori, I/2, Mediolani, 1738, p.151.

022 – Il Nepi ,Guida cit. riporta il passo a p. 73, facendo riferimento ad Anastasio bibliotecario.

023 – G. Michetti, Fermo nella letteratura latina, vol. II, Fermo, 1980, p. 24 Liutprando vescovo di Cremona, all’anno 896.

024 – Michetti, op. cit., p. 84. Alla nota 17 fa riferimento al De Ecclesia Firmana di M. Catalani, p. 102

025 – San Pier Damiani, Vita Sancti Romualdi, a cura di G. Tabacco, Roma, 1957 p. 65.

026 – J. Lussu (a cura di), Storia del Fermano dalle origini all’Unità d’Italia, Roma, 1970, pp. 7-36.

027 – G. Nepi, Storia dei comuni piceni, Fermo, 1966-1985. Vi sono raccolte molte informazioni inerenti le origini e le cause che portano i vari comuni piceni alle controversie in oggetto, con riferimento a fazioni e di alleanze che vengono stabilite di volta in volta. Di particolare interesse sono le notizie che riguardano i principali centri di potere laici ed ecclesiastici, intervenuti di volta in volta in soccorso dell’una o dell’altra parte.

028 – F. Trebbi, Erezione della Chiesa Cattedrale di Fermo a Metropolitana, Fermo, 1890, pp. 43-45 e G. Cicconi, la chiesa metropolitana di Fermo e i recenti ritrovamenti archeologici sotto il suo pavimento, Fermo, 1940, pp. 5-9. Entrambe le pubblicazioni sono state recentemente riprodotte in ristampa anastatica nel volume La Chiesa metropolitana di Fermo (edito a Fermo nel 2003 in occasione dei restauri del Duomo).

029 – M. Vitali (a cura di), Fermo. La città tra Medioevo e il Rinascimento, Milano, 1989, pp. 9-32.

030- L. Bosio, La Tabula Peutingeriana. Una descrizione pittorica del mondo antico, Rimini, Ed. Maggioli, 1983.

031 – Pomponio Mela, De situ orbis, a cura di Ioachimi Vadiani Helvetij, libro II cap. 4, Lutetiae Parisorum, 1530, p.114.

032 – Tolomeo, Geografia, a cura di C. F. A. Nobbe, libro III cap.I, Lipsia, 1898, p. 150.

033 – A. Brandimarte, Plinio Seniore illustrato nella descrizione del Piceno, Roma, 1815, pp. 147-154.

034 – F. D’Acquarica, Storia del santuario di Santa Maria a mare, Fermo, 2000, pp. 7-9.

035 – A. Muccichini, Il “Comune” di Torre di Palme Marina Palmense-Santa Maria a mare. Storia-arte-immagini-tradizioni-vita paesana, Fermo, 2003, p. 13.

036 – D. Pacini et alii, Liber Iurium dell’Episcopato e della città di Fermo (977-1266), Ancona, 1996, passim

037 – Secondo quanto indicato dagli studi eseguiti dal Pacini e da altri paleografi e codicologi, sembra che fu proprio il segretario del Comune di Fermo, Hubart di Liegi, ad intervenire sull’originario corpus del codice 1030, aggiungendo alla collezione originale di documenti un ulteriore organico, precedentemente incluso in altro volume dell’archivio comunale di cui vengono fornite notizie.

038 – D. Pacini et alii, Liber  cit., il Codice 1029, così anche il 1030, furono fatti redigere a garanzia dei possedimenti ecclesiastici fermani, come confermato anche dal canonico Catalani delle sue opere.

039 – M. Catalani, De Ecclesia Firmana ejusque episcopi set archiepiscopis, Fermo, 1783. Opera nella quale lo storico ricostruisce la storia della diocesi Fermana, sostenendone i diritti e privilegi, che intende suffragare con i dati storici raccolti.

040 – M. Catalani, Origini ed antichità fermane, Fermo, 1778, passim, ma già in Memorie è presente lo stesso genere di considerazione che scaturisce dalla volontà del canonico di giustificare le pretese avanzate dall’arcivescovo fermano.

041 – Pacini et alii, Liber cit., p. XLII.

042 – Ibidem, pp. XLII e segg.

043 – Ibidem, pp. XLVII e segg.

044 – Nepi, Guida cit., p. 31 in nota.

045 – Ibidem, p. 32.

046 –  Ibidem.

047 – Ibidem, p.32, nota 18.

048 – A. Brandimarte, Plinio, cit., pp. 214.

049 – G. Colucci, Antichità Picene, vol. XXIX, 1798, pp. 59-60 del Codice Diplomatico della terra di Santa Vittoria riportato nel volume in copia anastatica; in esso sono contenuti documenti inerenti territori contesi dal priorato farfense di Santa Vittoria e da quello autonomo fermano di Santo Pietro Vecchio.

050 – C. Bellucci et alii, L’Archivio cit., pp. 5-7.

051 – V. Galiè, Le origini di Torre di Palme, Macerata, 1998, pp. 5 e segg.

052 – A. Muccichini, Il “Comune” cit., pp. 17 e segg.

053 – V. Galiè, Ubicazione dei porti e del navale fermano in epoca romana e altomedievale, Macerata, 2001, pp. 9-14.

054 – ASAF, Fondo capitolare, titolo XVII, Priorati e Badie, Rubrica 1, fascicolo 1, Priorato di S. Maria a mare, bolla del 1516 di Papa Leone X riportata in appendice (doc. n.4).

055 – D. Pacini, Per la storia medievale di Fermo e del suo territorio. Diocesi, Ducato, contea, marca (secoli VI-XIII), Fermo, 2000, pp. 11-12.

056 – S. Prete, Pagine di storia Fermana (edite in Studia Picena), Fano, 1984,pp. 1-8.

057 – Ibidem, pp. 27-28

058 – Ibidem, p. 65.

059 – Pacini, Per la storia cit., p. 200.

060 – S. Prete, Le pievi nelle Marche, in” Studia Picena”, Fano, 1978, pp. 10-12; D. Pacini, le pievi dell’antica diocesi di Fermo (secoli X-XIII), in Pievi nelle Marche cit.. Il Pacini elenca in questo saggio 34 pievi mentre nel volume Per la storia medievale di Fermo e del suo territorio cit. Nella prefazione a cura di Giuseppe Amato, si parla di trentasei distretti plebani.

061 – Pacini, Per la storia cit., p. 49.

062 –  Nepi, Guida cit., pp. 35-40.

063 – Pacini, Per la storia cit., p.12.

064 – A. Bittarelli, Le mura urbane di Camerino, Camerino-Pieve Torina, 1996, p. 471.

065 – S. Gasparri, I duchi longobardi, Roma, 1978, pp. 7-44.

066 – F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII, Faenza, 1927, pp. 390-399; M. Catalani, De Ecclesia Firmana ejusque episcopi set Archiepiscopis commentarius, Fermo, 1783, pp. 14-15; G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia dalla loro origine ai nostri giorni, Venezia, 1845, pp. 663-664.

067 – Nepi, Guida cit., p. 31.

068 – A. Sansi, I duchi di Spoleto, Foligno, 1870, pp. 34-36.

069 – Pacini, Per la storia cit., p. 28.

070 – G. Fatteschi, Memorie istorico-diplomatiche riguardanti la serie de’ duchi e la topografia de’ tempi di mezzo del ducato di Spoleto, Camerino, 1801, pp. 184-187.

071 – Prete, Le pievi cit., pp. 26-29.

072 –  Pacini, Per la storia cit., p.  3,49.

073 – G. Colucci, Memorie Istoriche dell’antica Badia di Farfa, in Antichità Picene XXXI, Fermo, 1797, pp. 1-100.

074 – Pacini, Per la storia cit., p. 31.

075 – Ibidem, p. 49. Pacini raccoglie la notizia dalla narrazione storiografica di un abate farfense: Destructio monasterii Farfensis edita a domno Ugone abate. La fonte storiografica è contenuta nel Chronicon Farfense di Gregorio di Catino, a cura di U. Balzani, I-II, Roma, 1903.

076 – C. Brühl, Codice diplomatico longobardo, III, I, Roma, 1973, p. 256.

077 –  Pacini, Per la storia cit., p. 45.

078 – Ibidem, p. 49.

079 – Ottonis II diplomata, a cura di T. Sickel, in MGH, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, II, 1, Hannoverae, 1888, p. 292 e pp. 334-335.

080 – Pacini, Per la storia cit., p. 60; Nepi, Guida cit., p. 32; L. Schiaparelli, I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II ed Adalberto, Roma, 1924, pp. 312-316.

081 –  Pacini, Per la storia cit., p. 55-56.

082 – E. Tassi, Gli arcivescovi di Fermo nei secoli XIX e XX, Fermo, 2006, p. 31.

083 – Ottonis I diplomata cit., p. 504.

084 – Tassi, Gli Arcivescovi cit. p. 31; Catalani, De Ecclesia, cit., pp. 114,116.

085 – Pacini, Per la storia cit., p. 66.

086 – Ibidem, p. 498.

087 – Ibidem, pp, 480-486.

088 – F. Trebbi – G. Filoni, Erezione della Chiesa Cattedrale di Ferno a Metropolitana, Fermo, 1890, p. 58.

089 –  Nepi, Guida cit., p. 34.

090 – L. Tomei, La piazza del popolo tra romanità, medioevo e rinascimento, in Fermo. La città tra medioevo e rinascimento, Fermo, 1989, p. 100.

091 – Pacini, Per la storia cit., p. 471

092 – Tassi, Gli Arcivescovi cit., p. 31

093 – Cronaca Fermana di Antonio di Nicolò dall’anno 1176 all’anno 1447, in De Minicis, Cronache della città di Fermo, cit., p. 3.

094 – Nrpi, Guida, cit. p. 35.

095- Tassi, Gli Arcivescovi cit., p. 32

096 – V. Curi, Guida storica e artistica della città di Fermo, Fermo, 1864, p. 16. Il Curi riporta che la lotta Fermana era stata presa nel 1192 dall’imperatore Enrico VI e, dopo la morte di lui, da Marcovaldo d’Anninuccio siniscalco dell’Impero.

097- Pacini, Per la storia cit., p. 471.

098 – Nepi, Guida cit., p. 35.

099 – Pacini, Per la storia cit., p. 472-474.

100 – Curi, Guida storica cit., p. 17.

101 – G. Michetti , Aspetti medievali di Fermo, Fermo, 1981, pp. 52-54.

102 – I. Schuster, L’imperiale abbazia di Farfa, Roma, 1921, p. 296; D. Pacini, Possessi e chiese farfensi nelle valli picene del Tenna e dell’Aso (secoli VIII-XII), in Istituzioni e società nell’alto medioevo marchigiano (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Ancona, 1983, pp. 412-413.

103 – Tassi, Gli Arcivescovi cit., p. 35.

104 – Pacini, Per la storia cit., p. 495.

105 – Ibidem, pp. 495-496.

106 – L. A. Vicione, Dissertazione sull’esistenza di ripa o Ripatransone prima dell’anno MCXCVIII, Fermo, 1827, pp. 156-157

107 – Tassi, Gli Arcivescovi cit., p. 32-35.

108 – Pacini, Per la storia cit., p. 497.

109  – Avarucci, Liber cit., 2, pp. 329-331.

110 – Pacini, Possessi cit., pp. 413-414.

111 – Pacini, Per la storia cit., p. 499; G. Piccinini (a cura di), Il trattato di Polverigi: analisi e vicenda storiografica, in La Marca di Ancona fra il XII e XIII secolo:le dinamiche del potere, in Atti del Convegno: VIII Centenario della “Pace di Polverigi” (1202-2002), (Polverigi, 18-19 ottobre 2002, (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Ancona, 2004, pp. 39-70.

112 – Pacini, Per la storia cit., p. 501.

113 – M. Natalucci, Federico II di Svezia e la Marca di Ancona, Fabriano, 1947, pp. 35-41.

114 – Pacini, Per la storia cit.,  pp. 502-503; Werner Laleczek,” Innocenzo III”, Enciclopedia dei Papi, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2000, pp. 326-350.

115 – E. Winkelmann, Acta imperii inedita saeculi XIII, I, Innsbruk, 1880, pp. 61-62.

116 – G. Fracassetti, Notizie storiche della città di Fermo ridotte in compendio, Fermo, 1841, p. 24.

117 – Pacini, Liber cit. pp. 256-257; Avarucci, ibidem pp. 437-439.

118 – Pacini, Per la storia cit, pp. 504.

119 – Fracassetti, Notizie  cit.  p. 24; D. Pacini, “I Vescovi e la Contea di Fermo negli anni di Federico II”, in Federico II e le Marche, a cura di C. D. Fonseca, in Atti del convegno di studi su Federico II (Jesi, 2-4 dicembre 1994), (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Roma, 2000, pp. 43-84. Il Pacini a p. 55 ribadisce la rinuncia sui territori marchigiani da parte di Federico II “con 2 atti del 12 luglio 1213 e del settembre 1219”.

120 – Pacini, Per la storia cit, p. 504

121 – Nepi, Guida cit., p. 38; Pacini, Per la storia cit., p. 505.

122 – V. Galiè, Insediamenti romani e medievali nei territori di Civitanova e S. Elpidio, Macerata, 1988, p. 53.

123 – Pacini, Per la storia cit., p. 506.

124 – Tassi, Gli Arcivescovi cit. pp. 32, 35.

125 – Pacini, Per la storia cit., p. 509.

126 – Nepi, Guida cit. p. 38.

127 – Pacini, Per la storia cit. p. 511

128 – Catalani, De Ecclesia cit., pp. 169-170; Hagemann, Jesi cit., p. 45.

129 – G. Marangoni, Delle memorie sagre e civili dell’antica città di Novana oggi  Civitanova nella provincia del Piceno, Roma, 1743, pp. 270-271.

130 – Pacini, Per la storia cit., p. 513.

131 – Pacini, Ibi., pp. 516-517.

132 – Nepi, Guida cit. p. 39.

133 – Fracassetti, Notizie storiche cit.  p. 24.

134 – Nepi, Guida cit. p. 38.

135 – Ibidem, p. 39

136 – Ibidem.

137 – Fracassetti, Notizie storiche cit.  p. 24.

138 – Pacini, Per la storia cit., pp. 522.

139 – Ibidem, pp. 528-529.

140 – F. E. Mecchi, Il Comune di Fermo e Federico II di Svezia, Fermo, 1903, pp. 28-29.

141 – Nepi, Guida cit. p. 195.

142 – Nepi, Guida cit. p. 196.

143 – Ibidem, p. 195.

144 – Bolla di Alessandro III del 1180, ASAF cit..

145 – Bolla di Urbano IV del 1264, ASAF cit.

146 – Bolla di Alessandro III cit.

147- Annuario de l’Archidiocesi di Fermo, (Quaderni della Segreteria Arcivescovile di Fermo). Fermo, 1935, passim.

148 – Muccichini, Il “Comune” cit., pp. 100-101.

149 –“ Pene ecclesiastiche”, Enciclopedia Europea, Garzanti Editore, 1979, p. 757. Le pene ecclesiastiche sono sanzioni previste dal codice di diritto canonico per correggere i delitti, pene medicinali o per ristabilire l’ordine giuridico, pene vendicativi, punendo i colpevoli di violazioni. Queste, a 2seconda delle autorità che le comminava, o il delitto commesso, potevano essere contro una persona, ad aliquem, contro i chierici, contra clericos, pure contro i laici e i chierici, contra omnes: nelle bolle papali si trova frequentemente si quis, contro chiunque non avesse rispettato l’ordine o le norme. Questi termini risultano ricorrenti nel vecchio codice di diritto canonico.

150 – Vangelo di Matteo, cap. 16, vv. 15-19.

151 – A. Brandimarte, Plinio seniore cit., p. 187

152 – Bolle di Alessandro III del 1180 e Clemente III del 1188 cit.

153 – Ciò si evince dalle bolle sopra indicate, nelle quali figurano come destinatari gli ordini agostiniani citati con i relativi priori; U. Mariani, Gli Eremitani di S. Agostino, in M. Escobar (a cura di), Ordini e Congregazioni religiose, Torino, 1951, pp. 523-543.

154 – A. Brandimarte, Plinio seniore cit., p. 196. Con quest’affermazione lo storico intende sostenere che uno dei suddetti episcopati fosse quello della città Picena di Palma.

155 – A. Brandimarte, Plinio seniore cit., p. 215. Il passo riporta un episodio del 1232: “Ma il magistrato fermano, non dovette almeno godere pacificamente Torre di Palma, imperocché trovò, che Gregorio IX l’anno 1232, in una costituzione, che incomincia Rex excelsus proibisce l’alienazione di beni patrimoniali della Chiesa romana senza il consenso comune dei cardinali. Fra questi per più cautela ne nomina tre soli nella Marca Anconetana, cioè la Rocca di Pioraco, Serravalle e Torre di Palma”; Escobar, Ordini cit. p. 529.

156 – Si è già detto nel capitolo introduttivo riportando le testimonianze degli autori latini, letterati e storiografi.

157- Escobar, Ordini cit., p. 531

158 – Ibidem, p. 529.

159 – Brandimarte. Plinio Seniore cit., p. 187.

160 – Bolla di Leone X del 1516, ASAF cit..

161 –  Pacini, Liber cit., pp. 30-32.

162 – Ibidem, pp. 39-42; Catalani, De Ecclesia cit., pp. 329-330. Concambium de Cucurre et de Palme et de Palma Vetula.

163 – Brandimarte, Plinio Seniore cit., p. 214. L’autore riporta le vicende legate all’investitura del marchese Azzo d’Este, con la quale viene sottratta al priore palmense la giurisdizione sopra Torre di Palma; il passo riporta: “I Fermani acquistarono il diritto sopra Torre di Palma, Barbolano, Altidona e Lapedona. Ecco come l’acquistarono. Ottone IV Imperatore, soprannominato il Superbo, essendosi dimenticato dei benefici che egli fece Innocenzo III, scorse con armati tutta l’Italia, e fra le altre città, che occupò, presenti raramente la Marca Anconetana. La conferì ad Azzo di Este suo consanguineo, e nell’investitura, ch’egli fece in Chiusi l’anno 1210, egli specificò queste città: Ascoli, Fermo, Camerino, Umana, Ancona, Osimo, Jesi, Sinigallia, Fano, Fossombrone, Cagli, Sassoferrato e la Rocca dell’Appennino”.

164 – “Cronaca Fermana di Antonio di Nicolò dall’anno 1176 sino all’anno 1447”, in De Minicis, Cronache cit., p. 3.

165 – Brandimarte, Plinio Seniore cit., p. 214. L’autore riferisce: “fu confermato ad Aldovrandino figlio di Azzo d’Este il marchesato ed egli confermò ai Fermani la giurisdizione, che avevano nel loro distretto …. Nell’anno poi 1214 al 10 Giugno confermò ai detti non solo i nominati Castelli, ma loro donò Torre di Palma, Barbolano, Lapedona, Altidona…”

166 – Ibidem, p. 199. Il passo riporta: “Le Chiese di Torre di Palma caddero sotto la giurisdizione del Priore della Canonica di S. Maria a Mare; quelle di Lapedona sotto la giurisdizione dell’Abbate di Fonte Avellana, e molte di Altidona sotto la giurisdizione dell’Abbate di Farfa”.

167 – Nepi, Guida cit., p. 41. La stessa abbazia di Montecassino aveva giurisdizione su alcuni benefici siti di diocesi fermana; Barbolano, S. Maria in Leveriano e S. Giovanni de Garzania. Dei tre possedimenti tra casinensi, indicati nel battente sinistro delle porte dell’abazia suddetta, Barbolano era ubicato nella circoscrizione palmense, al confine tra Torre di Palma ed Altidona.

168- Come indicato nelle bolleASAF cit.

169 – Muccichini, Il ‘Comune’ cit., p. 43.

170 – Annuario Pontificio anno 2006, Città del Vaticano, 2006, p. 1852.

171 – La sigla C.J. C. sta per Codex Juris Canonicis.

172 – Annuario Pontificio cit., p. 1852.

173 – Ibidem.

174 – Ibidem.

175 – J. I. Arrieta (a cura di), Codice di Diritto Canonico le leggi complementari, Città del Vaticano, 2004, p. 254.

176 – Ibidem, p. 271.

177 – Bullarium Romanum, XVI, Torino, 1869, p. 472.

178 – Arrieta, Codice cit., p. 254.

179  – Ibidem, p. 356.

180 – Ibidem , p. 1852

181 – Ibidem.

182 – Ibidem, p. 254.

183 – Discorso di Giovanni Paolo II del 17.03.2001, riportato da l’Osservatore Romano del 18.03.2001, p. 6.

184 – Bolla di Leone X del 1516, ASAF cit.

185 – Muccichini, Il ‘Comune’ cit., pp. 113-114. L’autore riporta: “i beni furono assegnati al poverissimo parroco di S. Giovanni con obbligo di soddisfare a quattro Messe la settimana e con peso di dare 20 scudi annui ad un cappellano, acché soddisfaccia ad altre tre Messe la settimana”.

186 – P. Sella, Rationes Decimarum Marchia sec. XIII/XIV, Città del Vaticano, 1950, pp. 452-550. A p. 542: “Item a domno Matheo Cappellano S. Iohannis de Turri Palmarum X sol minus II den. Summa istius lateris XXXIV lib. XIII sol. VI den.” A p. 550: “Item a domno Matheo Cappellano S. Iohannis de Turri Palmarum facta ecstimatione cum iuramento XX sol….”.

187 – Antico Archivio Parrocchiale di Torre di Palme, registro dei battesimi n. 2, Baptizatorum 1638 usque ad Annum 1683, nella pagina seguente la coperta.

188 – Brandimarte, Plinio Seniore cit. p. 141-142. Oltre all’iscrizione dell’autore narra della presenza, nel piano di S. Pietro, anche dei resti dell’antica chiesa: “Il piano, che nel colle mentolato, chiamasi anche a giorni nostri piano di S. Pietro, ed esistono ancora i ruderi di questa chiesa. Aveva una lapide, che secoli sono fu portata entro Torre di Palma, e rimane collocata in un muro dell’orto del Piovano… Da questa lapide si raccoglie, che detta chiesa fu restaurata, o fabbricata da Uberto, che era Priore della Canonica di S. Maria a Mare, a cui apparteneva. Bisogna poi credere, richiamandosi ambedue i Castelli col nome di Palma nascesse confusione. Quindi fu creduto bene dal popolo lasciare il nome assoluto di Palma a Palma Vecchia: e l’altro poi non mutargli il nome, ma chiamarlo con qualche prerogativa, che avesse. Questa prerogativa era una Torre, ossia Fortezza”

189 – Muccichini, Il ‘Comune’ cit. , p.125.

190 – Brandimarte, Plinio Seniore cit. p. 141. Circoscrizione indicante il territorio di Palma Vecchia, Palma Vetula, corte di Palma, o più semplicemente Palma, come deduce l’autore citato.

 

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  10. E. Mecchi, Il Comune di Fermo e Federico II di Svevia, Fermo, 1903.
  11. Michetti, Aspetti medioevali di Fermo, Fermo, 1981.

Idem, Fermo nella letteratura latina, Fermo, 1980.

  1. Muccichini, Il “Comune ” di Torre di Palme, Marina Palmense, Santa Maria a Mare, Fermo, 2003.
  2. Natalucci, Federico II di Svevia e la Marca di Ancona, Fabriano, 1947.
  3. Nepi, Guida di Fermo e dintorni, Macerata, 1985.
  4. Nepi, Storia dei Comuni Piceni, Fermo, 1966-1985.
  5. Pacini, I Vescovi e la Contea di Fermo negli anni di Federico II, in C.D. Fonseca (a cura di), Federico II e le Marche, in Atti del convegno di studi su Federico II (Jesi, 2-4 dicembre 1994), (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Roma, 2000, pp. 43-84.

Idem, Le pievi dell’antica diocesi di Fermo (secoli X-XIII), in S. Prete (a cura di), Le pievi nelle Marche, in Studia Picena, Fano, 1978, pp. 31- 147.

Idem, Per la storia medievale di Fermo e del suo territorio. Diocesi ducato contea marca (secoli VI-XIII), Fermo, 2000.

Idem, Possessi e chiese farfensi nelle valli picene del Tenna e dell’Aso (secoli Vili-XII), in Istituzioni e società nell’alto medioevo marchigiano, (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Ancona, 1983, pp. 333- 425.

  1. Piccinini (a cura di), Il trattato di Polverigi: analisi e vicenda storiografica, in La Marca di Ancona fra XII e XIII secolo: le dinamiche del potere, in Atti del convegno: VIII centenario della “Pace di Polverigi” (1202-2002), (Polverigi, 18-19 ottobre 2002), (Deputazione di Storia Patria per le Marche), Ancona, 2004, pp. 39-70.
  2. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma, 1987.
  3. Prete, Fermo: Città e Diocesi, in Pagine di storia Fermana, in Studia Picena, Fano, 1984, pp.1-10.
  4. Prete (a cura di), Le pievi nelle Marche, in Studia Picena, Fano, 1978, pp.9-493.
  5. G. Properzi, Torre di Palme. Lettura di un episodio urbano, Verona, 1988.
  6. Sansi I duchi di Spoleto, Foligno, 1870.
  7. Schiaparelli, I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e di Adalberto, Roma, 1924.
  8. Schuster, L’imperiale abbazia di Farfa, Roma, 1921.
  9. Tassi, Gli Arcivescovi di Fermo nei secoli XIX e XX, Fermo, 2006.
  10. Tomei, La piazza del popolo tra romanità, medioevo e rinascimento, in Fermo. La città tra medioevo e rinascimento, Fermo, 1989, pp. 91- 144.
  11. Trebbi – G. Filoni Guerrieri, Erezione della chiesa cattedrale di Fermo a metropolitana, Fermo, 1890.
  12. A. Vicione, Dissertazione sull’esistenza di Ripa o Ripatransone prima dell’anno MCXCVIII, Fermo, 1827.
  13. Vitali (a cura di), Fermo. La città tra Medioevo e Rinascimento, Milano, 1989.
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A SERVIGLIANO la chiesa rurale Santa Lucia permane millenaria già edicola dei legionari romani defunti, poi culto cristiano grazie all’opera dei monaci Farfensi e del Vescovo di Fermo

SANTA LUCIA NELLA CONTRADA DI SERVIGLIANO

Tra le contrade campestri del comune di Servigliano è nota quella di Santa Lucia per le manifestazioni tradizionali che coinvolgono le contrade viciniori del versante collinare del fiume Ete, tra cui la contrada di San Filippo.

Storicamente è stata molto popolosa per l’operosità degli abitanti e per il numero degli edifici adibiti ad abitazione, con impianti per gli allevamenti. Questa contrada ha antiche memorie perché è situata lungo il percorso della strada collinare Fermana che un tempo muoveva da Santa Vittoria in Matenano verso Belmonte Piceno, fino al capoluogo.

Le notizie più antiche si riferiscono alla venuta dei soldati veterani romani a cui furono concesse queste terre, dopo le guerre civili, sul finire del primo secolo avanti Cristo, nel territorio Piceno. Tra essi c’era Servilio che ha dato nome all’attuale Servigliano per la sua villa nei pressi del fiume Tenna, dov’è l’attuale centro storico.

Altra villa romana era nel ripiano dell’antica fornace della famiglia Galli. Qui l’edicola dei defunti romani divenne per i cristiani la chiesetta di Santa Lucia, in posizione elevata a 285 metri di altitudine.

Le più antiche memorie scritte sono riferite nella pergamena della vita di San Gualtiero che è stata pubblicata nel 1695 negli Acta Santorum (Atti dei santi al 4 giugno). In particolare vi è menzionato il luogo “Mara” vocabolo latino che significa fossato, oggi fosso di Santa Lucia. Qui esisteva un “vico” cioè un insieme di case abitate presso una strada nella campagna popolata da agricoltori.

Il 13 dicembre, quando il sole vittorioso sulle tenebre ricomincia ad allungare la durata della luce diurna, ricorreva la memoria liturgica di santa Lucia il cui culto era diffuso a Roma ed i monaci Farfensi venuti nel Piceno hanno lasciato molte cappelle, oratori o chiesine dedicate a questa santa.

San Gualtiero venne da Roma, si stabilì presso il fossato Mara e la chiesa di Santa Lucia, nella seconda metà del secolo 13º accompagnato da un monaco ‘Armeno’, e favorirono la vita sociale attiva, per organizzare i servizi utili alla gente nell’infermeria, nell’istruzione, nella manutenzione di strade e ponti, creando incarichi a persone specificamente demandate all’amministrazione di questo territorio.

La chiesa di Santa Lucia è nota non soltanto ai Serviglianesi, anche agli abitanti dei paesi vicini e frequentata da gente di molte provenienze nell’occasione della festa della stessa santa che ogni anno è solennizzata, da quasi dieci secoli, con larga partecipazione nel giorno 13 dicembre, come si fa ancora, tanto che recentemente vi è intervenuto anche l’arcivescovo di Fermo, monsignor Rocco.

Dopo che i Savoia nel 1866 per il loro demanio hanno sottratto i beni dei benefici ecclesiastici, le altre chiesette rurali sono abbandonate, talora ridotte a ruderi. Questa è rimasta custodita dalla popolazione nel corso degli anni.

Come accennato, la strada collinare, un tempo detta Fermana, univa le case della contrada di Santa Lucia. Oggi è asfaltata. La percorrevano bambini e bambine del posto che sono divenuti già nonni e nonne quando raggiungevano la sacrestia di questa chiesa per frequentarvi le prime classi della scuola elementare sotto la guida di un insegnante. Attualmente resta unita alla chiesa di Curetta che è stata fatta parrocchiale nel 1784.

Chi visita oggi questa chiesa trova la statua della santa nella tribuna ed alcuni dipinti nei quadri alle pareti. In confronto alle dirute chiese rurali che esistevano nei versanti destro e sinistro del fiume Ete, questa di santa Lucia è ben curata nella manutenzione, con restauri, e tra l’altro tutti gli anni,  è frequentata ogni giorno del mese mariano di maggio, per la recita serale del Rosario e per l’incontro degli abitanti delle contrade intorno.

 

 

 

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Blasi Mario parroco evangelizza domenica XVIII tempo ordinario anno A Matteo 14,13ss

Domenica XVIII T. O. Matteo 14, 14, 13ss  Don Mario Blasi parroco

Mt.14,13-21)

“Egli vide una grande folla, sentì compassione per loro, e guarì i loro malati”.

     Gesù si prende cura di tutti. Gesù è Colui che libera dal male, guarisce i malati, soccorre con amore chi vive nella sofferenza.

Gesù è nel deserto, ha lavorato tutto il giorno. La giornata ormai volge al termine. I discepoli sono preoccupati; nel deserto non c’è cibo per tanta gente. Gesù, proprio nel deserto, prepara un banchetto per tutti. Egli fa parte della famiglia umana.

Gesù mette alla prova i Suoi discepoli dicendo loro: “Voi stessi date loro da mangiare”.

Come possono essere i discepoli cibo per tanta gente? Gesù vuole sperimentare la loro fede. Essi non sanno come eseguire il comando di Gesù; hanno solo cinque pani e due pesci. Gesù chiede che gli sia donato tutto: sfida la loro fede.

Gesù trasforma quel poco pane donato in un pasto abbondante per tutti: che stupore! Le meraviglie del Signore si devono sperimentare nella comunità cristiana. Ogni fedele è chiamato a mettere in pratica la Parola di Gesù, deve diventare un autentico servitore dei deboli e dei poveri.

Gesù, prima di donare il pasto, comanda che tutti siano sdraiati. Il comando di Gesù indica che tutti gli uomini sono chiamati ad essere liberi. Gli uomini liberi, al tempo di Gesù, mangiavano il pasto della Pasqua, cioè della liberazione, sdraiati.

Prima di donare il pasto, Gesù rende grazie a Dio Padre. “Attraverso l’azione di grazie che Gesù rivolge a Dio per il pane, esso viene svincolato dai loro possessori umani per essere considerato dono di Dio, espressione della Sua generosità e del Suo Amore per gli uomini”. Condividere i pani e i pesci viene perciò a significare il prolungare la generosità di Dio Creatore.

Quando la creazione viene liberata dall’egoismo umano, ce n’è d’avanzo per  provvedere alla necessità di tutti”.

Al termine del pasto Gesù ordina che tutto sia raccolto; nulla deve andar perduto. La grandezza del dono è messa in evidenza dal numero degli uomini senza contare i bambini e le donne. Il pasto indica familiarità.

Nessuno si deve chiudere in sé stesso. Chi si chiude nel proprio egoismo rimane estraneo alla sorte degli altri.  Il vero discepolo è colui che aiuta in modo generoso le persone nelle loro necessità morali e materiali.

 “VIDE UNA GRANDE FOLLA E SENTI’ COMPASSIONE PER LORO E GUARI’ I LORO MALATI”.

Gesù è il Pastore vero; è la bontà e la misericordia di Dio. La Sua tenerezza si estende a tutti. Ha compassione di tutti e guarisce ogni infermità. Egli si fa carico delle necessità corporali e spirituali di ogni persona.

Nel deserto sfama una folla numerosa. Egli è il nuovo Mosè. E’ il profeta atteso. E’ pieno di Spirito e realizza in maniera inaudita i prodigi dei profeti Elia ed Eliseo.

L’Atteso è arrivato. La Sua presenza dona gioia. La Sua Parola illumina e salva. Il Suo pane, carico di amore, nutre la fame di ogni uomo, dà senso alla vita ed indica a tutti la meta. Con Lui è nata la Nuova Comunità dei credenti. Con Lui gente diversa, dispersa e senza guida, è riunita. Il Suo amore è segno di unità per tutti.

Venuta la sera i discepoli dicono a Gesù che bisogna mandar via la gente perché comperi il pane nei villaggi vicini. Essi pensano che chi ha i soldi compra, mangia e vive! Chi non ha i soldi non compra, non mangia, non vive. Questa è la mentalità di chi non ha il cuore di Cristo. Gesù, invece, insegna a condividere ciò chi si ha e ciò che si èQuando si condivide, tutti mangiano a sazietà. Quando non si condivide, molti soffrono la fame.

Venuta la sera è il verbo che l’Evangelista adopera nell’Ultima Cena. E’ il verbo che ricorda l’amore grande di Gesù che si dona come Pane vivo per ogni uomo.

Gesù non manda la gente a comprare il cibo, ma dice ai discepoli: “Date loro voi stessi da mangiare”.

I discepoli devono prolungare l’amore di Cristo nella storia, devono essere pane carico di amore per ogni persona. Devono condividere ciò che hanno e ciò che sono per sfamare tutti. Hanno cinque pani e due pesci. Danno tutto. Nella Bibbia i numeri non hanno valore aritmetico, ma simbolico. Cinque più due è uguale a sette. Il sette è simbolo della totalità, del tutto. Il cinque indica l’attività dello Spirito: amore di Dio.

I discepoli, guidati dalla forza dell’amore di Dio, danno tutto quello che hanno e lo mettono a disposizione della folla. Tutto è messo in comunione e tutti mangiano a sazietà.

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Blasi Mario Parroco evangelizza Matteo 13, 44ss tempo ordinario domenica XVII anno A

(Mt 13,44-52)

“PIENO DI GIOIA, VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO. TROVA UNA PERLA DI GRANDE VALORE, VA, VENDE TUTTI I SUOI AVERI E LA COMPRA”.

La scoperta di un tesoro cambia la vita di due uomini: un bracciante agricolo e un mercante di perle. Vendono tutto per avere il tesoro e la perla.

La scoperta del tesoro e della perla provoca in essi una decisione rapida: trovano, vendono, comprano. E’ un’occasione unica della vita. E’ il tesoro che cambia la vita. E’ una scoperta meravigliosa.

Il tesoro nascosto e la perla preziosa rappresentano il Regno di Dio. Il Regno di Dio è presente nella persona di Gesù. Il Suo messaggio di amore è straordinario: Dio ama tutti, buoni e cattivi, giusti e ingiusti.

“L’adesione totale e incondizionata a Gesù e al Suo messaggio permette di sperimentare tutta la potenzialità di amore che l’uomo porta dentro. Il messaggio assimilato e vissuto produce pienezza vera e personale”.

Gesù stimola a dare tutto perché l’uomo si realizzi in pienezza di vita. Dio dona vita piena a tutti quelli che fanno proprio il messaggio di Gesù: “se quotidianamente produciamo amore, cioè potenziamo le nostre capacità di generosità, di voler bene, trasformandole in atti concreti a favore dell’altro, provochiamo un accrescimento di capacità: più diamo, più cresciamo. Più siamo capaci di voler bene e più sentiamo aumentare dentro di noi questa capacità, questo desiderio di donarci all’altroPiù siamo capaci di perdonare quotidianamente gli altri e più cresce, aumenta in noi questa capacità di perdono” (A.Maggi).

Tutti siamo di fronte a questo messaggio di amore. E’ un’imperdonabile sciocchezza non accogliere un così grande messaggio che realizza la vita dell’uomo. Nulla è troppo caro di fronte al dono offerto da Gesù.

“Avete capito queste cose? Gli risposero: sì”.

Il tesoro per cui si rinuncia ad ogni altro bene è la sapienza del Regno di Dio. “Per l’argento vi sono le miniere e per l’oro luoghi dove esso si raffina… La sapienza da dove la si trae?”.

La sapienza, amore di Dio donato, si trae dalla Sua Parola, Parola che ci sostiene nella ricerca, Parola che dà il senso alla vita.

Accogliamo il messaggio del Signore Gesù per trasmetterlo poi ad altre persone insieme con Lui e come Lui!

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