BLASI MARIO EVANGELIZZA DOMENICA XXXIII anno A Matteo

XXXIII DOMENICA ORDINARIA (Mt25, 14 ss

AD UNO DIEDE CINQUE TALENTI, AD UN ALTRO DUE, AD UN ALTRO UNO, A CIASCUNO SECONDO LA SUA CAPACITA’ E PARTI’“.

Un padrone, prima di partire per un lungo viaggio, affida i suoi talenti a dei servi. Dona a ciascuno secondo le proprie capacità.

Il talento simboleggia il messaggio di Gesù. E’ un messaggio unico e di valore straordinario: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi“.

Gesù mette al centro l’uomo. E’ un messaggio che si deve trasmettere a tutti con amore. E’ un messaggio che trasforma e sostiene la vita. E’ la vera sapienza; è la luce e la guida di ogni cristiano.

Il padrone, consegnati i talenti, parte e lascia ai suoi servi la responsabilità di trafficarli.

Il messaggio evangelico è una proposta di vita che deve essere presentata a tutti. E’ un messaggio che deve essere proposto con coraggio, ma non bisogna mai imporlo: “Se vuoi essere perfetto… vieni e seguimi“. Il cristiano è chiamato ad essere simile a Cristo: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore“. Il cristiano deve imitare il Padre Celeste: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste“, “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro“.

Due servi rispondono alle attese e alla fiducia del padrone: sono abili e fedeli, guadagnano una somma incredibile e al ritorno del padrone entrano a far parte della sua gioia. Chi accoglie il messaggio di amore di Cristo e lo vive e lo trasmette, entra nella pienezza della vita. Chi riceve il talento e non lo fa fruttificare è simile all’uomo che costruisce la casa sulla sabbia. La rovina è grande e non entra nella festa del suo Signore.

Il terzo servo restituisce il talento come lo ha ricevuto:

“Ecco qui il tuo”.

Al terzo servo gli è mancato il coraggio di impegnarsi. Non rischia.

Il messaggio evangelico è gioia che non si tiene per sé

ma bisogna manifestarla.

“Chi segue Gesù senza riserva e chi ascolta e mette in pratica la Sua Parola” entra nella gioia piena.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , | Leave a comment

Blasi Mario evangelizza domenica XXXI anno A MATTEO 23

XXXI DOMENICA ORDINARIA (Mt 23,1-12)
“DICONO E NON FANNO”

Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme, luogo sacro, cuore del culto religioso degli ebrei, dove gli scribi e i farisei attingono la loro autorità per insegnare. Gesù, in questo luogo sacro, parla alla folla e ai discepoli e pronuncia contro gli scribi e i farisei le parole più dure di tutto il Vangelo.

Gesù non si lascia intimidire dai suoi interlocutori ridotti al silenzio e non si fa condizionare dall’aria sacra del tempio. Anche se i suoi nemici covano odio mortale contro di Lui, Egli li affronta con coraggio. Essi, che hanno l’autorità di insegnare e sono considerati i pilastri religiosi della comunità giudaica e modelli di santità, sono squalificati da Gesù davanti alla folla e ai suoi discepoli.

Gesù scardina la loro dottrina che tiene schiavo il popolo. “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere“.

Come si può dare ascolto a dei maestri che sono ipocriti? Come si può seguire un maestro incoerente? Come ci si può fidare di una persona falsa?

L’Evangelista, mentre riporta il discorso di Gesù contro i farisei, tiene presente la comunità cristiana di ogni tempo; in essa si possono infiltrare persone ambiziose, amanti del prestigio e del potere. Queste persone possono portare al fallimento il messaggio di Gesù proposto nelle Beatitudini.

I cristiani non devono ricadere negli errori degli scribi e farisei e non devono avere il loro stile di vita. I cristiani non si devono mai presentare come modelli di santità e devozione.

“Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.

Gesù è il Maestro; il cristiano non è discepolo, ma fratello.

Il distintivo del cristiano è la fraternità. Nella comunità non devono mai prevalere la rivalità, l’invidia, la gelosia e il desiderio di dominare sull’altro, ma il desiderio di servire il fratello come ha fatto Gesù.

Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita per tutti“.

Nella comunità cristiana il più grande si metta al servizio dei fratelli.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , | Leave a comment

Domenica XXX anno A Vangeli Blasi Mario Parroco evangelizzare

Evangelizzaziuone Parrocchia XXX DOMENICA ORDINARIA (Mt,22,34-40)

“MAESTRO, QUAL E’ IL PIU’ GRANDE COMANDAMENTO?”

“AMERAI…”

Un massimo esponente della legge si avvicina a Gesù per tentarlo come Satana.

Gli ebrei hanno da osservare seicentotredici comandi; trecentosessantacinque sono negativi, cioè indicano che non bisogna fare certe cose e duecentoquarantotto sono positivi: ordinano di fare certe azioni. L’ebreo è chiamato ad amare Dio per tutto l’anno (365) e con tutto se stesso (248). Quest’ultimo numero indica quante sono le ossa del corpo umano, così credevano in quel tempo. In questi 613 comandamenti sono inserite le due tavole della legge. Nella prima tavola ci sono i tre comandi con gli obblighi nei confronti di Dio e nell’altra i sette doveri nei confronti degli uomini. Questi dieci comandamenti sono intoccabili.

Gesù, però, al dottore della legge, non risponde con i comandamenti, ma con il credo d’Israele: “Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze” (Dt. 6,5).

Dal credo degli ebrei, però, Gesù elimina Israele e al posto delle “forze” mette “mente“. Egli elimina Israele perché la Sua risposta è valida per ogni uomo, credente e non credente. Elimina “forze” perché indicano i beni della terra; la “mente” indica tutto l’essere della persona. Gesù vuole che l’uomo ami Dio con tutto se stesso e non vuole che l’uomo si privi delle proprie sostanze per offrirle a Lui. Dio non chiede sacrifici agli uomini, non chiede offerte, ma chiede di essere accolto con amoreDio è Amore. Il Suo Amore accolto deve poi essere ridonato al fratello perché l’amore verso Dio non deve mai essere dissociato dall’amore verso il prossimo. Per questo dice:

Il secondo comandamento è simile al primo:

Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

L’amore che ha come misura l’uomo è valido però per gli ebrei che hanno come punto di riferimento Mosé e per ogni uomo credente.

Amare come l’uomo ama se stesso è un amore limitato. Per il cristiano la misura dell’amore non è l’uomo, ma Gesù, il Figlio di Dio. Egli ama servendo l’uomo con un amore senza limiti; Gesù non dice: ama il prossimo tuo come te stesso, ma “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”.

La misura dell’amore del discepolo è Gesù che dona a tutti la Sua vita per amore.

 

Posted in Senza categoria | Tagged , , | Leave a comment

Parroco Blasi Mario evangelizza Domenica XXIX anno A Matteo

Evangelizzazione     XXIX DOMENICA ORDINARIA (Mt 22,15-21)

“E’ LECITO O NO PAGARE IL TRIBUTO A CESARE?”

Gesù è nel tempio ad insegnare. Il Suo insegnamento non è conforme a quello degli scribi e dei farisei. E’ un insegnamento nuovo fatto con autorità che attira ed entusiasma la gente. Gli scribi e i farisei sono in difficoltà, non sono più seguiti. Che fare? Bisogna colpire quest’uomo. Allora tengono consiglio per stabilire una strategia comune per colpire Gesù nei Suoi discorsi. Si uniscono erodiani e farisei. Gli erodiani sono coloro che collaborano con il potere romano ed accettano di pagare il tributo a Cesare. I farisei, invece, detestano la dominazione romana e pagano mal volentieri le tasse allo straniero.

I farisei e gli erodiani si rivolgono a Gesù con un linguaggio ossequiente. Elogiano la Sua forza morale nell’indicare la via di Dio con verità. Gesù non guarda in faccia nessuno, non si lascia condizionare in modo assoluto da alcuno. Parla quando vuole e dice liberamente ciò che pensa. Gesù è chiamato a dire pubblicamente il Suo pensiero sulla presenza del potere pagano romano che chiede il tributo.

Secondo la legge l’ebreo, che riconosce Dio come Signore, deve pagare la tassa all’imperatore romano, sì o no? La domanda è ben congegnata. Qualunque sia la risposta Gesù finisce per essere condannato. Se è favorevole al pagamento della tassa va contro la legge d’Israele e delude quelli che lo considerano liberatore. Se dice che non bisogna pagare il tributo viene considerato un ribelle, un sovvertitore dell’ordine pubblico.

Gesù non si lascia intimorire, ma attacca i farisei e gli erodiani con una potente accusa: “Tentatori, ipocriti, malvagi“. Poi chiede loro la moneta del tributo. Essi subito tirano fuori dalle tasche la moneta con l’immagine e l’iscrizione di Cesare. E’ la moneta con la quale fanno i loro affari. I farisei portano la moneta straniera nell’area del tempio dove non poteva entrare nessun oggetto pagano per la sacralità del luogo. Essi stanno profanando il luogo sacro del tempio portando il denaro straniero nelle loro tasche. Gesù dice loro:

“Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Gesù non dice di pagare, ma di restituire a Cesare il suo denaro. Gesù non riconosce nessuna autorità a Cesare e riafferma che l’unico Signore è Dio e a Lui solo bisogna restituire ciò che gli è proprio: la Sua Parola di vita che nutre il popolo.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , | Leave a comment

PARROCO MARIO BLASI EVANGELIZZA XXVIII DOMENICA ANNO A MATTEO

Evangelizzazione

XXVIII DOMENICA ORDINARIA (Mt22,1-14)

“TUTTO E’ PRONTO: VENITE ALLE NOZZE”.

Le nozze sono sempre una festa particolarmente gioiosa, anche se ci sono momenti di trasgressione nel bere, nel mangiare e nell’organizzare scherzi. E’ la festa in cui si dimenticano tutti gli affanni della vita.

Gesù paragona il Regno dei Cieli alla festa di nozze gratuitamente offerta. Con Gesù inizia un’era nuova per l’umanità. Con Lui sorge una nuova situazione per tutti. Egli inaugura l’era messianica. Gesù proclama e introduce nella storia degli uomini la gioia. Il Suo messaggio è una buona novella, è un Vangelo.

Tutti sono chiamati ad entrare nel banchetto delle nozze. L’amore di Dio spinge ogni uomo ad entrare; si è chiamati però a fare una scelta. Dio sollecita la risposta. Il banchetto è gratuito per tutti. Il Suo amore è un dono che supera tutte le attese.

Nella parabola il re manda i servi a dire che tutto è pronto, ma tutti rifiutano l’invito anche se è gratuito. Gli invitati non vanno. Hanno altri interessi da sbrigare: i loro affari sono più utili. Non sanno che la gioia nel cuore è la cosa più importante per ogni uomo.

Dio crea l’uomo per la felicità. L’uomo è chiamato a fare le cose con letizia. Il lavoro bisogna svolgerlo con serenità di spirito. Gli affari bisogna realizzarli con la rettitudine e l’onestà della vita. La vita retta è un dono di Dio che si accoglie nel banchetto delle nozze: l’Eucaristia. Per molte persone, oggi, sono più importanti altri banchetti: divertimento sfrenato, svaghi inutili, affari loschi e ricchezze disoneste.

Il disegno di Dio sull’uomo è accogliere gratuitamente il Suo amore. Chi rifiuta il Suo messaggio si espone a conseguenze tremende.

“Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?”.

Il re chiama amico l’invitato senza la veste nuziale perché lo ama, ma l’invitato non ha nulla da dire, si sente fuori posto. Non ha fatto nulla per rendere gioiosa la festa.

Il vestito sono le opere giuste dei Santi; opere che dichiarano il bene fatto agli altri. E’ questo abito che rende gioioso l’uomo nella festa.

Non avendo accolto l’amore di Dio nel cuore, l’invitato viene rimandato nel suo ambiente egoistico dove la vita non è gioiosa, ma gelida.

 

 

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , | Leave a comment

Blasi Mario parroco evangelizza XXVII domenica anno A Mt 21,33s anime coltivate

XXVII DOMENICA ORDINARIA (Mt 21,33-43)

“DA ULTIMO MANDO’ LORO IL PROPRIO FIGLIO“.

La vigna, nella Bibbia, rappresenta il popolo di Dio: il popolo eletto. Celebre è il Cantico di amore di Isaia per la vigna del suo diletto. “Il mio diletto possedeva una vigna su un fertile colle“.

La premura che il padrone ha per la sua vigna la rivela i cinque verbi adoperati da Isaia nel suo Cantico di amore: vangare, sgombrare, piantare, costruire, scavare. Il numero cinque manifesta la forza di amore di Dio, cioè il Suo Spirito che agisce per il bene dell’uomo. Anche Matteo, nella parabola della vigna, adopera cinque verbi: piantare, circondare, scavare, costruire e affidare.

L’amore del padrone per la vigna è grande. La conclusione, però, della parabola è amara sia in Isaia che in Matteo. Il padrone, in Isaia, aspetta uva buona ma la vigna produce uva selvatica. “Egli aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi“.

In Matteo il padrone aspetta frutti e perciò manda i servi per averli, ma i servi sono bastonati, uccisi e lapidati dai vignaiuoli.

Il padrone aveva piantato la vigna con amore ma riceve odio. Alla fine manda il figlio pensando che avranno rispetto per lui. Il figlio lo rappresenta ed ha il suo potere. I vignaiuoli, visto il figlio, dicono: “costui è l’erede, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità“.

Perché tanto odio? Chi scatena una cattiveria così grande? E’ il dio dell’interesse! Il dio dell’interesse sacrifica tutto. E’ il dio del denaro che crede di dare sicurezza, ma in realtà distrugge. Il dio dell’interesse porta la morte morale e fisica, alimenta l’odio e suscita la guerra.

Con il denaro i sommi sacerdoti si impadroniscono di Gesù; per denaro Giuda tradisce il Maestro; con il denaro i capi del popolo tentano di impedire la realtà della Risurrezione di Gesù pagando le guardie.

“La pietra scartata è diventata testata d’angolo”.

Il padrone riprende la vigna per darla ad altri vignaiuoli perché diano il frutto a suo tempo.

Uniti all’amore di Cristo si porta frutto.

E’ vero frutto la conoscenza dell’amore di Dio accolto nel cuore. E’ vero frutto la giustizia che rende onesta la vita dell’uomo. E’ vero frutto la misericordia che dona al fratello l’amore di Dio che perdona. E’ frutto vero la sincerità dei rapporti umani.

 

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , , | Leave a comment

SAN PAOLINO A FALERONE ANTICA CHIESA VESCOVILE dagli inventari di don Angelo De Minicis 1845

SAN PAOLINO DI FALERONE

( Nelle Rationes Decimarum Italiae, Marchia edite Citta del Vaticano 1950, la chiesa di san Paolino di Falerone  negli anni 1290-1299, è ricordata più volte, esattamente  ai numeri 5702 .6170. 6779. 7014. 7129. 7352 con il preposito o preposto)

 

DE MINICIS don Angelo, Inventario della Prepositura di San Paolino, anno 1845

<Notizie estratte e rilette ortograficamente>

“La Chiesa parrocchiale di san Paolino vescovo di Nola è situata nel territorio di Falerone, sopra un colle poco distante dal fiume Tenna.

Non si conosce precisamente l’epoca della sua fondazione, ma il suo disegno, la costruzione, i bassorilievi inseriti nel muro ai lati dell’Altare, i capitelli delle colonne mostrano essere opera del secolo XIII.

Nell’anno 1372 Catelina moglie di Petruccio di Nicola da Falerone nel testamento lasciò una legato di soldi venti alla chiesa di san Paolino, documento nell’archivio dei Padri Minori Conventuali.

Presso la chiesa di san Paolino risiedevano gli antichi Preposti; situata sopra un colle che forma quasi il centro della sua Parrocchia.

( Anno 1845) E’ lunga palmi romani novanta e larga palmi trenta circa ed ha un torrione annesso e pare che sia mozzo, sulla cui sommità è collocata una piccola campana. In questa chiesa si trova(va) un solo altare aderente al muro ed è dedicato a san Paolino, è stato rinnovato nello stesso anno (=1845) con due colonne, capitelli e cornicione tutto murato ed adorno di stucchi.

Vi è aggiunta nuovamente la sagrestia nel primo piano del torrione. Spesi circa sessanta scudi, che – scriveva don Angelo –  ho voluto impiegare a gloria di Dio e del suo santo titolare ed Avvocato (=protettore).

Nell’inventario degli arredi e mobili ivi esistenti il preposto don Angelo De Minicis elenca: pianeta, camice, corporale, calice più prezioso, messale, sopratovaglie, ampolline, cartegloria, candelieri; un inginocchiatoio ed un tavolino.

Nella chiesa: sopra la custodia dell’altare una bella immagine di Maria ss.ma della Misericordia con cornice. Inoltre un confessionale ed il pulpito.

Presso detta chiesa risedettero gli antichi parroci di San Paolino.

( In altro scritto del don Angelo DE MINICIS, sulle chiese esistenti a suo tempo a Falerone si offrono notizie su alcuni parroci del secolo XVI: Il più antico Preposto che si conosca è Domenico Battista Balducci, il quale nel 10 dicembre 1542 fu assistente al rev.mo monsignor Ludovico Furconio dell’Aquila, vescovo di Giovinazzo, mentre consacrò la chiesa di S. Sebastiano. Il Parroco Balducci risiedette presso questa chiesa rurale fino alla sua morte, la cui  data in un manoscritto del De Minicis è indicata all’anno 1562, poi precisata in altro manoscritto al 1568, in base agli Istromenti raccolti da Giacomo Arcangeli (1526-1580) nell’Archivio Pubblico di Falerone. Don Francesco Balducci, subito dopo don Domenico Battista, amministrò questa Parrocchia.  Dimostrò ogni diligenza e religione, e il Pubblico Magistrato, cioè Paraninfo Fortunati, celebre medico. Giandomenico Fortunati, Baldo e Girolamo di Piersante, a nome di tutto il  popolo e specialmente dei parrocchiani, per l’autorità di cui erano rivestiti, elessero, fecero e deputarono il rev.do don Francesco Balducci di Falerone, come rettore e preposto di S. Paolino ed egli accettò. Poi fu supplicato il sommo pontefice Pio V affinché volesse confermare l’elezione, la quale non fu confermata perché irregolare e senza il previo concorso, come ordina il sacro concilio di Trento. Onde nello steso anno 1568 fu eletto Preposto Giovanni Battista Capranica. Il primo preposto che abbia risieduto entro il paese, pare che sia questo Capranica, il quale avrà fatto dipingere l’immagine di san Paolino nella sua casa parrocchiale, posta dinanzi al monastero antico delle monache. L’immagine di san Paolino  quasi affatto cancellata   posta entro un arco di stile gotico, con bassorilievi scolpiti in pietra all’intorno.)

In paese andarono ad abitare anche i parroci che risiedevano (prima) presso le loro chiese rurali: il Parroco di S: Margherita e quello di S. Stefano, rifabbricando entro il paese di Falerone a spese comuni col Parroco di S. Giovanni Battista in forma più ampia la Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Battista per decreto di monsignor Giovanni Battista Maramonti Vescovo Uticense e Visitatore Apostolico, mandato da Pontefice Gregorio XIII nell’anno 1573. Questi parroci agivano comunitariamente con turno settimanale di reggenza.

Il Parroco di San Paolino ha il titolo di Preposto ed è la dignità immediata dopo il Priore di Santa Margherita, come appare dal decreto di mons. Rinuccini arcivescovo di Fermo, dato 27 maggio 1627, confermato da mons. Giannotto Gualtieri arciv. di Fermo con decreto di sacra Visita il 19 giugno 1671.

Nella chiesa di San Giovanni Battista il quarto Altare laterale, situato alla destra dell’ingresso principale della chiesa, è dedicato a San Paolino Vescovo di Nola e titolare della Prepositura, a cui spetta mantenerlo.

Il 13 dicembre vi si celebra la Messa con devozione. Entro la custodia di detto Altare si conserva la reliquia di san Paolino.

 ( Dal manoscritto di don Angelo sulle consuetudini delle chiese faleronesi, risulta che il giorno 22 giugno, festa di San Paolino, titolare della Prepositura, si cantano i primi e secondi vespri. Alla mattina Messa solenne presieduta dal Parroco settimanale. Il Preposto la mattina della festa va nella chiesa rurale di San Paolino e si fa accompagnare da quattro o cinque sacerdoti, i quali tutti celebrano qui ed amministrano i santi sacramenti al popolo. Si canta l’ultima Messa ed i Preposto predica dall’Altare. Ma non vi è obbligo di officiare detta Chiesa).

La conservazione di questa chiesa e dei sacri arredi spetta al preposto della stessa San Paolino. Nella seconda festa di Pasqua di Resurrezione di nostro Signor Gesù Cristo, il clero, la Comunità, le Confraternite vestite della loro uniforme vanno insieme processionalmente a visitare questa chiesa. Appena giunta la processione, uno di questi Padri Minori Conventuali canta la Messa e dopo il Vangelo, il Predicatore della Quaresima fa il suo discorso.

Il preposto di San Paolino, per antichissima consuetudine dà trattamento ai membri della Comune e delle persone civili di Falerone, con ciambelle, salame, fritto, lesso ed arrosto, mangiando in piedi.

Dopo ciò dà trattamento a sedere ai sacerdoti, al capo della Comune, al Predicatore e alle persone più ragguardevoli, aggiungendo alle sopraddette vivande, li “cacioni”, le uova lesse, la minestra, un secondo fritto, lo stufato, il formaggio e la frutta se si trovano.

Il preposto di S. Paolino è anche rettore della chiesa rurale della Madonna delle Grazie situata un miglio lontano dal paese di Falerone. Questa chiesa ha una epigrafe con data 1603 (anno in cui fu fondata).

 

Posted in Senza categoria | Tagged , , | Leave a comment

MASSIGNANO DUE MILLENNI CRISTIANI E GLI ULTIMI QUARANT’ANNI Libro – don Mario Angelini

Massignano

Presentazione del nuovo libro: “Due millenni di fede cristiana …. 40 anni insieme …”

a cura di Angelini Mario. Tipografia Rosati Pedaso 2020

Sono conosciute a Massignano le molte realizzazioni che testimoniano l’operosità costante dei cristiani di moltissime generazioni, come si vede negli edifici delle chiese, nelle creazioni di pittura, di scultura, di argenteria e insieme nel vissuto delle persone che manifestano lo Spirito del battesimo nella fede, nella speranza in Cristo e nella carità.

Massignano è una cittadina d’altura che ha l’aria salubre e il paesaggio godibile che aiutano ad essere operosi. Di recente è edito il libro che collega la storia di due millenni di cristianesimo al presente e la proietta nel futuro.

Si valorizzano e si mantengono in buone condizioni le creazioni dell’arte e della cultura.

Lodevole è il fatto che i parrocchiani condividendo il Vangelo e i sacramenti, da parte loro sostengono le iniziative della parrocchia. PARROCCHIA è una parola che deriva dal verbo greco “paroikeo” che significa “abitare, stare insieme in una località” condividendo le esperienze.

Dall’epoca antica di Roma, la villa del primo secolo della famiglia di Masinio, ”Villa del podere Masiniano”, ha lasciato il nome Massignano.  La millenaria storia ha camminato con vicende e il cristianesimo ha valorizzato al meglio e continua ancor oggi la speranza cristiana rinnova la società perché opera con lo Spirito Santo e allieta la vita popolare dei Massignanesi. La bellezza è la consapevolezza goduta da chi medita il dono della vita.

La presenza della fede cristiana è stata alimentata dai cristiani che qui iniziarono a battezzarsi con San Marone martirizzato nel Piceno alla fine del primo secolo. La diocesi di Fermo conserva le reliquie di questo martire evangelizzatore.

Le persecuzioni hanno distrutto molte antiche testimonianze.  Rimane molto significativa e davvero interessante l’epigrafe del secolo quinto trovata in territorio massignanese sul versante del fiume Menocchia presso l’antichissima chiesa di San Pietro, ora diruta. Nella lapide è incisa la croce onorata da due colombe, segno delle anime e vi sono scritti i nomi della famiglia dei due sposi cristiani Paolo ed Eufemia.

I ruderi di un’altra chiesa paleocristiana sono a Villa Santi dove si stabilirono i monaci benedettini con un loro monastero. Senza voler elencare le chiese più antiche, accenniamo ad una decina di esse ben documentate. La chiesa di san Felice  e quella di san Gervasio dei benedettini farfensi hanno documenti sin dall’anno 867. Presso Boccabianca sul finire del XII secolo risultano documentate due chiese: una di santa Giuliana e l’altra dei santi Benedetto e Claudio. Nel 1188 è menzionata la chiesa di S. Quirico. Nell’eredità del conte di Forcella in questo territorio un testamento dell’anno 1199 le chiese di S. Adaucto, San Gregorio, San Giacomo.

Il progetto di vita dei religiosi benedettini è espresso nel motto: “prega e lavora”. Lo hanno diffuso favorendo la tranquillità delle famiglie distribuite nell’insediamento sparso sul territorio.

Questa spiritualità popolare è caratterizzata dall’attenzione verso gli altri sicché le persone non usano lamentare i timori delle solitudini individuali. I canti, le meditazioni, le sacre funzioni hanno sempre incoraggiato i genitori e i figli a mantenere viva la fede nelle famiglie.

Nel museo parrocchiale permangono molti oggetti benedetti: calici, patene, pissidi, ostensori ed altri di uso liturgico che fanno comprendere quanta partecipazione ci sia sempre stata a Massignano all’Eucaristia. Molti antichi dipinti e gli arredi sono pervenuti a noi per merito dei parroci, dei confratelli e consorelle di pie unioni che hanno sostenuto con tenacia le creazioni utili al culto cristiano.

Un documento dell’anno 1828 fa conoscere che la famiglia Laurantoni donò i propri beni alla confraternita del Suffragio che divenne composta da 130 persone, uomini e donne che partecipavano alle celebrazioni eucaristiche per le quali i papi avevano concesso privilegi spirituali di indulgenze celebrando nell’altare maggiore di San Giacomo.

Di singolare rilevanza il culto della Madonna di Loreto che è documentato nel 1406 come dedicazione di altare nella chiesa di san Giacomo. Con pii lasciti i fedeli di Massignano sostenevano questo culto di cui si ha un’eco nel pregevole dipinto della tavola del 1450 del pittore Vittore Crivelli dove il Natale è espresso raffigurando la Madre che prega inginocchiata davanti al Figlio di Dio incarnato. Le feste mariane continuano.  E la campana dell’AVE Maria ricorda l’annunciazione e l’incarnazione di Gesù Cristo.

Le feste liturgiche hanno suscitato motivazioni valide a vivere nella pace, nella collaborazione. Permangono vantaggiose le forme religiose sostenute e ordinate dai vescovi nella prioria di San Giacomo, nella pievania dei santi Gervaso e Protasio, nella chiesa di Santa Giuliana, anche a Villa Santi.

Per la volontaria generosità della gente, il culto è stato abbellito con l’arte e il decoro si apprezza in architravi, colonne, cornici, pitture, oggetti di argenteria. Sono opere artistiche ancor oggi visibili e fruibili.

Nello spirito della cristiana fraternità, fin dal secolo XVII il vescovo fermano decise che restasse aperto a Villa Santi un ospedale per le necessità dei pellegrini e dei poveri. L’aumento della popolazione ha fatto creare nuove parrocchie: nel 1842 Santa Maria della misericordia e nel 1961 a Villa Santi.

L’arcivescovo di Fermo, cardinale Gabriele Ferretti, nella visita pastorale del 1838 diede nuovo assetto all’amministrazione dei beni ecclesiastici per le parrocchie, per le scuole e per gli ospedali. A Massignano, a servizio dei parrocchiani, c’erano due diaconi ed il maestro che insegnava nella scuola pubblica era un suddiacono.

Si usavano fare le processioni per benedire le campagne. Gli agricoltori ponevano una croce fatta con legno di canne tra le coltivazioni e vi mettevano un rametto di ulivo benedetto in parrocchia la domenica delle palme.

Sono stati conservati molti edifici sacri perché sono stati rafforzati o completamente ricostruiti in modo che fossero accoglienti, decorosi, luminosi e ampi.

E’ una cultura storica di tradizione antica. Nel 1772 Giuseppe Callisto Gentili di Massignano, personalità politica vissuta a Roma, ha fatto un lascito notarile dei suoi beni e oggetti alla confraternita del Santissimo Sacramento per sostenere le necessità di culto. Sicché nel 1779 si iniziò a demolire l’edificio della vecchia chiesa di San Giacomo e lo si ricostruì nuovo, come si vede oggi.

Nello stesso tempo si procuravano aiuti per la sopravvivenza delle persone povere. Qui esistevano i monti frumentari che prestavano grano, anche il monte pecuniario per prestiti di denaro. Qui c’è la tradizione dell’ospitalità e si pratica degno rispetto per le persone di passaggio. Presso la prioria di San Giacomo c’erano locali di ospitalità. E durante l’ultima guerra molte persone bisognose hanno trovato un valido soccorso ad opera delle donne e della gioventù di Azione Cattolica.

La parrocchia ha sempre sostenuto la formazione della gioventù e Massignano ha dato vocazioni sacerdotali e religiose anche di missionari, e di persone dedite al bene del prossimo. I parroci hanno sempre promosso la famiglia unita nell’unico matrimonio con i doveri di paternità, maternità e filiazione. La formazione cristiana ha favorito un ambiente umano valido, sano e utile a migliorare la società civile.

La popolazione ed i visitatori fruiscono dell’eredità del passato perché mai la storia della parrocchia si è dissociata dalla vita sociale e in questa cittadina tutti ricordano che le celebrazioni delle feste sono fatte nella libera partecipazione solidale.

In questo clima rimane diffusa la fiducia nel Papa, oggi verso papa Francesco che incoraggia tutti alla fraternità operosa. Sappiamo che, pur tra varie fragilità, non cessa il miglioramento che viene sostenuto dallo Spirito di Dio, sicché l’esperienza cristiana delle molte generazioni apre la speranza ad un futuro migliore. La Chiesa è sostenuta dall’uomo-Dio e dalla Madre dello stesso salvatore, Maria, la generosa madre della Chiesa e dell’umanità.

Posted in Senza categoria | Tagged , , | Leave a comment

Fermo nel 1252 contrattava la cittadinanza Fermana agli abitanti dei castelli. Liber contracuum

FERMO CONCORDA LA CITTADINANZA FERMANA con abitanti di SERVIGLIANO; MONTELEONE, MONSAMPIETRO, MONTOTTONE; MONTEFALCONE; MONTEGIORGIO; MONTERUBBIANO

Nel registro “LIBER CONTRACTUUM” del Comune di Fermo riferibile all’anno 1252 secondo gli studi editi da G. Borri (in Studia Picena 2012 pagg. 32-33) ecco i nomi di alcune persone che diventano cittadini Fermani

\= SERVIGLIANO 0   Baligano Raynalduci di Servigliano ha giurato la cittadinanza e promise di fare acquisto di 40 libre fino a metà anno.

Pietro Venissi di Belugo (contrada serviglianese oggi Bellugo) fece giuramento e <promise> acquisto di 6 libre e mezze. Fu fideiussore per lui Iacobo del maestro Iacobo.

Passerono de Carbono  Poioli di Valle Mariani (contrada serviglianese presso il fiume Ete, alias Marano) fece giuramento ed ha le possessioni.

Iacobo Dulci di Valle Mariani fece giuramento e acquisto di 25 libre. (vedi nota)

Iacobo di Santa Maria Ete de Valle Mariani giurò la cittadinanza.

\=MONTELEONE= Atto Petri da Catigliano (contrada antica monteleonese a confine con Montelparo) Rainaldo Valterii da Catigliano giurarono la cittadinanza.

\=MONSAMPIETRO MORICO= Angelo di Schivana (slavo?) da Monsampietro giurò e disse di aver fatto acquisto di 30 libre.

\=MONTOTTONE= Nicola del signor Raynaldi da Montottone e Carbono suo fratello giurarono la cittadinanza.

\=MONTEFALCONE= Marco Berardi che fu di Montefalcone e dimora <a Fermo> in contrada San Bartolomeo giurò <la cittadinanza> e promise di fare acquisto di cento soldi: fideiussore Atto Giberti.

\=MONTEGIORGIO= Benvenuto Biviani di Monte Santa Maria (oggi Montegiorgio) giurò ed ha la terra in contrada Rapagnano come contenuto nel testamento che Benvenuto Carboni fece per mezzo del notaio Benvenuto.

\=MONTERUBBIANO= Giovanni Mieli da Monterubbiano giurò <la cittadinanza> e fece acquisto di 25 libre: <fideiussore> per lui Acurri Murario.

.-.-.-Annotazione di storia toponomastica di SERVIGLIANO: sulla collina presso il fiume Ete di Servigliano esiste la chiesa di Santa Lucia e questa località era detta “Marana o Mariani” ed è spontaneo pensare la chiesa di “Santa Maria Ete de Valle Mariani” che è qui documentata per non ripetere santa Maria (in Strata) che esiste, non lontano, a Curetta abbia preso l’attuale nome di S. Lucia le cui origini risalgono al tempo dei monaci benedettini Farfensi del secolo X.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , , | Leave a comment

1799 DOCUMENTI PICENI OCCUPAZIONE NAPOLEONICA INSORGENTI NAPOLETANI GOVERNO AUSTRIACO AD ANCONA

Documenti dell’intervento degli insorgenti napoletani nelle Marche. Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo  n° 29 anno 200 pp. 89-112

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1 sull’invadenza dei sovrani nelle decisioni di culto cattolico = Giuseppinismo

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

\ <RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2 Sulla cessazione dello Stato Pontificio:

P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4  – Giuramento del Vescovo di Fano –

26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5  – Proclama di Fernando re di Napoli –

14 novembre 1798 ( trascrizione resa ortografica)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6 –  <Sottomissione pacifica>

Ascoli 5 febbraio 1799

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7 <Gli Insorgenti sono Napoletani>

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8 <per l’insorgenza>

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

<Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino>

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10 <

<Proclama di parte napoletana con gli insorgenti al soldo del re di Napoli>

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

<Difesa repubblicana>

Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

<Ladronecci degli insorti>

luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13 <Governo nelle Marche in mano dell’Austria>

Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<Ricordo dei Napoletani a Pedaso> 1799

= È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15 <Armistizio tra Austriaci e Napoleonici ad Ancona >

13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELICH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone FRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

-.

Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

-.

Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

-.

Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

-.

Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

-.

Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

-.

Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

-.

Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

-.

Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

-.

Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

-.

Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

Posted in Senza categoria | Tagged , , , | Leave a comment