BELLUCCI CLETO ARCIVESCOVO FERMO NUOVO ARCHIVIO DIOCESI PROMOZIONE DI STUDI. Biografia del Presule

Tassi don Emilio Direttore  della rivista semestrale dei QUADERNI dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo ricorda l’opera innovatrice dell’arcivescovo Fermano mons. Cleto Bellucci.

TASSI Emilio Direttore dei «Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo» anno 2013 n. 55 ricorda CLETO BELLUCCI Arcivescovo Metropolita di Fermo, perché ha rifondato l’Archivio storico diocesano. Scrive che sarebbe veramente imperdonabile se, sulle pagine della rivista, non venisse ricordato il nostro Arcivescovo per esprimere a lui la nostra filiale gratitudine e il sincero rimpianto per la sua scomparsa.

Il Direttore considera suo compito di illustrare la decisiva, appassionata ed intelligente opera svolta da mons. Cleto per la riorganizzazione, la rivitalizzazione, la fruizione dell’archivio storico diocesano e per la valorizzazione dei numerosi piccoli archivi ecclesiastici esistenti nelle strutture della vasta arcidiocesi fermana.

I ricordi di don Tassi abbracciano un periodo di quasi quaranta anni, tale infatti è l’arco di tempo nel quale ha diretto l’archivio diocesano, da quando lo stesso mons. Bellucci, nel 1972, appena due anni dopo la sua venuta a Fermo, li pregò di assumere questo impegno. E dai documenti emerge con chiarezza l’immagine che mons. Bellucci intendeva dare all’archivio diocesano e il ruolo culturale ed ecclesiale che egli intendeva affidargli.

Breve cenno biografico.

Cleto Bellucci nasce ad Ancona il 23 aprile 1921 ; compie i suoi studi ginnasiali nel seminario diocesano della città e quelli filosofici e teologici nel pontificio Seminario regionale “Pio XI” di Fano. Riceve l’ordinazione presbiterale nel 1946 per le mani di mons. Egidio Bignamini, arcivescovo di Ancona. E’ nominato, ancora diacono, vicerettore dello stesso Seminario regionale di Fano e vi resta fino al 1956; vi insegna Storia dell’arte e per breve tempo anche Storia della Chiesa.

Dalla sacra Congregazione dei Seminari viene nominato Rettore del pontificio Seminario regionale di Chieti nel 1956, restandovi fino al 1969, anno in cui viene eletto vescovo titolare di Melzi e destinato come Ausiliare dell’arcivescovo mons. Motolese da cui viene inviato nella sede di Castellaneta, diocesi unita all’arcidiocesi di Taranto.

Il 21 luglio 1970, viene trasferito a Fermo con la nomina di Amministratore Apostolico “sede piena” dell’arcidiocesi e contemporaneamente Coadiutore con diritto di successione dell’amato arcivescovo mons. Norberto Perini.  Due mesi dopo, il 27 settembre fa il suo solenne ingresso nella cattedrale metropolitana di Fermo e inizia il suo servizio episcopale alla diocesi in perfetta unione fraterna con mons. Perini.

Il 21 giugno 1976, a seguito della rinuncia presentata da Perini, insieme al quale viveva in stretta fraternità, assume la piena successione, come arcivescovo metropolita di Fermo.

Il 18 giugno 1997, dopo 27 anni di governo episcopale fermano, Giovanni Paolo II accoglie la sua rinuncia alla sede fermana e mons. Cleto si ritira a Torre di Palme continuando a prestare in parrocchia il suo servizio alla diocesi. Si mantiene in contatto con tutti i sacerdoti che egli segue con la preghiera, con il consiglio e con l’affetto paterno. Muore a Torre di Palme il 07/03/2013; la sua salma viene sepolta nella cripta della Basilica metropolitana di Fermo.

= L’Archivio diocesano e l’arcivescovo mons. Cleto Bellucci =

In occasione della sua rinuncia alla sede arcivescovile di Fermo questa rivista in ringraziamento all’arcivescovo emerito ha pubblicato un breve intervento per descrivere in particolare l’impegno da lui profuso nella sistemazione e nell’ampliamento della sede dell’archivio diocesano al fine di consentire che il copioso e importante materiale documentario ricevesse immediatamente una idonea ed efficiente sistemazione e ne fosse garantita una più sicura custodia nella speranza di creare le premesse per realizzarne la fruizione da parte degli studiosi. Articolo ripubblicato al termine della presente relazione.

Mons. Bellucci individuò nel seminterrato del vasto palazzo arcivescovile alcuni locali da tempo abbandonati ed inutilizzati che facilmente potevano essere messi in comunicazione con l’unico locale fino ad allora esistente, assolutamente inadatto e con un accesso inadeguato. I lavori ebbero inizio nell’anno 1981 e nel 1985 fu inaugurata la nuova sede dell’archivio.

A questo punto non c’è di meglio che riproporre una relazione scritta dallo stesso arcivescovo nella quale con esattezza egli racconta quanto realizzato: «Quando il Santo Padre Paolo VI mi inviò qui a Fermo, mi resi conto della necessità di porre mano al consolidamento delle strutture del Palazzo arcivescovile che versava in gravi condizioni di deterioramento. Feci subito ridisegnare le piante e lo spaccato dell’edificio per individuare le priorità degli interventi.

Nel visitare l’archivio poi mi si evidenziarono le carenze esistenti; non c’era più lo spazio per collocare le cartelle, non esisteva che un accesso molto scomodo dal piano della curia, non c’era alcuna possibilità di consultazione del materiale documentario, mancando ogni comodità e ogni attrezzatura tecnica.

Analizzando la pianta e visitando gli ambienti, mi sembrò possibile collegare la spazio già adibito ad archivio dall’arcivescovo Alessandro Borgia e dal cardinale Parracciani con ambienti contigui e sottostanti.

Furono necessarie opere di bonifica, di sabbiatura, di livellazione dei piani, di costruzione di una nuova scala per collegare i nuovi spazi con gli antichi, di sistemazione di un nuovo ingresso in via Anton di Niccolò al fine di rendere accessibile l’archivio dall’esterno e mettere quindi a di­sposizione di un più vasto pubblico il materiale archivistico.

Nel corso dei lavori si rese necessario la sostituzione di tutta la travatura della sala Borgia. Dopo le opere murarie si evidenziò la necessità di restaurare gli armadi settecenteschi approntati dal Borgia e dal Paracciani, di consolidare e restaurare il ballatoio creato nella sala Borgia, la copertura delle travi in ferro creando un soffitto a cassettoni.

Fu acquistata anche una adeguata scaffalatura metallica da collocare nei nuovi locali che vennero dotati di una illuminazione adatta; il complesso fu anche dotato di un impianto per il rilevamento di incendio e di un sistema di allarme antifurto.

Attualmente l’archivio si presenta sufficientemente ampio e fornito di una accogliente sala di consultazione e con ampi spazi per ulteriore raccolta di fondi archivistici.

Debbo particolarmente ringraziare il Presidente e il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carifermo per la sensibilità dimostrata nei confronti di questa realtà culturale. E’ anche con il loro contributo che è stato possibile realizzare questa opera che penso onori e arricchisca la Città e il territorio.

Ho affrontato questa impresa, non scevra di preoccupazioni, con il desiderio di mettere a disposizione degli studiosi il notevolissimo materiale documentario conservato nel nostro archivio diocesano.

Sto adoperandomi attivamente per raccogliere nella nuova sede anche altri fondi archivistici come quello importantissimo e ricchissimo appartenente al Capitolo Metropolitano, quelli delle Parrocchie della città e delle Confraternite cittadine che mostrano l’interesse e sentono la necessità di mettere al sicuro e a disposizione degli studiosi i loro documenti storici.

Sono convinto che la Fermo di oggi debba costantemente arricchirsi con la conoscenza della sua storia, non per trarne compiacimento e inutile orgoglio, ma per sentirsi nutrita dalla linfa delle sue radici, essere consapevole della sua vocazione storica, essere ancora a servizio di unità e di sviluppo culturale e sociale per il territorio di cui è stata ed è il centro propulsore.

Ma già il mio pensiero è rivolto al completamento degli ambienti e delle attrezzature per il Museo diocesano d’arte sacra. L’arte e la cultura infatti sono le dimensioni storiche di questa nostra terra».

Questo è il resoconto fatto allora.

Nel giro di pochi anni peraltro si rese evidente la necessità di un ulteriore ampliamento dello spazio destinato all’archivio. Fu così che nel 1992 l’arciv. mons. Bellucci fece iniziare i lavori di ristrutturazione e di restauro di in vasto locale contiguo agli scantinati del palazzo in modo che fosse destinato ad accogliere il materiale documentario storico delle parrocchie e delle confraternite del­la città. Questo nuovo settore fu inaugurato nel 1996 in occasione del primo decennio di vita della nostra Rivista: «Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo».

Tutto ciò è stato fortemente voluto, personalmente seguito, diretto e realizzato dal nostro arcivescovo mons. Cleto Bellucci. L’interessamento dell’arcivescovo, inoltre, non si è limitato al settore della creazione di nuove strutture, ma ha riguardato anche l’attività che si svolgeva nelle iniziative che si andavano assumendo nelle competenze dell’archivio. Va ascritto a suo merito quello di aver fatto sentire costantemente la sua affettuosa vicinanza nel faticoso lavoro di trasferimento, risistemazione e riordino del copioso materiale documentario, di aver accompagnato col suo illuminato consiglio tutti i collaboratori nei non rari momenti di incertezza, di aver fornito i necessari strumenti e il concreto aiuto per facilitarne ogni attività. L’attenzione si è rivolta anche agli altri archivi ecclesiastici.

Su un altro piano ben importante e qualificante si è sviluppato l’interessamento di mons. Bellucci: quello di mettere ordine nella tenuta, nella conservazione e nella valorizzazione degli archivi parrocchiali e degli altri enti religiosi, sia sotto l’aspetto giuridico che su quello operativo.

Su questo particolare aspetto è necessario citare due suoi importanti e significativi interventi: il primo si riferisce alla ordinata tenuta, conservazione e valorizzazione dei “piccoli” archivi ecclesiastici della arcidiocesi; il secondo riguarda l’emanazione di norme generali sugli archivi parrocchiali e in particolare sul trasferimento degli archivi delle parrocchie soppresse che dovevano essere aggregati a quelli delle sedi delle parrocchie principali.

Rilevante appare anche il suo costante e discreto intervento presso le altre istituzioni colturali e presso gli organi statali di controllo degli archivi pubblici non statali al fine di sollecitare momenti di utile collaborazione. Contemporaneamente ha raccomandato sempre di tenere stretti rapporti con i competenti organismi sia della Sede Apostolica sia della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Associazione degli Archivi Ecclesiastici.

In questa breve rassegna di quanto ha fatto a favore dell’archivio diocesano mons. Bellucci non posso sottacere l’opera svolta da mons. Vincenzo Vagnoni, indimenticabile vicario generale per decenni. Egli mi convocò all’inizio del mio impegno per esprimermi la sua soddisfazione e il suo incoraggiamento dichiarandomi il suo rammarico per il fatto che l’archivio si era ridotto ad essere semplice deposito di materiale, difficilmente penetrabile da rari e coraggiosi studiosi e mi fu prodigo di preziosi consigli. Allorché nel 1985 e dopo il 1992, in occasione dell’inaugurazione di quanto era stato realizzato dall’arcivescovo, ormai vicino a compiere i cento anni, il vicario mi espresse tutta la sua gioia e me consegnò un vasto e copioso materiale da lui scritto e raccolto, frutto delle sue lunghe ricerche e riguardanti fatti e aspetti della vita religiosa, civile e delle ricchezze artistiche della nostra diocesi.

Intanto i rapporti dell’archivio con altri soggetti colturali, caldeggiati, incoraggiati e promossi ci hanno consentito di partecipare a diverse iniziative culturali, quali la collaborazione con il «Dizionario del Movimento Cattolico», ai volumi «Le diocesi di Italia», all’attività dell’«Associazione Archivistica Ecclesiastica di Roma».

=Nota su Mons. Bellucci e sulla Rivista di questo Archivio=

Nel 1992 a conclusione del restauro degli ultimi locali dell’archivio, mons. Bellucci volle che si organizzasse un Convegno di tre giornate; personalmente invitò alcuni noti studiosi e sostenne il peso dell’iniziativa. Ad essa diede anche il tema: «Storia locale e pluralità delle fonti» e si svolse dal 5 al 7 giugno 1992. Con tale iniziativa l’arcivescovo annunciare, nella sua prolusione, la nascita di un Centro di Studi storici del Fermano, cosa che però ebbe una breve vita.

Quando nel 1985, subito dopo la prima inaugurazione del nuovo archivio, gli prospettai il desiderio che l’archivio avesse una sua pubblicazione periodica, egli si mostrò entusiasta e diede al progetto una dimensione ben più ampia e ambiziosa di quella che io avevo immaginato e prospettato. Si deve ascrivere, pertanto, a mons. Bellucci il merito di aver tenacemente voluto che l’archivio pubblicasse una rivista semestrale con i contributi di studiosi di storia locale fermani e di tutte le Marche.

Ideò un progetto in base al quale la rivista, oltre che esser diretta una emanazione dell’Archivio arcivescovile per la valorizzazione del ricco materiale documentario in esso custodito, potesse anche diventare strumento per promuovere ogni possibile collaborazione con altri archivi ecclesia­stici e potesse favorire un’intensa attività di ricerca storica specialmente da parte di giovani studiosi; traguardi ambiziosi che non sempre è stato possibile conseguire.

C’è da ricordare anche un’altra importante circostanza: nella celebra­zione del Sinodo diocesano convocato da mons. Bellucci egli volle che fosse introdotta una norma che prescriveva la continuazione della pubblicazione della rivista di «Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile», rivista che conta di pagine da 120 a 150 per ciascun numero pubblicato ogni semestre.

Mette conto anche sottolineare il fatto che lo stesso nostro arcivescovo ha partecipato con suoi apprezzati interventi alla redazione della rivista: nel volume che apre la serie pregevole è l’articolo che porta il titolo «La formazione dell’archivio storico arcivescovile di Fermo»; così come nel n. 1 fu apprezzato l’articolo «Valorizziamo i piccoli archivi della diocesi». Altro contributo fu da lui offerto nel 1989 in occasione del IV Centenario dell’elevazione della elevazione della Cattedrale di Fermo a Metropolitana. Fu da lui affrontato il tema dei problemi giuridici relativi agli archivi ecclesiastici dopo la pubblicazione del nuovo Codice di Diritto Canonico. Da tale intervento è nato il Decreto arcivescovile pubblicato nel 1990 sulla custodia, la retta tenuta e gestione e valorizzazione degli archivi par­rocchiali e degli altri enti religiosi, che contiene anche precise norme per il trasferimento degli archivi esistenti nelle parrocchie soppresse che rischiavano di andare dispersi.

Credo che ogni parola che esprime la nostra profonda gratitudine per quello che mons. Cleto Bellucci ha fatto e realizzato sia per l’Archivio diocesano che per la nostra Rivista sia assolutamente inadeguata; più di ogni altra cosa però ci sentiamo di ringraziarlo per l’affetto con cui ci ha seguito in ogni momento e sostenuto continuamente e concretamente in ogni difficoltà.

Nel quotidiano impegno di archivio ogni pietra, ogni oggetto, ogni strumento di lavoro ci parlano della Sua presenza e della Sua sincera amicizia e ci assicurano che dalla casa del Padre, dove come vescovo della Chiesa partecipa alla celebrazione della Liturgia celeste, ci sarà vici­no con la Sua intercessione.

Mi piace concludere con un’espressione che Cicerone scrive nel De Senectute, riferite ad ogni uomo retto che, giovane o vecchio che sia, ha ben meritato: «Brevis a natura nobis vita data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna». La natura ci ha dato una vita breve, ma è sempiterna la memoria di una vita bene spesa.

GRAZIE, ECCELLENZA!

Una più ampia biografia di mons. Bellucci è contenuta nel volume E. TASSI, ” Gli Arcivescovi di Fermo nei secoli XIX e XX “, Fermo 2006, pp. 227-255.

Nel 1996 all’ingresso principale dell’archivio è stata apposta la seguente iscrizione a memoria dell’importante evento:

PRAEDECESSORUM SUORUM EXEMPLA SEQUTUS ALEXANDER BORGIA ET URBANUS PARACCIANI QUI PRAETERITIS SAECULIS  VETUSTAE FIRMANAE ECCLESIAE INSIGNIA DOCUMENTA IN UNUM COLLEGERUNT AC IN TABULARIO AD HOC PARATO DISTINCTE ET ORDINATE DISPOSUERUNT CLETUS BELLUCCI ARCHIEPISCOPUS ET METROPOLYTA UT FIRMANAE ECCLESIAE MEMORANDAS RES ET VENERANDAS TRADITIONES POSTERITATI MANDARET AEDIFICII PROLATIONEM PARAVIT MONUMENTA LITERARUM DISTINCTE DISPONERE CURAVIT DIOECESANUM ET CAPITULAREM TABULARIUM INSTRUMENTIS AD NOVA EXEMPLA COMPOSITA SUPPEDITAVIT A. D. MCMXCVI

Gli arcivescovi di Fermo mons. Alessandro Borgia e Urbano Paracciani nei precedenti secoli avevano raccolto gli insigni documenti dell’antica Chiesa Fermana e li avevano sistemati ordinatamente nell’archivio da loro preparato appositamente in maniera distinta. L’arcivescovo metropolita Cleto Bellucci ha seguito i loro esempi nel fare un grande ampliamento dei locali archvistici al fine di tramandare ai posteri le trestimonianze memorabili e le venerabili opere scritte della tradizione della Chiesa Fermana, disponendole in ordine sistematico e provvedendo a completare  l’archivio nuovo  con altre attrezzature idonee al tabulario diocesano e  per quello capitolare.

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QUADERNI DELL’ARCHIVIO STORICO ARCIVESCOVILE DI FERMO 1985 – 2010 TASSI EMILIO

TASSI Emilio – VENTICINQUE ANNI DELLA RIVISTA (1985-2010)

«QUADERNI DELL’ARCHIVIO STORICO ARCIVESCOVILE DI FERMO»

E’ per me e per i collaboratori motivo di gioia e di soddisfazione annunciare, a tutti i lettori del nostro periodico, il compiersi dei venticinque anni da quando la nostra pubblicazione ha avuto inizio, nell’autunno del 1985, in occasione della inaugurazione dei nuovi locali dell’Archivio diocesano. Allora venne pubblicato il volume: «L’Archivio storico arcivescovile di Fermo» che fu presentato in un apposito Convegno, nel quale venne tracciata la storia della formazione dell’Archivio diocesano e furono sinteticamente descritte le Serie documentarie che vi sono custodite.

L’iniziativa del Convegno fu lanciata dall’arcivescovo mons. Cleto Bellucci che nei precedenti cinque anni aveva rivolto tutta la sua attenzione a risanare e ad ampliare la sede dell’Archivio, fornendolo di una nuova ed efficiente attrezzatura. Egli, introducendo il Convegno, tracciò la storia della formazione dell’Archivio, ne illustrò l’importanza e descrisse minutamente i lavori realizzati per permetterne un più efficiente funzionamento.

Con ciò egli intendeva farsi continuatore di due suoi illustri predecessori, mons. Alessandro Borgia e il card. Urbano Paracciani che dell’Archivio furono i due fondatori. A conclusione del Convegno mons. Bellucci si augurava che, oltre alle attività istituzionali della conservazione e del riordino dei documenti, venissero curate delle periodiche pubblicazioni, grazie alle quali fosse via via fatto conoscere il copioso materiale documentario onde raggiungere un triplice scopo: quello di rendere l’Archivio sempre più fruibile agli studiosi e ai giovani ricercatori; inoltre di sviluppare la trattazione di tematiche riguardanti la storia religiosa della Chiesa Fermana e delle altre Chiese della regione Picena, e anche studiare vari aspetti della vita civile e sociale del territorio.

Nei mesi successivi con un gruppo di collaboratori l’invito di mons. Arcivescovo prese corpo e nacque la rivista semestrale: «Quaderni dell’Archivio storico Arcivescovile di Fermo». L’importanza e l’utilità della Rivista è stata sottolineata nelle disposizioni del Sinodo Diocesano celebrato dal 1992 al 1994; per cui continua l’impegno della pubblicazione.

L’occasione dei venticinque anni della rivista fornisce l’occasione innanzitutto di fare un bilancio per poi dar vita ad una presenza maggiormente incisiva della rivista sul piano culturale, grazie al coinvolgimento di più numerosi collaboratori e lettori. Ho il piacere di annunciare che è in preparazione un volume di notevole impegno che mi auguro farà piacere agli studiosi, soprattutto a tutti coloro che amano questa nostra cara Chiesa Fermana. Si tratta di una importante iniziativa editoriale che prevede:

= L’edizione della famosa opera, ormai introvabile ma ricercata, di Michele Catalani intitolata «De Ecclesia Firmana eiusque Episcopi set Archiepiscopis Commentarius», con i documenti riediti in copia anastatica.

= La traduzione italiana dell’opera rende possibile la lettura a tutti, visto il difficile stile latino usato dal Catalani.

= Un ampio apparato di note spiegano il testo e offrono agli studiosi la possibilità di approfondirlo e di continuare le ricerche in modo tale che i successivi studi possano fornire una più compiuta storia della Chiesa Fermana.

= Un accurato regesto dei documenti in latino con il necessario apparato critico.

= Ampi e articolati indici che facilitino la ricerca sistematica.

L’attiva condivisione degli studiosi di storia locale, dei giovani ricercatori serva a migliorare la qualità della Rivista, a suggerire nuove ricerche e ad intraprendere nuove iniziative culturali.

Esprimo il più profondo ringraziamento a tutti i collaboratori e ai lettori che in questi venticinque anni hanno permesso alla rivista di vivere e di superare le difficoltà che, specie all’inizio, sono state gravi, e che, sotto alcuni aspetti, permangono.

Una speciale gratitudine la dobbiamo tutti alla meritoria Fondazione CARIFERMO per il sostegno che non ci ha fatto mai mancare.

Con stima e amicizia. Tassi don Emilio.

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Maria Eletta di Raniero Sani serva di Dio 1721- 1754 clarissa a Falerone

Serva di Dio Maria Eletta Sani (nata 1721) clarissa a Falerone (1752-1754)

Date principali segnalate nella biografia scritta da P. Umberto Picciafuoco

1721 febbraio 9: nata a San Severino Marche (MC)

1726 circa le muore il fratellino

1726 giugno 9: Santa Cresima a cinque anni

1727 circa si trasferisce a Macerata

1729 visita alla Madonna nella santa Casa a Loreto

1733 ottobre: prima santa Comunione a 12 anni

1734 incontra P. Matteo Santoni gesuita, trasferito a Siena nell’ottobre 1735

e tornato a Macerata nel novembre 1744

1750 settembre 2: incontra P. Giovan Battista Scaramelli

suo padre spirituale fino alla morte di lui 11 gennaio 1752

1750 novembre 2: inizio dei suoi scritti pervenutici sulle esperienze spirituali

1752 gennaio 11: prima sua lettera al p. Giacinto Aloisi

1752 giugno 4: entra come probanda tra le francescane a Falerone

ammessa alla vita del monastero a pieni voti il 14 settembre

1753 ottobre 4: Professione religiosa

1754 giugno 23: morte e sepoltura a Falerone (FM)

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QUADERNI DELL’ARCHIVIO STORICO ARCIVESCOVILE DI FERMO 25 ANNI NEL COMMENTO DEL DIRETTORE DON EMILIO TASSI

VENTICINQUE ANNI DELLA RIVISTA

«QUADERNI DELL’ARCHIVIO STORICO ARCIVESCOVILE DI FERMO»

E’ per me e per i collaboratori motivo di gioia e di soddisfazione annunciare a tutti i lettori del nostro periodico che allo scadere di quest’anno si compiono venticinque anni da quando la pubblicazione ha avuto inizio. Nell’autunno infatti del 1985, in occasione della inaugurazione dei nuovi locali dell’Archivio diocesano, venne pubblicato un volume: «L’Archivio storico arcivescovile di Fermo» che fu presentato in un apposito Convegno, nel quale venne tracciata la storia della formazione dell’Archivio diocesano e furono sinteticamente descritte le Serie documentarie che vi sono custodite.

L’iniziativa del Convegno fu lanciata dall’arcivescovo mons. Cleto Bellucci che nei precedenti cinque anni aveva rivolto tutta la sua attenzione a risanare e ad ampliare la sede dell’Archivio, fornendolo di una nuova ed efficiente attrezzatura. Fu in quella circostanza che egli, introducendo il Convegno, tracciò la storia della formazione dell’Archivio, ne illustrò l’importanza e descrisse minutamente i lavori realizzati per permetterne un più efficiente funzionamento.

Con ciò egli intendeva farsi continuatore di due suoi illustri predecessori, mons. Alessandro Borgia e il card. Urbano Paracciani che dell’Archivio furono i due fondatori. A conclusione del Convegno mons. Bellucci si augurava che, oltre alle attività istituzionali della conservazione e del riordino dei documenti, venissero curate delle periodiche pubblicazioni grazie alle quali fosse via via fatto conoscere il copioso materiale documentario onde raggiungere un duplice scopo: quello di rendere l’Archivio sempre più fruibile agli studiosi e ai giovani ricercatori e l’altro di sviluppare la trattazione di tematiche riguardanti la storia religiosa della Chiesa Fermana e di altre Chiese della regione Picena e anche studiare vari aspetti della vita civile e sociale del territorio.

Nei mesi successivi con un gruppo di collaboratori l’invito di mons. Arcivescovo prese corpo e nacque così l’iniziativa di dar vita ad una rivista semestrale: «Quaderni dell’Archivio storico Arcivescovile di Fermo». L’importanza e l’utilità della Rivista è stata sottolineata nelle disposizioni del Sinodo Diocesano celebrato dal 1992 al 1994; anche per questo abbiamo continuato l’impegno della pubblicazione.

L’occasione dei venticinque anni della rivista deve fornire l’occasione innanzitutto di fare un bilancio e anche di dar vita ad una presenza maggiormente incisiva della rivista sul piano culturale, grazie al coinvolgimento di più numerosi collaboratori e all’ampliamento dei lettori. Ho il piacere di annunciare che è in preparazione un volume di notevole impegno che mi auguro farà piacere agli studiosi, ma soprattutto a tutti coloro che amano questa nostra cara Chiesa Fermana. Si tratta di una importante iniziativa editoriale che prevede:

= La edizione della famosa opera del canonico Michele Catalani intitolata «De Ecclesia Firmana eiusque Episcopi set Archiepiscopis Commentarius» opera ricercata da tanti studiosi e ormai introvabile. I documenti in copia anastatica.

= La traduzione italiana dell’opera rende possibile la lettura a tutti, visto il difficile stile latino usato dal Catalani.

= Un ampio apparato di note spiegano il testo e offrono allo studioso la possibilità di approfondirlo e di continuare le ricerche in modo tale che i successivi studi possano fornire una più compiuta storia della Chiesa Fermana.

= Un accurato Regesto dei documenti in latino con il necessario apparato critico.

= Degli ampi e articolati indici che facilitino la ricerca sistematica.

L’attiva condivisione degli studiosi di storia locale, di giovani ricercatori serva a migliorare la qualità della Rivista, a suggerire nuove ricerche e ad intraprendere nuove iniziative culturali.

Non posso esimermi di esprimere il più profondo ringraziamento a tutti i collaboratori e ai lettori che in questi venticinque anni hanno permesso alla rivista di vivere e di superare le difficoltà che, specie all’inizio, sono state tante e gravi, ma che, sotto alcuni aspetti, permangono.

Una speciale gratitudine la dobbiamo tutti alla meritoria Fondazione CARIFERMO per il sostegno che non ci ha fatto mai mancare.

Con stima e amicizia. Tassi don Emilio.

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MASSIGNANO NEI SECOLI HA EVIDENZIATO LO SPIRITO FRATERNO NELLE CONSOCIAZIONI CRISTIANE

 

Confratelli e consorelle a Massignano

CULTO ALLA BEATA VERGINE

L’antichissima preghiera “Ci rifugiamo sotto la tua protezione, o santa Madre di Dio” esprime il culto mariano nelle famiglie; durante l’anno le festività per il Natale, la Purificazione (2 febbraio), l’Annunciazione (25 marzo), la Visitazione (2 luglio), la Vergine del Carmelo (16 luglio), la Madonna della Neve (5 agosto, nascita), l’Assunzione (15 agosto), il Nome di Maria (8 settembre) la Madonna della Mercede (24 settembre), l’Immacolata Concezione (8 dicembre), inoltre le feste dei genitori ss. Anna e Gioacchino, e quella di s. Giuseppe suo sposo.

Costante era l’incoraggiamento per i pellegrinaggi a Loreto, alla Santa Casa di Nazaret per il fatto che Massignano si trovava sulla Via Lauretana, nel passaggio dei pellegrini. Sostavano presso la chiesina dell’Annunciazione e all’altare di Santa Maria di Loreto. Questo altare nella chiesa di san Giacomo è documentato dall’anno 1406, e fondato con il lascito del massignanese Giovanni.

Tra i beni immobili detti ‘beneficio di santa Maria di Loreto’ nel 1711, c’erano terreni coltivati con cerali, legumi, viti, piantoni di oliva. Con le rendite, si manteneva l’officiatura di s. Messe a questo altare della Madonna di Loreto.

LA CONFRATERNITA DEL SANTO ROSARIO

Il culto mariano fu potenziato dal Concilio tridentino nella seconda metà del XVI secolo e in tutte le chiese parrocchiali si teneva esposta un’immagine della Madre di Dio. Nell’ottobre 1571, il papa Pio V chiese preghiere per la vittoria della flotta cristiana a Lepanto contro i Turchi invasori, con la recita del Rosario e fu onorata come la beata Vergine ‘delle Vittorie’. Fu allora pubblicata la notizia: “Non il valore, non le armi, non i comandanti; ma Maria del Rosario ci rese vincitori”.

Nella visita apostolica di mons. Maremonti, alla chiesa di san Giacomo, a Massignano, nell’anno 1573, risulta un altare della confraternita della B. Vergine del s. Rosario. Tra gli impegni dei confratelli nella chiesa parrocchiale la recita insieme del s. Rosario tre volte alla settimana. In virtù del lascito testamentario di Ortensio Gervasi dal 1733, ogni anno, la confraternita regalava un sussidio dotale ad una sposa povera in occasione del suo matrimonio. Gestiva anche un ‘monte frumentario’ di prestito del grano.

DAL 1570

La confraternita del santo Rosario di Massignano risulta stabilita nel 1570 e aggregata nel 1617 dal papa Paolo V all’arciconfraternita romana di Santa Maria sopra Minerva. La riunione mensile dei confratelli avveniva ogni prima domenica del mese con la s. Messa cantata. Vestivano un abito bianco con medaglione al petto. Le riunioni secondo regolamento avevano la votazione segreta per decidere le proposte scritte. Si rinnovavano ogni anno le nomine interne del priore, del cancelliere, del sacrestano e dei montisti del monte frumentario. A lato dell’altare della B. Vergine del Rosario, pendeva un lampadario. Tra gli arredi il calice argenteo, i candelieri d’ottone, la croce processionale ed un Crocifisso tutto d’argento.

CONTRATERNITE UNITE

L’arciv. Alessandro Borgia nel 1751 univa la confraternita mariana insieme con quella del Santissimo Sacramento. Per i devoti, nella chiesa parrocchiale c’era il pregevole quadro del Crivelli con l’immagine dipinta della Concezione immacolata di Maria. Nella visita del 1771 risulta anche la statua della Madonna del Rosario con il s. Bambino e con i serafini. Un altro dipinto di queste confraternite della Madonna in gloria onorata dai santi Domenico e Gervasio, a destra e dai ss. Giacomo e Protasio a sinistra. Nel perimetro erano raffigurati i misteri del s. Rosario. V’era l’iscrizione: “Offritele rose purpuree e fiori (il Rosario), affinché Maria doni a voi il frutto suo (Gesù)”.

LA FESTA NELLA PRIMA DOMENICA DI OTTOBRE

La festa del santo Rosario con la s. Messa cantata e la processione con la statua per le vie si faceva assieme con i confratelli del Santissimo Sacramento e con gran concorso di popolo. Nello stendardo di seta erano dipinti la Madonna del Rosario e il Figlio in braccio che porgevano i rosari a s. Domenico e a s. Caterina, tra i cherubini. Vi erano dipinti i santi martiri Gervasio e Protasio, protettori di Massignano. A sera si accendeva il ‘focarone’ bruciando molte fascine di sarmenti e con spari di tonanti.

LE PROPRIETÀ’ DELLA CONFRATERNITA

I beni lasciati dai confratelli e dalle consorelle con pii legati erano divenuti consistenti da far celebrare 338 ss. Messe annualmente. Negli atti notarili dei donatori di lasciti si leggono i Gervasi, Santini, Donati, Mecozzi, Pandolfi. La bufera napoleonica, alla fine del secolo XVIII, requisì le proprietà dei benefici ecclesiastici.

LA COMPAGNIA DEL SOCCORSO

Il culto mariano era diffuso anche dalla confraternita detta del Soccorso, eretta con l’approvazione nel 1825. Fu aggregata il 4 marzo 1832 all’arciconfraternita del ss. Nome di Maria di Roma. La spiritualità corrispondeva al culto della Madonna della Misericordia. Dalla visita dell’arciv. card. Ferretti del 1838, risulta che si pregava insieme nel mese mariano a maggio. Si faceva la raccolta dei covoni in campagna dopo la mietitura e si distribuiva grano in prestito nel monte frumentario. A settembre la festa del Nome di Maria con la pratica del sacramento della Penitenza e s. Comunione. Nella visita pastorale dell’anno 1879 risultano 41 confratelli e consorelle con il priore Domenico Giardinà. La loro veste era azzurra e recavano in mano una candela nel partecipare a tutte le processioni. Ogni seconda domenica del mese si riunivano per il s. Rosario e per la s. Messa. Nella raffigurazione, la Madre della misericordia mostrava un ampio mantello come segno di protezione e di rifugio dei devoti protetti contro ogni male e contro il maligno stesso, il diavolo mentitore omicida.

L’ALTARE DEL SS. CROCIFISSO E IL SUFFRAGIO

La confraternita del Suffragio che invitava i soci alla pratica della s. Confessione e Messa per suffragare i defunti, aveva lo statuto approvato dal papa nel novembre 1668. Vestivano un rocchetto nero. Nel 1728 si elencavano 130 confratelli e 110 consorelle. Nella chiesa di san Giacomo avevano una cappella presso la porta ove si venerava un Crocifisso. Sulle pareti dipinti da una parte san Quirico, dall’altra san Francesco. Due credenze contenevano le reliquie dei santi. In alto erano dipinte le Anime del purgatorio. Nel gonfalone processionale erano dipinti i santi Gervasio e Protasio da una parte e dall’altra le anime del Purgatorio, con s. Carlo Borromeo, e in alto la B. Vergine in gloria.

CELEBRAZIONI PER LE ANIME SANTE CON LA CONFRATERNITA DEL PURGATORIO

La commemorazione dei defunti, il 2 novembre, era solennizzata dalla parrocchia con s. Messe e con la benedizione d’assoluzione per tutte le anime benedette. Nei sette giorni seguenti proseguiva intensa l’unione spirituale nelle pratiche liturgiche. A favorire questo culto contribuivano i confratelli della compagnia del Suffragio (detta poi del Purgatorio) tra l’altro con preghiere nei tre ultimi giorni di carnevale. Questa confraternita, nella seconda domenica di ogni mese celebrava le ore liturgiche assieme con i sacerdoti. I confratelli si riunivano per il solenne funerale, con Messa cantata, in occasione della morte dei un confratello e di una consorella.

IL LASCITO MASSI

Il medico Clemente Massi fece un lascito con cui fu stabilita la cappella della Confraternita del Suffragio, con sopra la scritta (tradotta) “Egli risana le nostre ferite con le sue piaghe”. Vi si celebravano durante l’anno le sante messe secondo le pie elargizioni da 1703 da Cariaci, Cameli, Palma, Acciarri, Polidori, Possenti. Erano partecipi della confraternita i sacerdoti, gli uomini e le donne di ogni condizione, circa un terzo delle famiglie massignanesi. Versavano un obolo alla morte di un confratello o consorella per far celebrare ss. Messe.

L’OPERA PIA DEL CROCIFISSO

Nel secolo XIX, dopo le invadenze napoleoniche, quasi per un contraccolpo, si verificò un ravvivarsi del senso religioso con la partecipazione popolare ai misteri della vita del Cristo, in particolare a Natale, alla Passione e alla Pasqua di resurrezione. si creò l’opera pia dedicata al SS. Crocifisso che ravvivava la consapevolezza dell’Amore misericordioso. Grande partecipazione alla processione il Venerdì santo. A Pentecoste, il triduo di preghiere per solennizzare la discesa dello Spirito Santo con i salmi, la s. Messa cantata; la processione pomeridiana. Nella pianura costiera, in località Boccabianca esisteva una chiesa dedicata al Crocifisso ove i fedeli sostavano in preghiera.

NUOVA CONFRATERNITA DI S. MARIA DEL SUFFRAGIO

Nel 1826 la nuova confraternita di S. Mari del suffragio fu aggregata all’arciconfraternita omonima di Roma per godere dei benefici spirituali delle indulgenze. Nella visita pastorale dell’arcivescovo Amilcare Malagola, dell’anno 1879, il priore don G. Virgili presentava 37 confratelli e consorelle che celebravano le feste mariane alla prima domenica di ottobre. Nelle esequie accompagnavano i defunti e recitavano il s. Rosario. Al giovedì grasso, lunedì e martedì di carnevale facevano la funzione in onore delle cinque piaghe di N. S. Gesù Cristo. Il lunedì prima della s. Pasqua partecipavano alle Quarant’ore. Possedevano una stanza attiguo alla chiesa di san Giacomo. La preghiera per i defunti era apprezzata dal popolo sensibile alla memoria dei cari estinti

DEVOZIONE E COMITIVE

La vita cristiana dei Massignanesi si è espressa per secoli con la consapevolezza di unire all’esistere naturale la realtà soprannaturale che rende la persona partecipe della divinità, nella fedeltà al Cristo. La s. Messa, la Parola di Dio, la Benedizione con il Santissimo, le preghiere in famiglia restavano un’esigenza da figli di Dio, che celebrano insieme la lode al Padre. Esistevano sparsi per il territorio oratori, chiesine, edicole, croci. Dopo il Concilio tridentino erano stati stabiliti ufficialmente gli statuti ed i regolamenti delle pie unioni o associazioni cristiane che arricchivano di spiritualità la partecipazione alla vita parrocchiale nel culto divino e nella pratica della carità fraterna di vita cristiana.

LE CHIESE DI MASSIGNANO – COSTRUIRE

Secondo la fede, Dio è presente in ogni persona ed in tutto l’universo e gradisce il dialogo con le persone nei luoghi del silenzio e dell’ascolto, in cui meditare e lodare in Cristo e con Cristo. L’edificio della chiesa può dar l’idea di una nave su cui salgono i trasportati dal Cristo nel cammino della vita santificata. Le arti dell’architettura, della scultura e della pittura sono valide per accompagnare il pensiero all’elevazione verso Dio, dalla bellezza creata alla bellezza infinita. Un atto di culto anche lo sforzo per costruire le solide mura dell’edificio ecclesiale, con senso corale di condividere la fede e la pacificazione degli animi. Perciò si dava valore ai momenti comuni con le processioni, con i canti, con le preghiere fatte in gruppo. Così per impetrare la protezione contro la pestilenza o contro altri pericoli imminenti, l’intitolazione tipica era alla Madonna della Misericordia.

LE MOLTE CHIESE

Dal primo medioevo, la costruzione di chiese a Massignano ebbe una successione sempre rinnovata negli stili artistici variabili nel corso dei secoli. Con la diffusione del monachesimo nel Piceno i benedettini di Farfa costruivano le chiese nelle terre che venivano donate loro e che officiavano con la pratica della preghiera, dei sacramenti e delle catechesi. Nel medioevo ebbero sempre maggior diffusione le pie unioni, i gruppi consociati di fedeli, i laici assieme con sacerdoti. Nel rinascimento queste aggregazioni furono meglio organizzate ad opera del Concilio Tridentino. Il culto praticato era vincolo di fratellanza, creava un senso comunitario di appartenenza. All’aspetto sociologico era unita la dimensione soprannaturale proveniente dal Vangelo, dall’Eucaristia, dai vari sacramenti ecclesiali, dai salmi delle ore liturgiche nelle dimensioni della vita eterna.

ELENCO DELLE CHIESE

Dentro al castello di Massignano, anticamente, erano state stabilite le due chiese di san Giacomo; e di sant’Agostino.

Presso le mura all’esterno del castello altre due chiese antiche: santi Gervasio e Protasio, e santa Maria della Misericordia detta dei Frati <intendiamo agostiniani>.

Ecco un elenco di dieci chiese rurali in ordine alfabetico

1)   sant’Atto del sec. XI, ricostruita dopo secoli per dedicarla ai santi Felice ed Adaucto;

2)   san Gervasio;

3)   santi Gregorio e Patrizio;

4)   santa Giuliana;

5)   santa Maria dell’annunciazione o Annunziata;

6)   Madonna delle Grazie;

7)   santa Maria al Menocchia;

8)   santi Pietro e Antonio;

9)   san Paolo;

10)  santi Quirico e Giuditta.

In totale nel territorio massignanese, quattordici luoghi.

Una così consistente presenza di sacri edifici è legata al senso sacrale dell’esistenza per cui si voleva una vicinanza al riferimento religioso cristiano. I laici prendevano l’iniziativa come ‘patroni’ del luogo sacro per il quale avevano offerto i beni immobiliari destinati a servire al mantenimento del ministro celebrante le ss. Messe. L’incarico al sacerdote per questo ’beneficio ecclesiastico’ era conferito dal vescovo con la specifica nomina.

INSIEME, LA PARROCCHIA

Le varie chiese costruite con la celebrazione delle feste avvantaggiavano il senso comunitario nel sentirsi compartecipi per iniziative di condivisione. La più grande opera condivisa fu la ricostruzione dell’intera chiesa parrocchiale di San Giacomo nel 1779, con il denaro del lascito Gentili, ad opera della confraternita del Santissimo che ottenne le bolle papali con le indulgenze ecclesiali. Questa nuova chiesa prese il titolo di dedicazione ai santi Gervasio e Protasio, assieme con san Giacomo, nel 1838, quando si creò un’altra parrocchia, pievania.

I SANTI PROTETTORI

Il luogo di incontro della popolazione massignanese erano le chiese. Più d’una volta all’anno si muoveva la processione dalla parrocchiale alla suburbana. La confraternita del Santissimo Sacramento si prendeva gli impegni di ogni necessità per l’edificio.

La chiesa dei santi Gervasio e Protasio aveva davanti ai portici attraverso i quali si entrava nella porta maggiore. Nella facciata c’erano due finestre adatte a volgere lo sguardo all’interno sui dipinti e sull’insieme. Oltre all’altare maggiore nella tribuna c’erano altari alle pareti laterali. Le intemperie causavano inevitabilmente effetti di deperimento. Nel 1799 l’invasione napoleonica rese tanto misera la rendita che non si trovava modo di fare i necessari restauri. Per buona sorte la chiesa di San Giacomo era stata ricostruita nel 1779.

SPLENDORE D’ARTE AI SANTI GERVASIO E PROTASIO

La descrizione della chiesa dei santi martiri nell’Inventario del 1728, indica molte opere d’arte. Nel quadro o pala dell’altare maggiore i due santi Gervasio e Protasio erano raffigurati su una grande tavola insieme con san Giovanni Battista alla sinistra e san Giacomo maggiore a destra, tutti insieme in primo piano in atto di contemplare l’incoronazione della B. Vergine da parte del divin Padre con attorno vari angeli osannanti con strumenti musicali. Nel muro della tribuna c’erano altri dipinti: a sinistra il papa san Silvestro; a destra l’apostolo san Paolo. In basso un dipinto raffigurava l’atto del martirio dei ss. Gervasio e Protasio.

Sulla parete laterale destra vi era la cappella dedicata alla Pietà: la B. Vergine ai piedi della croce con il Figlio morto tra le braccia in un bassorilievo di stucco dipinto. Sulla parete era dipinta anche la Croce della passione del Figlio di Dio ed ai lati san Nicolò e santa Apollonia. Un’altra cappella laterale era dedicata al SS. Crocifisso, di antica devozione massignanese. Nell’angolo della porta maggiore il muro era affrescato con i dipinti dei santi Amico ed Egidio in primo piano nell’adorazione della s. Croce.

NEL SECOLO XVIII

Nel 1758, al tempo dell’arcivescovo Alessandro Borgia, un prete eremita francese, Carlo Gilotti, dimorava presso le due stanze esistenti sopra la sacrestia della chiesa antica dei santi Gervasio e Protasio: il campanile era rialzato sopra il muro laterale della navata con due campane, una di peso di libre 200, l’altra libre 70. La campana maggiore era stata tolta dalla chiesa dismessa di sant’Agostino. Nel 1771 un chierico cinquantenne vestito come i preti dell’Oratorio di s. Filippo Neri, scelse questa dimora come romitorio.

Sull’altare maggiore della chiesa aveva il tabernacolo per il Santissimo con i candelieri indorati, la balaustra, le colonne laterali e due lampadari d’ottone. Il comune teneva in prima fila l’arcibanco riservato alla rappresentanza comunale. Tra gli arredi un calice di rame dorato, con coppa d’argento dorata di tre once e cinque ottave. Alle pareti laterali, un altare era dedicato alla B. Vergine Maria sotto il titolo della “Divina Pastora”. Per tradizione nel terzo giorno di Pasqua, i massignanesi si recavano in questa chiesa per ascoltare una grande ‘predica’.

Sul finire del sec. XVIII, le requisizioni napoleoniche causarono la perdita di ogni sostegno alla manutenzione e l’edificio divenne cadente.

GLI AGOSTINIANI A MASSIGNANO

I frati agostiniani di cui si hanno notizia nel secolo XV, manifestavano fedeltà sincera e profonda alla Chiesa. Nella visita di mons. Maremonti, nel 1573, la loro chiesa era detta Santa Maria dei Frati e vi erano devozioni dedicate anche a san Francesco e a san Sebastiano Per ubbidienza si trasferirono nel 1652. Nell’attuale palazzo comunale si notano le linee architettoniche e gli affreschi, in parte, sono riemersi dall’intonaco. L’ispirazione della loro arte era spirituale e lasciava intendere ai massignanesi le motivazioni soprannaturali di fede e di valori evangelici vissuti nell’umiltà, nel rifiuto delle opinioni peregrine. Ogni anno, per la quaresima, il comune chiamava un frate predicatore per rinsaldare le abitudini sociali del parlare onesto e dell’agire retto; elevavano la mente alle realtà soprannaturali ed alla vita eterna.

SPLENDORE ARTISTICO

Nel XVIII secolo la chiesa di sant’Agostino, ben decorata, era affidata alla parrocchia. La devozione popolare era tale che le persone chiedevano la sepoltura sotto l’antica chiesa anche dopo soppresso il convento. L’affresco del XV secolo e la tavola del famoso Vittore Crivelli custodita in Parrocchia sono pertinenti alla committenza dell’arte sacra agostiniana. Dall’inventario vescovile del 1728 si ha notizia di una pala d’altare raffigurante la B. Vergine Assunta attorniata da Angeli e contemplata dai santi Agostino e Domenico; a destra san Carlo, e sant’Agata a sinistra. Altro dipinto della B.V. Maria tra due angeli era nel timpano centrale. Sulle pareti laterali, la cappella dell’Annunciazione con le pitture della B. Vergine e dell’arcangelo Gabriele, contemplati da s. Antonio. Nella cappella del SS. Crocifisso, il dipinto della Croce con s. Caterina e s. Francesco a sinistra, s. Sebastiano e s. Lucia, a destra. Nella cappella di s. Monica il dipinto della B. Vergine di Costantinopoli tra due angeli, nell’atto di porgere la cintura, sant’Agostino da una parte e san Giuseppe dall’altra, in basso alcuni oranti. Nella cappella della Natività il dipinto della santa famiglia di Nazareth: s. Bambino tra la Vergine e s. Giuseppe, onorati, a sinistra, da san Nicola da Tolentino e a destra da tre pastori di Betlemme. In alto il “Gloria in excelsis Deo” con gli angeli. C’era un altro altare con raffigurato lo Spirito Santo, Persona della SS. Trinità, con fasci di luce dorata tutt’intorno.

LA CHIESA DI SANT’ATTO

Nella parte pianeggiante, la prepositura di matrice benedettina di Sant’Atto risulta nel documento del 1198 riferito nel libro del Galiè su Massignano. Nell’elenco delle decime versate nell’anno 1292 risulta la chiesa massignanese dei santi Benedetto e Claudio. Questo Claudio fu un antichissimo vescovo del Piceno, ricordato dal papa san Gregorio magno alla fine del secolo VI. Altre due chiese sono ricordate nel secolo XII come appartenenti ai monaci benedettini: una dedicata a san Pietro e l’altra a san Quirico o Chierico.

Nel 1455 il papa Callisto III provvedeva che presso la chiesa di sant’Atto al Menocchia si offrisse ospitalità.

Le incursioni dei saccheggiatori saraceni resero insicure le abitazioni vicine alla costa. La pianura nel tempo divenne scarsamente abitata. Dell’antico edificio altomedievale restò appena una nicchia che divenne un sotterraneo della nuova chiesa che fu costruita in onore dei santi martiri romani Felice ed Adaucto nella seconda metà del XVII secolo. Proprietà della Camera Apostolica di Roma. Niccolò Scarlatti nel 1766 primo inserviente nella segreteria dei Memoriali presso il Palazzo apostolico, la teneva affittata per la durata di 160 anni. Dal 18 dicembre 1766 l’abate confermato dal papa era Lorenzo Tanursi Sassi.

Sul colle la chiesa di san Gervasio ebbe il titolo di priorato con il fonte battesimale. In seguito fu stabilita la parrocchia di san Giacomo. Nel 1747 le chiese che un tempo erano state di proprietà monastica farfense su richiesta dell’arcivescovo fermano furono date da Benedetto XIV alla giurisdizione diocesana.

VILLA SANTI FELICE E ADAUCTO

La chiesa rurale dei santi Felice e Adaucto dal 1828 per bolla pontificia fu data in proprietà alla mensa vescovile di Ripatransone che la faceva officiare ogni venerdì e nei giorni festivi. Secondo la tradizione, si narrava che nel 1646, un pastore di pecore, Leopoldo Acciarri, malato con piaghe purulente, mentre pregava, presso la piccola ‘cuna’, fu guarito ad opera dei due santi martiri i quali lo inviarono a riferire l’accaduto al parroco di Massignano. Tale fatto favorì un grande afflusso di folle fin dai paesi più lontani. Con le generose largizioni si costruì allora un tempio. Numerosi ex voto in argento e in oro erano appesi alle pareti ai lati dell’altare con dedica ai santi martiri chiamati “campioni di Gesù Cristo”. Negli anni attorno al 1662, l’arciv. fermano card. Carlo Gualtieri provvide a far costruire la chiesa e un ospizio per i pellegrini. Una lapide trascritta dal De Minicis, dichiarava che la rinnovata costruzione benedetta dall’arcivescovo fermano e dal cardinale Flavio Ghisi, fu curata dal canonico di san Pietro, Michelangelo Ponci cameriere segreto di papa Alessandro VII. La chiesa divenne sede di una nuova parrocchia nel 1961.

L’ABBAZIA DEI SANTI

La festa era nella seconda domenica dopo Pasqua e durava tutta la settimana, con grande partecipazione. Per inveterata consuetudine inoltre il giorno 30 agosto vi affluiva molta  gente. Sopra il muro della sacrestia era stato innalzato il campanile con tre campane una di 1000 libre, un’altra di 800 e la terza di 200 libre. All’interno della chiesa, oltre all’altare maggiore dei santi martiri, vi erano quattro cappelline laterali dedicate a Santa Maria maggiore; a sant’Isidoro agricoltore onorato da confratelli e consorelle della compagnia dei contadini, eretta con un Breve pontificio che concedeva indulgenze. Altro altare era in onore della SS. Trinità divina; inoltre uno in onore di san Michele arcangelo. Le devozioni si aggiornavano.  Nella visita del 1896 solo due altari: uno in onore del SS. Crocifisso, di san Pietro apostolo e sant’Antonio da Padova; il secondo, di sant’Ubaldo.

Gli antichi inventari riferiscono che c’era grande devozione da parte delle persone di passaggio. Le tovaglie in dotazione erano ben 63 e si comprende fossero dono dei devoti. Tra gli arredi preziosi calice, ostensorio, pisside e vasetto dell’olio santo opere in argento. Nel presbiterio due lampadari di ottone. Altro lampadario all’altare di Santa Maria Maggiore. Tutti e tre erano sostenuti da angeli indorati. Pregevoli i 14 dipinti della via Crucis.

LA CHIESA DI SAN GREGORIO

Una collina veniva chiamata, sin dal medioevo, “Monte di San Gregorio’. Il toponimo fa pensare che vi esistesse una chiesa dedicata a questo santo. Era a confine tra un terreno che faceva parte del beneficio di Santa Maria di Loreto e ad un altro terreno appartenente alla confraternita del Santo Rosario della città di Fermo. Il culto di san Gregorio, dottore della Chiesa, era largamente diffuso in occidente per i grandi insegnamenti derivati dai suoi commenti alla Sacra Scrittura e per il ruolo svolto alla guida della Chiesa in non facili momenti. La chiesa a lui dedicata a Massignano risulta ricordata sin dai documenti del 1199, in ‘suolo lateranense’. Nel 1504 è ricordata nella visita pastorale che vi fece il vescovo fermano.

SANTA MARIA

Tra le chiese extraurbane di Massignano c’era anche quella detta di Santa Maria delle Grazie che nel 1820 divenne provvisoriamente la sede della nuova parrocchia della Madonna della Misericordia di cui era parroco don Domenico Curi, e si attendeva di poter costruire un nuovo edificio. Un terza chiesa per il culto mariano era Santa Maria ai piedi del torrente Menocchia. Nel 1838, agli atti della visita vescovile, risultava nella giurisdizione del Capitolo dei canonici di Santa Maria in Cosmedin di Roma

L’insieme di queste dedicazioni mariane fa pensare alla via lauretana frequentata dai pellegrini.

LA CHIESA PRESSO IL MARE

Una chiesina gotica era nella zona detta Monti o Boccabianca, dedicata a Santa Giuliana, martire della Bitinia, il cui culto in oriente ed in occidente aveva la memoria liturgica il 16 febbraio. Nell’Inventario del 1728 la pala d’altare raffigurava il SS. Salvatore in Croce, contemplato da santa Giuliana e da san Nicola da Bari. Nel timpano erano dipinte le immagini della Vergine Maria, di san Giuseppe e di san Giovanni Battista. La chiesa era frequentata da chi percorreva la strada litoranea e da chi svolgeva attività di pesca. Nel 1768, era cadente e fu poi demolita. Il beneficio ecclesiastico passò alla chiesa suburbana di S. Maria della Misericordia.

EX VOTO

Nella chiesa di santa Giuliana secondo gli inventari del secolo XVIII risultavano molti ex voto appesi alle pareti. Erano segni di gratitudine da parte dei devoti per le grazie implorate ed ottenute. Nel secolo XVIII gli oggetti P.G.R. (per grazia ricevuta) lasciativi fanno pensare che la santa fosse invocata interceditrice per i bambini. Sopra l’altare l’immagine del Crocifisso, l’amore divino sacrificato sulla croce.

Un’altra chiesa, dedicata a santa Liberata veniva onorata con doni.

CHIESE DI S. MARIA E L’OSPITALITÀ’

Le chiese dedicate a santa Maria nella zona costiera massignanese e nelle adiacenze erano molte. A Fermo dal codice di atti notarili, numero 1030, risulta che il vescovo aveva acquistato la chiesa di santa Maria nella pianura del Menocchia presso la zona Cava. Lo studioso Galiè fa riferimento ai monaci benedettini di santa Maria di Farfa. Varie le dedicazioni mariane nel territorio. In contrada Casuli a Cupra Marittima, inoltre S. Maria de Menocchia (poi dell’Annunciazione), S. Maria de Castangiola e in epoca posteriore S. Maria delle Grazie.

CULTO DELLE IMMAGINI MARIANE

La devozione alla Madre di Dio a Massignano offriva l’appuntamento settimanale festivo per onorarla come mediatrice presso il divin Figlio. In parrocchia si meditava il s. Rosario e le confraternite mariane testimoniavano l’affidamento dei fedeli alla Madre celeste. Da sempre i papi ed i vescovi lodavano ed incoraggiavano il culto alla Madre di Dio. Ogni giorno il suono della campana, all’alba, a mezzogiorno, a sera richiamava la divina incarnazione. Nelle abitazioni le famiglie recitavano il s. Rosario.

Di questo culto erano testimonianza i molti dipinti esistenti nelle chiese. Un dipinto del Crivelli la raffigurava in adorazione del Figlio piccolo, un altro come Madonna del Soccorso o della Misericordia con il largo manto per accogliere i devoti; un altro nell’Annunciazione; altro ancora come Pietà con il Figlio morto.

LA CHIESA DI SAN PIETRO

La contrada detta San Pietro a Massignano derivava il suo nome dalla chiesina antichissima. Nell’anno 1188, la chiesa di san Pietro di Lamenano, è documentata come possesso dall’abbazia benedettina di s. Niccolò a Tardino. Un secolo dopo, nel 1292, nel versamento delle decime per la colletta chiesta dal papa marchigiano Nicolò IV, questa chiesa aveva un preposito incaricato della cura delle anime assieme con altri sacerdoti. Nel sec. XVIII la frana del suolo presso il fosso fece crollare la chiesetta. Un prezioso calice e un antico reliquiario a lastra d’argento era nella chiesa parrocchiale dove era l’immagine del santo.

A testimoniare l’antichità paleocristiana c’è un’epigrafe del secolo V, appartenente alla tomba degli sposi Paolo ed Eufemia, contraddistinta da una Croce simbolo del divin Crocifisso e dell’umana redenzione. Due colombe che onoravano la Croce significavano le due anime. Nel secolo XIX la nuova parrocchia fu stabilita la pievania di Santa Maria della Misericordia e di san Pietro.

LA CHIESA ROMANICA DI SAN PAOLO

Anche all’apostolo s.  Paolo era dedicata un oratorio romanico ad opera dei monaci benedettini di Farfa. Nella visite dell’anno 1504 il vescovo ordinò che questo oratorio fosse restaurato. Il terreno attorno venne destinato poi a cimitero, con apposite sepolture, con la speranza cristiana della loro resurrezione escatologica.

LA CHIESA DI SAN QUIRICO

Nei documenti del secolo XII la chiesa di s. Quirico era tra i possessi dei monaci benedettini dell’abbazia abruzzese di san Nicolò a Tordino. Il vescovo di Fermo l’acquistò insieme con le decime degli antichi enfiteuti. Queste raccolte servirono, dal 1820 al 1840, per la costruzione della chiesa centrale di san Giacomo. Il culto di san Quirico continuava nell’altare del SS. Crocifisso presso l’ingresso dell’edificio, dove questo santo era dipinto. Tra le notizie dell’amministrazione del beneficio, un rendiconto della metà del secolo XIX riferisce che aveva un terreno era alberato a frutteto con 1.300 viti, 14 olivi, 83 alberi inoltre piante di ciliegie, sorbe, noci, fichi, mandorle, mele. Era allora gerente del beneficio don Gervasio Teodori.

CHIESE ED ALTARI OFFICIATI

I lasciti testamentari con pii legati assegnavano dei beni immobiliari alle chiese con l’obbligo di celebrarvi ss. Messe ed erano detti benefici ecclesiastici. Questo richiedeva che ci fossero celebranti, ciascuno dei quali non poteva fare cumulo di tali legati. Nel 1838 tra altri assegnatari beneficiati risultano il curato di Montegiberto, il canonico Battirelli di Fermo, il canonico Erioni di Fermo, i sacerdoti Tassoni di Cossignano, Fucili di Recanati, un canonico del capitolo di s. Maria in Cosmedin in Roma e altro della mensa vescovile di Ripatransone. Vari officianti massignanesi tra cui i cognomi: Laureti; Palma; Laurantoni; Santini; Massi; Fontana.

SPIRITO COMUNITARIO

Massignano, come luogo d’incontro umano tra le persone, ha creato uno spirito comunitario. Il comune dava valore alle feste. Per le emergenze di farina o di denaro, i Monti, frumentario, e pecuniario facevano prestiti. Come per l’ospedale si faceva affidamento sulle elargizioni liberali. Le confraternite facilitavano lo spirito di pace e di collaborazione per tutelare la dignità delle persone. Un’istituzione pubblica era anche l’assegnazione annuale delle doti nuziali a ragazze povere era un segno di solidarietà e di valorizzazione della famiglia. Grande importanza si dava all’istruzione, mettendo a disposizione il pubblico un insegnante per la scuola di alfabetizzazione, e sostenendo le spese per il mantenere studenti in città, soprattutto a Fermo. La parrocchia era l’ispiratrice della carità fondata sull’amore di Dio.

Il modello dell’ospitalità monastica sin dall’alto medioevo aveva favorito il movimento dei pellegrini che passavano a Massignano lungo il percorso per l’Abruzzo. Veneravano la Vergine Lauretana, sant’Antonio da Vienne, e san Giacomo maggiore a protezione degli itineranti.

 

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Appendice di documenti

UNA PERGAMENA DEL SECOLO XV

Massignano 22 ottobre 1419. Atto di vendita di beni di eredità paterna da parte di minorenni per debiti con autorizzazione del podestà a norma dello statuto comunale.

Il 22 ottobre 1419 il notaio fermano Jampero (Giampiero) Nicolai Cunctii registra la vendita all’asta giudiziaria per i debiti del defunto Domenico Antenucci, di un terreno sito a Massignano, contrada Calcaria, a confine con la strada, con i beni di Vanne ser Pauli, con le terre degli uomini di Ripatransone, e con le terre dell’acquirente massignanese Puccio Jacobi, al prezzo di sedici ducati d’oro pagati e quietanzati nell’atto notarile che viene scritto nella piazza davanti alla chiesa di san Giacomo, di fronte al palazzo comunale di Massignano, alla presenza del podestà ser Biasio Gentilini fermano, dato che il terreno appartiene a figli minorenni, orfani del padre fu ser Domenico, età tra i 14 e i 25 anni. Il podestà dichiara l’evidente utilità per loro, a motivo del debito di settanta ducati nei confronti del creditore Donato figlio di Matteuccio. La vendita è stata annunciata secondo lo statuto dal balivo comunale Coluccio Dominici. I venditori del terreno sono donna Caterina ed il figliastro Arcangelo. Donna Caterina è madre di Gabriele e di Cipriano eredi del defunto marito loro padre ser Domenico Antonucci ed è anche loro tutrice come risulta da un atto del notaio massignanese Vanne Filippi. Arcangelo figlio del defunto ser Domenico, ha per curatori Domenico e Jacobo entrambi figli di mastro Jacobo da Massignano. L’acquirente del loro terreno Puccio viene immesso in possesso tramite il compaesano Domenico Cocchi. Sono presenti come testimoni dell’atto: Muccio Nicole; Vanne Nicole detto Bocconi; Sante Bartolomei Mattei; Pietro del fu signor Riccio detto Ciccolini, da Massignano; Nardo Silvestri da Torre di Palme e Martino Ciccolini da Massignano,

(Documento dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo).

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UN DOCUMENTO SUI DANNI DELLA GUERRA 1567

Testimonianza del 1567 sui danni della guerra, durante il passaggio delle truppe a Massignano.

Lorenzo Lenti vescvo e principe Firmanus: a tutte e singole persone che le presenti nostre lettere testimoniali vedranno, leggeranno e intenderanno, facciamo piena e meritevole fede qualmente essendo già noi Camerario generale della santa memoria del papa Paolo IV, nell’esercito francese, mentre era nella provincia della Marca, il prefato esercito alloggiò alcuni giorni nel territorio del castello di Massignano, nostra diocesi, per il qual alloggiamento intendemmo a quel tempo che la Comunità e i particolari di quel luogo furono molto danneggiati nei grani e albori olivati, e d’altre sorte, che furono segati et tagliati. Per la verità di quel che noi siamo informati, (richiesti) ricercati a nome di questa comunità abbia fatto scrivere la presente fede per mano del nostro Cancelliere sottoscritta di nostra propria mano.

Da Fermo il dì 24 di maggio 1567 Laurentius episcopus Firmanus

(Documento dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo)

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Digitazione Albino Vesprini

 

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GALIE’ Vincenzo docente sacerdote storico pubblicazioni elenco fino al 2009

GALIE’ VINCENZO  AUTORE DEI SEGUENTI LIBRI con approfondimenti dai documenti certi e molteplici

La questione lauretana fra storia e leggenda, Macerata 1974. Pagg. 108.

 –Insediamenti e strade romano-medievali tra il Potenza e il Chienti e lungo il litorale, in “Studi Maceratesi”, 16 (1982). Pagg. 86.

 –  Castrum Truentum e Turris ad Truntum, Macerata 1984. Pagg. 60.

Presenze romane e altomedievali lungo la strada impropriamente detta litoranea, in “Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche” 89/91 (1984-1986). Pagg. 51.

Nell’area di “Novana”. Nuova ipotesi per l’ubicazione della città romana, Macerata 1985. 117.

L’antica pieve di San Damiano “in Ruinis”. Per una nuova ipotesi sull’ubicazione di “Veregra”. Macerata 1986. Pagg. 64.

L’antico monastero dei SS. Ippolito e Giovanni a S. Vittoria in Matenano, Macerata 1988. 52.

Insediamenti romani e medievali nei territori di Civitanova e Sant’Elpidio. Ipotesi di rico­struzione topodemografica nell’ambito de”Cluentensis vicus” e di “Cluana”, Macerata 1988. Pagg. 112.

La geomorfologia dell’estrema valle del Chienti alla luce di un’antica e inedita pianta topografica, in “Civitanova. Immagini e storie”, Macerata 1989. Pagg. 21.Civitanova e i Malatesta nella prima metà del Quattrocento, in “Civitanova. Immagini e storie”, 2, Macerata 1989. Pagg. 22.La città di “Pausulae” e il suo territorio. Precisazioni topografiche e ubicazione diacronica degli insediamenti demici nell’“ager‘’ della città romana. Macerata 1989. Pagg. 156.

-Il “Fanum”, la “Civita ” e la “Colonia’’ nel territorio di “CupraMaritima”, Macerata 1990. Pagg. 124.

– L’anfiteatrto di Fermo. Macerata 1990. Pagg. 64.

Dall’insediamento preromano e romano al castello dei secc. X-XIII. Continuità di vita negli stessi spazi della costa e dell’immediato entroterra tra il Pronto e il Potenza, in “Stu­di Maceratesi”, 24 (1991). Pagg. 89.

Personaggi, insediamenti e istituzioni medievali nell’area di Monte San Giusto, in “Studi Macer.”, 25 (1991). Pagg. 84.

Il “Cluentensis Vicus”, San Marone e S. Croce sul Chienti fra Visigoti, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Franchi e Saraceni,  in “Civitanova. Immagini e storie”, 3, Fermo 1992. Pagg. 60.

Alla ricerca dei segni di assistenza e ospitalità nella Marca romana e medievale: continuità o rottura?  , “Studi Macer.”, 26 (1992). Pagg. 65.

“Ricino.”. Precisazioni toponimiche e topografiche per uno scavo archeologico ragionato,

Macerata, 1992. Pagg. 80.

Da “Potentia” a Monte Santo a Potenza Picena, Macerata, 1992. Pagg. 224.

Il Castello-navale di Fermo, Macerata, 1992. Pagg. 112.

Grottammare e il culto della dea Capra, Colonnella, 1992. Pagg. 94.

 – “Cluentum” e il suo porto nell’ambito diporto Civitanova, Macerata, 1993. Pagg. 116.

 – Un famoso “Bagno della Regina” ovvero una splendida villa romana in contrada Santa Petrinilla di Fermo,  estr. anticipato da “Studi storici fermani”, 1, Macerata, 1993. Pagg. 56.

 – Castello di Castro. Un centro abitato protoetrusco-piceuo-romano-medievale in contrada Sprofondati Marina di Porto Sant’Elpidio, Macerata, 1994. Pagg. 112. 

In pellegrinaggio lungo le antiche strade di Civitanova e Montecosaro, Macerata, 1995.pag.168

 – “L’apolittica frana di Gottammare del 1451 dipinta da Vincenzo Pagani”, Macerata 1995 p.64

 Carassai erede della romana “Novana”, Grottammare, 1995. Pagg. 24.

–  Il fenomeno lauretano, Macerata, 1996. Pagg. 84.

–  La Salaria romana tra “Asculum” e “Truentum”, Macerata, 1996. Pagg. 72.

 – Massignano e il suo territorio in epoca romana e medievale, Pedaso, 1997. Pagg. 112.

 – “Interamnia Picena”. Una città “minata” nell’area di Comunanza, Pedaso, 1997. Pagg. 86.

 – Un antico culto idrico all’abbazia dei SS. Vitale e Ruffino di Amandola, Pedaso, 1997.

Pagg.86;

 – Due realtà dell’alto Medioevo nel basso Piceno: il feudo di Sonile a Carassai e la corte di Paterniano a Grottammare, Pedaso, 1998. Pagg. 58.

Le origini di Torre di Palme, Macerata, 1998. Pagg. 20.

– A cura di V. Galiè: Padre Giuseppe Maria da Macerata, Viaggio fatto nel partire da

Lisbona per l’Angola l’anno 1694 a dì 13 aprile, Macerata, 1998. Pagg. 64.

 – La situazione topodemografica nell’area del monastero-ospedale di S. Maria del Ponte di Potenza nei secc. XI e XII,   in “Studi Macer.”, 33 (1997). Pagg. 88.

 – Origine e sviluppo del castello di Montelupone, Macerata, 1999. Pagg. 160.

 – L’abbazia e il castello di Campofilone, Macerata, 2000. Pagg. 88.

 – Ubicazione dei porti e del navale fermano in epoca romana e altomedievale tra il Potenza e il Tronto alla luce delle carte di Farfa e del Codice 1030, Macerata, 2001. Pagg. 72.

 – Note di archeologia, topografia romana, e medievale e curiosità varie nell’ambito della pri­mitiva diocesi-di Fermo, Macerata, 2001. Pagg. 100.

 – Pedaso. Variazioni geomorfologiche e demografiche nel territorio lungo i secoli, Capodarco di Fermo, marzo 2005. Pagg. 80.

Analisi e approfondimenti sulle pievi e sui ministeri o feudi o gastaldati nell’ambito della

primitiva diocesi di Fermo nei secc. X-XII, Capodarco di Fermo, maggio 2005. Pagg. 136.

Trovato il Castello-Navale di Fermo, Capodarco di Fermo, giugno 2005. Pagg. 72.

Trovata la città romana di “Novana”, Capodarco di Fermo, luglio 2005. Pagg. 70.

Trovato l’anfiteatro di Fermo, Capodarco di Fermo, luglio 2005. Pagg. 32.

Trovata la città romana di “Interamnia Picena”, Capodarco di Fermo, luglio 2005. Pagg. 32.

Trovata la città romana di “Cluana”, Capodarco di Fermo, agosto 2005. Pagg. 40.

Trovata la città romana di “Cluentum”, Capodarco di Fermo, agosto 2005. Pagg. 40.

  – Trovata la città romana di “Potentia” di epoca imperiale, Capodarco di Fermo 2006 maggio. Pagg. 60.

Trovata la città romana di “Pausulae”, Capodarco di Fermo, maggio 2006. Pagg. 48.

Trovata la città romana di “Colonia”, Capodarco di Fermo, giugno 2006. Pagg. 64.

 – Dal feudo di Abula, nominato nell’884, al centro abitato romano di “Albula”,  Capodarco di Fermo, giugno 2006. Pagg. 36.

 – Il georadar conferma con assoluta certezza il ritrovamento del castello-navale di “Firmum”,  Capodarco di Fermo, luglio 2006. Pagg. 46.

 – Precisazioni topografiche nell’ambito di “Ricina” e ritrovamento del suo anfiteatro, Capo­darco di Fermo, agosto 2006. Pagg. 64.

Trovato l’anfiteatro di “Pausulae”, Capodarco di Fermo, novembre 2006. Pagg. 72.

Trovato il centro abitato romano di Tenna, Capodarco di Fermo, febbraio 2007. Pagg. 88.

 – Trovato il santuario della dea Cupra a San Martino di Grottammare, Capodarco di Fermo, giugno 2007. Pagg. 80.

Tracce di antico splendore a Campofilone, Capodarco di Fermo, novembre 2009. Pagg. 56.

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Arcivescovo Fermano mons. Cleto Bellucci rifonda l’archivio arcivescovile aiutato da don Emilio Tassi

CLETO BELLUCCI Arcivescovo Metropolita rofonda l’Archivio storico diocesano ed è ricordato nella rivista Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo dal Direttore don Emilio Tassi

Sarebbe veramente imperdonabile se sulle pagine della nostra rivista Quaderni dell Archivio storico arcivescovile di Fermo non venisse ricor­dato il nostro Arcivescovo mons. Cleto Bellucci per esprimere a lui la nostra filiale gratitudine e il sincero rimpianto per la sua scomparsa.

<Come Direttore> il mio compito  è quello di illustrare la decisi­va, appassionata ed intelligente opera da lui svolta per la riorganizzazio­ne, la rivitalizzazione, la fruizione dell’archivio storico diocesano e per la valorizzazione dei numerosi piccoli archivi ecclesiastici esistenti nelle strutture della vasta arcidiocesi fermana.

Potrei farlo affidandomi ai ricordi che abbracciano un periodo di quasi quaranta anni, tale infatti è l’arco di tempo nel quale ho avuto il privile­gio di aver diretto l’archivio diocesano da quando lui stesso mi pregò di assumere questo impegno nel lontano 1972, appena due anni dopo la sua venuta a Fermo.

Preferisco invece affidarmi a precisi documenti da lui redatti dai quali emerge con chiarezza l’immagine che mons. Bellucci intendeva dare all’archivio diocesano e al ruolo culturale ed ecclesiale che egli intendeva affidargli.

Breve cenno biografico.

Cleto Bellucci nasce ad Ancona il 23 aprile 1921 ; compie i suoi studi ginnasiali nel seminario diocesano della città e quelli filosofici e teologici nel pontificio Seminario regionale “Pio XI” di Fano. Riceve l’ordinazione presbiterale nel 1946 per le mani di mons. Egidio

Bignamini, arcivescovo di Ancona; è nominato, ancora diacono, vice Ret­tore del Seminario regionale di Fano e vi resta fino al 1956; vi insegna Sto­ria dell’arte e per breve tempo anche Storia della Chiesa.

Dalla sacra Congregazione dei Seminari viene nominato Rettore del pontificio Seminario regionale di Chieti nel 1956, restandovi fino al 1969.

Nello stesso anno viene eletto vescovo titolare di Melzi e destinato come Ausiliare dell’arcivescovo mons. Motolese da cui viene inviato nel­la sede di Castellaneta, diocesi unita all’arcidiocesi di Taranto.

Poco più di un anno dopo, il 21 luglio 1970, viene trasferito a Fermo con la nomina di Amministratore Apostolico “sede piena” dell’arcidiocesi e contemporaneamente Coadiutore con diritto di successione del venerato arcivescovo mons. Norberto Perini.

Il 27 settembre dello stesso anno fa il suo solenne ingresso nella chie­sa metropolitana di Fermo e inizia il suo servizio episcopale nella diocesi in perfetta unione fraterna con mons. Perini.

Il 21 giugno 1976, a seguito della rinuncia presentata da Perini, assu­me la piena successione, continuando a vivere in stretta fraternità con l’anziano arcivescovo, divenendo così arcivescovo metropolita di Fermo.

Il 18 giugno 1997, dopo 27 anni di governo episcopale fermano, Gio­vanni Paolo II accoglie la sua rinuncia alla sede fermana e si ritira a Tor­re di Palme continuando a prestare il suo servizio alla diocesi. Si mantie­ne in contatto con tutti i sacerdoti che egli segue con la preghiera, con il consiglio e con l’affetto paterno. Muore a Torre di Palme il 07/03/2013; la sua salma viene sepolta nella cripta della Basilica metropolitana di Fermo.[1]

Mons. Cleto Bellucci e l’Archivio diocesano

In occasione della sua rinuncia alla sede arcivescovile di Fermo questa rivista in ringraziamento all’arcivescovo emerito ha pubblicato un breve intervento per descrivere in particolare l’impegno da lui profuso nella si­stemazione e nell’ampliamento della sede dell’archivio diocesano al fine di consentire che il copioso e importante materiale documentario riceves­se immediatamente una idonea ed efficiente sistemazione e ne fosse ga­rantita una più sicura custodia nella speranza di creare le premesse per realizzarne la fruizione da parte degli studiosi.[2]

Mons. Bellucci individuò nel seminterrato del vasto palazzo arcive­scovile alcuni locali da tempo abbandonati ed inutilizzati che facilmente potevano essere messi in comunicazione con l’unico locale fino ad allora esistente, assolutamente inadatto e con un accesso inadeguato. I lavori ebbero inizio nell’anno 1981 e nel 1985 fu inaugurata la nuova sede dell’archivio.

A questo punto non c’è di meglio che proporre una relazione scritta dallo stesso arcivescovo nella quale con esattezza egli racconta quanto realizzato:

«Quando il Santo Padre Paolo VI mi inviò qui a Fermo, mi resi conto della necessità di porre mano al consolidamento delle strutture del Palaz­zo arcivescovile che versava in gravi condizioni di deterioramento. Feci subito ridisegnare le piante e lo spaccato dell’edificio per individuare le priorità degli interventi.

Nel visitare l’archivio poi mi si evidenziarono le carenze esistenti; non c’era più lo spazio per collocare le cartelle, non esisteva che un accesso molto scomodo dal piano della curia, non c’era alcuna possibilità di con­sultazione del materiale documentario, mancando ogni comodità e ogni attrezzatura tecnica.

Analizzando la pianta e visitando gli ambienti, mi sembrò possibile collegare la spazio adibito ad archivio dall’arcivescovo Alessandro Bor­gia e dal cardinale Parracciani con ambienti contigui e sottostanti.

Furono necessarie opere di bonifica, di sabbiatura, di livellazione dei piani, di costruzione di una nuova scala per collegare i nuovi spazi con gli antichi, di sistemazione di un nuovo ingresso in via Anton di Niccolò al fine di rendere accessibile l’archivio dall’esterno e mettere quindi a di­sposizione di un più vasto pubblico il materiale archivistico.

Nel corso dei lavori si rese necessario la sostituzione di tutta la trava­tura della sala Borgia. Dopo le opere murarie si evidenziò la necessità di restaurare gli armadi settecenteschi approntati dal Borgia e dal Paraccia- ni, di consolidare e restaurare il ballatoio creato nella sala Borgia, la co­pertura delle travi in ferro creando un soffitto a cassettoni.

Fu acquistata anche una adeguata scaffalatura metallica da collocare nei nuovi locali che vennero dotati di una illuminazione adatta; il com­plesso fu anche dotato di un impianto per il rilevamento di incendio e di un sistema di allarme antifurto.

Attualmente l’archivio si presenta sufficientemente ampio e fornito di una accogliente sala di consultazione e con ampi spazi per ulteriore rac­colta di fondi archivistici.

Debbo particolarmente ringraziare il Presidente e il Consiglio di am­ministrazione della Fondazione Carifermo per la sensibilità dimostrata nei confronti di questa realtà culturale. E’ anche con il loro contributo che è stato possibile realizzare questa opera che penso onori e arricchisca la Città e il territorio.

Ho affrontato questa impresa, non scevra di preoccupazioni, con il de­siderio di mettere a disposizione degli studiosi il notevolissimo materiale documentario conservato nel nostro archivio diocesano.

Sto adoperandomi attivamente per raccogliere nella nuova sede anche altri fondi archivistici come quello importantissimo e ricchissimo appar­tenente al Capitolo Metropolitano, quelli delle Parrocchie della città e delle Confraternite cittadine che mostrano l’interesse e sentono la neces­sità di mettere al sicuro e a disposizione degli studiosi i loro documenti storici.

Sono convinto che la Fermo di oggi debba costantemente arricchirsi con la conoscenza della sua storia, non per trame compiacimento e inuti­le orgoglio, ma per sentirsi nutrita dalla linfa delle sue radici, essere con­sapevole della sua vocazione storica, essere ancora a servizio di unità e di sviluppo culturale e sociale per il territorio di cui è stata ed è il centro propulsore.

Ma già il mio pensiero è rivolto al completamento degli ambienti e delle attrezzature per il Museo diocesano d’arte sacra. L’arte e la cultura infatti sono le dimensioni storiche di questa nostra terra. »

Nel giro di pochi anni peraltro si rese evidente la necessità di un amplia­mento dello spazio destinato all’archivio. Fu così che nel 1992 mons. Beliucci fece iniziare i lavori di ristrutturazione e di restauro di in vasto locale attiguo alla sala di studio, seppure su un piano superiore rispetto ad essa, e continuo agli scantinati del palazzo da destinare ad accogliere il materiale documentario storico delle parrocchie e delle confraternite del­la città; il nuovo settore fu inaugurato nel 1996 in occasione del primo decennio di vita della nostra Rivista.

Tutto ciò è stato fortemente voluto, personalmente seguito, diretto e realizzato dal nostro arcivescovo mons. Cleto Bellucci.

L’interessamento dell’arcivescovo tuttavia non si è limitato al settore della creazione di nuove strutture, ma ha riguardato anche l’attività che si svolgeva nelle iniziative che si andavano assumendo nel lavoro dell’archivio. Va ascritto a suo merito quello di aver fatto sentire costan­temente la sua affettuosa vicinanza nel faticoso lavoro di trasferimento, risistemazione e riordino del copioso materiale documentario, di aver ac­compagnato col suo illuminato consiglio tutti i collaboratori nei non rari momenti di incertezza, di aver fornito i necessari strumenti e il concreto aiuto per facilitarne l’attività.

Su un altro piano ben più importante e qualificante si è sviluppato l’interessamento di mons. Bellucci: quello di mettere ordine, sia sotto l’aspetto giuridico che su quello operativo, nella tenuta, nella conser­vazione e nella valorizzazione degli archivi parrocchiali e degli altri enti religiosi.

Su questo particolare aspetto è necessario citare due suoi importanti e significativi interventi: il primo si riferisce alla ordinata tenuta, con­servazione e valorizzazione dei “piccoli” archivi ecclesiastici della arcidiocesi 4; il secondo riguarda l’emanazione di norme generali sugli archivi parrocchiali e in particolare sul trasferimento degli archivi delle parrocchie soppresse che dovevano essere aggregati a quelli delle sedi delle parrocchie principali.5

Rilevante appare anche il suo costante e discreto intervento presso le altre istituzioni colturali e presso gli organi statali di controllo degli ar­chivi pubblici non statali al fine di sollecitare momenti di utile collabora­zione. Contemporaneamente ha raccomandato sempre di tenere stretti rapporti con i competenti organismi sia della Sede Apostolica sia della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Associazione degli Archivi Eccle­siastici.

In questa breve rassegna di quanto ha fatto a favore dell’archivio diocesano mons. Bellucci non posso sottacere l’opera svolta da mons. Vin­cenzo Vagnoni, indimenticabile vicario generale per decenni. Egli mi convocò all’inizio del mio impegno per esprimermi la sua soddisfazione e il suo incoraggiamento dichiarandomi il suo rammarico per il fatto che l’archivio si era ridotto ad essere semplice deposito di materiale, difficil­mente penetrabile da rari e coraggiosi studiosi e mi fu prodigo di preziosi consigli. Allorché nel 1985 e dopo il 1992, in occasione dell’inaugura­zione e dopo essersi informato di quanto era stato realizzato dall’arci­vescovo, ormai vicino a compiere i cento anni, mi espresse tutta la sua gioia e me consegnò una vasto e copioso materiale da lui scritto e raccol­to, frutto delle sue lunghe ricerche e riguardanti fatti e aspetti della vita religiosa, civile e delle ricchezze artistiche della nostra diocesi.

Intanto i rapporti dell’archivio con altri soggetti colturali, caldeggiati, incoraggiati e promossi ci hanno consentito di partecipare a diverse ini­ziative culturali, quali la collaborazione con il Dizionario del Movimento Cattolico, ai volumi Le diocesi di Italia, all’attività dell’Associazione Ar­chivistica Ecclesiastica di Roma.

Mons. Bellucci e la Rivista dell’Archivio

Nel 1992 a conclusione del restauro degli ultimi locali dell’archivio, mons. Bellucci volle che si organizzasse un Convegno di tre giornate; personalmente invitò alcuni noti studiosi e sostenne il peso dell’ini­ziativa. Ad essa diede anche il tema: Storia locale e pluralità delle fonti e si svolse dal 5 al 7 giugno 1992. Con tale iniziativa l’arcivescovo inten­deva annunciare, come afferma nella sua prolusione, la nascita di un Cen­tro di Studi storici del Fermano, cosa che però ebbe una breve vita.

Oltre a tutto ciò che siamo venuti dicendo, si deve ascrivere a mons. Bellucci il merito di aver tenacemente voluto che l’archivio si facesse promotore di una rivista semestrale in cui fossero pubblicati i contributi di studiosi di storia locale fermani e di tutte le Marche. Quando nel 1985, subito dopo la prima inaugurazione del nuovo archivio, gli prospettai il desiderio che l’archivio avesse una sua pubblicazione periodica, egli si mostrò entusiasta e diede al progetto una dimensione ben più ampia e ambiziosa di quella che io avevo immaginato e prospettato.

Ideò un progetto in base al quale la rivista, oltre che esser diretta ema­nazione dell’Archivio arcivescovile per la valorizzazione del ricco mate­riale documentario in esso custodito, potesse anche diventare strumento per promuovere ogni possibile collaborazione con altri archivi ecclesia­stici e potesse favorire un’intensa attività di ricerca storica specialmente da parte di giovani studiosi; traguardi ambiziosi che non sempre è stato possibile conseguire.

C’è da ricordare anche un’altra importante circostanza: nella celebra­zione del Sinodo diocesano convocato da mons. Bellucci egli volle che fosse introdotta una norma che prescriveva la continuazione della pubbli­cazione della rivista di Quaderni dell!Archivio storico arcivescovile.

Mette conto anche sottolineare il fatto che lo stesso nostro arcivescovo ha partecipato con suoi apprezzati interventi alla redazione della rivista: nel volume che apre la serie pregevole è l’articolo che porta il titolo La formazione dell’archivio storico arcivescovile di Fermo; così come nel n. 1 fu apprezzato l’articolo Valorizziamo i piccoli archivi della diocesi. Al­tro contributo fu da lui offerto nel 1989 in occasione del IV Centenario dell’elevazione della elevazione della Cattedrale di Fermo a Metropolita­na. Fu da lui affrontato il tema dei problemi giuridici relativi agli archivi ecclesiastici dopo la pubblicazione del nuovo Codice di Diritto Canonico. Da tale intervento è nato il Decreto arcivescovile pubblicato nel 1990 sul­la custodia, la retta tenuta e gestione e valorizzazione degli archivi par­rocchiali e degli altri enti religiosi, che contiene anche precise norme per il trasferimento degli archivi esistenti nelle parrocchie soppresse che ri­schiavano di andare dispersi.

Credo che ogni parola che esprime la nostra profonda gratitudine per quello che mons. Cleto Bellucci ha fatto e realizzato sia per l’Archivio diocesano che per la nostra Rivista sia assolutamente inadeguata; più di ogni altra cosa però ci sentiamo di ringraziarlo per l’affetto con cui ci ha seguito in ogni momento e sostenuto continuamente e concretamente in ogni difficoltà.

Nel quotidiano impegno di archivio ogni pietra, ogni oggetto, ogni strumento di lavoro ci parlano della Sua presenza e della Sua sincera amicizia e ci assicurano che dalla casa del Padre, dove come vescovo della Chiesa partecipa alla celebrazione della Liturgia celeste, Lei ci sarà vici­no con la Sua intercessione.

Mi piace concludere con un’espressione che Cicerone scrive nel De Senectute, riferite ad ogni uomo retto che, giovane o vecchio che sia, ha ben meritato: «Brevis a natura nobis vita data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna». La natura ci ha dato una vita breve, ma è sempiterna la memoria di una vita bene spesa.

GRAZIE, ECCELLENZA!

Una più ampia biografia di mons. Bellucci è contenuta nel volume E. TASSI, ” Gli Arcivescovi di Fermo nei secoli XIX e XX “, Fermo 2006, pp. 227-255.

 Quaderni dell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo, a. XII (1997), n. 24, pp. 7-9.

 

II Convegno del 1992  fu presieduto e coordinato dal noto medievista Vito Fumagalli, partecipa­rono altri relatori provenienti da tutta l’Italia e numerose e interessanti furono le comu­nicazioni di studiosi locali. Gli Atti del Convegno sono stati pubblicati nel 1994 nella serie dei volumi della rivista Quaderni dell ‘Archivio Storico Arcivescovile di Fermo an­no IX, nn. 17-18, volume di pp. 248.

La rivista ormai conta  un numero medio di pagine che da 120 a 150.

Nel 1996 all’ingresso principale dell’archivio è stata apposta la seguente iscrizione a memoria dell’importante evento:

PRAEDECESSORUM SUORUM EXEMPLA SEQUTUS ALEXANDER BORGIA ET URBANUS PARACCIANI QUI PRAETERITIS SAECULIS

VETUSTAE FIRMANAE ECCLESIAE INSIGNIA DOCUMENTA IN UNUM COLLEGERUNT AC IN TABULARIO AD HOC PARATO DISTINCTE ET ORDINATE DISPOSUERUNT CLETUS BELLUCCI ARCHIEPISCOPUS ET METROPOLYTA UT FIRMANAE ECCLESIAE MEMORANDAS RES ET VENERANDAS TRADITIONES POSTERITATI MANDARET AEDIFICII PROLATIONEM PARAVIT MONUMENTA LITERARUM DISTINCTE DISPONERE CURAVIT DIOECESANUM ET CAPITULAREM TABULARIUM INSTRUMENTIS AD NOVA EXEMPLA COMPOSITA SUPPEDITAVIT A. D. MCMXCVI

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CAMPOFILONE DI FERMO ANNI 1570 – 1593: ABBAZIA SAN BARTOLOMEO GOVERNO COMUNE DI CITTADINANZA FERMANA

CAMPOFILONE 1570-1593

L’abbazia di San Bartolomeo a Campofilone nel 1571 fu dichiarata “di nessuna diocesi” e dipendente dalla Santa sede dal Papa Pio V con la bolla di erezione della diocesi nuova di Ripatransone a cui fu stabilita la territorialità, ma  Campofilone non ne faceva parte, in seguito restò sempre nelle diocesi di Fermo.

Nel 1572 la visita pastorale nelle parrocchie Fermane fu fatta per il vescovo di Fermo monsignor Felice Peretti, da mons. Ambrosino. A Campofilone c’erano una trentina di famiglie sottomesse all’abazia locale di San Bartolomeo  e affidate alla cura pastorale dell’abate locale Don Vincenzo Torelli.

In realtà la Comunità di Campofilone dall’anno 1570 era già sotto la diretta amministrazione giurisdizionale di Roma, ma nel 1573 il nuovo Papa Gregorio XIII fece reintegrare Campofilone tra i castelli di cittadinanza Fermana, sotto l’antico governo, secondo gli antichi patti approvati nel 1372 e convalidati nel 1500. Nel 1537, il papa Paolo II Farnese creò il nuovo Stato ecclesiastico nell’Agro Piceno,  con capoluogo Montottone, che è durato fino al 1547, poi tornò il governo fermano.

Il 10 giugno 1573 si recò a Campofilone il visitatore apostolico inviato dal papa per le parrocchie della diocesi fermana, mons. Maremonti . Nei verbali  si legge che a Campofilone la chiesa di San Bartolomeo era nel tempo addietro “una abbazia dell’ordine benedettino”, e che vi risiedeva l’Abate commendatario a vita Don Vincenzo Torelli da Massaccio che aveva con sé altri sacerdoti idonei alla cura delle anime. Il visitatore impose  alcuni obblighi per la parrocchia: tenere nel tabernacolo la coppa dell’Eucarestia fatta d’argento, come pure in argento i vasetti degli oli sacri per battesimi e cresime, nel fonte battesimale un nuovo “armariolo”. L’edificio della chiesa all’interno doveva essere intonacato ed imbiancato; i candelieri fossero in bronzo, il pavimento ripianato con lastre marmoree sopra le tombe. Altri pregevoli abbellimenti  dovevano aggiungersi nei cinque altari laterali con novità di collocarvi le immagini dei rispettivi santi titolari: di Sant’Antonio, di Santa Maria, del Rosario, di San Silvestro, di Santa Lucia.

Per tradizione l’Abate di San Bartolomeo riscuoteva le “decime” dal fruttato dei loro beni immobili monastici valutati nella somma annua di cento monete di aurei. Gli altari laterali della chiesa abbaziale avevano rendite in totale di altri cinquanta aurei.  Il visitatore apostolico fece trasformare l’abazia in collegiata, con prioria e prepositura di quattro sacerdoti come curati per la cura pastorale delle anime e in ciò ebbe il consenso dei sacerdoti.

Tra le chiese rurali visitate si menziona Santa Maria di Antignano, anch’essa  monastica.  L’Abate di San Bartolomeo di Campofilone era inoltre rettore della chiesa di Santa Maria ad Altidona.

Un’attenzione particolare del visitatore fu rivolta alla Compagnia  (Confraternita) del Corpo di Cristo (Ss. Sacramento) perché aveva dato in prestito gran quantità di grano, senza alcun ritorno, per cui il visitatore obbligava il confratello Brancadoro a farsi aiutare dagli altri per recuperare tali crediti.

Nel 2000 l’abate Don Vincenzo Galiè  ha pubblicato il suo volume “L’abbazia e il Castello di Campofilone” apprezzando molte testimonianze dell’antichità romana. L’autore giudica significativi i toponimi dei catasti di Campofilone degli anni 1560 e 1593 e ne riferiamo alcuni:

-Antignano (Antiniano da Antino)

-Canale (corso d’acqua)

-Castello (casa fortificata)

-Castellano (addetto al castello)

-Grotta (cripte)

Nel territorio comunale campofilonese c’erano terreni donati da proprietari come benefici ecclesiastici per la celebrazione di sante Messe per i defunti delle famiglie donatrici e questi lasciti erano  intitolati a un santo, per cui le terre donate erano distinte con i propri toponimi come, tra l’altro, S. Giovanni, S. Patrizio, S. Pelonara, S. Vito.

 

 

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Domenica XXXII tempo ordinario anno A Matteo 25 Blasi Mario evangelizzatore

XXXII DOMENICA ORDINARIA (Mt 25,1-13)
“LE STOLTE PRESERO LE LAMPADE MA NON PRESERO CON SE’ L’OLIO; LE SAGGE, INVECE, INSIEME ALLE LAMPADE, PRESERO ANCHE DELL’OLIO IN PICCOLI VASI”.

Dieci ragazze vanno alla festa di nozze. Hanno il compito di accompagnare lo sposo al banchetto di nozze con le lampade. Cinque sono sagge e hanno pronta una riserva di olio. Pensano che ci possa essere un lungo tempo di attesa.

Le sagge rappresentano le persone di fede che costruiscono la loro vita imitando Gesù e ascoltando la Sua Parola per viverla. Costruiscono la loro casa su un fondamento sicuro: la roccia-Cristo.

Le stolte non pensano che ci sia una lunga attesa per accogliere lo sposo.

Esse rappresentano le persone senza fede, non accolgono l’amore di Dio nel cuore. Pensano che Dio non sia presente nella storia. Per esse Dio è lassù nel Suo Regno beato e non nella storia degli uomini. Queste ragazze costruiscono la casa sulla sabbia. Ascoltano la Parola di Gesù ma non la vivono.

L’attesa dello sposo è lunga. E’ notte. E’ il tempo in cui si dorme. Le ragazze sono stanche, si addormentano; ma a mezzanotte un grido scuote tutte le ragazze: “Ecco lo sposo!“. Tutte preparano le lampade, ma le ragazze inavvedute si accorgono della loro stoltezza: non hanno la scorta di olio. Le lampade si spengono. Chiedono olio alle altre, ma non sono accontentate, l’olio non sarebbe sufficiente per tutte per fare il corteo. Il corteo deve essere luminoso, lo sposo non può rimanere nel buio.

L’olio, simbolo della forza per il cammino e della gioia di vivere, non è nel cuore delle ragazze stolte. Vanno a comprare l’olio ma perdono l’incontro con lo sposo. Lo sposo entra con le sagge nella casa per la festa nuziale. La porta è chiusa, le stolte sono rimaste fuori. Hanno perso l’occasione, chiedono di entrare, ma la risposta è:

“In verità vi dico: non vi conosco”.

Il Signore non conosce queste ragazze perché non hanno accolto il Suo amore nel cuore.

Chi splende della luce di Cristo entra. La luce di Cristo è il Suo Amore accolto e ridonato.

 

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BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA GIOIA CRISTO RE MATTEO 25

CRISTO RE (Mt 25,31-46)

“ALLORA IL RE DIRA’: IO HO AVUTO FAME…”.

Oggi il Vangelo presenta la conclusione dell’ultimo discorso di Gesù nella Sua vita pubblica. E’ un Vangelo che si riallaccia al suo primo discorso: “Beati quelli che hanno misericordia perché troveranno misericordia“. Si basa su sei opere della misericordia.

Gesù ha poteri divini, ma condivide tutta la debolezza della condizione umana, è povero in mezzo ai poveri, ma è anche giudice che pronuncia la sua sentenza. Precise sono le Sue motivazioni per i buoni e per i cattivi. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare…“, “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare…“. Nessuna difesa può modificare la Sua sentenza. Egli scruta e conosce la vita di ogni uomo. Il criterio che adopera è: azione o omissione, fare o non fare. Egli non dice se uno è stato credente o no, se ha pregato o no, ma ricorda ciò che ha fatto al fratello più piccolo.

Gesù mette al centro l’uomo bisognoso. Tutto è giudicato secondo le azioni fatte a vantaggio o a svantaggio del fratello. Si basa tutto sul servizio recato e sull’amore donato al fratello: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere lo straniero, vestire il nudo, visitare l’infermo e il carcerato.

Il giudice si identifica con i poveri, i deboli e i perseguitati; è solidale con quelli che vivono nella povertà.

Così deve agire il cristiano: imitare il Signore.

Questa solidarietà suscita sorpresa in tutti: sui buoni e sui cattivi. Nessuno avrebbe immaginato che amando o disprezzando il debole avrebbe accolto il Signore o lo avrebbe rifiutato.

La salvezza è accolta o rifiutata nel donare o nel rifiutare l’amore al fratello.

Il vero cristiano apre il cuore al bisognoso per risollevarlo dalla sua miseria morale e materiale.

Il fratello si fa dono al fratello.

“E se ne andranno, questi al supplizio eterno

e i giusti alla vita eterna”.

Non è Dio che giudica l’uomo, ma sono le azioni dell’uomo che lo giudicano. Chi ama il fratello bisognoso con lo stesso amore di Cristo ha la vita. Chi non lo ama si incammina verso la non-vita. La vita di ogni uomo è segnata dalle opere di misericordia. Il cristiano sia misericordioso come è misericordioso il Padre Celeste!

 

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