LO STATUTO MEDIEVALE DI MONTELPARO (FM) NEGLI STUDI DI GIUSEPPE CROCETTI E NOTIZIE DEI SECOLI XIV E XV

                                    GLI ANTICHI STATUTI COMUNALI DI MONTELPARO

   Nel medioevo ogni libero comune o Terra si governava a norma di statuti o leggi comunali proprie. Dalle pergamene montelparesi relative al sec. XIII si rileva che le nobili famiglie dei signori rurali, incastellandosi, dovevano assoggettarsi in tutto ai propri statuti; parimenti i Podestà a Montelparo dovevano giudicare attenendosi agli statuti locali. Questi riferimenti indicano che Montelparo fin dal suo essere costituito a Comune aveva un atto notarile di norme e consuetudini scritte, raccolte insieme dai residenti. Come avviene solitamente, col passar degli anni, mutano e cambiano le abitudini degli abitanti, e ci sono leggi antiche che cadono in disuso, altre divengono imperfette, altre debbono essere adeguate al regime generale in vigore presso lo Stato della Chiesa, per cui il Comune di Montelparo riunito in Consiglio Generale, al tempo del legato Egidio d’Albornoz il 17 gennaio 1559, festa di S. Antonio, conferiva solenne incarico di aggiornare i quattro libri dei vecchi statuti a quattro giuristi del luogo, un esperto giurisperito per ogni libro normativo: il Libro I: Il regime <governativo> et i pubblici offici al sig. Giovanni Tommaso Squarcia; il Libro II: le cause civili al sig. Mariano Poliziani; il Libro III: I reati (Malefici) al Sig. Angelo Poliziani; il Libro IV: I Danni Dati al Sig. Orfeo Lorenzini. Nel contempo dava incarico a tre notai di affiancarsi ai suddetti per la stesura finale del testo: ser Troiano Roselli, ser Bartolomeo Cifarelli e ser Giulio Rampecon. Il nuovo volume sulle leggi e i diritti municipali della Comunità e delle persone della Terra di Monte Elparo, scritto in lingua latina: «Leges ac iura municipalia Communitatis et hominum terrae Montis Elpari», è diviso in sei libri: I = Gli offici pubblici 143 rubriche (r.); II l. = Le Cause Civili r. 57; III l. = Le Causis Penali (Criminali) r. 115; IV l. = Le Cause straordinarie r. 79; V l. = Gli Appelli r. 11; VI l. = I Danni dati r. 37.

   Il tutto fu approvato l’anno seguente, 1560, invocando il nome di Dio Onnipotente e della Beata Vergine Maria e protestando fedeltà ed obbedienza alla Santa Romana Chiesa, al Papa Pio IV ed al Governatore Generale della Marca Anconetana, Mons. Loreto Lauri di Spoleto. Veniva reso esecutivo per conservare nel benessere di salute e porre nei retti comportamenti il popolo montelparese: Lo si diede alle stampe, la prima volta nel 1570, per i tipi di Adolfo De Grandis di Ancona, e la seconda volta nel 1781, nella tipografia fermana di Giuseppe Agostino Paccaroni.  Notiamo alcune cose essenziali. Il primo libro sancisce norme per il culto divino e l’autonomia amministrativa del Comune. Ricorda che si celebravano le feste dell’Assunta, dell’Annunciazione, e della Visitazione della B.V. Maria, del protettore Sant’Angelo, di S. Pietro e S. Giovanni, con maggior solennità delle altre, dato che erano i santi titolari dei quattro quartieri in cui era divisa la popolazione del paese e del territorio e creavano armonia tra i rioni.

   Il magistrato al completo che riuniva il Podestà, i Priori e gli Officiali accompagnati dai balivi nella festa dell’Assunta (15 agosto) si doveva recare nella Chiesa di S. Maria de Lavognano (= de Abbagnano o de Mercato) al centro del paese, dove, nell’assistere alla santa Messa offriva un cero del peso di una libra; similmente faceva nella festa della Annunciazione (15 marzo) nella chiesa di S. Maria Novella e nella festa della Visitazione (2 luglio) nella chiesa di S. Maria delle Grazie; sita fuori delle mura dalla parte di Porta di Catigliano; nella festa di S. Pietro offrivano il cero nella omonima chiesa sita nei pressi della Porta del Sole; e per la festa di S. Giovanni si recavano nella propria chiesa, sita in contrada Montecchio. Nella festa della Purificazione (2 febbraio) un cero nella chiesa di S. Maria de Laudo; mentre il martedì dopo la Pentecoste si recavano nella chiesa di S. Maria della Misericordia. Queste chiese rimasero diroccate nel terremoto del 1703; le ricorda un affresco traslato nella cripta di S. Angelo.

   Inoltre, affinché la popolazione di Montelparo fosse difesa e protetta dalla S. Croce e da Sant’Angelo, il 3 e l’8 maggio, il magistrato, oltre i ceri, offriva due ‘palli’ di seta, i migliori

che si trovavano, del valore di 100 soldi e 10 libre di moneta corrente, rispettivamente nelle chiese monastiche di Sant’Agostino e Sant’Angelo in Castello. Detti palli restavano esposti nel coro per otto giorni, e in seguito, erano conservati come buon ricordo. Infine, facevano l’offerta di 10 lire «per sussidio delle tonache» ai frati di Sant’Agostino, nella festa del Titolare della loro Chiesa (28 agosto). Tra i frati di detto Convento veniva incaricato il predicatore annuale per le feste di Avvento e di Quaresima con retribuzione di tre ducati a carico dell’erario comunale. Essi predicavano in chiesa nei giorni festivi nelle Domeniche, a Natale con i due giorni successivi, inoltre nelle solennità e feste liturgiche, come Circoncisine, Epifania, Venerdì Santo e tutti i venerdì di marzo, Pasqua con i due giorni seguenti, Ascensione, Pentecoste con i due giorni seguenti, Corpus Domini, Purificazione, Concezione, Natività, Annunciazione e Assunzione della B.V. Maria, S. Giovanni Battista. Nello statuto si indicavano anche altri giorni: dei 12 Apostoli, dei 4 Evangelisti, dei 4 Dottori della Chiesa, Invenzione ed Esaltazione della S. Croce, S. Michele (8 maggio e 29 settembre), S. Antonio Abate, S. Antonio di Padova, S. Lorenzo, S. Sebastiano, S. Rocco, S. Martino, S. Nicola da Tolentino, S. Caterina di Alessandria, S. Lucia, S. Maria Maddalena, S. Maria de Camurano (1 agosto). Per le prime feste era vietato ogni tipo di lavoro, tenere botteghe aperte, trasportare cose con animali. I contravventori pagavano una multa di 25 soldi, il basto bruciato. Si faceva eccezione in occasione della fiera che si teneva nella Festa dell’Assunta, per i rifornimenti alimentari, per chi rientrava da un paese forestiero, per la vendita di frutta, uova, formaggi, polli, pesci e agnelli. Nelle feste minori era consentito trasportare pietre e mattoni, legna e prodotti agricoli e, se c’erano abbinati fiere o mercati, era consentito l’accesso di forestieri con le loro mercanzie, ma l’apertura delle botteghe e la vendita era consentita solo dopo la celebrazione dei divini uffici. Era consentito fare lavori per riattare strade e i lavori per il Comune, o per le Chiese, se urgenti e necessari, con licenza del Podestà. Si precisa che la giornata festiva era di 24 ore, dalla sera precedente a quella seguente, quando in cielo incominciavano ad apparire le stelle. Per le festività minori si faceva obbligo al Podestà di farle preannunciare dal banditore nella sera avanti, «al suono della tuba e della campana».

   Per il Podestà e per i giudici del Comune, oltre alle suddette feste, erano considerati tempi di ferie i periodi dal 20 dicembre al 7 gennaio, dal Sabato delle Palme alla Domenica dopo Pasqua, la festa di S. Benedetto (21 marzo), S. Domenico, S. Pietro Martire, S. Francesco, S. Tommaso d’Aquino, S. Gioacchino, S. Giuseppe, S. Anna, i tempi della mietitura e della vendemmia. Per le attività del tribunale, non erano validi eventuali processi svolti in detti giorni e periodi; e le sentenze emesse erano considerate nulle.

       L’Amministrazione Comunale era articolata in organici elettivi, presieduti ed assistiti da persone con mansioni specifiche che duravano in carica per determinati periodi. Il Podestà, con funzioni di «Pretore», era il vero capo e «Rettore» di tutta l’amministrazione Comunale, per sei mesi, era garante di libertà presso tutti; nell’espletamento delle sue funzioni era coadiuvato dal Notaio forense e dal Camerario, o Cassiere. All’avvicinarsi delle scadenze dei rispettivi mandati, trenta giorni dalla scadenza, 12 elettori, tratti a sorte dal Consiglio dei Cento, tre per ogni quartiere, dopo aver prestato giuramento nella chiesa di S. Agostino, facevano la graduatoria di tre nominativi di persone forestiere, esperte in diritto e idonee per ognuno dei suddetti incarichi, dandone immediata comunicazione agli interessati.

   Al Podestà, dottore in legge, era corrisposto in tre rate uno stipendio complessivo di 60 fiorini. Ne riceveva 50, o 40 se era soltanto legisperito o esperto giusperito. Ogni giorno di buon mattino, eccettuate le feste ed i giorni feriati, doveva recarsi al proprio ufficio, «al banco del diritto», per amministrare la giustizia. Mediante giuramento era impegnato a proteggere chiese, orfani, vedove, poveri. Egli istruiva e definiva cause civili, criminali e miste; osservava e faceva osservare tutte le norme degli Statuti Comunali; imponeva e riscuoteva multe e contravvenzioni, sulle quali era consentito percepire una percentuale. Tutte le cause dovevano essere istruite e decise nel termine di 40 giorni.

   Per le sentenze non pienamente convincenti, nei primi tre secoli si fece appello ai giudici del Presidato Farfense; nel secolo XVI, per espressa concessione fatta al comune di Montelparo dal papa Leone X il 9 giugno 1513, gli appelli alle cause civili e miste, inferiori a 10 fiorini, giudicate dal Podestà, potevano essere riesaminate dal Cancelliere, o dal Segretario Comunale, con processo sommario, secondo giustizia. L’indulto fu motivato dal fatto che Montelparo distava più di 30 miglia dalla Curia Generale della Marca di Ancona, che aveva sede in Macerata. Per gli appelli delle cause penali il foro competente era la Curia Generale, tramite le sedi distaccate, o presidati.

Alla fine del mandato, Podestà, Notaio e Cassiere forensi dovevano sottostare al sindacato del loro operato da effettuarsi nello spazio di tre giorni.

   Il Notaio Forense faceva parte della curia podestarile, fungeva da segretario, redigeva gli inventari, riceveva denunce, scriveva le sentenze del Podestà, redigeva copie autentiche di atti con autorizzazione del Podestà o dei Priori, sorvegliava l’igiene pubblica, i pesi e le misure, controllava la retta manutenzione delle strade, compilava il registro delle tasse, registrava multe e contravvenzioni. Era responsabile dell’archivio podestarile. Aveva l’obbligo di continua residenza in Montelparo; per eventuali assenze non autorizzate, o inadempienze, erano previste severe multe da detrarsi dal suo salario, che per sei mesi era di 40 fiorini.

   Il Camerario svolgeva funzioni di «cassiere» ed «esattore» generale delle imposte (collette e dative) del Comune e delle multe e contravvenzioni fatte dal podestà e suoi ufficiali. Nei pagamenti ed esazioni superiori a 12 soldi era necessaria la presenza di due testimoni; doveva redigere due registri: uno per sé e l’altro per il Sindaco. Nel Palazzo Comunale aveva una stanza riservata per la custodia dei pegni consegnati da coloro che non avevano moneta per pagare dative, multe o condanne. Trascorso un certo tempo i pegni erano venduti mediante asta pubblica, legalmente bandita ed eseguita all’aperto lungo la loggia o sulle scale del Palazzo Comunale. Il plusvalore ricavato era restituito. Inoltre aveva l’incombenza di presiedere ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria delle mura e delle strade comunali, dei fossi, dei ponti e delle fontane. Custodiva i pesi e le misure adottate dal Comune, «secondo il pesare della Città di Ascoli» e vigilava, con l’assistenza di esperti, sulla mattazione di animali grossi e sulla vendita delle carni.

   Il Camerario era assistito da un Notaio per redigere verbali e rilasciare ricevute; ogni due mesi doveva dare il resoconto delle entrate e delle uscite al Consiglio di Cernita. Per eventuali inadempienze riscontrate dagli inquisitori sul suo operato al termine del mandato era multato con trattenute del suo salario che ammontava a 30 fiorini per 6 mesi.

   Il Sindaco era il legale rappresentante del Comune, inteso come persona giuridica, o ente morale. Perciò interveniva nei negoziati con altri Comuni, negli atti di compravendita, nei contratti di mutui, di incastellamenti; nella scelta dei Rettori delle chiese (sulle quali il Comune aveva il giuspatronato) per l’opportuna presentazione dell’eletto alla competente superiore autorità ecclesiastica; rappresentava il Comune nelle cause civili, criminali e miste se lo interessavano come procuratore speciale, designato con delibera dal Consiglio Generale.

   Era responsabile della manutenzione delle proprietà comunali: palazzo civico, fogne-fossi (regalitias), rote, molini, terre, prati e selve. Ogni anno doveva fare la ricognizione dei confini del territorio con l’assistenza di un notaio e quattro uomini. Degli oggetti mobili del Comune doveva curare un aggiornato inventario. L’incarico era a tempo indeterminato; senza compenso, tranne la diaria se inviato in missione fuori del territorio; al termine del mandato, doveva fare il rendiconto ai rappresentanti dei quartieri, detti «raziocinatori».

   Fondamento al potere legislativo del Comune era il Parlamento Generale che doveva essere convocato almeno una volta all’anno, o più volte, se necessario; era composto da tutti i capifamiglia con età superiore ai 25 anni, iscritti nel ruolo della tassa del «fumante», o focatico. Le riforme approvate a maggioranza dal Parlamento non potevano essere modificate da nessuno dei tre Consigli inferiori.

   Tutta l’amministrazione operativa del Comune faceva capo a tre distinte organizzazioni consiliari.

.a.   Il Consiglio Generale dei Cento, formato da 100 consiglieri, o anche in numero inferiore scelti in numero 25 per ciascuna delle quattro contrade, uomini stimati, di buona forma, amanti del progresso e della pace nel paese, di età superiore a 25 anni. In caso di morte, durante il mandato, il figlio sostituiva il padre, il fratello maggiore era sub rogato dal minore, oppure dal più degno della contrada. Ogni Consigliere eletto doveva prestare giuramento con cerimonia solenne nella chiesa di S. Agostino. Il Consiglio Generale era convocato dal Consiglio di Cernita, non dal Podestà, per discutere proposte o riforme di leggi e consuetudini di maggiore importanza.

   Nella discussione erano ammessi solo quattro «arrengatori» (parlavano dal luogo detto dell’arringa), eccezionalmente sei, col consenso del Podestà e del Consiglio di cernita. Ogni decisione o delibera era presa con voto pubblico, per alzata o seduta, oppure con voto segreto con immissione di fave o pallottoline nel bussolo bicolore: cassetta rossa per il ’Sì’, bianca per il ’No’; aveva valore legale, se non risultava contraria agli Statuti Comunali.

Il Consiglio Generale dei Cento, d’intesa col Consiglio Priorale e quello di Cernita, convocava il parlamento Generale per decidere su problemi di maggiore importanza riguardanti riforme legislative e gravi condanne.

.b.   Il Consiglio di Cernita, formato da 32 uomini scelti dal Consiglio Priorale, 8 per quartiere, con incombenza di eleggere quattro uomini saggi, esperti nelle leggi, da affiancare ciascuno al gruppo della propria contrada. A questo Consiglio non potevano essere ammessi uomini rissosi, scandalosi, perturbatori della pace comune, gli infami, i condannati per furto, falsità e sacrilegio. Il Podestà doveva far ricerca circa i requisiti di idoneità di ciascuno, sotto pena di 25 lire.

   Questo Consiglio di Cernita era convocato con ordine del giorno preparato dal Consiglio dei Priori: deliberava fino alla spesa di 11 lire di moneta corrente, e non di più in ciascuna seduta. Per somme superiori era competente il Consiglio Generale dei Cento. Le decisioni sulle spese erano valide solo a lavori ultimati, o a negoziazioni condotte a termine, secondo un precedente patto concordato. Era fatto divieto al Segretario ed Economo del Comune di dare acconti di qualsiasi genere. Ogni consigliere era vincolato al segreto di tutto ciò che fosse stato riferito nelle riunioni consiliari, col vincolo del segreto imposto dal Podestà o dai suoi officiali.

.c.   Il Consiglio di Credenza o dei Signori Priori era formato da 8 persone, due consiglieri per ogni quartiere, durava in carica solo due mesi. All’inizio dell’anno amministrativo si formava il bussolo per un biennio, cioè si arrotolavano pallottole di carta in cui avvolgevano cartucce per il nome dei singoli abbinamenti per ogni contrada, (unendo dotti con meno dotti); dette pallottole, sigillate, venivano immesse in una cassetta, detta bussolo, custodita nella cassaforte del Comune, chiusa con due chiavi, una custodita dal Sindaco e l’altra dal priore dei PP. Eremitani di S. Agostino.

   Otto giorni prima della scadenza bimestrale, convocato il Consiglio Generale dei Cento, nella sala del Palazzo Comunale, presenti il Sindaco, l’Economo, il Notaio ed i Signori Priori, un messo Comunale recava il bussolo nella sala, e con un rito pubblico e solenne lo apriva, ne estraeva a caso una pallottola, la consegnava nelle mani del Podestà, o chi per lui (Notaio o Camerario), il quale la dissigillava, la apriva e leggeva ad alta voce i nomi dei Consiglieri iscritti, facendone redigere apposito verbale. I Consiglieri di Credenza, detti comunemente Signori Priori, dopo aver prestato solenne giuramento, entravano in carica effettiva al 1° giorno del mese del loro bimestre. Ogni giorno, di prima mattina, (ore 6), dovevano sedere al banco dove il Podestà amministrava la giustizia, fino alle ore 9; recandosi al loro ufficio dovevano rigorosamente indossare abiti neri, o almeno mantelli o cappe nere. Loro compito era di ascoltare le richieste della popolazione, le denunce di danni o di molestie. Inoltre avevano il compito di provvedere con sollecitudine a tutte le necessità ed incombenze, riguardanti l’amministrazione del Comune, autorizzare tutte le spese previste dagli Statuti; per quanto non previsto potevano disporre liberamente fino alla somma di 100 soldi. Per le spese straordinarie, fino alla somma di 11 lire, dovevano convocare il Consiglio di Cernita, e per quelle superiori il Consiglio Generale.

   Mentre erano in carica godevano dell’immunità personale e familiare; ma erano vincolati al segreto di quanto ascoltato al banco di giustizia. Il Pastori riferisce che nell’ultimo quarto del Settecento si mantenevano i tre Consigli, ma era ridotto il numero dei componenti. Il Consiglio dei priori era composto di 12 Consiglieri delle Famiglie Nobili; il secondo grado ed il terzo si componeva ciascuno di 12 Consiglieri scelti da altre famiglie, onde in numero di 36 formavano il Consiglio Generale; in alcune occorrenze si convocava ancora il Parlamento Generale. Il Magistrato che si rinnovava ogni due mesi, era composto dal Gonfaloniere e da due Priori. Il Podestà non era più eletto dalla comunità, ma inviato dalla Sacra Consulta.

   Il Comune per svolgere la sua funzione amministrativa aveva bisogno di entrate e di impiegati stipendiati. Le entrate erano costituite dalle rendite dei beni posseduti in proprio, case e terreni, e concessi in affitto; dal focatico, o tassa del «fumante»; dal Terratico, o imposta sui terreni in base all’estimo registrato nel catasto comunale. Inoltre ogni semestre, al tempo del rendiconto podestarile, se risultavano passività di rilievo, il Consiglio Generale deliberava una speciale imposta detta «colletta» o «dativa», per portare il bilancio a pareggio. Detta imposta era applicata in modo proporzionale: per due terzi era ritratta dall’allibramento al valore catastale, e per un terzo dal registro della tassa del «fumante» che era pagata per intero dal nucleo familiare che possedeva beni stimati 7 lire; per metà, un terzo o un quarto, proporzionalmente, se l’estimo era inferiore.

   La «dativa» doveva essere riscossa dal Massaro o Cassiere del Comune, nei termini del tempo deliberato; il ricavo doveva essere impiegato e speso unicamente per saldare il debito per cui era stata richiesta l’imposta. Per le spese relative alla manutenzione dei molini e stipendio dei mugnai era in vigore l’imposta «per bocca», cioè per ogni abitante, eccettuati i bambini con età inferiore a tre anni. Nel caso che il Comune fosse impegnato a far fronte a riscatti, foraggiamenti di truppe, imposizioni violente a tutela della libertà, per ricavare la somma richiesta, detta comunemente «taglia» si dovevano far quattro partite. Una gravava sul raccolto (frutti), una si ricavava dall’estimo catastale, una dal registro del fumante, e la quarta si ricavava dalla tassa sul bestiame: buoi, porci, pecore e capre.

   Chi acquistava terre o case aveva l’obbligo di fare l’iscrizione al catasto dentro un mese. Se il padrone che aveva affittato case o terreni a terzi, avesse trascurato il pagamento della «dativa», l’affittuario era tenuto a corrispondere la somma dovuta, con diritto di rivalsa sul proprio padrone, per la ‘rata’. Tra gli impiegati del Comune sono da ricordare ancora:

Il Cancelliere, o Segretario Comunale, legisperito, con compiti di verbalizzare le Adunanze Consiliari, ordinare l’archivio, trascrivere documenti ed autenticarli, stendere il testo delle ambasciate, e altro.

Il Massaro o Economo del Comune.

Gli Ambasciatori, o Oratori, inviati a patrocinare presso città e paesi, presso gli uffici giudiziari e Superiori gli interessi del Comune, erano designati dai Signori Priori, ricevevano un mandato scritto con memoriale di quanto deliberato dai diversi Consigli. Se la missione si svolgeva in giornata con cavalcatura ed aveva per meta Santa Vittoria, Monteleone, Sant’Elpidio Morico, Montalto o simili. Il compenso era di 16 soldi; il doppio se si doveva pernottare: per missione in luoghi più lontani, nell’ambito della Provincia, il compenso era di 50 soldi al giorno. Se nei luoghi circonvicini vi si recava a piedi il compenso era ridotto a 6 soldi, e 24 soldi per ogni pernottamento. Per le ambasciate a cavallo fuori della Marca il Consiglio dei Cento, di Cernita e di Credenza decideva di volta in volta d’accordo con gli interessati. Ogni spesa di missione doveva essere documentata; ogni ambasciatore doveva riportare le ricevute delle spese fatte. L’uso degli ambasciatori era assai frequente, poiché Podestà, Segretari, Economo, Priori e Consiglieri avevano l’obbligo di residenza continuata nel tempo che restavano in carica. Solo il Sindaco si poteva assentare, come procuratore del Comune, per atti che interessavano la Comunità.

   Due baiuli (balivi), annualmente erano nominati a sostegno delle funzioni dei vari officiali; uno di essi, detto Trombetta, fungeva da banditore, dava avvisi e pubblicava a suon di tromba le ordinanze delle autorità comunali, inoltre bandiva avvisi ed aste pubbliche a richiesta dei privati. Lo stipendio annuale era pattuito tra le parti; però ogni ‘bando’ aveva un compenso suppletivo di due denari, se richiesto dal Comune, di 6 denari, se richiesto da privati. L’altro era a disposizione, fungeva da guardia, riferiva e multava i contravventori, riceveva denunce e alle norme statutarie, verificava i danni arrecati. Quanto riferito dalla guardia era ritenuto per vero. Suppliva il Trombetta quando questi era inviato presso altre Curie o Uffici Giudiziari. Dovevano andare disarmati in territorio di Mont’Elparo. Potevano essere rieletti, ma solo dopo cinque anni. In ogni modo, se utile e necessario, potevano essere confermati con delibera del Consiglio Generale.

   Il Palazzo Comunale al tempo della compilazione degli statuti era sito nel piazzale antistante la chiesa di S. Angelo. Era una costruzione eminente, isolata. Nessun forno, officina e scuola poteva attivarsi all’intorno se non alla distanza di 6 canne, di 5 piedi per canna; equivalente a m. 12,75. Doppia distanza doveva osservare ogni privato che voleva elevare nei paraggi una sua casa, con altezza non superiore a quella del Palazzo Comunale. Il Palazzo, riservato agli Uffici Civici e alla residenza del Podestà e degli officiali con le loro famiglie, non poteva essere venduto per nessun motivo; solo le stanze ricavate nel piano inferiore potevano essere affittate. Sopra il muro che era a fianco della scala anteriore del palazzo si suggeriva la costruzione di un locale idoneo alla conservazione, dentro apposito armadio, di tutti i registri, gli atti ed i carteggi del Comune; la chiave di questo archivio si riteneva dal Sindaco o dal Massaro; l’apertura doveva essere autorizzata dal Podestà, o dai Consiglio Generale. La visione del carteggio era consentita previa licenza dei suddetti.

   Podestà e Consiglieri dovevano mettere gran cura nella manutenzione ordinaria e straordinaria del Palazzo Comunale e delle mura di cinta. Tra gli obblighi fatti ad ogni Podestà c’era quello di far costruire nel semestre due canne di scarpata lungo le mura di difesa del Comune, pari a m. 8,5 con facoltà di cooptare con ogni mezzo la collaborazione dei montelparesi per mezzo delle ben note giornate obbligatorie. Il Comune interveniva nella spesa per l’acquisto dei materiali. Coloro che erano stati autorizzati ad elevare la propria casa vicino alle mura di cinta a capo della ripa e nelle vicinanze, dovevano munirle ed ornarle di buoni ed idonei merli, propugnacoli per la difesa.

Presso il Comune erano registrati tutti coloro che avendo ricevuto armi, archibugi, loriche e coscialetti erano obbligati a prendere le armi in caso di difesa; in altro registro erano elencate le persone esentate. Le armi avute in consegna non potevano essere consegnate ad altri. Altre armi erano in deposito presso il Palazzo Comunale.

Il Podestà, il suo Notaio ed il Cassiere, entrando in carica, dovevano far dono al Comune di un archibugio del valore di 3 fiorini.

La custodia diurna e notturna delle porte di accesso al paese era affidata a quattro clavigeri con incarico annuale, durante il quale erano esentati dalle tasse e godevano di immunità personale. Di notte potevano aprire solo col consenso del Podestà. Solo dopo tre anni potevano avere nuovo incarico. Dalle case costruite lungo le vie pubbliche era proibito far sporgere terrazze e balconi. Ogni costruzione all’interno dell’abitato doveva essere approvata dalla competente autorità, con apposizione dei termini alla presenza dei confinanti. Fuori della porta di casa, lungo le vie più larghe, era consentito porre una panca di legno o cippo in pietra larga 45 cm.

   Nel medio evo ed anche più tardi, fino alla Rivoluzione Francese, fu tenuto in gran conto il diritto di precedenza, sia tra il clero e gli ordini religiosi, come tra le diverse categorie di cittadini. Gli Agostiniani, per esempio, avevano la precedenza sul Terz’Ordine Regolare di S. Francesco. Gli statuti di Montelparo, onde evitare discussioni, nella penultima rubrica del primo libro prevedono la seguente graduatoria da seguire nelle manifestazioni pubbliche e rapporti privati: la prima preferenza era per i dottori in Legge e Medicina e in pari grado, se dottori, per i Capitani dello Stato Pontificio, dell’imperatore e delle libere città; seguivano i giurisperiti, i notai, gli anziani e le persone oneste delle nobili famiglie. Poi si faceva la graduatoria degli artisti: i lanai precedevano aromatari (= farmacisti), pittori, orefici; indi seguivano calzolai, clitellari e sellai; fabbri e legnaioli, tessitori e sarti.

   Gli agricoltori aprivano il corteo per l’offerta del cero in occasione della festa di Sant’Angelo e Sant’Antonio; indi procedevano gli altri in ordine inverso; in quanto i più degni dovevano essere più vicini al Magistrato che, stando dietro, chiudeva il corteo il clero con il resto della popolazione.

Quanto riferito è contenuto nel primo libro degli Statuti, particolarmente importante per la ricostruzione della organizzazione amministrativa del libero Comune.

 –   Il Secondo Libro, detta norme per i processi giudiziari e lo svolgimento delle cause civili (57 rubriche).

 –   Il Terzo Libro tratta dei malefici (reati) commessi, ossia dei delitti pubblici e privati, del relativo processo e condanna, o pene da comminare. Qui c’è da notare che i legislatori per Montelparo, forse, furono influenzati dall’asprezza dei tempi del brigantaggio e nel Piceno esso si incrementava favorito dal banditismo. Ciò farebbe giustificare le draconiane e barbare sanzioni penali, compresa la pena di morte, sancite dallo Statuto, mentre la legislazione del vicino Comune di Santa Vittoria, compilata un secolo prima, esclude la pena di morte ed assegna pene più miti e mirate alla correzione del delinquente. Come prova, vanno sottolineate alcune rubriche:

Rubrica 34. Per quelli che formano una setta <mafiosa>: chiunque ha incitato il popolo,e ha indotto qualche gente contra i Reggitori di Monte Elparo … sia punito con la pena capitale lui stesso e i suoi seguaci … con la confisca dei beni.

R. 42 Per gli omicidi: sia tagliata la loro mano destra.

R. 44 Per gli assassini. Siano tagliate prima la lingua e una sola mano loro, poi siano impiccati alla gola.

R. 48 Per chi percuote una femmina pregnante. Sia tagliata loro la testa dalle spalle.

R. 49 Per chi somministra una bevanda nociva. Venga bruciato in modo tale che muoia.

    Solo negli statuti di Monte Monaco si riscontrano analoghe sanzioni. La nostra sensibilità prova un profondo sgomento soprattutto per la esacerbata ricerca di barbari modi nella applicazione stessa della pena di morte. Non avendo prove dirette della esecuzione effettiva delle accennate sanzioni, siamo inclini a pensare che fossero state sancite solo come deterrente. Inoltre per la esecuzione della pena capitale si richiedeva l’exequatur del Rettore della Marca.

 –   Il Quarto Libro tratta argomenti vari di diritto civile, amministrativo e penale, come l’osservanza dei giorni festivi, lo svolgimento di fiere e mercati, l’orario di apertura delle botteghe. Vi si leggono anche sapienti provvedimenti per la pulizia dei pubblici macelli, per lo spaccio delle carni, per i forni, le fontane, per le strade interne e territoriali; norme di polizia urbana, e di pubblica igiene che destano ammirazione ai moderni cultori di tali discipline: non si potevano gettare acque, specialmente le immonde, dalle finestre, né far girare liberamente animali neri.

 –   Il Quinto Libro riguarda gli appelli delle Cause Civili: su quelle inferiori a 10 fiorini, giudicate dal Podestà, si poteva ricorrere al Segretario Comunale. È un libro che trae origine dal privilegio di Leone X, ricordato sopra.

 –   Il Sesto Libro tratta dei danni dati, sia per opera di uomo, sia per danneggiamento causato da bestie. Per queste cause il Consiglio Generale nominava, ed il Comune stipendiava un giudice col nome di Ufficiale Maggiore.

   Attraverso la lettura del testo, sempre molto preciso, esplicito e concreto, emerge viva l’immagine della vita del Comune di Montelparo nell’arco temporale compreso tra il XIII e XIX secolo. In quelle norme, pregne di senso umano, religioso e di realismo pratico, si riflettono comportamenti ed abitudini, virtù e passioni, indole e carattere degli antenati.

                                  EVENTI STORICI A MONTELPARESI VICINANZE NEI SECOLI XIV E XV

                                 Montelparo nella storia della prima metà del Trecento

   Uno studio completo degli avvenimenti storici della Marca di Ancona relativi al secolo XIV con il contesto storico italiano, ancora non è stato pubblicato. Agli inizi del secolo, il processo di consolidamento dei liberi comuni fu turbato dal risveglio delle fazioni ghibelline che mettevano in subbuglio i pacifici ordinamenti comunali e politici nello Stato della Chiesa e altrove, a motivo, tra l’altro, del trasferimento del papa e della corte pontificia in Avignone.

   Si può ricostruire un sommario racconto storico locale, tracciando le linee fondamentali attraverso lo studio delle numerose pergamene montelparesi che riferiscono piccoli e grandi avvenimenti, relativi a questo periodo; con opportune integrazioni ricavate dai documenti giacenti in altri archivi, specialmente quelli Capitolare e Comunale di Santa Vittoria in Matenano.

   Nel 1303 il Comune incastellò la famiglia di un tal Giacomuccio con obblighi e diritti conseguenti. Negli anni successivi, 1307 e 1311, sono documentate sentenze di condanne perché i suoi abitanti hanno creato disordini in Monterinaldo, oppure, insieme con altri Comuni, si sono ribellati agli ordini del Rettore della Marca. Nella primavera del 1320 Montelparo fa solenne promessa di prestargli aiuto e di spedire tre uomini a cavallo, armati, spesati e foraggiati; nel maggio del 1323 il papa stesso, Giovanni XXII, loda e ringrazia i montelparesi per la loro fedeltà e per i servizi prestati alla santa Sede contro i Fermani ed i Fabrianesi.

   Nel 1325, per questioni di confini tra Monteleone e Monterinaldo l’esercito dei Fermani si accampò sul colle Lardone, ad est di Montelparo, allora tutto il Parlamento locale accorse per parlamentare col capitano, Tarlantino da Pietramala, e sottoscrivere un pubblico atto di amicizia ed incolumità. Si faceva promettere il risarcimento di ogni danno fatto dai soldati, e a loro montelparesi fu consentito di muoversi liberamente nel territorio, nella città di Fermo ed in tutto il suo Stato. Nell’agosto 1331 il comune pagava una multa di 50 lire per aver dato ricetto a Marchetto e Giovanni, ex-Signori di Rovetino, messi al bando dalla Curia Generale del Rettore della Marca.

   Nel quadriennio 1329-1333 si fecero diversi atti notarili di mutui finanziari con forestieri ed ebrei locali; per la restituzione di 600 fiorini a tal Gentile da Penna S. Giovanni, per cui il Comune fu costretto a vendere alcune terre. Nel documento non è esposto il motivo di sì grande indebitamento; probabilmente si dovettero consolidare le mura di cinta per stare al riparo dalle incursioni delle soldatesche del signorotto fermano, Mercenario da Monteverde e di altri.

   Il 14 aprile 1338 la Comunità, dichiarava di sottomettersi al giudizio dei giudici per aver arrecato danni in territorio di Montalto con la cattura di alcuni uomini e per aver opposto resistenza contro il Giudice del Presidato Farfense e i suoi familiari. E veniva assolta dal Rettore della Marca in considerazione dei danni subiti ad opera dei ribelli contro la Chiesa, ed anche perché erano andati incontro a molte spese in occasione della custodia di Montalto contro gli assalti degli Ascolani, affidatagli dal Rettore stesso.

   L’anno seguente la Comunità di Montelparo è condannata a pagare 60 fiorini d’oro per aver disobbedito al Rettore della Marca non spedendo i soldati richiesti per far l’esercito contro il castello di Apiro. Oltre a Montelparo, allora non inviarono soldati per la formazione dell’esercito contro Apiro anche i comuni di Offida, Ripatransone, Porchia, Rotella, Castignano, Force, Santa Maria in Lapide (= Montegallo), Montemonaco ed Arquata; ad essi fu data analoga condanna, proporzionata al numero dei soldati richiesti; tuttavia poi si fece una speciale transazione fu rimessa ogni pena per le molte benemerenze ed atti di fedeltà di dette Terre.

   Non si hanno notizie montelparesi in merito alla grande pestilenza che colpì l’Italia negli anni 1348-49, dimezzando la popolazione. Esistono comunque informazioni nelle cronache di Fermo e di altri comuni, tra cui Amandola e si viene a sapere che il numero delle vittime fu così grande che si dovette ridurre il numero dei componenti il Consiglio Generale del Comune che comprendeva i rappresentanti deputati dei castelli del contado.

                                           Aspirazioni autonomistiche del clero montelparese

   In tutta la prima metà del Trecento continuavano le agitazioni del clero montelparese che era riluttante alla piena sottomissione al priore del Monastero Farfense di Santa Vittoria. Avvenivano anche soprusi. Il 13.4.1301, i rettori delle chiese di S. Maria de Alvagnano e di S. Angelo in Gajanello, Fra Bonaventura, nominato da Jocerando (1296-1311) (sedicente abate di Scandriglia di Rieti che si qualificava Vicario dell’Abate di Farfa nelle chiese farfensi delle Marche), per tale atto illegale erano costretti a rinunciare la loro rettoria nelle mani del Priore di Santa Vittoria il quale, il 5 maggio seguente, nominava D. Matteo di Tebaldo di Montelparo, rettore della chiesa di Gajanello.

  Il 13 nov. 1303, il Priore di Santa Vittoria, Marcoaldo, ordinava a D. Giovanni di Gualteriolo di Giso, cappellano di S. Angelo in Castello di presentare, dentro il termine perentorio di otto giorni, gli istrumenti pubblici mediante i quali aveva ottenuto il godimento della prebenda di S. Biagio de Teramo (in Comunanza), e di quelle unite di S. Angelo, S. Maria de Roncone e S. Severino di Montelparo, la cui nomina era di competenza del Priore e del Capitolo farfense di Santa Vittoria. Ma, poiché il suddetto D. Giovanni non ottemperava alla richiesta ingiuntiva, il 3 dicembre 1303, il Priore di Santa Vittoria ordinava ai rettori-curati di S. Angelo in Castello e di S. Maria Novella di pubblicare che il sedicente, D. Giovanni di Gualteriolo, fruitore di molte prebende, che era scomunicato. Anche per la nomina del rettore e dei prebendati della chiesa di S. Benedetto nascevano interferenze e vertenze per favorire il medesimo D. Giovanni di Gualteriolo; ma energicamente il Monastero di Santa Vittoria fa ricorso al papa Benedetto XI, asserendo che ogni diritto di nomina e di destituzione gli spettava «ab immemorabili», certamente da più di 30 e 40 anni.

   Da una relazione del 1327, fatta da Fra Tommaso di Giacomo da Santa Vittoria, Vicario dell’Abate di Farfa nelle Marche, si ha notizia che tutti i rettori delle chiese di Montelparo dovevano dare al Monastero di Santa Vittoria due parti delle decime loro ed un annuo censo «in segno di sottomissione, obbedienza et riverenza»;  per l’«omaggio» personale si dovevano recare nella chiesa di detto Monastero il mercoledì delle Ceneri di ogni anno, perché le loro chiese erano state istituite e fondate dagli abati farfensi ed erano considerate come membra del Monastero di Santa Vittoria.

   Nell’Archivio Capitolare della Collegiata di Santa Vittoria si conservano molte pergamene attestanti il pacifico diritto di nomina dei rettori-curati e dei cappellani delle chiese di Montelparo e di Montefalcone, relative alla prima metà del Trecento. Ma, pietra di scandalo in Montelparo continuò ad essere l’intrigante chierico Giovanni di Gualteriolo il quale, il 26 febbraio1321, fu colpito da scomunica da parte del Vicario Farfense nelle Marche, Fra Claudio, proposto di Monte Cretaccio, perché, accusato di convivere con una donna scostumata, non si era presentato per discolparsi. Contro costui altra scomunica fu inflitta dallo stesso Vicario il 15 marzo seguente, perché aveva fabbricato un oratorio, o cappella nel quartiere di S. Maria per seppellirvi la salma di Gualteriolo di Rinaldo, in pregiudizio della chiesa di S. Maria de Alvagnano. Altri documenti dicono che il D. Giovanni Gulateriolo si sottomise solo dopo una sentenza emessa dal Giudice del Presidato Farfense e che, divenuto cappellano della chiesa montelparese di S. Pietro di Catigliano, ivi fece seppellire la salma di Gualteriolo di Rinaldo del Colle. Poi, nel gennaio del 1334, le sue ossa e quelle di altri bambini, già sepolti nella detta chiesa di S. Pietro, furono esumate per essere seppellite nella chiesa di S. Angelo in Castello, perché non fossero pregiudicati i diritti di questa chiesa. Infine, il turbolento sacerdote montelparese fu trasferito alla chiesa di S. Maria in Muris, in territorio di Belmonte.

   Altre vertenze riguardarono la riscossione di alcuni censi e porzioni di decime, dovuti dal clero montelparese al Monastero di Santa Vittoria, per cui si registrano frizioni e frequenti ricorsi alle autorità superiori da ambedue le parti contendenti. L’Abate di Farfa, Giovanni IV di Rieti, nell’aprile del 1334, riconfermava ufficialmente al Monastero di Santa Vittoria alcune possessi per il mantenimento dei monaci, tra cui «tutte e singole le chiese e le cappelle site nel castello di Monte Elparo, cioè: la chiesa di S. Angelo in Castello, la chiesa di S. Maria ‘de Alveniano’, la chiesa di S. Maria Novella, la chiesa di S. Angelo de Gajanello et generalmente tutte le altre site nel distretto di Monte Elpero e nel suo territorio» ( G. COLUCCI, Ant. Pic., vol. XXIX, p. 179).

   Lo stesso Abate, il I maggio 1337, dava facoltà ai montelparesi di edificare la chiesa di S. Maria de Laude e concedeva particolari indulgenze per i visitatori in certe solennità dell’anno. Anche in Santa Vittoria, qualche anno prima, era stato eretto un oratorio sotto lo stesso titolo. L’appellativo «de Laude» indica un luogo ove la gente si raccoglieva per preghiere particolari in onore della Vergine Maria con la recita delle «Laudi» (come le Litanie Lauretane).

   Il 6 maggio 1337, su richiesta del Comune di Montelparo, il medesimo Abate spediva da Rieti una bolla con cui esentava la chiesa di S. Angelo in Castello dalla soggezione del Monastero di Santa Vittoria e vi istituiva una comunità monastica, osservante la Regola di S. Benedetto, con assegnazione di quattro religiosi ed un Priore. Incaricava il monaco Farfense, Fra Giacomo, priore di Rotella, di provvedere a vestire come monaci i rettori e i cappellani delle altre chiese e di dar possesso della vacante chiesa parrocchiale di S. Angelo in Castello a D. Francesco Agnone, già rettore della chiesa di S. Maria Novella, proclamandolo Priore della nuova comunità monastica, la quale, in segno di sottomissione all’Abate di Farfa, nella festa di S. Michele (29 sett.), avrebbe dovuto pagare un censo annuo di cinque fiorini d’oro buono.

   Detta bolla, però, non conseguì il suo effetto esecutivo. Ci sfugge il motivo di ciò; forse per le agitazioni guerresche, forse per l’opposizione non documentata del Priore di Santa Vittoria. Certo è che i rettori delle chiese montelparesi l’anno seguente rifiutavano al Monastero di Santa Vittoria in censo, le decime e le altre prestazioni tradizionali, per cui, fino al 1341, dinanzi alla Curia Generale del Rettore della Marca Anconetana si facevano cause, promosse dall’una e l’altra parte con appelli e contro appelli. I rettori delle chiese di Montelparo si videro rigettata ogni loro richiesta con l’obbligo confermato di dover continuare a corrispondere censi, decime e prestazioni al Monastero vittoriese nella seguente misura per ciascun rettore e chiesa: S. Angelo in Castello 3 salme di grano, pari a Kg. 485; S. Maria de Alvagnano: 7 quarte di grano pari a Kg. 190; S. Angelo in Gajanello: 7 quarte di grano e una torta; ma S. Maria Novella: nulla.

   Si realizzarono le novità dopo alcuni anni, e l’idea di istituire presso la chiesa di S. Angelo in Castello una comunità monastica maturò a tal punto che il Vicario Generale di Farfa unitamente al Priore di Santa Vittoria, il 22 gennaio 1348, richiesero al legato della Marca, il Card. Bertrando de Dencio l’erezione di un Monastero e Collegio di monaci presso la detta chiesa, evidenziando alcune condizioni particolari: Priore e monaci vestivano l’abito nero e praticavano la vita comunitaria sotto la Regola di S. Benedetto. Alla nuova chiesa Collegiata di S. Angelo in Castello erano aggregate la chiesa rurale di S. Angelo in Gajanello e quella di S. Maria de Alvagnano dentro la Terra, con tutti i precedenti diritti. In segno di sottomissione e riverenza ed in compenso delle due parti delle decime, il Monastero di Santa Vittoria ebbe la facoltà di imporre alla chiesa di S. Angelo l’annuo censo di 5 fiorini d’oro, da corrispondere nella festa dell’Assunta. Per Montelparo, la nomina del priore, la creazione dei canonici, la correzione e punizione rimanevano di competenza del priore di Santa Vittoria. (G. COLUCCI, p. 190). Il legato della Marca concesse il pieno effetto esecutivo.

                                      Avvenimenti della seconda metà del Trecento

   Nel settembre 1355 il Card. Egidio d’Albornoz, restauratore dello Stato Pontificio, convocò a Fermo i legali rappresentanti di tutti i liberi Comuni. Vi partecipò anche il Sindaco di Montelparo che consegnò le chiavi della sua Terra in segno di piena sottomissione al Rettore della Marca, Blasco di Fernando da Belviso, nipote del cardinale Egidio che emanò ordini categorici per impedire le frodi nel pagamento delle collette, come mostra l’apposta pergamena. Non si può dire quanto durasse quest’atto di sottomissione; certamente ci furono dissensi, dato che nel corso dell’anno 1359, avendo fatto combutta con gente di iniqua società, ribelle contro la Santa romana Chiesa, probabilmente la Comunità montelparese fu condannata per aver favorito incursioni, latrocini, uccisioni e saccheggi delle milizie del famigerato Monreale, e in tre rate pagò una sonora penalità, ascendente ad 800 ducati d’oro.

   Nella Descrizione della Marca anconetana in lingua latina, «Descriptio Marchiae Anconitanae», redatta al tempo dell’Albornoz, circa l’anno 1356, si ricava che Montelparo era una Terra che godeva della libertà ecclesiastica, direttamente dipendente da Santa romana Chiesa, faceva parte del Presidato della Abbazia Farfense, e agli effetti di ogni specie di collette e taglie le imposizioni si facevano su 200 fumanti. Pertanto si comprende che la popolazione complessiva si aggirava intorno ai mille abitanti.

   Il Comune era incluso tra le “città piccole”, perciò doveva mettere a disposizione della Curia Generale un baiulo (balivo), guardia con berretto rosso con ornamento delle chiavi incrociate; ogni anno a Pasqua pagava alla Camera Apostolica il censo di 34 lire, ed a maggio 10 lire «per affitto». Inoltre, per il mantenimento della corte e dell’esercito dell’Albornoz gli fu imposta una taglia annuale di 600 fiorini, da pagarsi in tre rate, per tutto il tempo del suo rettorato. Altre ricevute di taglie furono rilasciate nel 1362, 1369, 1372, 1373, 1390, 1391. Il 15 sett. 1369 pagò 80 fiorini per sua tangente nella guerra contro Perugia, ove mandò 20 soldati ben istruiti e 10 balestrieri bene equipaggiati.

   Nel 1373 lo Stato Pontificio, dovendo sostenere la guerra contro i Milanesi «perfidi ed iniqui nemici di santa Madre Chiesa», impose a Montelparo al pagamento di 382 fiorini; 370 ne aveva pagati l’anno precedente, secondo quanto stabilito nel Parlamento di Bologna, quando, essendo in atto la guerra tra Veneziani e Genovesi, lo Stato della Chiesa si armò per una maggiore sicurezza; poi, per varie circostanze continuò a pagare imposte straordinarie per la difesa dello Stato della Chiesa, fino al 1377.

   Poi nel Fermano imperversò l’azione militare del crudele tiranno Rinaldo da Monteverde che s’era impadronito del potere a Fermo nel 1376, turbando la tranquilla vita paesana negli anni 1378, quando il tiranno s’impossessava del castello di Bucchiano, accampando diritti ereditari su di esso, e vi inviava il fermano Fucaporo; in ciò fu favorito dalla presenza in Montelparo di alcune nobili famiglie, incastellate nel secolo precedente.

   Il Comune, sostenuto dall’altra maggior parte della popolazione, insorse, fece l’armata, ed il 25 marzo 1378 snidò il tiranno dal Castello di Bucchiano, mettendo al bando le famiglie che per lui avevano parteggiato. Fu allora che da Ripatransone il Vice- Rettore della Marca dette ordini perentori ai Comuni di S. Vittoria e Montelparo di radere al suolo il castello di Bucchiano dentro il termine di sei giorni, comminando la penale di 1000 ducati in caso di disobbedienza. L’ordine fu eseguito.

   Per conseguire la riconciliazione tra famiglie montelparesi ed assicurare nel paese una pacificazione salutare, il 19 dicembre 1378, si tenne un pubblico e generale Consiglio; e, due giorni dopo, fu inviato presso il Legato della Marca un cittadino per trattare la riconciliazione del Castello con lo stesso Rettore; infine, l’8 gennaio 1379 fu stipulato un istrumento di pace tra il Comune di Montelparo e gli esuli di detta terra, redatto in Ripatransone, alla presenza di Napoleone Orsini, Luogotenente del Rettore della Marca.

   Per tutte queste imprese il Comune, non solo fu risarcito dei danni subiti, ma il papa Urbano VI spedì ben tre bolle con le quali, in premio alla devozione alla Santa Chiesa Romana, il Comune fu esentato dal pagamento delle collette, dei sussidi arretrati di quattro anni e di quelli degli anni futuri; gli venne confermato il privilegio di Nicolò IV, riguardante la libera elezione del podestà e degli altri Officiali; e che tutte le prime istanze delle cause civili e criminali dovevano essere giudicate dal Podestà e suoi Officiali a Montelparo stessa, mentre nessuno poteva essere forzato dinanzi ad altro tribunale. Inoltre si fece grazia di ogni pena per i crimini ed i delitti in cui erano incorsi i cittadini, in considerazione delle guerre e delle altre calamità sofferte, nella fiducia di una sempre migliore condotta per l’avvenire.

   Il 9 marzo 1390, il Vicario Generale della Marca ridusse una taglia da 330 a 280 ducati, perché la popolazione era diminuita, si era ridotto il raccolto a causa della carestia, mortalità e guerre; e l’imposta risultava non sopportabile. Durante lo scisma d’occidente, che turbò la Chiesa dal 1379 al 1417, Montelparo rimase sempre fedele al papa legittimo, per cui meritò diversi attestati di riconoscenza, sgravi fiscali e riduzioni di taglie. Generalmente tutti i comuni dell’area farfense rimasero fedeli, mentre a Fermo il vescovo Antonio de Vetulis, per aver aderito all’antipapa Clemente VII, nel 1385, fu deposto e scomunicato dal papa Urbano VI; per cinque anni si rifugiò nel castello di Montottone, fino alla riabilitazione ottenuta da Bonifacio IX nel 1390.

   Nell’Abbazia di Farfa avvennero mutamenti sostanziali; sotto gli ultimi due abati, Sisto I (1363-1387), originario di Force, e Nicola II (1387-1399), napoletano, quando i feudatari incominciarono a rifiutare pagamenti, regalie e servizi. Tra le conseguenze si ebbe che la vita monastica conobbe un rilassamento generale; cosicché sopravvenne la commenda che nel 1400, il papa Bonifacio IX fece per suo nipote, Francesco Tomacelli. In seguito, per tutto il secolo XV, l’ebbero in commenda vescovi e cardinali della nobile famiglia Orsini. Questo avvicendamento indebolì il rapporto di dipendenza tra l’Abbazia madre e tutte le prepositure e monasteri delle Marche.

   Nell’ottobre 1391, Andrea Tomacelli, fratello del papa Bonifacio IX, Rettore della Marca, per ordine pontificio rinnovò a Montelparo i privilegi concessi da Urbano VI; così fece con le altre Terre del Presidato al fine di cooptarle in una lega guelfa per combattere la lega ghibellina cui avevano aderito le città di Fermo, Ancona, Macerata e Camerino. Queste avevano assoldato il capitano di ventura Biordo de’ Micheletti, il quale, l’11 sett. 1393, nei pressi di Penna S. Giovanni, roccaforte dei Signori da Varano di Camerino, in una sortita contro la brigata del Conte di Carrara, che si era fatto fin sotto le mura, fece prigioniero il Rettore della Marca, Andrea Tomacelli e lo deportò a Macerata. Grande fu il dolore del papa. In una lettera al Comune di Santa Vittoria assicurava di aver provveduto subito all’invio di 1500 cavalli e molti fanti, capitanati dal fratello Giovannello e li invitava a continuare nella fedeltà e devozione da bene in meglio, esortando a ciò anche i comuni vicini, rimasti fedeli al papa. Tra questi, fra i primi, si deve includere Montelparo.

   Al movimento di riscossa per la riconquista delle città e per la liberazione del Tomacelli prese parte attiva il capitano Marino Marinelli di Santa Vittoria, il quale sconfisse il capitano Biordo nei pressi di (Monte) S. Giusto nel 1395, aprendo la via per la liberazione del fratello del papa, che successivamente poté rientrare nella città di Fermo, donde lo stesso Marinelli aveva scacciato i ribelli, capitanati da Antonio Aceti. A tutti questi avvenimenti, nonostante il silenzio dei documenti, con molta probabilità, presero parte anche i generosi montelparesi.

                         Alcune notizie di avvenimenti del sec. XV

   Le pergamene di Montelparo relative al secolo XV documentano quasi esclusivamente suppliche e concessioni per riduzioni di collette e taglie, quasi sempre a motivo di guerre, o di altre pubbliche calamità sofferte. Ve ne sono di argomento diverso, in particolare la misurazione del territorio e la formazione del «Catasto di Montelparo» fatta nel 1421 dall’agrimensore M° Contadino di Onofrio da Assisi; il cottimo dei terreni di S. Angelo Magno dati ai lavoratori del posto nel 1427; un concordato con il comune di Santa Vittoria dell’8 gennaio 1439 intorno ai beni della signora Sanzia Tiveri di Santa Vittoria, venduti ad Antonio Boldini di Montegiorgio; in una pergamena del comune santavittoriese del 15 maggio 1467 si legge un accordo per fissare i confini tra Santa Vittoria e Montelparo; un altro istrumento notarile servì a designare i confini tra Montelparo e Monteleone il 6 maggio 1479. Infine, risale al primo luglio 1539 la sentenza definitiva nella lite tra Montelparo e Monterinaldo per i confini ed i diritti sul castello di Bucchiano, pronunciata dall’Uditore del Legato della Marca, Mario Favonio di Spoleto, ed accettata con soddisfazione dalle parti, nonostante che Montelparo fosse privato di parte del territorio comprendente l’ex castello di Bucchiano e la chiesa di S. Maria di Montorso.

   Non si trovano fonti storiche da cui appaia che Montelparo fosse stata terra di conquista dei Signori Malatesta di Rimini, né dei Signori da Varano di Camerino, i quali nel primo quarto del secolo XV occuparono diverse Terre del Piceno. Certamente corse il pericolo di essere occupato dall’esercito del Conte Francesco Sforza di Milano quando nel 1433, sceso nelle Marche, occupò Jesi, Osimo, Macerata e Fermo. Però, fin dal 1432, il Giudice del Presidato Farfense, intravedendone il pericolo, aveva ordinato ai Comuni compresi nella sua giurisdizione, primo fra tutti Montelparo, di fortificarsi e mettersi alla parata contro qualunque assalto (Cfr. G. COLUCCI, op. cit., vol. XVII, p. 107). Il dominio dello Sforza, durato per più di un decennio, non fu mai pacifico, ma sempre contrastato. Tuttavia, solo nel dicembre 1443, quando le truppe del Piccinino erano impegnate a Montegranaro, i soldati dello Sforza, dopo aver sottomesso Montegiorgio, attraversarono il Tenna ed occuparono Santa Vittoria e Montelparo.

   Fu soppresso il «Presidato Farfense»; come luogotenente del Conte fu inviato un «giudice protettore ed esgravatore di molti affanni», il sig. Paolo da Orvieto; mentre il fratello Alessandro Sforza, dopo aver svernato con le sue truppe a Santa Vittoria, il’4 aprile 1444 partì per Montefortino, Force ed altri luoghi. Nell’estate del 1445, per far fronte ai Malatesta, lo Sforza fu impegnato a Pesaro. Allora ci fu la riscossa della bassa Marca col supporto del Piccinino che si mosse dalla città di Ascoli per liberare le Terre site più a nord. Il Comune di Montelparo riacquistò la sua libertà il 3 ottobre 1445; Santa Vittoria il giorno successivo, come documentato dalle convenzioni, o capitolati sottoscritti tra i rappresentanti comunali ed il Card. d’Aquileia, Camerlengo e Legato della S. Sede Apostolica (Cfr. COLUCCI, op. cit., p. 100; e vol. XXIX, p. 236), dove si sancisce la pacifica sottomissione allo Stato della Chiesa.

   Dopo questi avvenimenti lo Stato Pontificio acquistò maggiore stabilità come anche i grandi principati italiani. Le scelte autonome dei liberi comuni si adeguavano alle leggi generali, per cui dappertutto si attuava una certa uniformità e la storia di ogni Terra è diventata quella stessa della sua Provincia. Il libero comune nella vita civile era assorbito, come una goccia d’acqua, nel pelago dello Stato moderno. Così anche per Montelparo.

    Altri capitoli «Guida turistica ai monumenti di Montelparo» e “Personaggi illustri” danno notizie riguardanti i secoli successivi al XV.

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GIUSEPPE CROCETTI, Note sul patrimonio delle radici religiose, amministrative, artistiche e socio- culturali del passato e delle attuali permanenze a 

 M  O  N  T  E  L  P  A  R  O

<PREMESSA aggiunta: Nell’anno scolastico 1988\1989 la Presidenza serviglianese della Scuola Media inferiore fu sollecitata dai colleghi montelparesi a far riscoprire il patrimonio storico di Montelparo. Si rivolse pertanto allo scrittore sacerdote Crocetti Giuseppe che dichiarava di godere per il patrimonio storico dell’arte montelparese profusa un po’ dovunque nei palazzi e nelle chiese. Allora decise di dare voce alle opere edificate, ai monumenti e alle tradizioni locali in base alle ricerche e letture in diversi archivi e biblioteche che gli rivelavano molti rapporti di Montelparo con vari artisti, con l’Imperiale Abbazia di Farfa, con il monastero (in un periodo abbazia benedettina) di S. Vittoria, con il Presidato Farfense, con il Rettore della Marca. Si apprezzano le pagine che egli ha redatto in un anno d’intenso lavoro intellettuale con lodevoli risultati che illustrano i tesori d’arte profusi nelle chiese del territorio dia Montelparo, facendo scoprire, tra l’altro, i nomi di artisti finora sconosciuti. L’autore che è nato a Santa Vittoria in Matenano ed è stato parroco a Monte Urano, ha lasciato le sue carte all’Archivio storico arcivescovile di Fermo. Auguriamo felice lettura di quanto qui estratto. >

I. IL TERRITORIO E LA POPOLAZIONE DI MONTELPARO (FM)

   Montelparo anticamente fece parte del Comitato di Fermo ed anche del Presidato dell’Abbazia di Farfa (in comune rietino di Fara). Attualmente fa parte della diocesi di S. Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto. Il suo territorio ha una superficie di 21,5 Km quadri, tra la zona sorgentifera del fiume Ete Vivo ed il fiume Aso, nel comprensorio della «Comunità Montana dei Sibillini» che beneficia dei favori disposti dalle leggi per le zone montane. Questo comune confina con i territori di Santa Vittoria in Matenano, Monteleone di Fermo, Monsampietro Morico, Monterinaldo.

  Il centro abitato  ha le abitazioni disposte lungo ripiani a semicerchio da oriente ad occidente, rinforzati dai sostegni di mura fatte con pietra locale. Le loro diversità testimoniano la graduale espansione abitativa del castello medioevale, lungo il corso dei secoli. Tra un ripiano e l’altro fanno da collegamento le vie piuttosto ripide che nel risalire si muovono tra i progressivi livelli dei ripiani dell’altura fino ad arrivare alla cima collinare detta contrada Castello. Uno slittamento franoso nella parte settentrionale del colle nel 1683 produsse rovine notevoli; altre lame avvennero con il terremoto del 1703. Ma tale instabilità permane nella zona orientale che è infida per le costruzioni abitative, nonostante la bella esposizione al sole.

   Le coordinate geografiche del capoluogo: Longitudine Est da Greenwich 13°, 40’, 20”; dal meridiano Romano di Monte Mario = 1°, 04’, 20”.  Latitudine Nord dall’equatore al parallelo 43,01.

   Molti sono i fossi che scavano i versanti collinari del territorio; sono alimentati dalle piogge con sorgenti secolari e scendono ripidi e profondi a valle, delimitando le rispettive contrade rurali. Ecco quelli notevoli.

.-. Il fosso Gajanello si forma sotto le mura occidentali del paese, attraversa la omonima contrada fino a confluire nel fiume Ete Vivo.

.-. Il fosso delle Streghe nasce dalle alture Colle Tondo e Colle Acuto nel territorio moltelparese di settentrione, poi scorre a valle, determinando i confini con i comuni contigui di Monteleone di Fermo e Sant’Elpidio di Monsampietro Morico.

.-. II fosso Sant’Andrea scaturisce sotto le mura orientali del paese, scende rapido a valle tra dirupi per confluire nel torrente Indaco il quale riceve le acque dei fossi della contrada Cortaglie, al confine con Monterinaldo.

.-. Al fiume Aso confluiscono i fossi delle contrade di Santa Lucia, del Serrone, della Celestiale, di S. Maria e del Roncone scritto ‘Rengone’ nella cartografia dell’lstituto Geografico Militare di Firenze. Roncone deriva da roncola (di uso agricolo) e questo fosso ha un percorso curvo, ad arco, nello scendere rapido a valle facendo una curva a sinistra per scorrere poi un tratto in parallelo al fiume Aso, dove finisce per confluire.

Scrive B. Egidi: «Il terreno, prevalentemente del Miocene e del Pliocene, presenta piegamenti e rilevamenti che, uniti alla vasta attività. erosiva dei vari torrenti sono in continua ondulazione con caratteri accentuati e nervosi, con incavature abbastanza profonde, e ritmici canaloni nei calanghi della contrada Gajanello».

    Eccoi dati altimetrici più significativi del territorio montelparese. Il centro urbano si eleva alla bella altitudine di 588 metri sul livello del mare. I versanti collinari digradano fino a m. 222. Ecco le quote più basse: altitudine m. 230 al fiume Ete Vivo; m. 256 Torrente Indaco; m. 290 contrada Madonna Celestiale; il fiume Aso, m. 283 a confine con Santa Vittoria in Matenano; il fiume Aso m. 222 al confine con Monte Rinaldo.

Studi geologici recenti esplorano la ricognizione di una grande vena d’acqua che attraversa l’altura del territorio da Nord verso Sud-Est. La sua acqua va ad alimentare diverse antiche fonti e finisce per scaricarsi nella zona del Campo Sportivo.

   Le fonti hanno tutte un necessario rapporto con sorgenti d’acqua e le più note sono: Fonte Carello in contrada Sala, documentata nel sec. XVI; Fonte della Via, a Nord-Est fra le contrade di Catigliano e Madonna delle Grazie. Ci sono fonti menzionate nel catasto del 1783 nelle contrade: Fonte Coppa (o del coppo); Fonte Sant’Angelo, Fonte Maggio, Fontanelle, e Fonte.

   Nel territorio montelparese non si riscontrano sorgenti di acque termali, o dotate di acque particolarmente terapeutiche. Per gli usi domestici, tutto il territorio comunale è servito dalla rete idrica dell’Acquedotto del Pescara, con alto serbatoio sulla vetta al Monte Cucco, opera realizzata nella seconda metà del secolo XX.

Le strade serpeggiano lungo il suo territorio, molto ondulato e frastagliato. Ecco le strade provinciali, tutte bitumate:

.a. – La Provinciale «Montottonese» che viene dl confine con la contrada Sant’Elpidio Morico, attraversa il capoluogo, prosegue per Santa Vittoria in Matenano.

.b. – La Prov.le di collegamento con Monteleone, si inserisce da oriente del Monte Tondo con la predetta «Montottonese».

.c. – Altra Prov.le collega la parte montelparese con Monterinaldo ed Ortezzano;

.d. – La Prov.le delle «Coste» collega con la nota Strada Statale N° 433, Valdaso.

   Due strade assai utiui sono state realizzate negli ultimi anni del secolo XX, dagli Enti di Bonifica, uno di Valtenna e l’altro di Valdaso: la prima in tortuosi tornanti attraversa la contrada Gajanello per congiungersi cori la strada lungo la valle dell’Ete; la seconda lungo la pianeggiante valle dell’Aso parte nei pressi del Ponte Maglio, lungo la sponda sinistra dell’Aso va al bivio per Ortezzano.

   Le strade comunali, che si cerca di mantenere bene, facilitano il collegamento tra le abitazioni sparse nelle contrade rurali con percorsi verso il capoluogo ed verso i comuni vicini.

   Il clima è tipico dei paesi di alta collina ed è gradevole. Scrive il Pastori nel suo libro su Montelparo: «L’aria che qui si respira è sottile e salubre; l’orizzonte che si gode dall’alto è spazioso e molto aperto». Dalle alture l’occhio è appagato al vedere i Monti Sibillini, le prominenze preappenniniche di Montefalcone, Smerillo, Santa Vittoria in Matenano e il Monte dell’Ascensione. Si nota il digradare delle colline verso il mare e tutto attorno emergono i paesi arroccati su alti colli stondati.

   Per fruire del buon clima le case del paese sono prevalentemente esposte verso Sud ed Est, al riparo dalle correnti di tramontana. Come in molti altri paesi piceni, i capricci dei grandi temporali, spesso, si concludono con dannose grandinate. Si ricorda che anticamente, per rompere ed allontanare le correnti dei rannuvolamenti turbinosi, si ricorreva al suono insistente del campanone ed allo sparo fragoroso dei mortai.

   La buona stagione favorisce un turismo di ritorno, invitando a trascorrere a Montelparo una vita serena e ben ossigenata: sono molti i montelparesi emigrati, per lavoro o altro, che, da altre città, con la loro famiglia, tornano non solo per il nostalgico richiamo del paese natio, ma anche per respirarne l’aria salubre e disintossicante.

   La popolazione residente gode le ottime qualità ambientali, ma da anni è in diminuzione. Nel 1990 in tutto il territorio comunale risiedevano poco più di mille abitanti, con una densità demografica di 47 abitanti per Kmquadrro, densità ben assai inferiore alla media nazionale italiana che allora era di 172 abitanti, ma andava anch’essa dimuendo. Nei secoli passati la popolazione di Montelparo ebbe consistenza numerica in un’ascesa dipendente da circostanze di floridezza economica, che tuttavia era spesso minacciata da carestie, guerre e pestilenze. Da mezzo secolo l’indirizzo economico ha compromesso l’occupazione nel settore agricolo di fronte all’incremento conseguito dai settori industriale e terziario, anche nei pubblici servizi.

   Un tempo, Montelparo arrivò ad avere quai 2.400 abitanti. Nella «Descrizione della Marca Anconitana» dell’anno 1356 si legge che a Montelparo pagavano la tassa del «fumante» (cioè del focatico) 200 famiglie, che, moltiplicate per il coefficiente 5 dato dagli studiosi di statistica storica, indicherebbe una popolazione di mille abitanti, così come ai nostri giorni. Per gli ultimi due secoli i registri documentano:

ANNO 1782 ABITANTI 1168; an. 1860 abit. 1641; an. 1936 abit. 2358; an. 1951 abit. 2310,  an. 1961 abit. 1866; an. 1971 abit. 1267; an. 1981 abit. 1121, ANNO 1990 abitanti 1013.

   Dopo una secolare crescita costante; a cominciare dalla seconda guerra mondiale si è verificato un calo continuo, molto accentuato nel quaranternni dal 1951 al 1991, i censimenti mostrano la perdita di oltre mille abitanti. Tra il 1936 ed il 1990 la popolazione di Montelparo è diminuita del 57%, percentuale tra le più alte nella provincia di Ascoli Piceno. C’è stato un complesso di concause come la crisi dell’agricoltura e dell’artigianato paesano, la mancata creazione di insediamenti industriali ed artigianali di un certo rilievo, la sottoccupazione del bracciantato. Molte persone emigrano dai paesi collinari per trovarsi altrove un lavoro più dignitoso e meglio retribuito. Di molto è diminuita anche la natalità: pochi i nati.

   Peraltro, il reddito medio per abitante si è andato accrescendo, grazie anche alle pensioni di anzianità. Inoltre la meccanizzazione agricola e le scelte migliorate nelle colture i terreni hanno dato rese sempre più alte a beneficio dei pochi lavoratori rimasti a lavorare la terra. Le coltivazioni di un tempo erano basate sulla produzione di cereali e foraggio ed sulla coltivazione delle viti sparse nei campi, o a filari, poi si sono sostitute con altro come gli impianti di frutteti nella pianura del fiume Aso, e i razionali vigneti nelle colline esposte al sole. Si accentua la tendenza verso colture estensive di barbabietole da zucchero, granoturco e girasoli. Cambiamenti anche nell’allevamento del bestiame: bovini, suini e pollame vario sono allevati in moderni e razionali stalle. Scomparsa la conduzione a mezzadria, la lavorazione prevalente dei campi è quella diretta; poi si sono create alcune aziende agricole, condotte a mezzo di salariati fissi e giornalieri.

Per quanto riguarda le altre attività il censimento fatto nel 1981 dava queste indicazioni anche per quelli che non lavoravano la terra: artigiani numero 41; commercianti num. 49; servizi occupati n. 8 vennditori ambulanti n. 13.

   Le aziende artigiane comprendevano i seguenti settori: calzaturieri n. 3; Falegnami n. 3, nell’edilizia n. 6, nelle maglieria n.2, in macellerie n. 2; fabbri n.2) termoidraulici n. 2; parrucchieri n. 2. Figuravano 4 negozi di generi alimentari, 3 negozi per tessuti, 5 agenti, o rappresentanti di commercio.

   Tra i professionisti sono elencati il medico, il farmacista, l’odontotecnico, geometri ed architetti, periti agrari e consulenti del lavoro, assicuratori, ecc.

   La scuola dell’obbligo comprendeva: la Scuola Materna in un ambiente ben strutturato con giardino e cortile ombreggiati; la Scuola Elementare e la Scuola Media Statale avevano sede nei locali dell’ex convento di S. Agostino, con biblioteca, sala di lettura, cortile, porticato e spaziosi corridoi.

   Il sogno nel cassetto di ogni amministratore comunale è quello di far diventare il proprio paese un centro con forte richiamo turistico nel potenziamento di alcune attrattive fondamentali: paese pulito, edifici restaurati, passeggiate alberate, ristoranti con cucine caratteristiche, manifestazioni folkloristiche e popolari.

Fior d’ametista,

Montelparo ha buon clima e bella vista,

ricco è di storia, arte e quanto basta

per suscitare l’incanto del turista.

 A Montelparo si organizzavano il «giovedì grasso» per ragazzi, il «1° Maggio dei lavoratori», la «festa di S. Maria» che si svolge nella prima decade di settembre, il «premio Castello» per la pittura estemporanea, la promozione di convegni culturali e scientifici, l’attività della piscina coperta. Inoltre si prodigava particolare cura per il restauro delle chiese, ricche di storia e di opere d’arte. Una particolarità è la presenza dei giovani handicappati, presso l’Istituto di Riabilitazione «G. Mancinelli» con ospiti provenienti da tutta la regione marchigiana.

   L’Associazione «Pro Loco» ha provveduto per la promozione di attività sociali e culturali per collegare a Montelparo le famiglie emigrate, per esaltare le glorie storiche ed artistiche del paese, dando vita per qualche anno ad un foglio periodico: «Il Murello». Ha favorito le celebrazioni centenarie in onore del Card. Gregorio Petrocchini, illustre figlio di questa terra,  e provveduto per la pubblicazione del libro «Montelparo. Guida Storico-Turistica».

Il futuro turistico di Montelparo viene promosso con le attività recettive di pensioni, alberghi e ristoranti create da privati con genialità, decoro e buon gusto. Tra queste «il Cantinone», è il noto ristorante del centro abitato. L’albergo-ristorante «La Ginestra» in contrada Coste è dotato di campi da tennis e piscina.

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MONTELPARO (FM) negli studi di Giuseppe Crocetti sulla visita a monumenti e chiese interessanti per arte e di storia

                       CHIESE E MONUMENTI DEL CENTRO URBANO DI MONTELPARO

    Montelparo, come si può vedere da planimetrie, o da vedute panoramiche dall’aereo, ha un centro storico che allinea vie e case con irregolari lineamenti quadrangolari, aventi per centro, o vertice nella piazza del Castello, altre vie che, ripide, salgono (o scendono) a ridosso del colle intersecano i ripiani. L’esposizione prevalente delle case è ad oriente e verso mezzogiorno; escludendo il settentrione, in modo che gli abitanti sono al riparo dal gelido vento di tramontana.

    Il centro urbano, in precedenza era chiuso e fortificato con alte mura di cinta, dotate di scarpate e bastioni, fino al secolo scorso, e si accedeva al centro, sia a piedi che a cavallo, attraverso quattro porte, costruite con arco gotico e custodite da altrettanti clavigeri: .1. Porta di Catigliano, a nord-est; .2. Porta di S. Maria, o del Mercato, ad oriente, poi tolta; .3. Porta del Sole, a mezzogiorno; .4. Porta Catanova, verso occidente, sommersa dalla strada provinciale Montottonese, costruita nel 1864.

    Nel secolo XX sono stati realizzati livellamenti e tornanti di raccordo per dare accesso anche alle autovetture lungo le principali vie interne al centro urbano. Si percorrono alcune varianti della suddetta strada provinciale e ci si avvicina alle predette porte. Gli studiosi dell’urbanistica medievale e delle fortificazioni periferiche trovano in Montelparo significativi elementi conservati in gran parte nella loro autenticità originaria. Si vedono lunghi tratti di mura fortificate con terrapieni, scarpate, bastioni e torri, soprattutto in prossimità delle Porte, site ai quattro angoli del quadrilatero.

                                                Visita al Convento e alla Chiesa di S. Agostino

   Chi raggiunge Montelparo seguendo l’antica strada provinciale da Monteleone o da Monsampietro Morico, arriva di fronte all’imponente mole monumentale del convento di S. Agostino, gli gira attorno e fa sosta al Largo Marconi. Presso il Bar-ristorante «Al Cantinone» ha sede il Circolo cittadino dell’Associazione «Pro loco». E’ questo il quotidiano punto di incontro dei montelparesi d’ogni ceto e condizione, è il luogo di accoglienza per i visitatori in cerca di informazioni. Il locale è stato ricavato nei magazzeni o locali seminterrati dell’ex convento di S. Agostino. E’ stato provvisto adeguatamente per ristoro, letture, giochi da tavolo. Lungo le pareti si ammirano foto panoramiche ed artistiche di Montelparo. Agli amanti dell’arte muraria e dell’archeologia si suggerisce di fare anche una capatina nei retrostanti ambienti per vedere alcuni reperti ed ammirare l’armoniosa serie di volte e pilastri, costruiti con mattoni al nudo. Un tempo fungevano da cantina, granaio e scuderia del Convento. Una scala scende verso il locale adibito a ghiacciaia praticata con l’innevazione invernale.

   Questo Convento di S. Agostino è sito all’estremità occidentale dell’abitato e si raggiunge risalendo l’ampia scalinata esterna, dotata di 26 scalini di pietra locale, ed attraversando un piazzale ammattonato sul quale si affaccia anche l’ingresso della chiesa. Poiché la costruzione del Convento precedette la realizzazione della chiesa, è d’uso visitare prima il convento e poi la chiesa. I Padri Agostiniani iniziarono la costruzione di questo grandioso convento, nel 1686, su disegno del Cav. Onofri da San Ginesio. Le salde fondazioni furono impiantate su roccia di tufo; la sua elevazione fu adattata alle esigenze di un terreno roccioso e scosceso. Oggi costituisce un bell’esempio di costruzione comunitaria degli inizi del Settecento.

   L’impianto del convento, al livello del suo ingresso, ha base quadrate, con stanze di rappresentanza, corridoi e porticato. Di rimpetto all’ingresso, in fondo, c’è una stanza di smistamento, detta «Sala delle statue», donde parte lo scalone di accesso al piano superiore. Le tre statue della Sala raffigurano S. Agostino, S. Nicola di Tolentino e S. Chiara da Montefalco; quelle dello scalone rappresentano Gesù Redentore, S. Michele Arcangelo, e S. Tommaso da Villanova, vescovo agostiniano. Le stanze del piano superiore si succedono con ritmo regolare lungo i corridoi da tre lati; nel quarto lato, quello orientale, è addossata la chiesa. Tali locali del convento nei decenni scorsi furono destinati alla Scuola Media Statale, al Corso Biennale di Specializzazione per gli insegnanti di alunni portatori di handicap, autorizzato dal Ministero della P.I., con la collaborazione di professori universitari e raccoglieva normalmente un centinaio di frequentanti. La Biblioteca Comunale con sala di lettura, conserva anche alcuni volumi dell’antica biblioteca agostiniana.

   Contigua sta la Chiesa di S. Agostino, costruita diversi anni dopo il convento, con orientamento sud-nord, su disegno dell’Arch. Luzio Bonomi di Ripatransone (1669-1739), il quale si distinse in progetti dalla linea classica in un periodo in cui i gusti artistici, in Roma ed altrove, si sbizzarrivano nelle esasperazioni del barocco e del rococò. Fu aperta al culto nel 1730, prima che fosse stata completata internamente. Sul portale di ingresso corre l’iscrizione: A Dio ottimo massimo. Il tempio del santo padre Agostino fu edificato al tempo che era priore il frate Giacinto Pentelli.

   L’anno 1730, non più leggibile per frattura della pietra, ci è stato trasmesso dal Pastori, che ve la lesse al suo tempo. Allo zelo costante ed entusiasta del Priore suddetto, oriundo di Matelica, ma montelparese per elezione, che morì nel 1773, si deve il completamento del convento, la costruzione della chiesa ed il suo ornato all’interno.

   La chiesa di S. Agostino ha una facciata imponente, esposta a mezzogiorno, dalle linee architettoniche semplici, classicheggianti; all’interno sviluppa un impianto a croce latina, di navata, transetto e presbiterio con coro sopraelevato. L’ingresso è protetto da un’artistica bussola in legno con porte concave, abbombate e piatte; sopra la bussola è impiantata la cantoria con l’organo a canne.

   All’interno oltre all’altare maggiore nel presbiterio con coro, altre sei altari, tre su ciascuna parete laterale; Il primo, centrale fu ricostruito nel 1803, insieme all’artistica balaustra, opera di Girolamo Giulietti.  Dietro di esso, l’artistico coro, lavorato in legno noce, composto di 11 stalli soprelevati e 10 seggi inferiori, ha al centro il badalone, o leggio corale. Una scritta intarsiata documenta che fu costruito a ricordo dell’Anno Santo 1750.

   Le cappelle degli altari laterali sono costruite tutte in legno, dipinto marmorizzato e dorato, con disegno architettonico simmetrico, coppia a coppia con quello corrispondente nell’atra parete. Ogni altare è completo di paliotto, gradini per candelieri, pala sovrastante ove sono raffigurati i santi titolari, in quadri con tela, e in altro un intaglio dorato al centro del timpano spezzato.

Incominciando dall’ingresso, a sinistra, il primo altare è dedicato ai Santi Eremiti, Paolo ed Antonio, in relazione al fatto che i religiosi di Montelparo erano «Eremitani». La pala raffigura una santa Martire, da identificare con Santa Vittoria V. e M.

Il secondo altare è dedicato al santo vescovo agostiniano, Tommaso da Villanova, che si distinse in opere di carità ed elargizioni verso i poveri; nella trabeazione è scolpito lo stemma dei Frati Agostiniani e nel timpano lo Spirito Santo con raggiera.

   A metà chiesa, sopra le porte laterali, ovest verso il convento e ad est verso l’esterno, sono impiantati due pulpiti lavorati in legno. Erano in uso per le predicazioni dialogate delle Sacre Missioni al Popolo in cui il «dottore» doveva rispondere alle obiezioni dell’«richiedente» che appariva disinformato o ignorante. I confessionali alle pareti, tutti uguali, sono riferibili alla metà del Settecento.

   Nel transetto sinistro l’altare è dedicato alla «Madonna della Cintura», o della Consolazione. I santi raffigurati sono dell’Ordine Agostiniano. Nella tela del Timpano è dipinto il vegliardo di Patmos, S. Giovanni Evangelista. Sotto l’altare il corpo ricostruito di S. Paolino, martire.

   Nel transetto destro l’altare è per il culto di S. Nicola di Tolentino, protettore delle anime purganti, nonché per la devozione alla «Madonna del Buon Consiglio», raffigurata in un piccolo quadro, esposto in un ricco tronetto-residenza, intagliato in stile rococò e dorato. L’altare è privilegiato in perpetuo, e riservato ai sacerdoti agostiniani per indulto del 1749, da parte del papa Benedetto XIV, concesso per alcuni anni, come si legge nella lapide commemorativa, a destra.

   La cappella successiva è dedicata alla «Madonna di Loreto» unitamente alle Beate Chiara da Montefalco e Rita da Cascia, agostiniane. Nel plinto sinistro, si nota uno stemma con aquila reale e gamba piegata su campo azzurro e strisce verticali rosse. L’ultimo altare a sinistra è dedicato al «SS.mo Crocifisso», raffigurato in una pregevole scultura in legno, proveniente dalla vecchia chiesa. In mezzo al timpano spezzato sta il quadro di S. Vincenzo Ferreri. Questi due ultimi altari recano la segnatura dell’anno di fabbricazione: 1741, al tempo del Priore Fra Giacinto Pentelli da Matelica, Baccelliere e Predicatore Generalizio.

Sul lato sinistro del presbiterio un’iscrizione lapidaria ricorda che la chiesa di S. Agostino fu consacrata il 25 giugno 1848 dal vescovo di Montalto, Mons. Eleonoro Aronne. A tale epoca si devono riferire le decorazioni della volta e della cupola, anche la costruzione del «tronetto espositorio», intagliato in linea classica con i simboli eucaristici del pellicano e delle spighe di grano, messo tutto in oro fino, opera da attribuire alla bottega montegiorgese di Sante Morelli (1803-1878), come la costruzione dei banchi di legno con l’inginocchiatoio in noce piena.

   All’esterno, presso il transetto, si eleva il campanile a base quadrata con scala interna murata per raggiungere le quattro campane, dotate per un armonioso concerto. Nell’angolo opposto rimane la sacrestia, dotata di lavabo, altare, doppio canterano a sei scomparti, sei cassetti e quattro stipetti laterali, per la custodia dei paramenti, reliquiari e vasi sacri. Il tutto merita un’adeguata conservazione.

   I Padri Agostiniani in Montelparo furono un punto di riferimento assai importante. Tra Comune e Convento si stabilì, fin dalle origini, un rapporto di reciproci favori. Il Comune ogni anno dava un contributo di 10 lire per le tonache dei frati, tre ducati per il Maestro in Teologia, eletto Predicatore per le feste, l’avvento e la Quaresima, e offriva cera e pallio nelle feste di S. Agostino e S. Croce. Nella chiesa conventuale avveniva il giuramento dei Consiglieri Comunali all’inizio del mandato; qui si riuniva il Parlamento Generale ed il Consiglio Generale dei 100; il Podestà vi ascoltava le deposizioni delle donne nelle cause civili e penali; il Priore del Convento custodiva una delle chiavi del bussolo biennale, donde ogni bimestre si estraevano i nomi dei Magnifici Signori Priori.

   La presenza continua di una decina di religiosi influii notevolmente sulla formazione spirituale del popolo e sulla pubblica istruzione. L’agostiniano Fra Luigi Pastori è l’autore delle «Memorie istoriche della Nobil Terra di Montelparo», date alle stampe nel 1781 e riedite nel 1783, con dedica all’illustrissimo Gonfaloniere ed ai Priori della medesima Terra, perché gliene avevano dato formale incarico. Gestirono la Confraternita della Pietà che curava l’assistenza ai malati moribondi e la sepoltura dei morti; amministrarono l’Opera Pia Ospedale, il Monte di Pietà ed il Monte Frumentario di S. Giuseppe.

   Per le loro benemerenze ricevettero lasciti testamentari in ogni tempo. Nel 1650, l’asse patrimoniale degli Agostiniani era di circa 100 ettari; nel catasto del 1783 risulta triplicato, con una rendita media annua di 900 scudi romani. Questa rendita cospicua, unita alle contribuzioni della popolazione, permise loro di realizzare l’opera monumentale tuttora degna di grande ammirazione.

   Il 29 aprile 1809 i Padri Agostiniani, per le leggi eversive del Regno Italico, subirono la prima soppressione che durò alcuni anni. Con la restaurazione dello Stato Pontificio furono reintegrati nei loro diritti che finirono religiosi; nel 1848 fecero decorare la volta della cupola della chiesa, indi si procedette alla sua solenne consacrazione.

   Nel 1861 il convento fu definitivamente soppresso per ordine del Re Vittorio Emanuele II e l’anno dopo il Comune di Montelparo lo acquistava dal Demanio dello Stato per istituirvi la scuola elementare maschile e femminile. La municipalità ebbe l’obbligo di conservare aperta al culto la chiesa annessa che pure le era stata ceduta. Al contrario la chiesa, chiusa al culto ha manifestato le negligenze degli anni trascorsi, ancor più gravi perché è la chiesa più bella, più grande e più comoda di Montelparo.

   Nelle sere d’estate è opportunamente utilizzata l’ampia gradinata per spettacoli all’aperto, ove siedono gli spettatori per godere contemporaneamente tre spettacoli diversi: quello offerto dalla natura col cielo stellato, monti, campagne e paesi trapunti di luci; quello prodotto da attori e cantanti; quello del televideo trasmesso sullo schermo gigante.

                                                           Visita al Municipio

   Il Palazzo Comunale fu costruito nell’antica contrada di Catanova, oggi Via Roma, tra la fine del sec. XVII e gli inizi del sec. XVIII con innalzamento della parete esterna meridionale sulle antiche mura di cinta ed appoggio sul lato destro alla quattrocentesca torre di vedetta, ora Torre Civica con monumentale campana, fusa nel 1527.

   Sul piano stradale si affacciano, oltre l’ingresso municipale, l’ufficio delle Poste, la Farmacia e l’Ambulatorio medico. Nella parete del primo pianerottolo della scala interna è stato incastonato il seguente endecasillabo: LASCIATE OGNI RANCOR O VOI CHE ENTRATE MDCCXIII (1713)

Saggio monito per amministratori, pubblici ufficiali e giudici, affinché svolgano con imparzialità il loro mandato.

   La Sala Consiliare occupa la parte centrale del piano superiore; ha le varie porte per accedere alla stanza del Sindaco, alla saletta della Giunta, agli Uffici comunali, alla segreteria, all’anagrafe e all’ufficio tecnico. La sala è illuminata da quattro finestre. Al centro della parete di fondo il «Civico Gonfalone» è uno stendardo ornato. Nello stemma del Comune è raffigurato S. Michele Arcangelo, Protettore di Montelparo. Vi figurano anche i colori araldici dell’antico castello: oro in campo azzurro, ed il motto latino: IN JUSTITIA PAX. La pace nella giustizia.

   Alle pareti tre dipinti su tela con cornice originaria del sec. XVII, raffiguranti scorci panoramici con piramide, archi e colonne. Altra tela con grande cornice originaria del sec. XVII, raffigura la Strage degli Innocenti (cm. 126 x 280). Fa da sfondo una ricca architettura con l’effetto di una prospettiva grandiosa e monumentale. La tragica scena ha due momenti essenziali: sul lato destro è dipinto Erode in trono con la sua corte; in primo piano, è rappresentata la ferocia dei soldati, il pianto delle madri, il martirio dei piccoli innocenti un racconto serrato e molto reale. Un’iscrizione nel tergo, indica Bartolo da Siena, ma è un’aggiunta postuma. Poiché il dipinto è dello stile tipico del manierismo e somiglia ai dipinti firmati da Fra Lorenzo Bonomi da Ripatransone (1603-1666), con qualche dubbio nel fargliene attribuzione.

   La Sala Consiliare ha una coppia di canterani con tiretti, lavorati in legno di noce piena, ed una consolle; il tutto riferibile ad artigianato locale del sec. XVIII e proveniente dal Convento di S. Agostino.

   Nella Saletta della Giunta si possono ammirare il ritratto del montelparese Card. Gregorio Petrocchini (1536-1612) e suo stemma con elefante (82 x 55), e quello del Ministro Generale dell’Ordine Eremitano di S. Agostino, Fra Fulgenzio Travalloni (1616-1693); inoltre altro dipinto ad olio raffigurante la Madonna delle rose con Bambino. Tra il mobilio, una coppia di mobiletti intagliati in legno di noce piena, ex-inginocchiatoi con tiretti, provenienti dalla sacrestia di S. Agostino.

   Nello Studio del Sindaco, un dipinto raffigura S. Giovanni Battista ed un moderno piatto in ceramica, ricordo diocesano montaltese del Centenario Sistino del 1986.

Di lato, si accede alla torre civica, ove è stata curata una esposizione museale di vari oggetti, paramenti e vasi sacri, antifonari ed argenti provenienti dalla stessa chiesa di S. Agostino. Sopra c’è l’Archivio Storico del Comune, nel sottotetto.

                                          Porta del Sole – San Gregorio – San Pietro

Lungo la pianeggiante Via Roma, si incontrano le abitazioni delle famiglie notorie del paese, compresa quella del parroco. Sono state restaurate in conformità alle norme che tutelano l’integra conservazione dei centri storici.

   Verso oriente, si va alla Porta del Sole; più oltre, ai gradini del «Murello», punto di ritrovo per il commento ai fatti di cronaca, mentre da questo balcone si spinge lo sguardo più lontano verso i monti e verso il mare. In basso si vedono significativi resti delle fortificazioni medioevali, la scarpata ed il basamento di un torrione. Di fronte le nuove villette costruite ai piedi del Monte Cucco, verso il Tiratore.

   La Porta del Sole, nel tardo medioevo, era crocevia ed ingresso principale al paese. La Porta del Sole conserva integre le mura castellane originarie più antiche e l’arco gotico del sec. XIV e il bastione di difesa. Salendo l’era strada si va alla spianata dove sboccano le strade che conducono verso la piazza, e verso le parti più alte del paese e verso la via Catanovetta.

   La chiesa di S. Gregorio Magno si eleva con la sua facciata incompleta; però dotata di coppie di lesene. Il portale lavorato in pietra calcarea con timpano spezzato, reca al centro lo stemma del montelparese Card. Gregorio Petrocchini, poiché fu lui che la fece costruire dalle fondamenta, sostenendone l’intera spesa, e dedicandola all’omonimo san Gregorio, pontefice e dottore della Chiesa, verso il quale era molto devoto.

   La chiesa fu aperta al culto nel 1615, tre anni dopo la sua morte. Con lascito di altri 6.000 scudi vi istituì una prebenda per il mantenimento di un arciprete, cinque canonici, un sacrista ed un chierico, che la dovevano officiare in tutti i giorni festivi e durante la Settimana Santa. Dispose che il suo cuore, in pegno di eterno affetto per Montelparo, sua patria, dopo la morte, fosse custodito in S. Gregorio, racchiuso in una capsula di piombo, rivestita in legno. La dotò di cose preziose andate distrutto da un incendio doloso del 1745.

  L’interno, con l’altare maggiore in mezzo al coro ha la volta a botte, è decorato con cornicioni, lesene e capitelli di stile corinzio-romano. Vi sono quattro altari alle pareti laterali di cui restano i paleotti con dipinti allegorici su tavola. Da sinistra, la pala del primo altare raffigura S. Leone Magno che ferma Attila; quella del secondo rappresenta La deposizione di Cristo nel sepolcro. Nell’abside un rivestimento ligneo forma il coro con il seggio centrale e 8 scanni. L’ornato con stucchi barocchi e il grande dipinto su tela raffigura S. Gregorio Magno tra S. Agostino e S. Nicola di Tolentino, ed in contemplazione stanno i committenti il Card. Petrocchini ed i suoi eredi.

   Nel presbiterio, due nicchie neo-classiche del sec. XIX accolgono le statue di S. Giuseppe e dell’Immacolata. L’altare in legno dorato e marmorizzato è opera della prima metà del sec. XIX.

   La serie dei 14 quadri della «Via Crucis» sono dipinti di maniera, gradevoli per la vivacità dei colori, si possono riferire alla bottega fermana del Troiani, attiva nella seconda metà del Settecento.

   La pala del secondo altare a destra raffigura La Madonna di Costantinopoli tra S. Biagio, S. Emidio e S. Maria Maddalena. La pala dell’ultimo altare, detta comunemente di “sette Sante Vergini”, rappresenta, al centro, Santa Vittoria con il dragone ai piedi, ai lati sei sante vergini e martiri che, attraverso i simboli, possono identificarsi in S. Lucia (oculari), S. Caterina d’Alessandria (libro), S. Barbara (frecce e fulmini), S. Apollonia (tenaglia con dente), S. Agnese (agnellino), S. Agata (mammella?). Tutte queste tele furono dipinte a Roma, senza che si conosca il nome dei pittori.

   Nella controfacciata, sopra l’ingresso, c’è una cantoria con parapetto ligneo policromato; vi manca l’organo a canne che un tempo contribuiva a dare solennità alle funzioni religiose. Questa chiesa di S. Gregorio chiusa al culto continuato dopo la soppressione risorgimentale, è stata riaperta nella seconda metà del XX secolo per lodevole iniziativa del Priore D. Domenico D’Alessio.

   Fanno corpo unico con la chiesa un’abitazione per il custode e la sacrestia con i suoi armadi, l’archivio e la sala per le riunioni del Capitolo. In sacrestia si conserva il «cappello cardinalizio» del Petrocchini, ed il suo ritratto, dipinto su tela, ben conservato. All’esterno si eleva il campanile con tre campane, di cui una nolana, di forma allungata, fusa nel 1354, proviene dal castello di Bucchiano.

   Di fronte a S. Gregorio sta l’ex-palazzo Lombi, famiglia emigrata, che diede uomini di governo all’amministrazione comunale. E’ stato ristrutturato in appartamenti.

   Procedendo per la «Via Catanovetta», sul lato sinistro, i resti di un arco a tutto sesto ornato hannocon tre decorazioni: una geometrica, un fiore ed una figura umana stilizzata; sul lato destro, sta l’antica chiesa parrocchiale di S. Pietro con l’annesso ex-monastero femminile: notevole il portale gotico lavorato in pietra arenaria e riferibile al sec. XIX. Appartenne al Monastero di S. Angelo Magno di Ascoli, che nel 1286 vi trasferì il titolo della parrocchia rurale di S. Pietro de Roncone. Nel 1555 i PP. Olivetani vi trasferirono anche il titolo della Parrocchia rurale di S. Silvestro di Poggio Fantolino, come dice l’epigrafe dipinta sopra l’altare maggiore.

            Via Castello

   Si sale verso la parte più alta del paese. All’angolo destro l’edicola consunta della «Madonna del Soccorso»: dipinta sul muro nel sec. XVIII. A destra l’imponente massa architettonica del Palazzo Petrocchini ha duplice facciata ed ornati di vario stile dal quattrocento in poi, e rivelano diversi interventi. La facciata più alta presenta un portale rinascimentale e tre ordini di finestre sovraesposte, distribuite su tre piani. Nell’altra si scorgono residui di archetti pensili e porzioni di archi con decorazioni in cotto, raffiguranti serpentine con uva e pampini.

   Più oltre, sul lato sinistro, si incontra il portale datato del «Monte Frumentario» con la scritta datata 1511: “Onore e gloria a Dio soltanto. e storicamente può essere annoverato tra quelli più antichi. Furono istituiti da una Confraternita, come ammasso di cereali, soprattutto di grano, per permettere ai contadini poveri di prelevare dal Monte la quantità di grano a loro necessaria per la semina, o per il sostentamento della famiglia nel periodo della congiuntura stagionale, col patto scritto di restituzione al tempo della raccolta con una modica percentuale di aumento.

   Una casa del sec. XV  ha l’ingresso con sovrapporta a lunetta gotica, ornata con decorazione di serpentina con pampini e grappoli d’uva, simili a quelli visti nel Palazzo Petrocchini

                                        La chiesa di Sant’Angelo

   In vetta alla contrada Castello, sull’antica piazza del Comune, la chiesa di Sant’Angelo ha il portale con due tipi di colonnine tortili, separate da una coppia di semipilastrini, con basi, capitelli ed arco a pieno centro, disposti a strombo. Sopra l’architrave è ricavata la lunetta. Sul fronte corre una fascia di pietra arenaria con decorazione fogliare e floreale. In alto, conclude una cuspide con nicchia trilobata. È opera di notevole interesse artistico, riferibile agli inizi del sec. XV.

   La coppia di portali laterali, ad arco ribassato, fa riferimento ad arte del Cinquecento. All’interno, nel lato sinistro il Fonte Battesimale, costruito in legno dorato e marmorizzato, riferibile ad arte del sec. XVII. Nella calotta della nicchia restano frammenti di affreschi con le figure votive di S. Sebastiano e S. Giacomo apostolo, santi invocati in occasioni di pestilenze.

Nel primo altare a sinistra, dedicato al Mistero dell’umana salvezza, si distinguono quattro dipinti affreschi: – Il Crocifisso con S. Girolamo, S. Antonio di Padova e committente, nella parete concava; – L’Arcangelo Gabriele e l’Annunziata, nei pennacchi; – La Pietà, o Compianto al Cristo Morto, nella lunetta; – Il Cristo risorto, nella cuspide. L’iscrizione dà i nomi: Giovanni Caterini Carelli nell’anno 1527 e Marino de Pezzi in  due righe di segnatura mutila e lacunosa. Lo stesso pittore nello stesso periodo ha affrescato le figure votive di S. Giacomo e S. Sebastiano, come rivelano le tonalità cromatiche e la linea del disegno. Questi dipinti potrebbero assegnarsi al Maestro Giacomo Bonfini da Patrignone, pittore noto dal 1470 al 1535.

   Segue l’altare della Madonna del SS.mo Rosario con propria cappella. il dipinto, pala d’altare è riferibile alla fine del sec. XVI, raffigura: La Madonna del Rosario col Figlio in braccio, tra S. Domenico e S. Caterina da Siena, in primo piano, il papa S. Pio V, che attribuì alla Madonna del Rosario la vittoria delle armate cristiane nella battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1570; per cui la Madonna del Rosario fu detta anche «Madonna della Vittoria».

   Gli affreschi che sono sul lato sinistro del presbiterio, frammento di una Crocifissione, la B. Vergine Maria, S. Sebastiano e S. Rocco, sono dipinti votivi del 1497, espressi nei canoni della pittura popolare umbro-marchigiana.

  Al centro dell’abside è raffigura l’Immacolata, coronata da 12 stelle, la luna sotto i piedi, col Figlio in braccio che trafigge il biblico serpente; tutt’intorno gruppi di angeli di diversa grandezza; in basso, una scritta latina riferisce che il dipinto fu fatto eseguire per voto riconoscente da P.S.P.A. probabilmente, vuol ricordare il Pucci Sac. Pietro Antonio, priore che resse la chiesa di S. Angelo dal 1776 al 1806.

   Sul lato destro del presbiterio pende un affresco distaccato che raffigurata la Madonna in trono col Figlio in braccio tra due angeli. Rassomiglia quell’altro che è nella cripta, datato 1412.  Segue la lapide funebre del canonico recanatese, Mons. Anastasio Adriani, oriundo di Montelparo, morto nel 1857.

   Sotto il presbiterio c’è una cripta n cui sul muro della parete orientale meritano molta attenzione gli affreschi quattrocenteschi di S. Caterina d’Alessandria e della Madonna del latte, nonché la segnatura in caratteri gotici che, integrata, suona così:” Nel nome del Signore. Amen. Il 23 maggio 1412, indizione quinta, la tribuna (parte del presbiterio) e l’altare furono consacrati con il titolo della vergine santa Caterina e presso questi si lucravano le indulgenze e la remissione delle pene nelle festività della Pentecoste , di S. Maria assunta in cielo e di san Michele.

   Frammenti di affreschi, eseguiti dallo stesso pittore, affiorano anche lungo la parete settentrionale; evidente la presenza di una Madonna con Bambino in braccio. Nella parete occidentale, nel secolo XVIII, fu innalzato un altare e sulla retrostante parete fu fatta dipingere la Madonna della Misericordia tra S. Emidio e S. Lucia, S. Biagio e S. Caterina.

La tradizione locale riferisce che la frana del secolo XVII ed il terremoto del 1703 fecero crollare due Oratori, dedicati, uno alla Madonna della Misericordia e l’altro a S. Maria Laude; di essi si parla anche negli antichi Statuti Comunali di Montelparo. Per conservarne il culto in onore a S. Maria de Laude, nella cripta traslocarono con tutto il muro il frammento di affresco che aveva conservato intatto il busto della Vergine col Figlio in braccio, ordinando al pittore di completare l’immagine della Madonna nella raffigurazione tradizionale della Madonna della Misericordia che accoglie devoti sotto il suo manto, con raggiunta dei santi ausiliatori contro il terremoto, la pestilenza e le malattie degli occhi e della gola.

   Nell’oratorio della Confraternita del SS.mo Sacramento si conserva un affresco cinquecentesco raffigurante il Crocifisso, deturpato nel volto, tra l’Addolorata e S. Francesco d’Assisi. Gli altari laterali della parete destra della chiesa sono dedicati rispettivamente al «Transito di S. Giuseppe», e alla «Madonna del Carmine», con pala e cappella in muratura. La tela della morte di S. Giuseppe, assistito dalla Madonna e dal Figlio, Gesù è riferibile al sec. XVII. Quella della Madonna del Carmine con S. Giovanni Battista e Santo Martire, è riferibile ad arte della fine del sec. XVI.

                                                       Parchi e panorami

  Sulla Piazza del Castello il turista o il visitatore gode di un ampio e spettacolare scorcio panoramico verso il mare Adriatico, con colline variopinte per culture diversificate nei campi, paesi con torri svettanti e casolari sparsi. E’ caratteristica la visuale dell’antico Monte Nero, o Monte dell’Ascensione, dei monti della Laga, tra Marche e Abruzzo.

   Sul lato settentrionale, il «Parco E. Marziali», dotato di impianti per partite a tennis e gare di bocce, fiancheggiato dal «Viale E. Marziali» dove si scende verso la sottostante contrada di Gajanello, per tendere lo sguardo lungo le valli dell’Ete Vivo e del Tenna, e per ammirare i paesi arroccati sulle prime alture preappenniniche: S. Vittoria, Montefalcone, Smerillo, Penna San Giovanni, e per godere altresì dell’immenso scenario offerto dalle frastagliate cime dei monti Sibillini: del Vettore (m. 2474), la Sibilla (m. 2175), la Priora (m. 2232), Pizzo tre Vescovi (m. 2092), Sassotetto, e altre alture; le quali, d’inverno ed in primavera, essendo innevate, in un sereno mattino sono scintillanti ai riflessi del sole, e, d’estate, quando il sole accentua le diverse colorazioni dei boschi, dei prati e delle rocce dolomitiche, tra luci ed ombre le profonde gole ove hanno origine il Tenna, l’Ambro, il Tennacola, l’Aso.

  La «Piscina Comunale» coperta (m. 25 x 12, 5 x 1, 2-2,8), funziona nel periodo estivo. Procedendo si nota il monumenti ai caduti montelparesi delle ultime guerre mondiali e lungo la parete di sostegno del terrapieno, sono state fissate due lapidi con i nomi.

   La chiesa di S. Antonio di Padova è una costruzione del sec. XV con campanile a vela sul lato destro della facciata. Dall’anno 1753 sull’altare maggiore fu incastonato un pezzo di muro con la prodigiosa immagine cinquecentesca di Maria Santissima, detta Polisiana, che proveniva da una chiesina diroccata, sita nella contrada della Cocciarella, che era possesso del Monastero di S. Angelo Magno di Ascoli, come si rileva dal Privilegio di Innocenzo III, del 1199 :«et campum Polisianum». L’affresco cinquecentesco raffigura «La Madonna col Figlio in trono», avente sulla mano destra una rosa, manto azzurro e veste color rosa. Un po’ più in alto resta un frammento di affresco della metà del sec. XV che ci presenta il volto espressivo del «Cristo sofferente», riferibile all’arte del monaco-pittore Fra Marino Angeli da S. Vittoria.

                                      S. Maria Novella – contrada Catigliano

La chiesa di S. Maria Novella, costruita nella seconda metà del sec. XIII; fu rimodernata nei secoli successivi. Fu sede parrocchiale fino all’anno 1960, quando fu aggregata all’unica parrocchia di S. Angelo. Agli spigoli del muro di facciata sono murati due mattoni con segnatura storica: (traduzione dal latino) “Nel 1790 il 20 settembre fu messa la prima pietra con inaugurazione”. Il portale in cotto spicca sulla facciata originaria in pietra. L’interno è un monolocale a tre campate, in stile neoclassico, coperto a volta; vi erano disposti tre altari: il maggiore e due laterali. Ornamento del nuovo altare maggiore è il dipinto ad olio su tavola (196 x 145) raffi: Madonna col Figlio in trono tra S. Giovanni Battista e S. Maria Maddalena con committente inginocchiato, opera attribuita dalla critica più recente al pittore Vincenzo Pagani di Monterubbiano (1480-1568), da datare nel secondo decennio del Cinquecento. La santa con ampolla raffigura S. Maria Maddalena compatrona del paese per cui nella sua ricorrenza il 22 luglio era considerato giorno festivo a tutti gli effetti. Il mantello nero e la chierica indicano che il committente fu un sacerdote.

   Nella cappella di sinistra, entrando, il dipinto raffigura: S. Benedetto da Norcia in gloria ed il martirio di S. Lucia, vergine siracusana. Un frammento di affresco affiora nella parete destra del presbiterio: vi è raffigurato il volto della Madonna. La tela della cappella di destra rappresenta «Il pianto di S. Pietro», dopo il canto del gallo, confortato da Giovanni Marco, l’evangelista che fu suo segretario. E un dipinto fortemente espressivo, riferibile al sec. XVII. In altra tela è dipinto S. Michele Arcangelo.

   Proseguendo la via in discesa, si arriva in Piazza Cavour; nel medioevo era detta «Piazza del Mercato». Per concessione papale vi si tenevano mercati settimanali ogni venerdì, oltre le rinomate fiere nelle ricorrenze di S. Gregorio, S. Giuseppe, S. Maria, S. Croce e S. Michele. Le abitazioni hanno alcune strutture con fregi in cotto, riferibili al sec. XV; in una casa, l’ultima a destra, è murata una pietra tombale con lo stemma della nobile famiglia Pellei, che nel Cinquecento e Seicento diede lustro a Montelparo, con valenti personaggi, ecclesiastici e forensi.

   Indi si discende verso la contrada Catigliano. Qui furono accolte le famiglie del castello de Catelliano, sito in cima all’attuale Monte Tondo; saccheggiato ed incendiato verso la metà del sec. XIII. Una parte di questa contrada fu assegnata ad alcune famiglie di giudei. La loro presenza è documentata in diverse pergamene di Montelparo del sec. XIV per prestiti fatti al Comune.

   Tra le altre realtà, sparse nel territorio, il Santuario di

                                                                                 Santa Maria in Camurano

   Nel territorio di Montelparo, fin dall’alto medioevo, c’era una contrada dedicata a S. Maria si trova la chiesa di S. Maria in Camurano. I religiosi francescani che l’ebbero nella metà del Cinquecento, diedero alla chiesa la forma attuale e costruirono il piccolo convento dei Frati Minori del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco, collegato con la chiesa dalla parte dell’abside. La primitiva cappella, o tempietto stradale in prossimità di un trivio, fu isolato a mo’ di Santuario e protetto da un rivestimento in pietra arenaria, squadrata e levigata, ad imitazione della chiesina della Porziuncola in S. Maria degli Angeli di Assisi.

   La chiesa di S. Maria in Camurano si presenta ampia e lunga m. 27, larga m. 12, in alta m. 15, coperta con capriate di legno a vista. La tribuna e l’abside sono a volta reale. La sua costruzione si fa risalire intorno all’anno 1549, quando il primitivo tempietto fu isolato dentro l’edificio maggiore. Sul tettino, lungo la fascia incorniciata, corre l’iscrizione: (traduzione) “AVE MARIA PIENA DI GRAZIA. Anno del Signore 1549”.

   La Cappella situata al centro della chiesa, ha base rettangolare; e volta a botte con decorazioni risalenti al sec. XVI; vi si entra attraverso ingressi laterali, con cancelli in ferro battuto; riceve luce da un’ampia finestra con grata aperta sulla parete orientale, comunicante con il corpo della chiesa. ll suo altare si estende per quasi tutta la lunghezza della cappella. Nella parete occidentale è interessante l’affresco raffigurante «S. Maria Maddalena», compatrona della Comunità di Montelparo: figura giovanile, aureolata, dalla lunga e fluente chioma che scende dalle spalle, nell’atto di sorreggere con ambedue le mani il vasetto degli aromi; a destra, la devota immagine della «Vergine con il Figlio», seduta nella cavità di un nicchio ornato di conchiglia, aureolata e coperta parzialmente da un velo color rosa, che la Madre solleva con la mano sinistra con gesto delicato e pudico.

   Lungo la parete di destra si nota l’immagine votiva di S. Antonio abate, e a fianco c’è affrescata l’«Annunciazione». Una colonnina, sulla quale posano due archi ribassati, separa i due personaggi. Su un drappo rosso, nello sfondo, risaltano le figure aureolate della Vergine Maria e dell’Arcangelo Gabriele. Dolci le espressioni dei due volti, eloquenti gli atteggiamenti delle mani incrociate, caratteristico il leggio con l’ondulato drappo di lino. Lo stile degli affreschi è riferibile alla seconda metà del sec. XV, opera di ignoto. Per quanto riguarda un’individuazione del suo autore, si fa riferimento alla scuola di pittura dei monaci farfensi con Fra Marino Angeli a Santa Vittoria in Matenano

   Sul piano del presbiterio sono stati eretti due altari circa l’anno 1567: uno dedicato a S. Antonio abate e l’altro all’Immacolata. Nel primo altare è raffigurato S. Antonio abate, seduto in trono su fondo azzurro, con baculo sulla sinistra e destra benedicente, dentro la finzione prospettica di una grande nicchia, nei pilastri della quale sono disegnate candelabre, mentre all’interno dell’arco si sviluppa una serie di grottesche simmetriche. È firmato dal pittore patrignonese, Giacomo Agnelli.

   Il pittore anonimo del secondo altare ha voluto dipingere un altare a forma di Cappella in stile rinascimentale. Due colonne, ai lati, sorreggono la trabeazione ed il timpano; dentro questo ha dipinto l’Eterno Padre Reggitore del mondo, in un alone di luce, circondato da nubi. Nei pennacchi ha ritratto il mistero della Annunciazione. Al centro, nella cavità di un nicchio domina la figura dell’Immacolata, disegnata eretta, in veste rossa e manto verde, a mani giunte, con la luna sotto i piedi; corona regale sul capo, un alone giallo ocra la circonda dal capo ai piedi; nei bianchi cartigli è riprodotto il testo dell’apparizione descritta nell’Apocalisse (12,1): “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle”

   Nella parte alta, fanno da contorno cinque medaglioni ove sono raffigurati: al centro, lo Spirito Santo in forma di colomba; ai lati, i Quattro Dottori della Chiesa Occidentale, in vesti pontificali. Si notano i vistosi cartigli con scritti alcuni testi celebranti le glorie di Maria, tratti dalle loro opere.

Questa rappresentazione figurativa del Dogma dell’Immacolata Concezione di Maria acquista notevole rilevanza se si considera che segue di poco le sessioni del Concilio di Trento su quel tema, e quanta incidenza abbiano avuto i committenti, i Padri Francescani, nel suggerire testi ed immagini di loro antico culto. Il canonico santavittoriese don Pennesi visitò questa chiesa nel secolo XIX, trascrisse l’epigrafe, ora molto lacunosa per caduta del colore: (traduzione) “Il 22 gennaio 1567 la Signora Fabia, moglie del fu Antonio Ercolani da Montelparo, sindaco di questa chiesa, fece erigere quest’altare”. La seconda metà del Cinquecento per questa chiesa fu il periodo di maggiore splendore. Fu officiata dalla famiglia Francescana del Terz’Ordine fino al 1638, cioè fino alla soppressione del convento, per disposizione del papa situata al centro della chiesa, Urbano VIII, probabilmente perché era insufficiente il numero dei religiosi che il papa riteneva necessario per la formazione di una comunità che ordinariamente ne doveva avere almeno sei.

   Ogni anno, il 1° agosto di ogni anno, vi si solennizzava l’acquisto delle indulgenze della Porziuncola, essendo chiesa gestita da Francescani. Grande era il concorso della popolazione. Per norma statutaria, vi si recava processionalmente anche il Magistrato per l’offerta del cero, partecipando alla Messa cantata. Ancor oggi vivo è il pellegrinaggio popolare durante la pratica del «mese di maggio» in onore della Madonna, come pure nel giorno della festa, trasferita all’8 settembre.

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MONTELPARO (FM) negli studi di Giuseppe Crocetti su illustri personalità e opere

PERSONALITA’ E OPERE AMMIRATE MONTELPARESI

                                    Il polittico di Montelparo

Nella sala VI della Pinacoteca Vaticana è esposto il grande polittico di Niccolò Liberatore, detto l’Alunno, che dal quadro centrale prende il nome di «Incoronazione della Vergine». La didascalia ne indica la provenienza: «detto il Polittico di Montelparo». La Guida della Pinacoteca Vaticana del 1933 precisa che proviene dalla chiesa di S. Angelo di Montelparo e fu acquistato dal papa Gregorio XVI, nel 1844. Tra i polittici dell’Alunno, sebbene non sia il più grande, appare come il più complesso ed anche il meglio conservato per il cromatismo vivace che ancora ci offre la primitiva bellezza e per la cornice che ancora espone tutti i suoi elementi originali di intelaiatura, ornato e doratura. Messo a confronto con il Polittico di Gualdo Tadino, storicamente documentato come frutto di collaborazione tra il pittore ed il Mastro Giovanni di Stefano da Montelparo intagliatore, ci colpiscono più le somiglianze che le differenze: il disegno dei registri centrali si svolge nelle medesime linee architettoniche fondamentali; nella parte superiore, invece, si notano maggiore inventiva e finezza di disegno che danno a tutta l’opera uno spiccato senso di agilità nelle guglie svettanti e nelle cimase proporzionalmente più piccole, sia nel primo che nel secondo ordine. Fu maggiore l’impegno che l’intagliatore ha messo nell’opera destinata all’ammirazione e al giudizio dei compaesani.

   Nonostante il silenzio dei documenti, la cornice di questo polittico è da assegnare al predetto M° Giovanni di Stefano. Manca anche ogni documento per la presenza dell’Alunno in Montelparo per l’esecuzione dei dipinti nelle 72 nicchie, preparate dal falegname montelparese. Ogni nicchia poteva essere opportunamente smontata per l’eventuale trasporto, e facilmente ricomposta, dorata, a lavorazione ultimata dei corrispondenti pannelli dipinti. Il polittico è datato e firmato (in latino) dal pittore: «NICOLA DA FOLIGNO 1572». Lo stile della cornice si adegua al gusto del gotico fiorito, che appare aggiornato un po’ con alcuni elementi rinascimentali che danno risalto alle tavole centrali dell’Incoronazione della Vergine e della Pietà. Nel complesso alto cm 280, e largo 266 sono state ritratte ben 77 figure di Angeli e Santi, così distribuite: 27 nella predella, 18 nelle paraste laterali, 11 nel registro centrale, 21 nel registro superiore, comprendendovi anche le cimase.

La predella, o supporto sporgente basilare, ha sul fronte una doppia serie di piccole nicchie gotiche con archetti trilobati, separati da colonnine tortili. Dentro le nicchie della serie inferiore (12,6 x 10) sono raffigurate le immagini di 15 Sante con la segnatura del nome di ciascuna: S. Margherita da Cortona con il cane, S. Monica, S. Chiara d’Assisi, S. Chiara da Montefalco, S. Orsolina con bandiera e navicella carica di vergini, S. Agata; seguono tre nicchie più distanziate e più larghe (12,6 x 15) con le immagini di S. Nestasìa, S. Aluminata e S. Elisabetta collocate nella zona centrale poiché ebbero il privilegio di assistere al parto della Madonna, stando al racconto dei vangeli apocrifi; indi riprende la serie con le figure di S. Agnese, S. Susanna, S. Apollonia, S. Maria Jacopa, S. Nestasia, S. Felicita.

   Le nicchie della fila superiore sono 13 in tutto: tre centrali (17,1 x 21,5) e dieci laterali (17,1 x 17,1). Ogni nicchia contorna la figura di un apostolo, il cui nome è indicato dalla segnatura; ciascun apostolo proclama un articolo del «Credo», o «Simbolo apostolico Niceno-costantinopolitano», trascritto in cartigli svolazzanti. S. Pietro con le chiavi, Sant’Andrea, S. Giacomo maggiore col vessillo, S. Tommaso, S. Giovanni Evangelista, S. Filippo con gli occhiali; nicchia vuota riservata alla porticina del tabernacolo; S. Giacomo minore, S. Bartolomeo col coltello, S. Matteo, S. Simone, S. Taddeo, S. Mattia.

   Le paraste laterali, simili a pilastri, si innalzano alle estremità del polittico con effetto di linea architettonica fondamentale ed insieme ornamentale. La base, proporzionatamente più grande, sporge in avanti delimitando la predella, e forma due mensole idonee a sorreggere piccoli vasi da fiori, piccoli candelieri. Sul fronte del plinto si sovrappongono due nicchie con ornato gotico: in quelle di sinistra sono raffigurati: S. Lorenzo, diacono, ed il vescovo S. Emidio, benedicente; in quelle di destra il diacono S. Stefano e S. Petronilla, orante. Lungo lo sviluppo superiore fanno da ornamento sette piccole nicchie per parte, ove sono raffigurati 14 Santi appartenenti a diversi ordini religiosi. A sinistra, dal basso verso l’alto: S. Francesco d’Assisi, S. Antonio abate, S. Amico col cane, S. Leonardo col ceppo dei prigionieri, S. Benedetto che scrive la Regola, S. Romualdo abate, S. Antonio di Padova; a destra, dal basso verso l’alto: S. Domenico, un Santo Evangelista, Santo Francescano, S. Vincenzo Ferrer, S. Pietro martire. Le paraste terminano con due guglie piramidali.

   Il registro centrale presenta sette scomparti, aventi, come separatori, complicati raggruppamenti di colonnine tortili con base e capitelli mistilinei. Gli archi terminali sono ogivali: la doppia cornice di archetti ornamentali dà ad essi un vago senso di prospettiva, maggiormente avvertito nello scomparto centrale. Sopra gli archi corre una cornice orizzontale, rialzata nella parte mediana; delimita ih registro centrale da quello superiore. La cornice mistilinea è formata dall’allineamento di piccole foglie di acanto accartocciate; insieme alla accennata ricerca di prospettiva costituisce un evidente inserimento di motivi rinascimentali in una cornice gotica. L’arte dell’intagliatore montelparese si evidenzia, quasi fosse una firma, nelle foglie che ornano i pennacchi tra l’esterno degli archi e la cornice orizzontale, simili a margherite irregolari, aventi al centro un bottoncino.

Le figure del registro centrale sono rappresentate in piedi, in proporzione dimezzata della grandezza naturale. Nello scomparto mediano è dipinta l’incoronazione della Vergine (120 x 55); in quelli laterali (100 x 25) sono rappresentati: S. Severino, compatrono di Montelparo, S. Nicola di Bari, S. Agostino, a sinistra; S. Giovanni Battista, S. Paolo Apostolo, S. Sebastiano con arco e frecce, a destra.

   Il registro superiore mantiene la ripartizione in sette scomparti. La cornice gotico-rinascimentale contorna la figura penetrante della Pietà, che domina per proporzioni anatomiche e rifulge dalla sua centralità su tutte le figure del polittico. Le figure del registro superiore sono disegnate a tre quarti. L’architettura dell’ancona si arricchisce di un nuovo elemento che è linea ed ornamento: tra una nicchia e l’altra nascono paraste mediane che, in proporzioni minori, svettano verso l’alto in forma di guglie, al pari di quelle laterali. Lo scomparto della Pietà misura (72 x 44), quelli laterali (48 x 21) ciascuno. In questi sono raffigurati: S. Monica, madre di S. Agostino, S. Caterina d’Alessandria, l’Addolorata, rivolta verso il Figlio, a sinistra; S. Giovanni Apostolo, rivolto verso il Cristo, S. Maria Maddalena, S. Anatolia(?), S. Vittoria con corona e bandiera, a destra.

   Le cimase si elevano slanciate e capricciose al di sopra dei sei scomparti laterali. Una cornice mistilinea si snoda in curve e controcurve dalle basi delle guglie terminali delle paraste minori, poi si incrociano, formano un fiore a calice, indi riprendono il movimento lineare per tracciare il contorno di una nicchia gotica, si riuniscono per far sbocciare il fiore a forma di croce. All’esterno della cornice, in scansione ascensionale, si muove il fogliame vario in capricciose evoluzioni di accartocciamento. In ogni scomparto si sovrappongono due targhe, o specchi di superfice liscia, ove il pittore si è sbizzarrito nel creare due serie di composizioni pittoriche: nella prima ha raffigurato Cherubini e Serafini contemplanti ed oranti; nella seconda ha dipinto altri Santi che nella Chiesa hanno avuto la missione di scrivere ed insegnare: S. Luca Evangelista, con il bue imbolico, S. Agostino con libro, S. Gregorio Magno con la tiara papale, S. Girolamo col cappello cardinalizio, S. Ambrogio con libro, S. Marco Evangelista, che soffia sulla penna.

  È alquanto sconcertante che le figure di S. Agostino e S. Monica sono state ripetute due volte ciascuna. Forse originariamente questo polittico è stato eseguito per essere collocato nella antica chiesa conventuale di S. Agostino che finì diruta per frane e terremoti. La nuova chiesa fu costruita nel 1730 in luogo stabile con arte neo-classica. Il polittico acquistato dal papa proveniva dalla più antica chiesa montelparese di sant’Angelo, che era detta in Castello, nell’alta piazza dell’antico municipio. Tra i Santi delle figure in piedi figura S. Severino compatrono di Montelparo.

       Mastro Giovanni di Stefano da Montelparo intagliatore

              di cori e polittici del sec. XV

   Nel secolo XV l’arte dell’intaglio fu molto fiorente nelle Marche dove si ammirano i loro capolavori, ame anche nell’Umbria. Tra i maestri d’arte sono da ricordare: Giovanni di Matteo da Maltignano; Francesco e Paolino da Ascoli e suoi figli, Apollonio da Ripatransone, Giovanni di Stefano da Montelparo, ed i fratelli Domenico e Nicola Indivini da Sanseverino.

   Mastro Giovanni di Stefano, probabilmente, apprese l’arte dell’intaglio nella bottega ascolana del M° Giovanni di Matteo da Maltignano. La sua prima opera risale al 1448. Il P. Giambattista Porti, domenicano, gli commissionò il Coro per la chiesa di S. Domenico di Fermo, per la spesa di 290 ducati; la doveva armonizzare con l’altare maggiore, costruito in stile gotico internazionale.

   Questo Coro è stato più volte rimaneggiato, con eliminazione dell’architettura gotica, ora si presenta ristrutturato nelle linee essenziali dello stile neo-classico, con i suoi 24 stalli, compreso quello presidenziale, i quali conservano, quali perle incastonate, alcuni pannelli intagliati a giorno, altri con decorazioni a sbalzo, raffiguranti fogliame vario con pigne e reti a losanghe: una ricca esposizione di quadretti uguali e simmetrici nelle misure, ma vari nel disegno, lodevoli capolavori di intaglio su legno.

   Nel 1456 mastro Giovanni di Stefano collaborò con Paolino da Ascoli nella costruzione del Coro gotico per la chiesa di S. Maria dei Servi di Colle Landone in Perugia, definito dai contemporanei “bellissimo” (pulcherrimus). Circa l’anno 1542, detto Coro fu trasferito nella chiesa di S. Maria Nuova; nell’adattamento al nuovo diverso ambiente fu eliminato il coronamento di pinnacoli e cuspidi con rosoni intagliati a giorno; il numero dei seggi fu ridotto a 27. Nel postergale del seggio priorale è raffigurato il bellissimo grifone, simbolo della città di Perugia. Nel primo stallo dell’ala destra, resta una iscrizione in latino (tradotta): Paolino da Ascoli fece questa opera insieme con il suo socio Giovanni da ‘Montelbero’. Ogni stallo è composto da una parte disadorna (sedile e stipiti sottostanti); e da una tarsia, <che> apparentemente uguale (con la riproduzione di un vaso di fiori) ricopre il primo specchio di fondo. I partitori superiori sono lavorati a tutto tondo. Il tettino aggettante è ornato con placche intagliate. Il tutto fa da contorno al pannello centrale di ogni stallo, capolavoro di finissimo intaglio, sempre vario ed ottimamente conservato.

   E cosa molto problematica voler selezionare l’intervento specifico per ciascuno dei due maestri. Sembrerebbe consono assegnare al M° Paolino la concezione generale dell’opera, la lavorazione delle tarsie e dei pannelli centrali. Lo stile del M° Giovanni di Stefano si rifletterebbe meglio nelle strutture portanti, partitori e tettini.

   Il M° Giovanni di Stefano da Montelparo è da considerarsi anche un fantasioso costruttore di cornici per polittici, dipinti da affermati pittori della seconda metà del secolo XV. Alcuni noti documenti del tempo riferiscono intorno alla collaborazione del maestro di intaglio con il pittore folignate, Niccolò Liberatore, detto l’Alunno, per la costruzione di un’ancona per il polittico di Gualdo Tadino (PG). Il contratto fu stipulato a Foligno il 13 settembre 1470. Altro contratto stipulato a Fermo il 18 giugno 1481, con il pittore veneto, Vittore Crivelli, residente a Fermo, è avvenuto per la cornice destinata al polittico disperso di Loro Piceno (MC), come figura nel contratto.

   Dall’esame delle opere certe di Mastro Giovanni di Stefano, rilevandone lo stile del disegno e la tecnica della lavorazione, gli studiosi hanno segnalato le loro proposte per dare convincenti attribuzioni anche per alcune cornici di altri polittici che erano dipinti dai suddetti e da altri pittori del tempo, tra cui l’Alunno, Fra’ Marino Angeli, Girolamo di Giovanni da Camerino; Pietro Alemanno, Vittore e Carlo Crivelli. Si fanno attribuzioni.

   Per l’Alunno mastro Giovanni intagliò anche la cornice del polittico di Montelparo del 1466, ora nella Pinacoteca Vaticana, ricco di 72 nicchie tra piccole e grandi; inoltre la cornice del polittico di Sarnano (1467 c.), di cui si conservano due significativi scomparti del registro centrale nella Collegiata di S. Maria di Piazza. Parimenti l’elaborazione per il pentittico di Sanseverino (1468), discretamente conservato nella Pinacoteca Comunale; e la cornice del polittico di Nocera Umbra (1483), quasi gemella a quella gualdese, ottimamente conservata.

   Tra gli altri pittori che sembrano aver usufruito dell’opera dell’intagliatore montelparese, Fra’ Martino Angeli da Santa Vittoria cornice per il polittico di Monte Vidon Combatte (1458 c.), di cui si conserva un significativo frammento presso l’Arcivescovado di Fermo.

   M° Girolamo di Giovanni da Camerino ebbe cornice per il piccolo polittico di Monte S. Martino (MC), datato 1473, ora sistemato nella Pieve di S. Martino; altra servì per la cuspide di un polittico dipinto per la chiesa di S. Agostino dello stesso luogo, raffigurante il Calvario (1465 c.), ed ora esposto nella Galleria Nazionale delle Marche in Urbino. La cornice per tutta la parte superiore del polittico esposto nella sala XXIII della Pinacoteca di Brera a Milano, suo capolavoro.

     Pietro Alemanno, attivo nelle Marche nella seconda metà del sec. XV, ebbe cornice per il polittico di Montefalcone Appennino, chiesa di S. Francesco, presso il cimitero, databile intorno al 1475.

   Vittore Crivelli, pittore veneto residente a Fermo, ebbe cornici per il disperso polittico di Loro Piceno, per il polittico di Monte San Martino, Pieve di S. Martino, dipinto insieme al fratello Carlo intorno al 1481, ben conservato nelle strutture originali della sua cornice; anche per il registro centrale del trittico di Monteprandone, scomposto e disperso dopo il 1939; e per il polittico di Monte Sampietrangeli, chiesa di S. Francesco, iniziato a dipingere dal pittore veneto nel 1501, e completato dal pittore fanese, Giuliano Presutti, nel 1506.

   Dalla complessa varietà delle cornici, esaminate ed attribuite, scaturisce il convincimento che il nostro M° Giovanni di Stefano fu un artigiano molto stimato ed apprezzato dai suoi contemporanei, sia per la costruzione e decorazione di Cori lignei, sia per l’intaglio di ricche cornici per polittici d’ogni specie e grandezza, e fu ricercato da committenti vicini e lontani, da sindaci amministratori di enti pubblici, nonché famosi pittori umbri, marchigiani e veneti.

           Bartolomeo da Montelparo orafo incisore del sec. XVI

   A Monteleone di Fermo, il pregevole Reliquiario della santa Croce, è opera firmata da Bartolomeo da Montelparo. Si conserva con molta cura presso la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, dentro dignitosa custodia, ed è usanza esporlo nelle feste della S. Croce del 3 maggio e del 14 settembre. Serve per le processioni nella festa di S. Marco (25 aprile Litanie Maggiori) e nel triduo delle Rogazioni (Litanie Minori) che precedeva la solennità dell’Ascensione.

     Questa croce-reliquiario a doppio uso, può catalogarsi come «croce astile» per guidare le processioni, e come «croce stazionale», quando, mediante apposito supporto ligneo, viene esposta sull’altare in occasione di particolari riti liturgici. È opera lavorata in lamina d’argento, sbalzata e dorata; misura 45 x 31cm; datata all’anno 1524 e con firma di Bartolomeo da Montelparo.

   Nel «recto», alle estremità dei bracci, sono raffigurati in altorilievo i busti dell’Eterno Padre, dell’Addolorata e di S. Giovanni Evangelista; nel braccio inferiore, un tempo, c’era un Angelo, mentre ora vi si trova adattata una teca in metallo con ornato interno in filigrana. Nella teca inserita all’incrocio dei bracci è racchiusa la reliquia insigne della Santa Croce: lo indica la segnatura che gira attorno (in latino, tradotta): «Dal legno della Croce». Al centro, la figura massiccia del Crocifisso, proclamato Salvatore dell’umanità dalla riproduzione del monogramma di san Bernardino, ripetuto quattro volte dentro i rombi, disposti lungo i bracci e disegnato a niello: «J.H.S.» (= Jesus Hominum Salvator = Gesù Salvatore degli uomini). Durante le processioni, con il passo si ondulavano e risuonavano le quattro campanule pensili, recanti le epigrafi: AVE MARIA – PATER NOSTER – PETRI ET PAULI

   Nel tergo, in corrispondenza dei busti, sono fissate le teche con varie reliquie di Santi, indicati con opportune segnature (in latino, tradotte): Dei Beati S. Petro et S. Paulo \ – Beati Simone e Giuda Taddeo. All’incrocio dei bracci la figura a sbalzo di S. Maria Maddalena dai lunghi capelli. Lungo i bracci, dentro i rombi, si ammirano quattro pregevoli figurazioni a niello, rappresentanti: l’Eterno Dio Padre tra angeli; – l’Arcangelo Gabriele, – la Vergine Annunziata, – la Madonna adorante il Figlio. L’importanza storica e artistica di questo prezioso oggetto devozionale è data soprattutto dalle segnature disposte nella zona inferiore. Attorno al piedistallo è scritto (in latino, tradotto):

PER MEZZO DE SEGNO DELLA CROCE LIBERA NOI DAI NEMICI NOSTRI

Lungo l’asta, l’epigrafe nella parte estrema inferiore (in latino, tradotta): <anno> 1524 – Opera di Bartolomeo da Montelparo – Ad onore di Dio e della Concezione della Vergine – Croce costruita dalle elemosine fatte dalla Comunità di Monte Leone al tempo del signor Lorenzo Crucitti e dei sindaci (= amministratori della chiesa di S. Giovanni di Monteleone) Pierangelo di Matteo e ser Gerolamo di Pietro di Speranza.

   Attualmente esiste il cognome Crocetti (come l’autore di questa Guida di Montelparo) derivato dal patronimico Crucitti qui indicato. Nelle vicinanze è attuale il cognome Speranza. Con alta soddisfazione si apprezza l’artista montelparese, orefice incisore, Bartolomeo da Montelparo, che la tradizione locale dice essere un religioso dell’antico convento dei Padri Agostiniani di Montelparo.

                    Il Card. Gregorio Petrocchini, agostiniano

Lo scrittore agostiniano, P. Luigi Pastori, primo storico di Montelparo, ha scritto: «Fra gli uomini’ illustri di Montelparo meritatamente tiene il primo posto il Cardinale Fra’ Gregorio Petrocchini, agostiniano. Era nato a Montelparo il 12.2.1546 da onestissimi, ma non oscuri (=poveri) parenti. Seguì la vocazione religiosa, entrando nel convento di Sant’Antimo in Montelparo, ove fece il Noviziato e la Professione Solenne».

   Poi si recò in diversi Studi dell’Ordine Agostiniano per completare la sua formazione culturale e spirituale i suoi studi, fino a conseguire la Reggenza a Fermo e la Laurea Magistrale. Nel 1572-74 stette a Montelparo, donde partì per Macerata per insegnare Filosofia in quella rinomata Università e vi si trattenne per diversi anni, molto ammirato ed applaudito.

   Per volontà dei suoi superiori fu nominato Priore del Convento agostiniano di Salerno, allora capitale del Principato ulteriore del Regno di Napoli, ove era fiorente uno Studio dello stesso Ordine. Qui manifestò ancora le sue doti di sacra eloquenza dai pulpiti delle chiese e la sua profonda dottrina dalla cattedra: l’arcivescovo di Amalfi lo nominò suo Teologo.

   Nel 1583 tornò nel convento montelparese, donde fu eletto Ministro Provinciale della Marca nel 1585, nell’anno stesso in cui il Card. Felice Peretti (frate conventuale di Montalto) fu eletto pontefice e prese il nome di Sisto V. Alla scadenza biennale del predetto incarico, Sisto V lo nominò Ministro Generale dell’Ordine Agostiniano, con sede presso il Convento di S. Agostino in Roma. Volle rendersi conto della situazione e rinfrancare le comunità religiose, intraprendendo la visita delle Provincie Agostiniane in Italia e fuori d’Italia, in Francia, Spagna e Portogallo. Fondò nuovi conventi, riparò i disordini in diversi conventi, quietò odiosi disturbi, distribuendo premi e pene in tal giusta misura da meritare l’elogio esplicito di Filippo II, Re di Spagna, con foglio diretto al Papa.

   Scrive il Pastori che delle lettere « Sisto V fece sì gran pompa che quasi impaziente di attendere in Roma il ritorno del Ministro Generale degli Agostiniani, card. Petrocchini, inviò le lettere insieme al berretto cardinalizio in Firenze, ove egli si tratteneva, dirette al Granduca Ferdinando; e nel Palazzo dello stesso Granduca gli venne conferito il «berretto rosso» e furono pubblicamente letti gli encomi a sua gloria scritti dal Re di Spagna.

   Il 20.12.1589 il M° Fra Gregorio Petrocchini fu insignito della sacra porpora ed ascritto al Sacro Collegio, come Cardinale Prete dal titolo di S. Agostino. Fu stimato anche da tutti i sommi pontefici, successori di Sisto V. Prese parte a ben sei Conclavi. Paolo V, il 16 agosto 1611, lo promosse Cardinale Vescovo di Palestrina. Il 20 maggio 1612 accolse la morte, pieno di meriti e di esemplari virtù, all’età di 76 anni. Nel 1609 aveva fatto testamento in favore del nipote Giacomo Filippo, ed il giorno antecedente la sua morte vi aggiunse un codicillo. Assegnò 6.000 scudi per la costruzione in Montelparo della chiesa di S. Gregorio, che fu inaugurata nel 1615, ed altri 6.000 scudi per istituirvi una Collegiata di 8 sacerdoti, compreso l’Arciprete.

   Dimostrò così di amare il paese natio, «sua cara patria». Come Felice Peretti usava sottoscriversi «Cardinale Montalto», così il Petrocchini si firmò sempre «Cardinal Montelpare», dando lustro e notorietà all’umile Terra che ebbe la felice sorte di dargli i natali.

   Negli anni 1590-91 ci fu grande carestia nelle campagne del Fermano, e per questo il Comune di Montelparo si rivolse al suo Cardinale per sollecitare aiuti dalla Camera Apostolica. Il Card. Petrocchini inviò in quella circostanza un cospicuo contributo personale, accompagnandolo con le seguenti affettuose espressioni: «altro non posso dirvi se non che io vorrei trasformare in grano tutto quello che ho e me stesso, per consolarvi». Per tutte le sue opere, la sua memoria è tuttora viva nell’Ordine Agostiniano e fra la popolazione di Montelparo che nell’anno 1990 ha dato l’avvio a varie manifestazioni ed iniziative per celebrare il IV Centenario della sua nomina a Cardinale e lasciarne una memoria scritta negli atti dell’apposito convegno.

                Fra’ Fulgenzio Travalloni Ministro Generale O.E.S.A.

   Eusebio Travelloni nacque in Montelparo il 2.6.1616 da Andrea e da Giovanna Montani da Montegiorgio. A 25 anni vestì l’abito religioso dell’Ordine Agostiniano e fu accolto nel convento di Montegiorgio, ove intraprese il Corso di Noviziato e fece la solenne Professione Religiosa con il nome Fra’ Fulgenzio. Indi si perfezionò non solo negli studi secondo le costituzioni dell’Ordine, ottenendo la Laurea Magistrale, anche in una pietà solida unita a grande prudenza, per cui, godendo stima dei superiori, fu subito impegnato in delicati incarichi.

   Fu Visitatore Generale nei conventi dell’Ordine nella città di Napoli, cioè in quello di S. Agostino e quello di S. Giovanni a Carbonara, rinomato per l’ottima educazione impartita ai figli delle migliori famiglie napoletane. Negli anni 1660-64 fu Vicario Generale dell’Ordine; nel biennio 1665-66 fu Priore di S. Agostino in Roma e Vicario della Sacra Congregazione dei Vescovi e Religiosi. In seguito, per sfuggire ad ogni altro onore, con profondo senso di umiltà si ritirò nel convento di Montelparo, sua patria. Quivi condusse vita esemplare di semplice religioso.

   Nel 1671, essendo note le sue virtù e buone qualità come uomo di governo, fu eletto Ministro Provinciale dell’Ordine Agostiniano delle Marche; terminato il biennio, tornò alla vita umile nel convento montelparese. Nel 1776, dal Vescovo di Montalto fu nominato Esaminatore Sinodale.

Dopo pochi anni fu richiamato a Roma per ricoprire l’onorevole impiego di Procuratore Generale dell’Ordine. Quindi si recò nel Tirolo e nella Bavaria in qualità di Commissario e Visitatore Apostolico, a Parigi presso la corte di Luigi XV che lo onorò di profonda stima ed amicizia.

   Nel 1685 fu eletto Ministro Generale di tutto l’Ordine Agostiniano Eremitano; emanò diversi ordini per regolamentare la vita religiosa che sono restati famosi e tenuti in considerazione anche nei tempi che seguirono. Nel 1691, con dispensa del papa Alessandro VIII, fu confermato Generale per altri tre anni. Morì a Loreto, nell’Ospizio agostiniano di Monte Reale, nel 1693, all’età di 77 anni; e fu sepolto nella cappella del SS.mo Sacramento della Basilica Lauretana della Santa Casa.

                                 Il Dott. Giovenale Mancinelli

L’intitolazione dell’Istituto Medico-Psico-Pedagogico a «Giovenale Mancinelli» a Montelparo nel 1967 fu data in ricordo di questo Dott. G. Mancinelli, che agli inizi del 1900 fu medico condotto del paese e presidente della locale Congregazione di Carità. Una bella lapide all’ingresso dell’Istituto ricorda che il 22 novembre 1905 il Dott. Mancinelli, nell’eseguire un’operazione chirurgica, fu vittima di una infezione: «per salvare gli altri infettò se stesso».

    L’Istituto dipende dall’Opera Pia Ospedale di Montelparo, la quale nella prima metà dell’Ottocento fu amministrata dai PP. Agostiniani; dopo la loro soppressione, fu assegnata alla Congregazione di Carità; ora nella parte amministrativa dipende dal Comune. Nel corso dei secoli l’ente pubblico ha ricevuto in continuazione donazioni e dotazioni di capitali per svolgere e potenziare diverse attività assistenziali a favore dei più deboli: tra le quali sono da ricordare in modo particolare l’Ospedale e l’Asilo Infantile, funzionanti sino agli anni 1940-50.

 Dal 1960 è stata effettuata la ristrutturazione dei locali del vecchio Ospedale, adattandola ad una specie di scuola-convitto per accogliervi giovani adolescenti, assistiti dalle Amministrazioni Provinciali e dall’ENAOLI, bisognosi di assistenza economica, scolastica ed educativa. Questo tipo di assistenza fu costante fino al 1980, quando subì un cambio di indirizzo, rivolgendo la attenzione maggiore verso soggetti handicappati psico-fisici, assistiti dalle UU.SS.LL. della Regione Marche, ed anche di altre zone. Sono passati nell’Istituto moltelparese «G. Mancinelli» alcune centinaia di giovani; molti di loro hanno trovato inserimento ed occupazione nella società con lodevole successo.

                                      NEL MUNICIPIO E NELLE PARROCCHIE

SINDACI DEL COMUNE nel regno Savoia dal 1861 al 1945

1861  ADRIANO GAETANO

1862  MARINI ORAZIO

1867  ANGELOZZI NICOLA

1885  LOMBI VITO

1890  SIMONI GAETANO

1896  ANTOGNOZZI NICOLA

1900  VECCHIOLI LUIGI

1905  ANTOGNOZZI NICOLA

1915  VECCHIOLI LUIGI

1920  COTRINA ETTORE 

1924  VECCHIOLI FILIPPO

1931  LOMBI MICHELE               Commissario Prefettizio

1933  LOMBI MICHELE               Podestà

1934  DARA GIOVANNI              Commissario Prefettizio

1934  LOMBI GIUSEPPE              Commissario Prefettizio

1935  TEMPESTILLI GIULIO       Commissario Prefettizio

1938  LANDISIO GIOVANNI       Commissario Prefettizio

1938  TEMPESTILLI GIUSEPPE  Commissario Prefettizio

1939  TEMPESTILLI GIUSEPPE  Podestà

1943  NOVELLI ENRICO              Commissario Prefettizio

1944  ILLUMINATI GIULIO         Commissario Prefettizio

1944  ILLUMINATI GIULIO         Sindaco

                                         Sindaci nella Repubblica Italiana dal 1946

1946 LOMBI VITO

1950  LUPI GIULIO

1951  FANO ONOFRIO

1954  TIRABASSI FAUSTO

1956  LACCHE’ UBALDO

1960  MASSACCESI CESARINO

1965  MARZIALI ENZO

1966  FUNARI LUIGI

1970  PICCIOTTI OVIDIO

1980  QNTOLINI FRANCESCO

 1985  PICCIOTTI OVIDIO

1990  JOBBI GIBERTO

                                                   PARROCI

Parrocchia matrice di S. Michele Arcangelo

1586 D. QUINTILIO CIFFARELLI

 (Mancano registri nel periodo 1614-1735)

1736 D. PIETRO VARAMENTI

1743 D. GIUSEPPE PIERANTOZZI

1776 D. PIETRO ANTONIO PUCCI

1806 D. GERVASIO TROJANI

1851 D. PIETRO MARIA TROJANI

1900 D. PIETRO MARZIALI

1907 D. SILVIO ANGELICI

1919 D. GIOVANI MECOZZI

1947 D. DOMENICO D’ALESSIO

1986 D. PIERINO VALLORANI

Parrocchia nella Chiesa di S. Maria Novella

1737 D. FRANCESCO BERARDI

1741 D. NICOLA PELLEI

1744 D. MARCELLO ERRICHI

1747 D. LIBERATO ANGELONI

1749 D. LUDOVICO CATALANI

1781 D. FORTUNATO ADRIANI

1783 D. RUFFINO ADRIANI

1813 FRA GIUSEPPE ERCI, economo Curato

1833 FRA MICHELE ANGELO SCARAFONI

1880 D. PIETRO MARZIALI

1900 D. VINCENZO AGRESTI

1949 D. EGIDIO PETROCCHI

1960  (unione con la parrocchia di S. Michele A.)

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SAPIENZA E GIUSTIZIA NELL’UMILE GIUSEPPE PADRE DI GESU’

IL SAGGIO E GIUSTO PADRE DI GESU’

   Giuseppe, padre di Gesù, pregava il salmo 111: «Principio di sapienza è il timore di Dio: rende saggio chi ne segue i precetti. La lode del Signore rimane per sempre (Sal 111,10)». Egli meditava il libro di Giobbe (20, 12): «… ma la sapienza da dove si estrae? e il luogo dell’intelligenza dov’è? (28,20)» Non sono realtà da comprare o scambiare: Dio solo sa dove si trovi. «Ecco: il timore del Signore, questo è sapienza; evitare il male, questo è intelligenza (28,28)».

   Dalle meditazioni bibliche Giuseppe apprende come Dio si manifesta a quelli che confidano in lui, per stare con lui si allontanano da ogni discorso insensato e rifuggono dall’ingiustizia, dalla maldicenza, dallo spadroneggiare. Giuseppe è giusto nel comprendere la verità e la fedeltà fino alla fine. È perspicace nel timore di Dio che lo conduce alla sapienza. «Chi teme il Signore si convertirà di cuore (Sir 21,6)». Sa usare attenzione, prudenza e rispetto verso gli altri. Il consiglio del saggio «è come sorgente di vita (28,13)». Al confronto la sapienza umana è vuota.

   Giuseppe, marito di Maria di Nazaret, nella preghiera cerca e trova la sapienza e la giustizia, che gli giungono come grandi doni di Dio, per cui ha il cuore docile e sa distinguere il bene dal male. Sapiente è il suo discernimento nel giudicare le vicende umane. Il diacono Stefano negli Atti degli apostoli ricorda le opere di Dio compiute per mezzo del figlio di Giacobbe, di nome Giuseppe, quand’era schiavo in Egitto Dio «gli diede grazia e sapienza davanti al faraone re d’Egitto(At 7,10)» Anche il padre di Gesù, Giuseppe, ha avuto la saggezza e la giustizia che lo orientano verso quello che è richiesto dal Signore nei comandamenti.

   Saggezza e stoltezza sono descritte e narrate da Gesù con la parabola delle dieci vergini di cui cinque erano persone avvedute e presero l’olio per alimentare le lampade durante la notte; mentre le altre cinque si trovarono impreparate al momento dell’arrivo dello sposo e furono escluse. Gesù conclude. «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,13)». Non si tratta di ammassare beni materiali, come il ricco che si diceva soddisfatto dei nuovi magazzini riempiti, ma morendo la stessa notte, annichilì quel suo progetto edonistico: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti (Lc 12, 19s)».

   Nell’esortazione di Paolo ai Corinzi, il dono divino della sapienza non fa porre fiducia in noi stessi, ma nel generoso intervento di Dio: «… e per la speranza che abbiamo in lui, ancora ci libererà (2Cor 1, 10)». Giuseppe, educatore di Gesù, valuta ogni cosa non soltanto nella materialità ma le vede alla luce di Dio e pensa a lui e desidera con cuore umile i beni spirituali.

   Sa tacere con mitezza mentre ascolta gli altri. Come sono qualificati i doni della saggezza e della giustizia? L’apostolo Giacomo dice: «La sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e buoni frutti, imparziale e sincera (Gc 3,17)». Rende sagge le persone semplici, più degli altolocati, come dice il Qoelet. «più di dieci potenti che sono nella città (Qo 7,19)». E’ meglio la sapienza che la forza (9,16). Il profeta Geremia ammonisce il popolo eletto con l’oracolo del Signore: «Non si vanti il sapiente della sua sapienza. Non si vanti il forte della sua forza. Non si vanti il ricco della sua ricchezza. Ma chi vuole vantarsi, si vanti di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra e di queste cose mi compiaccio. (Ger 9, 22-23)».

   Il cuore umile arriva a cantare la vittoria, perché mentre riconosce la propria debolezza, si rivolge alla potenza del generoso intervento divino, come incoraggia l’apostolo Giacomo: «Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data (Gc 1,5)»

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Pio X Benedetto XV e il no al partito cattolico in Italia

L’articolo sulle elezioni amministrative del 1921, a distanza di un secolo, nella rivista «La Civiltà Cattolica n.4113» ricorda Pio X Benedetto XV e il no al partito cattolico ricorda. Nel 1905 ecco le indicazioni che Pio X aveva dato ai cattolici spagnoli in materia elettorale: «I cattolici – aveva scritto il Papa – debbono con ogni industria sforzarsi a far riuscire nelle elezioni, siano municipali o nazionali, coloro che, giusta la circostanza di ciascuna elezione, dei tempi e dei luoghi, sembra che meglio debbano provvedere, nel loro governo, ai vantaggi della religione e della patria». In seguito, dopo costituito il Partito Popolare di don Sturzo, sotto il pontificato di Benedetto XV, la parola d’ordine che la Santa Sede dava in quel momento agli elettori cattolici, attraverso le pagine della rivista dei gesuiti, “La Civiltà cattolica” era che essi continuassero a votare per il Ppi, scegliendo però, all’interno delle sue liste, quei candidati più sensibili alle questioni di carattere religioso. Questo era il punto di vista del Papa, che non desiderava che il partito dei cattolici si scindesse al suo interno, o che le sue forze si disperdessero in alleanze politiche diverse. Benedetto XV non era favorevole alla formazione di un «partito guelfo», cioè apertamente cattolico, accanto a quello «popolare». Questo indirizzo politico fu poi ribadito dalla maggioranza del partito nel Congresso di Venezia dell’ottobre 1921.

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San Gualtiero di Servigliano (FM) raccontato nel 1657 da don Salvatore Navarri

Trascrizione in lingua antica del libretto con traduzione dei testi latini ed aggiunta una nota.

COMPENDIO DELLA SANTA VITA, E BEATA MORTE DI San GUALTIERO

ABBATE LE CUI SACRE RELIQUIE RIPOSANO NELLA PAR(R)OCHIALE DI S. MARCO DI SERVIGLIANO DIOCESI DI FERMO

DEDICATA ALL’EMINENTIS. E REVERENDIS. SIG. IL CARDINAL GUALTIERI ARCIVESCOVO E PRINCIPE DI FERMO

DA DON SALVATORE NAVARRI Sacerdote di Servigliano

In MACERATA, Per Serafino Paradisi. 1657 Con licenza de’ Signori Superiori

\ Si placet Illustriss. et Reverendiss. D.D. Papirio Silvestro Episc[opo] Maceraten[si] Imprimatur Fr[ater]Vincentius de Guliis Min[orum]. Con[ventualium] Sac[rae] Theol[ogiae] Mag[ister] in Patr[ocinio] Univers[ae] Phil[osophiae] Profes[sor]

Imprimatur

Malatesta Gabutius I[uris] V[triusque] D[octor] Protonor[ius] Apostol[icus] Can[onicus] et Vic[arius] et Aud[itor] Gen[eneralis] Illustriss. et Reverends. D[omini] Episc[opi] Maceraten[sis].

Hieronimus Spinuccius Sacrae Theol[ogiae] Doct[or] vidit pro Reverendiss. P. Inquisit[ori] Gen[erali] Anconae ideo si eidem placet Imprimatur.

Imprimatur Fr. Dominicus Maria Ancechius Lector, ac Vicarius S. Officij Maceratae Ord. Predic.

traduzione <Se piace all’ill.mo e rev.mo signor don Papirio Silvestri vescovo di Macerata.  Si stampi. Fra’ Vincenzo Delle Gole dei Minori Conventuali, maestro della sacra teologia, professore nel <patrocinio> di tutta la filosofia. \ Si stampi. Malatesta Gabuzio dottore nell’uno e nell’altro diritto, protonotario apostolico canonico e vicario e uditore generale dell’ill.mo e rev.mo sig. vescovo Maceratese. \ Gerolamo Spinucci dottore di sacra teologia vide per il rev.mo inquisitore generale di Ancona, pertanto se allo stesso piace si stampi. \ Si stampi Fra’ Domenico Maria Ancechi lettore e vicario del sacro Officio di Macerata dell’ordine dei Predicatori

–                  

                                  EMINENTISSIMO, E REVERENDISSIMO SIGNORE

   Nella terra di Servigliano riposano le venerande Ossa del Servo di Dio San Gualtiero Abbate Romano di Casa Patritii. L’affetto di devozione, che porto a questo santo, e il desiderio, che tengo, che la sua vita sia da tutti letta, imitata; mi hanno mosso a darla in luce, l’ho raccolta dall’originale, che in carta pergamena si conserva nella stessa arca del Santo (come ho mostrato con autentica ai superiori delle Stampe, che me l’hanno richiesto). Ma perché è assai antica, e di latinità, che mostra haver del semplice, l’ho tradotta in Italiano; la dedico a V. E. supplicandola, che si come con la sublimità del saper suo, ammirerà li mezzi, che tenne Dio per in(n)alzare il suo Servo alla Gloria; così ella con la generosità della sua Clemenza, scusi quelli errori, che posso haver commessi nel darla alle stampe. V. E. benedica questa piccolissima fatica, acciò che mediante la sua benedittione, altamente, si imprima nel cuore di chi la leggerà, e a guisa di grano di Senapa cresca sì, che possino gli animi inquieti degli Huomini venire, e habitare ne’ rami dell’imitazione del Santo Abbate, e io qui con questo picciolo ossequio della mia devozione, raccordandomele humilissimo Suddito, e Servo, bacio la sacra Porpora.

  Di V. E.              Humiliss. et Devotiss. Ser(vo)    D. Salvatore Navarri

COMPENDIO DELLA VITA DEL VENERABILE SERVO DI DIO

SAN GUALTIERO ABBATE DI CASA PATRITIA ROMANO

La cui festa si celebra alli 4 di Giugno

CAPITOLO I

   E’ ordinario costume di santa Chiesa nel descrivere, che ella fa le vite dei servi di Dio, proporre a’ Fedeli l’origine, e nobilità delle loro famiglie. Così ella nella vita di Sant’Antonio Abate, del quale dice Antonius Aegyptius et Christianis Parentibus ortus, etc. <Antonio Egizio e nato da genirori cristiani e altro>. Lo stesso usa nella vita de Santi Romualdo, Tomaso d’Aquino e tanti altri, la nobiltà del sangue, da un non so qual lustro alle attioni honorate, dei santi, e le fa più ragguardevoli ne gl’occhi de’ mortali. Io so, che il gran vescovo di Marsilia Santo Salviano con apostolico spirito intaccò un tantino la nobiltà lib. 3 de Gubernatione Dei. Quis est, vel dives omnino, vel nobilis, aut innocentiam servans, aut a cunctis sceleribus manus abstinens, quamquam superflue a cunctis dixerim, utinam, vel a maximis, quia volunt sibi id forte maiores, quasi privilegium vindicare, ut iure suo crimina, vel minora committant. <”Il Governo di Dio”. Chi è o in tutto ricco o nobile, o custode dell’innocenza o con le mani libere da tutte le malvagità, benché avrei detto ‘da tutte’ in modo superfluo, magari da quelle peggiori, poiché i maggiori vogliono rivendicare per sé ciò per caso, quasi come privilegio, in modo che per diritto prprio commettano almeno colpe minori ?>. E poco dopo segue Qui est, aut humano sanguine non cruentus, aut coenofa impuri tate non Sordidus? <Chi è che non è macchiato di sangue umano o non si è sporcato di macchie di fango?>Onde credo, che Chiesa Santa, sì come non riprova il detto del Santo Vescovo nelli nobili cattivi, così dimostra, che da nobili sa trarre fonti di virtù, e rivi di santa protezione, e sì come l’oro, e le perle si ritrovano l’uno nelle puzzolenti caverne della terra, e l’altro nel fango delli profondi seni de’ Mari; così la santità e perfettione christiana anco tra le ricchezze, e nobiltà si ritrova di finissimo caratt<er>o. Tale si scoperse in San Gualtiero humil Servo di Dio al racconto della di lui vita dò con essa principio.

CAPITOLO II

Trasse dunque la sua origine dalla Città di Roma, e discese dal sangue dei signori Patrizi nobilissimi per molti titoli. Il padre nomossi Eurito <=Enrico>, e la madre Vittoria alla nobiltà dei natali, benché accompagnassero una non ordinaria bontà di vita, conservandosi nel timore di Dio, nel quale consiste la vera felicità; era però loro di scontento la mancanza di prole, onde spesse volte pregavano la Divina clemenza, che desse loro qualche figlio, mentre fosse per essere a Sua maggior gloria, e a tale effetto non mancavano di ricorrere all’orationi d’altri Servi di Dio, conoscendo benissimo, che la molteplicità delli Intercessori ottiene alle volte da Dio, quello, che per altro sarebbe negato

CAPITOLO III

Pareva, che l’onnipotente tardasse ad essaudire le voci, che si mandavano al Cielo a quest’effetto. Onde Eurito <=Enrico>, e Vittoria implorarono l’aiuto dell’infocate Orazioni del Sommo Pontefice di quei tempi, facendo voto di edificare, e dotare una Chiesa, quando  la clemenza del benignissimo Salvatore si degnasse concedere loro un Figliuolo.

CAPITOLO IV

Non passò lungo tempo, che Vittoria conobbe sopra di sé caduta la celeste rugiada, ed essere gravida d’un Figliuolo, che doveva essere l’ornamento di sua Casa, e a suo tempo felicemente lo partorì a questa luce mortale, per dover con la luce di santa vita illuminare altri molti. Si fecero nella paterna Casa quelle allegrezze, che si possono im(m)aginare alla vista di graziosissimo Fanciullo, e più s’accrebbero con una non ordinaria ammirazione, quando si scoperse nella spalla destra del Bambino una lucente Stella di carne con sopra il salutevol segno della Croce, illustre presaggio di quel celeste splendore, con cui doveva poscia per la via della Croce guidare molti, e ritrovare il Salvatore.

CAPITOLO V

Portata la nova ad Eurito <=Enrico>, corse per vedere il figlio novellamente nato, e rimirando la sua bellezza, e attonito del segno lucidissimo della Stella, e Croce; rese a Dio le debite grazie con humile affetto riconoscendo non dai proprij meriti, ma dalle Orationi de’ Servi del Signore, e massime da quelle del Romano Pontefice aver ottenuto il compimento de’ suoi desiderij. Onde accompagnato da nobile comitiva, si trasferì dal Pontefice, e facendoli offerta del maggior bene, che possedesse, disse con profonda umiltà. “Ecco, Beatissimo Padre, il dono, che mi ha fatto Dio per mezzo delle vostre Orazioni, Voi ne avete da essere il Padrone, e Signore”.

CAPITOLO VI

Alla vista di Creatura sì bella restò il Papa preso, e dal vivifico segno di Croce nella spalla ammirato, e presolo tra le sue braccia, ringraziò il Signore autore di opera così riguardevole, e battezzandolo gli impose il nome Gualtiero, e con spirito divino predisse, che sarìa stato un gran Servo del Signore, e condottiero di molti a pascoli eterni.

CAPITOLO VII

Cresceva intanto il Benedetto Fanciullo sì in età, come ne’ lodevoli costumi, e religiose creanze, e tirava a sé gl’occhi di chiunque lo mirava, per essere di gravità, maturità, e prudenza ornato.

CAPITOLO VIII

Vestì Eurito <Enrico> il suo Gualtiero di vesti condecenti al nobil stato suo, e sopra la spalla destra fece ricamare una Croce, e Stella corrispondente a quella, che era nella carne impressa, acciò si conoscesse, qual grazia era stata concessa dal Cielo al suo Figlio. Arrivato all’età di sett’anni Gualtiero fu mandato alla scuola, nella quale facendo non ordinario profitto, mostrava, che il suo sapere fusse <più> dal Cielo infuso, che da Maestri terreni appreso, mercé che lo Spirito Santo si era eletto quell’anima semplice, per riporvi li tesori della sua sapienza.

CAPITOLO IX

Nell’andare alla scuola passava Gualtiero avanti una chiesa, della quale era custode un Venerando Sacerdote per nome Armando persona di eccellenti meriti, e di singolar devotione. Costui rimirando Gualtiero, in vederlo oltre della bellezza corporale, ornato di modestia, affabilità, e virginal candore abbellito; proruppe in tali parole: “Oh mio Dio, e Salvator Giesù fareste pure la bell’opra, se vi degnaste di concedere a questo Giovane, che alla bellezza del suo corpo accoppiaste la bellezza interna delle Sante virtù”. Mentre così discorreva, passò Gualtiero conforme all’ordinario suo, e dimandato dal Sacerdote Armando col proprio nome; rispose come un altro Samuele: “Eccomi venerando Padre, che cosa mi commandate, nella quale vi possa servire?” Soggiunse il Sacerdote: “Che segno è quello, che portate sopra la veste nella destra spalla?” “Ne significa un altro – rispose Gualtiero – che mercé la grazia di Dio, mi fu impresso nella carne naturalmente, e corrisponde a questo che voi vedete”. E scoperto il luogo del segno glielo mostrò. Preso da tal vista occasione Armando, disse: “Figlio dilettissimo non vogliate essere ingrato a Dio, che tanta gratia vi concesse, facendo nel Corpo vostro un marca, e segno del suo celeste amore; habbiate in voi sempre il suo santo timore, e humiliato nel suo Divino conspetto rendetevi degno sempre di maggiori gratie”.

CAPITOLO X

Sentì il beato giovane gli avvisi, come da Dio venuti replicò: “Che cosa poss’io fare per più piacere alla Divina bontà, e intracciare il suo santo volere?” A questa interrogatione rispose il Religioso Huomo: “Dovete sapere, che il nostro Salvatore in quanto all’esser suo Divino fu purissimamente, e eternamente generato dal suo Eterno Padre, e come Huomo fu dalla sua Santissima Madre senza opra di Huomo, senza lesione del virginal candore concetto, e partorito con ammirazione della natura, che mai più haveva visto, ne vedrà partoriente, né parto simile. Onde dilettati grandemente della purità della mente, e del corpo, e desidera, che si conservi il virginal candore dai suoi affettionati, quale per conservare non dubitarono Chori di Virginelle pudiche, sottoporre il collo alli Carnefici, lasciarsi arrostire nel fuoco, liquefarsi nelle caldaie di pece, essalare le loro anime fra crudeli tormenti con sparger quanto sangue havevano nelle vene.

CAPITOLO XI

Havendo fatte in un tratto profonde radici nel cuore di Gualtiero il discorso del Sacerdote Armando, si dispose di voler servire a Dio, non solo con purità di cuore, che consiste in non macchiare l’animo con sorte alcuna di peccato per quanto gli fosse dal Cielo somministrato l’aiuto di farlo, già che senza la Divina grazia nulla si può operare; ma anco propose di consacrare la purità del corpo abbandonando ogni sozzura di carnal diletto, lasciando raro essempio a’ mortali, li quali non ancora arrivati all’età perfetta, e avendo per così dire le lab(b)ra bagnate di latte si ingolfano com’animali nel fango del sozzo piacere, servendo l’uno, all’altro di mal accostumato Maestro, tanto in parole, com’in fatti. Non così il Santo Giovane Gualtiero, che cacciò dalla casa del suo cuore l’infame fantesca del piacere mondano, e vi collocò la padrona cioè la santa Virginità.

CAPITOLO XII

Profittando giornalmente Gualtiero in ogni conto, tanto ne’ costumi, quanto nelle scienze, giunse a quell’età, che è solita apportare contrad(d)itioni. Pensò il Demonio di sviarlo da’ suoi santi propositi, e staccarlo dalli cari abbracciamenti di quel Signore, al quale haveva dedicato tutto il suo amore, e perché non gli riuscivano le arti sue fraudolenti; adoprò quelle della malitia umana, come dimostra il seguente successo.

CAPITOLO XIII

La Figlia di certo Cavaliere Romano, che nell’Historia della vita di questo Santo è chiamato Preside, viste le cavalleresche maniere del honesto Giovane fortemente di lui s’innamorò, e venendo dalle fiamme d’amore abbruciata, e dagli strali del cieco appetito trafitta, non trovava, se non nel pensier di Gualtiero il suo riposo, e ogni giorno più consumandosi; determinò di scoprire il suo volere al proprio Padre, stimando di dover trovare compassione nel paterno seno, e il fogo ardente del travagliato suo cuore. Scoprì intrepida qual fosse il desiderio suo, e come unigenita, e amata ne ricevé risposta di sod(d)isfatione, piacendo al Padre il partito preso dalla Figliola, e incontinente fatto chiamare Eurito <=Enrico> Padre di Gualtiero il Preside così favellò. Non è cosa da Huomo prudente il lasciar fuggire quelle occasioni, che portano gl’avanzamenti alle Famiglie, che egli conoscendo le nobili maniere del giovane Gualtiero, haveria volentieri concesso a lui la sua Figlia in Moglie, e unite due nobilissime Famiglie insieme in un solo sangue. Piacque altresì ad Eurito <=Enrico> il proposito del Cavaliere, e accettando la Giovane per Moglie al Figlio, se ne ritornò allegro a Casa, e lo fece consapevole del già concertato Maritaggio. Fu questo avviso una ferita al cuore del Beato Giovane. Onde vigorosamente rispose al Padre, che non poteva esser mancatore di fede a chi egli haveva promesso la sua Verginità, cosa che non ne haveria potuto esse(g)uire, quando si fosse congiunto con Donna, anco con vincolo maritale; essendo verissimo come dice l’Apostolo San Paolo, che li maritati sono divisi, parte servendo Dio, parte al loro Corpo, ma li Vergini sono tutti di Dio seguendolo, dovunque egli va. Cominciò Eurito <=Enrico> a sentire assai la risolutione del Figlio; onde parte con preghiere, e parte con lusinghe andava ammollendo lo stabilito dall’imperturbabile cuore di Gualtiero. Pure non trovando il terreno cedente all’aratro delle persuasioni, si venne alle minacce, e battiture, le quali non ad altro valevano, che a far maggiormente scintillare il fuoco, che stava nel petto del martirizzato Giovane. Poveri Padri tanto ciechi, che non vedono il bello nell’essere virtuoso, mentre distornano li Figli dal servizio di Dio. Non mancava in oltre Eurito <=Enrico> di trattare Gualtiero come disob(b)ediente, e ingrato.

CAPITOLO XIIII

Tra queste violenze, e angustie già infastidito dal trattare del Padre, si risolvé d’andare a ritrovare il Sacerdote Armando, accio(c)ché con il di lui consiglio si pigliassero quelli partiti, che fossero valevoli per fuggire le diaboliche insidie. Fu concluso tra di loro che si attendesse alle Orationi, vero rimedio per ogni sorte d’afflittione. Ritornato a Casa il Santo Giovane, e ri(n)serratosi nella sua Camera prostrato in terra cominciò le sue Orationi dicendo: “Voi, o Figlio dell’Eterno Padre, Sapienza increata; Voi, o Gesù Figlio della più Santa Madre, che al Mondo fosse; Voi s(i)ete il Protettore de’ Vergini, e che tenete il sigillo dell’illibata Verginità. Ecco l’infelice Gualtiero maltrattato dal proprio Padre, non per altro, che per non voler con sozzo piacere, perdere la castità, ancorché palliato sia dall’honestà matrimoniale. Tra queste Orationi, Altissimus dedit vocem suam, <l’Altissimo diede la sua voce> e si sentì  un soffio di leggierissimo vento, che li portò all’orecchio questo consiglio. “Fuggi, Gualtiero, fuggi, e a guisa d’un altro Giuseppe lascia il mantello dell’occasione.” Obediente il Giovine alle voci di Dio ritornò dal suo fedele Padre spirituale manifestandogli l’ordine havuto dal Cielo; perciò ambedue di nascosto partendosi da Roma, pellegrinarono per qualche tempo; alla fine pervennero nella Marca, e nella Valle Marana, vicino (nota 1) al Fiume Tenna posero la loro habitatione, ivi tra le solitudini di quei luoghi fatti Romiti, e solitarij con vivere vita angelica, scordati d’ogni altro affare habitavano con la mente nel Cielo. Godeva Gualtiero di vedersi libero dalli lacci del Mondo, e lontano da quelle voci, che tanta noia gl’apportavano. Ma sì come non è possibile che la luce stia senza il suo splendore, che gl’è connaturale, e inseparabile, così la Vita de’ Servi di Dio manda copiose le sue luci. Onde molti tirati dall’essempio di Gualtiero lo seguirono, fondando un monastero vicino al detto Fiume Tenna, il quale poi dalle ingiurie del tempo fu distrutto, essendo quivi prima del Romano Pontefice stato dichiarato Abbate san Gualtiero.

CAPITOLO XV

Erano passati molt’anni, che li Parenti del Santo non havevano potuto havere nuova del loro Figliuolo, e sentendosi ispirati da Dio, partirono di Roma, né sapendo dove s’andassero, finalmente giunsero nella Marca, nel qual luogo hebbero qualche lume, dove si ritrovasse il loro tanto desiderato bene, e sollecitamente colà condotti, non si può spiegare l’allegrezza, che hebbero in vedere il venerando sembiante d’uno, che se bene haveva il Corpo mortale, conversava con lo spirito nel Paradiso. Proruppero gli buoni Genitori in quelle parole: “Fili, quid fecisti nobis sic? Ego, et Pater tuus dolentes queremus.” <Figlio cosa ci hai fatto? Io e tuo padre, dolenti, ti cercavamo.> Ma il santo Abbate havendo a sufficienza risposto a’ suoi Parenti, trattenneli seco per qualche tempo, consolandoli, e incam(m)inandoli per la via del Cielo. Ritornati poscia a Roma i Parenti, edificati sopra modo dalla vita esemplare del santo Abbate, si disposero di venire ad un atto heroico, nel quale consiste la vera perfezione. Venduto per tanto quanto havevano, e fatti poveri, per arricchire il Salvatore nelli altri poveri, e dato anco parte delle loro sostanze alle Chiese, si ricoverarono sotto l’ombre del santo Figlio, desiderando appresso di quelle chiudere gl’occhi, e esalare lo spirito nelle mani di colui, al quale essi havevano dato l’essere, e la vita temporale, sì come riuscì loro, chiudendo li giorni, come si può piamente credere, con la morte de’ Santi. Furono seppelliti conforme la tradizione, che si ha nella Chiesa, che ancora sta in piedi sotto il titolo di san Gualtiero vicino al Fiume Tenna, nella quale si v(u)ole, che ci siano anco le ossa di Armando Compagno di san Gualtiero.

CAPITOLO XVI

Il santo Abbate doppo haver governato con religiosi ammaestramenti li suoi Monaci, predicendo il giorno della sua morte, e profetizzando altre cose; andò a ricevere il premio delle sue honorate fatiche, e gloriosi travagli, che egli haveva  tol(l)erato in questa vita.

Il Corpo di questo Benedetto Servo di Dio doppo qualche tempo portato nella Par(r)(r)ochiale di San Marco di Servigliano, ivi risplende con molti miracoli, e con molte gratie, che egli fa a chi con devotione si raccomanda alla di lui intercessione, il che manifestano li molti voti, e tavolette appese nella Chiesa dove riposano le sacre Ossa, come anco nella Chiesa vicino al Fiume Tenna, dove rese lo spirito al Signore.

   La festa di quello Santo si celebra alli 4 di Giugno con concorso straordinario de’ Popoli vicini, e lontani, la cui sacra Testa resta fin al presente nella parte di dietro segnata con un risplendente segno della santissima Croce. Cosa di stupore a vedersi! Per tal giorno concesse il Sommo Pontefice Innocentio X. Indulgenza plenaria a chi visitando la Chiesa Par(r)ochiale di Servigliano farà quant’ordina sua Santità, il che sia a gloria di Dio.

Il Breve di sua Santità è il seguente.

INNOCENTIUS PAPA X

Universis Christifidelibus praesentes litteras inspecturis salutem, et Apostolican benedictionem Ad augendam fidelium et animarum salutem caelestibus Ecclesiae thesauris pia charitate intenti; omnibus utriusque sexus christifidelibus poenitentibus, et confessis, ac sacra communione refecti, qui Ecclesiam Parochialem Sancti Marci loci Serviliani Firmane Dioecesis, cui Ecclesiae, eiusque Cappellis, et Altaribus, sive omnibus sive singulis, eamque seu eas, vel ea, aut illarum, seu illorum  singulas, vel singula etiam visitantibus, nulla alia indulgentia reperitur concessa die Festo Sancti Gualtieri a primis Vesperis, usque ad occasum solis Festi huiusmodi singulis annis devote visitaverint et ibi pro Christianorum Principum concordia, Haeresum extirpatione, ac Sancte Matris Ecclesiae exaltatione pias ad Deum preces effuderint; Plenariam omnium peccatorum suorum remissionem, et indulgentiam misericorditer in Domino concedimus, praesentibus tantum ad septennium valituris. Volumus autem ut si alias Christifidelibus in quacumque anni die dictam Ecclesiam, aut Cappellam, aut Altare in ea situm visitanti bus, aliqua alia indulgentia perpetuo, vel ad tempus nondum elapsum duratura etiam in erectione, et quacumque alio modo, quamtumlibet privilegio concessa fuerit, vel si pro impetratione, praesentatione, ordinatione, seu publicatione aliquid, vel minimum detur, aut sponte oblatum, recipiatur, praesentes nullae sint eo ipso.

Datum Romae apud Sanctam Mariam Maiorem sub Anulo Piscatoris die 5 Martij 1652.

< Breve del papa INNOCENZO X. Salute e Apostolica benedizione a tutti i fedeli cristiani che avranno guardato la presente lettera. Per potenziare la salvezza dei fedeli e delle anime per mezzo dei celesti tesori della Chiesa e con l’intenzione di maggiore carità per tutti i fedeli cristiani dell’uno e dell’altro sesso, penitenti e confessati e nutriti della santa Comunione, quando visiteranno devotamente la chiesa parrocchiale di San Marco del luogo di Servigliano della diocesi Fermana, dai primi vespri fino al tramonto del giorno della festa di San Gualtiero, mentre si riscontra che non è stata concessa nessuna altra indulgenza a questa chiesa, alle sue cappelle e agli altari, sia tutti, sia singoli, noi facciamo concessione ai visitatori che ivi eleveranno a Dio pie preghiere per la concordia dei principi cristiani, per l’estirpazione delle eresie e per l’esaltazione della Santa madre Chiesa, dando loro l’indulgenza e la remissione di tutti i loro peccati per concessione misericordiosa del Signore, in ogni singolo anno soltanto durante un settennio. Ma vogliamo che qualora fosse stata altrimenti concessa qualche altra indulgenza valida in perpetuo o solo per un tempo non ancora trascorso, in un qualsiasi modo o in un’erezione, con qualsiasi privilegio a favore dei fedeli cristiani che visitano questa chiesa o una cappella o un altare sito in essa, quand’anche per una impetrazione, per una presentazione, per una ordinazione o per una pubblicazione, dando o ricevendo qualcosa anche minima, o un’offerta spontanea, per il fatto stesso la presente lettera sia nulla. Data da a Roma presso santa Maria Maggiore sotto l’anello del pescatore <=Pietro> il 5 marzo 1652.

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E perché al conseguimento di questa Santa indulgenza concorrono molti Popoli, ho stimato necessario acciò che fruttuosa si possi conseguire, porre qui alcuni avvertimenti, che serviranno per preparatione.

   Il Primo avvertimento è, che si deve andare alla visita del Santo, non per curiosità, o per spasso, né trattenersi in hosterie, o taverne bevendo allegramente, né per la strada andar burlando, o mormorando, o parlando delli altrui fatti. Ma con divota compuntione di cuore pregando Dio, che voglia perdonare i peccati passati, e preservarci per l’av(v)enire.

   Secondo avvertimento è che la persona, arrivata alla chiesa, dove si celebra la Festa, salutato prima il santissimo Sacramento, e poi venerate le sante Reliquie, si  ritiri un tantino in disparte per prepararsi alla confessione, la quale per vigore del Breve del Papa devesi premettere alla santa Comunione ad effetto di conseguire la sacra Indulgenza, e fatto questo, si deve far la sacra comunione, pregando per la concordia de’ Principi Cristiani, essaltatione di santa Chiesa, e estirpatione dell’Heresie.

   Terzo avvertimento è circa l’Orationi, che si devono fare a quest’effetto, delle quali non si può dare certa regola, lasciandosi alla divotione di ciascheduno, con tutto ciò saria fruttuosa Oratione il recitare li Salmi penitenziali con le Letanie de’ Santi, ov(v)ero per quelli, che non sanno leggere, recitare la terza parte del Rosario, ov(v)ero la Corona del Signore.

   Quarto avvertimento, ci deve ogn’uno guardare da balli, e altre leggierezze, acciocché, mentre la persona va per so(d)disfare a Dio con i meriti del sangue del suo Figliuolo, che si sborsa nel conseguimento dell’Indulgenza in sodisfatione all’eterno Padre, la persona incauta non contraesse nuova colpa mortale, alla quale corrisponde il reato della pena eterna, che è il maggior male, che possa avvenire ad anima ricomprata col sangue pretioso di Gesù.

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ORATIONE DI SAN GUALTIERO

Euge Serve bone, et fidelis, quia in pauca fuisti fidelis, supra multa te constituam intra in gaudium Domini tui.

Iustum deduxit Dominus per vias rectas. Et ostendit illi regnum Dei. <Ben fatto, o servo buono e fedele, poiché fosti fedele nel poco, ti stabilirò sul molto: entra nel gaudio del tuo Signore. – Dio ha condotto il giusto attraverso le vie di rettitudine. E gli ha presentato il Regno di Dio>

OREMUS

Intercessio nos quesumus Domini Beati Gualterij Abbatis commendet, ut quod nostris meritis non valemus, eius patrocinio assequamur. Per Dominum nostrum ect. \ <Preghiamo. Di grazia, o Signore, l’intercessione del Beato Gualtiero ci raccomandi in modo tale che riusciamo a conseguire con il suo patrocinio quello che non riusciamo con i nostri meriti. Per Cristo Signore nostro ….>

<

nota 1. Documento base sono gli «Acta Sanctorum, Junii, I edizione 1695» ed. G. HENSCHEN pagine 405-407 con la trascrizione di una pergamena di epoca umanistica.

Riguardo al luogo dove giunsero nella Marca di Fermo Gualtiero e Armando (nome che altri autori leggono dalla pergamena “Armeno”) si precisa la traduzione: “Entrambi vennero nel Piceno, in una selva nella Valle Marana e si stabilirono presso Servigliano \….\ in seguito i ricchi e potenti costruirono per loro un ospizio presso il fiume Tenna che non molto dopo fu eretto a monastero in cui si inclusero molti nobiluomini dei quali Valterio era padre e guida. Precedeva gli altri per santità di vita e integrità di abitudini e a tutti insegnava quello che si deve osservare nella via del Signore …”

A Servigliano nella zona valliva del Fosso «Marana» che si versa nel fiume Ete vivo, resta una chiesa attualmente dedicata a Santa Lucia. Presso il fiume Tenna esiste ancora una chiesa di san Gualtiero.

Se il nome Armeno fa pensare al Medio Oriente per l’Armenia anche la stella a forma di Croce fa pensare alla Madonna del Monte Carmelo e ai Carmelitani, scacciati dalla Terra santa dai musulmani nel secolo XIII e l’epoca più probabile in cui questi due monaci vissero a Servigliano pare sia databile appunto al secolo XIII. Lode a Dio>

LAUS DEO

<Digitazione di Albino Vesprini belmontese>

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NATALE POETICO CON STORNELLI RACCOLTI DA ALBINO VESPRINI BELMONTESE

NATALE CON GLI STORNELLI

digitazione di Vesprini Albino

STORNELLI

Adesso cominciamo gli stornelli,

tra cui ve ne saranno brutti e belli.

   Ecco si fa avanti il più piccino

   e dirà la prima lode a Gesù Bambino.\

+

   Fiore fiorello,

guardate tutti quanto è bello

quel ricciuto biondo Bambinello.

+

   Fiore di riso,

fanciulli miei, sappiate, non a caso

è sceso il buon Gesù dal Paradiso

+

   Fiore di rosa,

è povero Gesù, non ha una casa

dentro una fredda grotta si riposa.

+

   Roseto in fiore,

un dono, amici, noi dobbiamo dare,

al Sommo Bene dare il nostro cuore.

+

   Fiore d’alloro,

donare questo cuore, assai più caro

dell’argento non sol, ma pur dell’oro.

+

   O fioraliso,

ci vediamo, Gesù, Bambino caro

ci vediamo lassù nel Paradiso.

+

   Stellina d’oro,

è nato un Bambino tanto caro

e intorno cantan gli angioletti in coro.

+

   Candido Bimbo,

Egli è venuto come un candido colombo

dal cielo, e n’ha lasciato schiuso un lembo.

+

   Fiore boschivo,

dal bel ciel con la manina d’oro

rese alla terra un ramoscel d’olivo.

+

   Fior de lillà,

un ramoscel d’olivo o buon Gesà

per gli uomini di buona volontà.

+

   Bottoncin d’oro,

ma gli uomini non han retto volere,

e non han pace…. oh! Cambia il loro cuore.

+

   Dolce Bambino,

e alfin governa con la tua manina

gli uomini in pace, la sera e la mattina.

+

Fiore più bello,

a riscaldar Gesù, se non mi sbaglio,

ci sta un mio caro amico: l’asinello.

+

Fior di limone,

sapevo uno stornello tanto bene

me l’han fatto scordar queste persone.

+

   Fior di mortella

è nato un Bimbo in povera capanna

la capanna la illumina una stella.

+

   Fior gelsomino,

se ti piace la frutta, mio Bambino

te ne recherò, domani, un bel cestino.

+

   Fiori silvestri,

ti sian graditi gli stornelli nostri,

te ne offriamo un cestino e due canestri.

+

   Fior gelsomino,

lo culla la mammina piano piano

e bacia con amore il suo visino.

+

   O vaghi fiori,

hanno recato al Bimbo i loro doni

i ricchi Magi ed i poveri pastori.

+

   Fior di viola

attorno alla capanna un canto vola,

l’angelo canta e suona la mandòla.

   E la mandòla,

l’angel suona librandosi sull’ala,

nel ciel la melodia festosa vola.

+

   Fiorin d’amore

ride una stella sull’azzurro mare

e un inno canta pel il mio piccol cuore.

+

   Margheritina

canta ogni cuore una dolce canzone,

al Bimbo di Bethlemme e a la mammina.

+

   Raggio di luna,

squilli di gloria nella notte volan,

scendono gli angeli a frotte nella sua cuna.

+

   Boccuccia rosa,

 sbocciano fiori di virtù soave,

là dove le sue labbra il Bimbo posa.

   E quando un fiore,

si posa vicino al bambinello biondo,

sboccia perenne una virtù d’amore.

+

   Fiore più bello,

un altro, amici, resta da salutare

il nostro vezzosetto somarello.

STORNELLI (si cantano davanti al presepe da due bambini

o bambine alternativamente sull’aria dello stornello)

A) Fiori di lino

      di ciclamini al dolce Gesù buono

      voglio intrecciar, cantando, un mazzolino.

B)  Fior di giaggiolo

      vorrei rapir le stelle al nostro cielo

      e le notturne note all’usignolo.

A)  Fiori del mare

      di stelle e di gorgheggi o dolce amore

      serti e ghirlande a te voglio intrecciare.

B)  Fiori dei prati

      la tua bontà, o Maria, che il ciel allieti

      voglio cantar con gli stornelli alati.

A)  Fiore d’alloro

       vorrei cantar dell’anima il sospiro

       sopra le corde d’una cetra d’oro.

B)   Fiore di sera

       di tue virtù che il nostro cuore accoglie

       informerem la nostra vita intera.

A)  Fior d’ogni fiore

      gli Angeli vedo azzurri come il mare

      scendere a te, Gesù, piccolo Amore.

B)  Fiore del cielo

      mentre lottiamo in questo ingrato suolo

      coprici, o Madre, col tuo azzurro velo.

A)  Fior del sorriso

      fa che al banchetto eterno, armonioso

      tutti cantiam tue glorie in Paradiso.

B)  Fior del sorriso

      nel dolce di Maria seno amoroso

      ci stringeremo tutti in Paradiso.

A e B Fior d’amaranti

          quando l’amore tuo ci tiene avvinti

           la vita è bella, fra sorrisi e pianti

A e B  Fior del mattino

           non voglio viver mai da Te lontano

           o dolce amico mio, Gesù Bambino.

  • Mammole viole !

Un Bambinel che ha gli occhi in cielo

e sulle labbra baci e non parole! …

Fiorin di prato !

I Cherubini guardano rapiti

il soave miracolo sbocciato ! …

Candido Bimbo!

Egli è venuto come una colomba

lasciando, nel ciel, schiuso un lembo! …

Roseto in fiore !

E come una colomba messaggera

porta nel cuore un messaggio d’amore ! …

Fiore boschivo !

E dal ciel con la sua mano breve

reca in terra un ramoscel d’olivo ! …

Fior di lillà !

Un ramoscel d’olivo, o buon Gesù

per gli uomini di buona volontà ! …

Bottoncin d’oro!

E’ nato un Bambinello tanto caro

intorno cantano gli Angioletti in coro.

  • Misericordioso Amore,

Ma gli uomini non han retto volere

e non han pace …Oh ! Cambia il loro cuore

Dolce Bambino !

Alfin governa con la tua manina

gli uomini, in pace, affratellati e buoni!

  • Ringraziamo i poeti e i cantori
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IL TORNEO CAVALLERESCO nelle Marche dall’epoca feudale (Gabriele Nepi)

PIU’ DI OTTO SECOLI DI GIOSTRE NELLE MARCHE DAL 1149 IN UN DOCUMENTO STUDIATO da Gabriele NEPI a Fermo

Tornei e Cavalcate hanno caratterizzato il medioevo. Dante stesso parla “ … di color che corron a Verona il drappo verde’’ (Inferno XV, 123/24) e di “cavalier muover lo campo a cominciar stormo e far loro mostra… e vidi gir gualdane ferir torneamenti e correr giostra’’. Non si parla di azioni guerresche, ma di esercizi e spettacoli militari. Giostre e tornei sono una peculiarità del feudalesimo e della Cavalleria. Sebbene si fa risalire la loro istituzione a G. De Prévelly nel 1066, essi esistevano da tempo in epoca feudale. Avevano luogo generalmente a primavera per festeggiare fausti avveni menti o in occasione dell’investitura di nuovi cavalieri. Di essi si dava notizia a mezzo dei messi e il bando veniva reso pubblico per ogni dove. Accorrevano, anche da lontano, dame e menestrelli, suonatori e cavalieri. Il rullo dei tamburi ed il clangore delle chiarine caratterizzavano l’evento. Figuranti in ricchi paludamenti dai colori sgargianti e dame sfoggiami vesti ricchissime, costituivano la folla variopinta. Il Concilio del 1139 proibì tornei, cavalcate e giostre cruenti che finivano con il far morire l’avversario. Agonismo accettabile quello “sportivo” di gioia, di festa e talvolta di tripudio. E in questa forma furono autorizzati di nuovo alla fine secolo XII. Il premio che andava al vincitore era rappresentato da oggetti simbolici, quali una corona, gioielli e in modo speciale da un palio o panno di seta coloralo che costituiva il trofeo agognato per ogni partecipante alla gara. La dama consegnava il premio al vincitore tra squilli di trombe, rullo di tamburi e suono delle campane. Nella storia dei tornei, delle giostre e dei palii; ne compaiono di molto antichi. Quello “di Fermo, risale al 1182 o addirittura al 1149 dato che nel 1449 in un atto notarile Monterubbiano dichiarava a Fermo che il palio veniva consegnato alla città da trecento anni. Nel secolo XIII vengono i palii di Ferrara (1279) Asti c Vercelli. Celebre è il palio di Siena. Nel Fermano tali manifestazioni sono tra le più antiche d’Italia: si ricordano quelli tuttora celebrati come “Sciò la Pica” nel giorno di Pentecoste a Monterubbiano, che ricorda la venuta dei Piceni guidati da un picchio. Vi è il Palio della cavalcata dell’Assunta a Fermo (15 agosto). Si ricorda la sfilata tra scampanii festosi e sparo di colubrine dalla rocca. Le vie e le piazze erano pavesate a festa in una gloria di sole e di colore. Oltre alle Magistrature, sfilavano i Capitani d’armi. Era tutto uno scintillare di elmi e di corazze, un garrire di gonfaloni e di orifiammi, un incedere ieratico e maestoso, festoso, solenne e gaio. Vi era anche la Quintana. Il cavaliere si esercitava su un bersaglio mobile costituito da una statua gigante con braccio teso lateralmente. Vi era inoltre la Giostra del Toro, per molti versi simile all’attuale corrida. C’è poi – nuovo sulla scena ma non meno importante – il Torneo Cavalieresco di Castel Clementino che rievoca la cessione del territorio di San Gualtiero da parte della Comunità di Santa Vittoria in Matenano a Servigliano.

Gabriele Nepi

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DIO SI STA MANIFESTANDO

DANIEL ROPS “L’Epifania eterna” edito L’Osservatore Romano 06.01.1939 traduzione

DIO SI MANIFESTA OGGI IERI SEMPRE.

Testo di Daniel Rops edito in francese nell’Osservatore Romano il 6 gennaio 1939 e qui tradotto

                                                              L’EPIFANIA ETERNA

   La Stella che saliva all’orizzonte orientale annunciava alle genti “Colui che fu generato prima dell’aurora”. I cori degli angeli, frementi nella notte, non avevano ancora messo altri in risveglio che rari pastori. Un prodigio! Gli uomini attendono sempre i sogni. E ai popoli del mondo, ai sovrani lontani, alle nazioni sconosciute l’Astro strano manifesta la nascita. Trent’anni più tardi, l’oscurità della sesta ora e lo spaccarsi delle pietre manifesteranno parimenti il sacrificio. Nell’irragionevolezza del mondo questi avvertimenti cadono come un granello di miglio che la terra ricopre e sembra obliare.

   Li conosciamo noi questi giorni che Isaia ha previsti. Ci sono le tenebre in mezzo a noi. Vedremo noi le nazioni camminare verso la pace? Noi apparteniamo ad un’epoca che sembra sconfitta dalla notte. Tante persone sembra che abbiano perduto persino la fiducia in una luce, in una stella. Da ciò, sulla terra, la violenza apre lesioni, come in un grande organismo compaiono piaghe alle mani, alle membra, al viso prima che tutto il corpo sia infettato. Combattono, con l’oscurità nell’animo i popoli azzannandosi tra di loro e sapendo a malapena per cosa si uccidono a vicenda. Altri rinnegano la loro fede antica, per soppiantare la Gerusalemme dell’amore. Altri violano il precetto che Dio nel Natale ha portato al mondo e là dove tutto era carità, sostengono l’odio e il diritto della violenza. Dove sta la stella?

  L’Epifania, la “manifestazione” di Dio tra gli uomini non è uno di quei fatti della storia tale che non possa essere dimenticato dalla negligenza umana. L’Epifania, ogni giorno, ha con sé, con tutte le energie, come un grido, una misteriosa inquietudine. In mezzo a questi popoli che da odiose leggi sono vincolati alle apparenze, in contingenze, del tradimento, quanta lealtà intima resta ancora? Quanti, il giorno di Natale, hanno ascoltato, in sé, l’annosa voce secolare? Quanti, oggi, cercano la stella, non nello sfarzo ufficiale, ma nel loro cuore? Le persecuzioni e le minacce ostacolano il risplendere delle parole eterne, ma queste parole vivono in un corso sotterraneo e, un giorno, tornano alla luce. Anche la terra oblia il granello di miglio che essa racchiude, ma la vita si sviluppa nella sua profondità, e finisce per elevare verso il cielo la sua attualità, l’esile gambo della speranza sua.   

   Epifania eterna! Se le persecuzioni non lasciassero sopravvivere che un solo cristiano, tutta la parola seminata dal Cristo, sopravviverebbe nondimeno in lui e le sue spalle fragili porterebbero sempre la speranza tutta dell’umanità. Sì fragile, pure minacciato, egli basterebbe ancora a manifestare, in faccia ad un mondo, interamente consegnato all’oblio, la grandezza di Dio e le sue promesse. Ma le persecuzioni non riescono a ridurre al cristianesimo a tale unico bastione. Più si fanno pesanti le minacce, più si innalza l’entusiasmo. Se il buio della notte copre oggi tanto spazio sulla terra, certamente marciano verso la luce persone di buona volontà. In parallelo agli sforzi che gli Stati paganizzati fanno per vincere la legge soprannaturale, si affermano gli sforzi fedeli delle persone che vedono in questa sola legge e mai altrove, il loro ultimo ricorso. Le persecuzioni fanno nascere l’eroismo. I vescovi di Fulda, i preti di Spagna e Messico, i cristiani clandestini nel silenzio della Russia, e tanti testimoni sono presenti oggi per testimoniare che la manifestazione di Cristo alle persone umane non è stata futile e che nulla potrà cancellarla dai nostri cuori.

Questa è Epifania (manifestazione), senza sosta attuale, oggi, da nessun vivente può essere potuta obliare. In ogni occasione, una voce ostinata, eroica, la richiama di fronte ai mostri che ci minacciano. Davanti alle ingiustizie e davanti ai crimini, in contrasto con le dottrine che tendono a mutilare la persona, una sola persona soltanto una ha avuto la forza e il coraggio di alzarsi e di parlare forte e chiaro. <Il Papa>. Non ha detto nulla che non sia stato detto dai suoi predecessori, non ha affermato niente che non era stato affermato durante duemila anni di dottrina e di storia; egli non manifesta nulla che già non era stato manifestato alle persone umane quando la Stella è sorta nel cielo.

   Ma questa eterna verità, poiché egli la dichiara con tutta la sua forza e con tutta la sua fede, si direbbe che distrugge le tenebre e che il mondo è accecato da questa luce. E’ un vecchio la cui vita è durata soltanto per la protezione del cielo esattamente affinché queste parole fossero dichiarate. Un giorno la storia insegnerà che le grandi encicliche di Pio XI, nei nostri anni oscuri, saranno state le affermazioni di speranza – sole, o quasi – che sono state date al mondo e questi testi semplici, fermi, implacabili avranno salvato lo spirito.

   Sono testi che ci dicono “Orsù prode, piccolo gregge, le potenze della terra possono aggredire e cercare di distruggerti. Non è oggi che, nella gloria, i re di Tharsis e le carovane delle autorità, le ricchezze del mare e le forze delle nazioni si vedranno dirigersi verso la culla dell’Infante Dio. Ma il segno apparso ai Magi non è divenuto inutile. Ogni giorno migliaia di persone lo stanno ricevendo nella verità del loro cuore. E tu, piccolo gregge, trionferai un giorno perché tu avrai capito il senso della Stella.

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