LA MOSTRA DI RELIQUIARI E DI OSTENSORI DELLA ARCIDIOCESI DI FERMO ORGANIZZATA DA DON GERMANO LIBERATI. Notizie estratte dal catalogo.

Volume di vari autori: “Santi e pellegrini” a cura di Germano Liberati e Alma Monelli. Archidiocesi di Fermo. Fermo 2000. <Testo ristrutturato da uno scritto di Germano Liberati. “La mostra, percorso unico nel suo genere”>

     La mostra dal titolo “Santi e Pellegrini” a Fermo si riferisce alla storia della liturgia cristiana che ha caratterizzato la vita ecclesiale con grandi manifestazioni di fede, come i giubilei e i santuari. In ogni anima beata che ha vissuto sinceramente la volontà divina vengono ricordati e vissuti i misteri della salvezza opera del Cristo che ha vinto la morte e vive glorioso. Nella venerazione alle persone sante che vivono in cielo la Chiesa proclama la lode della Risurrezione del suo Signore che era, che è e che viene. Il significato delle manifestazioni esterne va ricercato nella partecipazione spirituale, non sul versante di moda di divagazione o di curiosità. Le due realtà di santità e di reliquie sono complementari e si spiegano a vicenda nel rinforzarsi reciproco. Le tombe e le reliquie dei santi hanno richiamato alla preghiera le folle e i singoli fedeli intenti a impetrare la loro intercessione, a ringraziare l’Amore infinito ed a venerarli come modelli di virtù. l pellegrinaggio permane con esiti morali di cammino per la santificazione. In ciò ogni cristiano è un pellegrino.

     È avvenuto fin dai primi secoli che al culto della santa Croce di Cristo e degli oggetti pertinenti alla Sua divina passione, sono stati affiancati da atti liturgici sulle tombe degli apostoli, dei martiri, dei taumaturghi, o nei luoghi di apparizioni in cui la pietà dei fedeli, giustamente, ha meditato la particolare presenza della Vergine, testimoniata da miracoli, grazie o eventi comunque difficilmente spiegabili dal punto di vista naturale. Facendo memoria storica delle persone che sono già pienamente unite a Dio, le reliquie loro favoriscono l’intensità delle preghiere individuali, inoltre fanno meditare sulla testimonianza che esse hanno dato di Cristo e così sostengono i fedeli nella fede e li incoraggiano a chiedere il sostegno della loro intercessione per superare le prove nelle sofferenze quotidiane.

   Nella storia dell’umanità, i santi sono esemplari in un processo osmotico: essi stessi sono stati pellegrini. Così la martire santa Lucia da Siracusa andava a Catania per pregare sulla tomba di S. Agata. Troviamo nei grandi santuari gli elenchi e le raffigurazioni di Santi e Beati che vi sono stati pellegrini, hanno pregato e spesso ottenuto la grazia della conversione e quella del dischiudersi della vocazione per realizzare il proprio particolare progetto di Dio, nel loro “itinerario di perfezione”.

     In questo contesto è inevitabile e necessario che gli strumenti e i modi per la venerazione siano quanto mai significativi, come esemplarità e richiamo per tutto ciò che di meglio l’uomo può offrire a Dio, alla Vergine, ai santi. Questo ci fa render conto del grande apporto che è dato dall’arte cristiana la quale non ha mai trascurato di dar valore alle cose pertinenti alla santità nei luoghi di culto. La mostra che focalizza l’attenzione sui reliquiari, come contenitori ideati e creati per conservare, esporre alla venerazione ed esaltare le reliquie, è utile a che la pietà dei fedeli ne esca edificata e la fede trovi la sua professione esplicita. All’origine di tale scelta vi sono motivazioni diverse che fanno un tutt’uno con le finalità stesse della mostra riferita al significato del culto cristiano dei santi e alla ricerca della santità.

   Gli oggetti di questo tipo, sono stati definiti, con un’etichetta generica e superficiale, “arte minore”. Don Germano Liberati, Direttore dei Beni Ecclesiastici dell’Archidiocesi di Fermo e docente di storia dell’arte sacra, si è ribellato a questa definizione, sia perché tale espressione congloba generi e forme diverse per materia, per arte e per tecnica, sia anche perché non conduce né ad una conoscenza, né ad una comprensione critica dei manufatti stessi, nei quali spesso validissimi artisti o splendidi artigiani di mirabile tecnica hanno fornito autentici capolavori d’arte. In generale i liturgisti apprezzano la solennità delle teche destinate alle reliquie e ai sacramenti e fatte con materiali ed elaborazioni di alto valore artistico al fine di rendere onore al Signore.

     Adornare, e talora enfatizzare, con opere d’arte le teche dei resti mortali di santi (pur in frammenti) sono testimonianze di una sensibilità che solo la religione cristiana ha saputo mettere in evidenza, partendo dal principio fondamentale che questo è vero riconoscimento della dignità umana, non tanto in riferimento a potere, ricchezza, imprese, piuttosto sulla base delle doti più autenticamente umane e delle virtù personali che queste persone onorate hanno professato, ad imitazione dell’uomo perfetto, Gesù Cristo. Le reliquie e i loro preziosi contenitori, i reliquiari, sono innanzitutto la testimonianza di un culto, di una adesione ad un modello cui rifarsi e di un intercessore cui rivolgersi, nello spirito della grande verità della Comunione dei Santi.

     Tutto ciò, visto con gli occhi del nostro tempo, costituisce la memoria dei santi che resta sempre e comunque un richiamo ed un incoraggiamento alla testimonianza di fedeltà a Cristo che è il modello dell’itinerario di perfezione. Permangono, dai secoli cristiani, gli atti devozionali delle pie unioni e delle aggregazioni con i loro riti, con il pellegrinaggio “ad corpora sanctorum” <corpi dei santi>, con le processioni e le feste patronali, con altre forme spirituali praticate da confraternite e da ordini secolari, proprio perché il santo è visto – e non può essere altrimenti – oggi, soprattutto come modello ispiratore del cammino interiore di fede, di carità creativa, di intuizioni profetiche, di attenzione alla spiritualità cristiana. A tutto questo non nuoce l’eccezionalità dell’aspetto taumaturgico, oggi meno cercato.

     E i reliquari ne sono una riprova preziosa, in quell’ambito della cultura materiale artistica che è insostituibile documento di conoscenze per la storiografia. Non sfugge a nessuno, purché sia attento, come la suppellettile sacra in genere sia il segno di una continuità della storia religiosa delle comunità cristiane locali, dell’arricchimento specifico, donatoci nella successione di molti secoli.

     I reliquari offrono varie risposte particolari per gli storiografi intenti a ricostruire il divenire storico. Da questi si possono ricavare aspetti della devozione preferenziale che è rivolta alla Vergine, invocata sotto moltissimi titoli, inoltre a questo o quel santo, proprio perché tutto ciò si era radicato e stratificato in modo preciso nelle proprie e diverse società qualificate dalla singolarità di caratteri, bisogni, aspetti famigliari, economici e sociali.

     Né è da sottovalutare come le tipologie e gli stilemi che caratterizzano queste opere d’arte in modo circostanziale, rappresentano culture diverse, manifestano la circolazione di artigiani e artisti, la diffusione di precisi gusti e di determinate propensioni, e contribuiscono, anche per le parti figurali delle opere, a connotare in modo specifico le singole aree culturali, nella loro varia pluralità. Il loro apporto agli studi può esser ricontrato anche maggiore dell’apporto derivato dagli edifici.

     E’da teer presente il fatto che è stata fatta una scelta tra gli oggetti della mostra vantaggiosa per offrire un ampio ventaglio di opere che si dispiega attraverso sette secoli, a testimonianza di quanto storicamente avvenuto nella pertinenza della grande comunità costituita dall’arcidiocesi di Fermo che è la più ampia Diocesi delle Marche. Le opere sono state esplorate e selezinate nelle oltre trecento chiese e scegliendo tra oltre mille reliquiari inventariati.

   I criteri di scelta individuati dal comitato scientifico sono stati quelli della qualità, quantità e rappresentatività.

     Innanzitutto la qualità. Si è preferito esporre le opere che, preziose per maestria tecnica e materia, possono evidenziare l’attenzione, la sensibilità e il gusto della committenza. Tutti questi elementi sono la logica estrinsecazione della fede e della devozione; né mancano opere dette “di maniera”, la cui tipologia è ricorrente in aree più vaste: in questo caso si è offerto un complesso di apporti che privilegiano l’evoluzione storico-stilistica, in un percorso che va dal Seicento alla fine dell’Ottocento, tra l’altro aggiungendo alla tipologia dei reliquiari, quella ancor più preziosa degli ostensori, che sono valorizzati come strumento del culto eucaristico.

   Insieme con la qualità, l’attenzione è stata rivolta alla quantità. Non basta esporre i non pochi pezzi unici, preziosi per la ricchezza materica e per la tecnica esecutiva; ma, poiché la mostra ha anche il fine di testimoniare la storia, la scelta di oltre cento opere, quantitativamente rilevante, consente di documentare la diffusione, le forme variegate, i riferimenti di molteplici manifestazioni della fede cristiana.

     Infine si valorizza la rappresentatività, in tre coordinate precise: geografica, stilistica, tipologica. La vasta area diocesana di kmq 1300 e più <settima parte della regione Marche> accomuna chiese importanti insieme con le piccole pievi. Non è raro trovare preziose opere, molto originali e interessanti, in piccoli paesi, o in frazioni, dato che, un reliquiario che raccoglieva i resti di un santo, ha determinato storicamente, il culto e i pellegrinaggi in un sito e chiesa. Ecco allora la nuova e affascinante scoperta della mostra: imbattersi in oggetti che mai si sarebbero potuti immaginare nati e conservati i luoghi poco noti come sinora gli oggetti stessi.

      A ciò va aggiunta la rappresentatività stilistica: materia, tecniche, decorazioni e altro sono ampiamente selezionate al fine di poter cogliere le aree di diffusione, la creatività e la sensibilità locali, gli influssi di altre aree anche lontane. Emergono presenze impensate: si va dalla stauroteca della Cattedrale, dono di Pio III, fatto prima del suo pontificato, alle opere uscite dalla bottega degli intagliatori locali, quali i Morelli di Montegiorgio, che hanno coniugato la dignità stilistica con il gusto popolareggiante.

     Né manca la possibilità di riscoprire come il reliquiario sia l’occasione di una creatività libera e innovativa, riconducibile non solo agli stili dominanti dei vari periodi storici, bensì espressione di intuizioni, gusti, inventiva, originalità dettate da committenze colte e realizzate da artisti di grande sensibilità. E’ fuori luogo pensare ad un arredo sacro standardizzato.

     La mostra offre un panorama assai esauriente, con la sua unità tematica, riguardante il reliquiario. Per quanto ci consta, nessuna altra mostra in regione <non sappiamo, ma forse in Italia> l’ha mai proposto. La mostra porta ciascuno a sentirsi “pellegrino” ai “Santi”. E’ un’occasione di itinerari lungo i secoli nella storia religioso-culturale della comunità cristiana della vasta Diocesi. Il corredo di un prezioso catalogo in cui 142 opere tra reliquiari e ostensori fotografati vengono illustrati, unitamente alla presentazione delle tipologie e delle valenze artistico-culturali delle stesse opere presentate, giova alla perspicacia del senso della storia del culto.

   Tali contributi sono stati affidati a studiosi ed esperti affinché la lettura potesse costituire un vero e proprio scavo nella novità della proposta e un superamento della trascuratezza che spesso circonda tali tematiche da non relegare nell’ignoto o nell’indifferenza delle arti minori. Un ampio apparato fotografico documenta le tipologie delle singole opere. Il volume si conclude con un indice di schede-foto di tutte le opere esposte.

*****************

Posted in Senza categoria | Leave a comment

A Fermo la reliquia del cranio di san Savino patrono della città.

A Fermo la memoria liturgica di SAN SABINO PROTETTORE DELLA CITTA’

A Fermo la memoria liturgica di SAN SABINO PROTETTORE DELLA CITTA’

   San Sabino o Savino è un martire morto nel 303 circa a Spoleto ed è considerato anche vescovo. Nella diocesi Fermana è patrono di Fermo e altrove lo è anche di Spoleto, di Assisi e di Siena. Durante l’antichità Sabino fu uno dei santi più venerati. Della sua vita gli studiosi possono ricostruire soltanto poche date. Per la fedeltà e la testimonianza data a Gesù Cristo fu perseguitato e considerato criminale fino all’assassinio, dato che soprattutto sotto gli imperatori Valeriano e Diocleziano la religione cristiana non era lecita, ma considerata un crimine contro lo Stato. L’editto imperale per la libertà al cristianesimo fu emanato nel 313. Il popolo cristiano ha cominciato a venerare Sabino martire subito dopo il suo assassinio, dici anni prima. Alla sua tomba, a Spoleto, affluivano numerosi pellegrini. A lui si è attribuito l’episcopato di questa diocesi in base agli antichi dipinti che lo raffigurano tale. Siamo sicuri che già nel quinto secolo davanti alle mura di Spoleto esisteva una basilica che era stata dedicata a San Sabino e lo troviamo anche raffigurato in un mosaico, a San Apollinare nuovo a Ravenna che è stato edificato attorno al 503.

   Nell’iconografia l’immagine più antica del santo martire lo si vede con le mani coperte da un velo su cui c’è una corona. Nella figura di vescovo con mitra e pastorale lo troviamo in un affresco di Andrea di Bologna nella basilica di San Francesco ad Assisi, immagine riferibile al 14º secolo.

   Le notizie per Fermo sono documentate da una lettera di papa Gregorio Magno che nell’anno 598 dispose che il vescovo di Spoleto concedesse al vescovo di Fermo una reliquia di san Savino martire e allora fu concessa ai Fermani la reliquia del cranio di san Sabino, in un bel reliquiario che ancora si conserva nella cattedrale di Fermo.

  

Posted in Senza categoria | Tagged | Leave a comment

SANTA ANNA CHIESA A BELMONTE PICENO culto tradizione festa cultura

rettitudine

SANT’ANNA – chiesetta a Belmonte Piceno.FM.

   Giustina Agostini Sbaffoni (1982-1972), donna di preghiera per le tante persone che la frequentavano a Belmonte, nel 1956 cominciò a fare nuova la chiesa di Sant’Anna, la quale è la santa ammirata madre di Maria di Nazaret e nonna di Gesù Cristo, figlio della stessa Maria. Nella devozione cristiana i santi genitori e nonni Giacchino ed Anna vengono venerati con la memoria liturgica il 26 luglio. Sono onorati come modelli di santa laboriosità, come intercessori e come compagni del pellegrinaggio dalla terra al cielo. Secondo le esperienze della loro vita sono patroni di particolari condizioni di vita. Così la madre e nonna Sant’Anna è patrona per le maternità nella gestazione, nel buon andamento del parto e nella condizione di essere puerpera, come pure nella cura dei neonati, bambine e bambini. Nell tradizione cattolica, tra le molte immagini che raffigurano S. Anna con la figlia Maria, una è stata dipinta da Leonardo da Vinci ed è esposta al Louvre a Parigi.

   L’antichità di Belmonte si riflette anche sulle lontane origini di questa chiesina ricostruita varie volte, adiacente al bivio delle strade che da Belmonte scendono verso l’Ete. Attualmente nel frontespizio della chiesina stessa i passanti leggono l’epigrafe su marmo come è stata dettata da Giustina, nella seguente poesia di buon auspicio:

O PASSEGGERO SE

 IL DOLORE TI AFFANNA

LA GRAZIA CHE TU VUOI

CHIEDI A SANT’ANNA

   Presso tutti i popoli, anche tra i marchigiani che sono devoti della santa Casa mariana di Loreto, è facilmente riscontrabile quanto valore si dà alla filiazione. Molte donne si recavano a casa di Giustina nelle fasi della loro maternità e lei, con stabile sicurezza, insieme con ciascuna di loro, pregando, invocava il patrocinio di sant’Anna.

   Nel secolo XI a Belmonte erano presenti i monaci benedettini venuti da Farfa che avevano avuto in donazione molti possedimenti terrieri e dal secolo X officiavano la turrita chiesa di Santa Maria in muris, detta popolarmente di san Simone. Essi davano in enfiteusi le aziende agricole curtensi nel territorio Piceno e sui luoghi costruivano edicole e chiesine per seppellire nelle adiacenze i defunti. Questa è l’origine storica della chiesina. Lo stile edilizio era allora di tipo romanico e nel secolo XIV fu completato con modifiche di stile gotico. Quando dopo il 1860 ci fu la confisca delle proprietà ecclesiastiche, questa chiesa finì abbandonata alle intemperie e nel secolo XX i più vecchi vedevano sul luogo due spezzoni di muri inclinati con le tracce delle fondazioni di forma semicircolare d’abside. Tutto attorno si vedevano rovi e sterpi selvatici che ogni anno crescevano e si allargavano verso le strade adiacenti, tanto da doverli tagliare con le roncole a lungo manico, poi bruciarli e per conseguenza i ruderi dei muracci diventavano molto anneriti e brutti.

   Nel 1953, Giustina venne ad abitare con la famiglia del figlio Nello Sbaffoni, presso questa contrada detta di Sant’Anna. Precedentemente lei abitava con i figli e con i nipoti presso la chiesina di santa Maria in Muris, a Belmonte. Lei ed i devoti erano delusi dalla brutta impressione di quei rovi ed erbacce, e seguitando a fare le preghiere a sant’Anna, accolsero l’idea che vi si costruisse una nuova chiesa per questa santa. Un primo schizzo venne in mente all’ingegnere Mario Andrenacci e nei contatti con la fornace Brancozzi di Grottazzolina, che avrebbe fornito i materiali di edilizia, il figlio Blandino Brancozzi che era un tecnico, delineò un disegno di progetto. Ci furono operai volontari per sterrare e fare i manovali. Nel frattempo Giustina riceveva offerte dalle persone che la frequentavano. Le si affiancarono altri collaboratori, tra i primi il figlio Nello. Blandino Brancozzi era il capomastro. L’edificio crebbe in pochi mesi dalle fondazioni al tetto. Furono messe lastre di marmo ad ornare il portale, si costruì il cornicione a corona dell’edificio, con le grondaie laterali, fu eretto l’altare, come si vede tuttora. In seguito si provvide agli intonaci ed alle tinteggiature. Il mastro falegname Angelelli Dino, che teneva il laboratorio nelle vicinanze, creò il tabernacolo, due comodini e due panche, oggetti questi che verso la fine del secolo XX furono restaurati dal fratello Angelelli Renzo. Di fronte all’altare, il quadro raffigurante sant’Anna era una stampa in bianco e nero che dopo circa trent’anni fu sostituito con l’immagine in policromia raffigurante la figlia Maria seduta a leggere la Bibbia sotto la guida materna.

   Interessandosi il parroco don Giuseppe Biondi, si cominciò a celebrarvi la santa Messa e festeggiare la domenica pomeriggio prossima al 26 luglio. Partecipavano le persone del centro urbano e delle vicine contrade. Dopo la liturgia si sostava per una merenda con affettati e bibite. Il senso religioso della patrona delle partorienti era dominante in questa ricorrenza. Culturalmente era un incontro con attenzione alle nonne ed ai nonni, un apprezzamento per l’opera architettonica innovata, una eco del volontariato laborioso, con nuovi apporti di inferriate artistiche.

Il proverbio che subito affiora nella mente di chi pensa a Sant’Anna è il popolarissimo detto:

“Sant’Anna il vero e giusto rimanda”. Purtroppo si verificano sopraffazioni ed atti di bullismo e si diffondono perché i colpevoli di soprusi sanno di poter vegetare nell’impunibilità. Il proverbio fa capire che sant’Anna vuole riportare le giustizia contro le soperchierie. Occorre consapevolezza. E’ un monito a volere un mondo di atti giusti, nelle piccole scelte per vivere la rettitudine anche a costo di sacrifici. Per evitare le sopraffazioni occorre usare impegno nell’individuare i responsabili delle ingiustizie. E’ vero che la giustizia è di Dio che la fa trionfare eternamente. Emanuele Kant diceva che la vita eterna è necessaria affinché ciascuno abbia per sempre il suo. Dove il popolo usa attenzione si alimenta il dovere della certezza della pena. Nessuno si può tirare fuori; non ci debbono essere indifferenti di fronte alle angherie. Anzi quando si esercita l’attenzione per far ravvedere i prepotenti si prevengono i reati tipici della mafia. E sant’Anna lo fa realizzare.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , | Leave a comment

RETTITUDINE

SantAnna il giusto e retto rimanda

RETTITUDINE

Il proverbio che subito affiora nella mente di chi pensa a Sant’Anna è il popolarissimo detto:

“Sant’Anna il vero e giusto rimanda”. Purtroppo si verificano sopraffazioni ed atti di bullismo e si diffondono perché i colpevoli di soprusi sanno di poter vegetare nell’impunibilità. Il proverbio fa capire che sant’Anna vuole riportare le giustizia contro le soperchierie. Occorre consapevolezza. E’ un monito a volere un mondo di atti giusti, nelle piccole scelte per vivere la rettitudine anche a costo di sacrifici. Per evitare le sopraffazioni occorre usare impegno nell’individuare i responsabili delle ingiustizie. E’ vero che la giustizia è di Dio che la fa trionfare eternamente. Emanuele Kant diceva che la vita eterna è necessaria affinché ciascuno abbia per sempre il suo. Dove il popolo usa attenzione si alimenta il dovere della certezza della pena. Nessuno si può tirare fuori; non ci debbono essere indifferenti di fronte alle angherie. Anzi quando si esercita l’attenzione per far ravvedere i prepotenti si prevengono i reati tipici della mafia. E sant’Anna lo fa realizzare.

Posted in Senza categoria | Tagged , , , | Leave a comment

A BELMONTE PICENO IL MOLINO PRESSO IL FIUME TENNA SIN DALL’EPOCA ROMANA

A Belmonte Piceno il mulino sul fiume Tenna  esiste da venti secoli. negli ultimo due secoli gestito dai mugnai VALORI fino al 1902 poi dai CARNEVALI

   In prossimità del fiume Tenna, non lontano dal bivio delle due strade provinciali, una verso il paese e l’altra lungo la riva destra dello stesso fiume, c’è un antico mulino ad acqua che è di proprietà delle famiglie belmontesi di Antonio ed Ettore Carnevali. Nelle carte topografiche e “tavolette” si legge “Molino Valori”. Per un altro molino che era nei pressi del fiume Ete si leggono notizie nel libro di Franco Giampieri che racconta la vita nella vallata dell’Ete. Giampieri scrive che i fiumi, sia piccoli che grandi, sempre sono stati alleati degli uomini ed anche nei momenti di magra hanno speso ogni loro goccia per soddisfare le persone, gli animali e le piante.

   Di fatto vicino ai fiumi sorsero i più grandi insediamenti storici e fin dalle epoche protostoriche risulta che le loro acque furono utilizzate per la forza motoria perché questo sistema energetico è certamente economico, efficiente, poco costoso, molto produttivo in varie applicazioni. Non per nulla, nel secolo XIX con la dinamo, per mezzo delle turbine ad energia idraulica è stata prodotta l’energia elettrica. Il geografo e storico greco Strabone, nel primo secolo avanti Cristo, ebbe a descrivere i molini ad acqua.

   Proprio nei primi decenni dell’era cristiana sorse il primo insediamento del mulino belmontese, in questo luogo della pianura del fiume Tenna, che era nell’ambito del territorio Faleriense. Avvenne allora che vennero mandati a riposo dall’imperatore Augusto nel Piceno i veterani degli eserciti romani sia di Cesare che di Pompeo. Ogni luogo abitato in ambiente rurale era chiamato dagli antichi romani con il vocabolo “Villa” dove essi svolgevano pressoché tutte le attività produttive. Presso l’abitazione padronale c’erano diversi edifici e locali, come l’edicola, le officine, le capanne, i magazzeni, le cantine, la grotta, le stalle per allevamenti, il frantoio o pistrino e nei pressi del fiume un molino ad acqua, in modo tale che i lavoratori provvedevano alle comuni necessità.

   Cominciò ad esistere in epoca augustea il primo mulino a Belmonte <Piceno> presso il fiume Tenna (Tina divinità). In seguito alla decadenza di Roma e dell’impero romano nel quinto secolo, con l’arrivo e l’insediamento di popoli emigrati da fuori dall’Italia, i nuovi abitanti si stabilirono sulle alture, dove ancor oggi vediamo molti paesi. Le attività di macinazione dei semi e delle granaglie prevalentemente si fecero nelle abitazioni, immettendoli in una pietra incavata e sovrapponendo un’altra pietra che veniva girata con ogni metodo possibile di molitura.

   Nei frantoi si usavano le macine (o mole) di pietra che erano girate o con le braccia, o con animali, o con pale sull’acqua corrente. Nel secolo VIII con la venuta dei monaci benedettini in questo territorio, le attività nelle pianure nelle vallate di fiumi ripresero intensamente e i molini si potenziarono. I monaci benedettini Farfensi con il programma di pregare e lavorare, furono i più operosi imprenditori agricoli, anche mugnai, nel Piceno. Sapevano anche pacificare le popolazioni. A questi subentrarono, con i Longobardi e con Franchi, i signorotti vassalli che ebbero il dominio sullo sfruttamento delle terre e delle acque, continuando l’uso dell’energia idraulica. Gli edifici per i molini erano anticamente costruiti con pietre e con mattoni in un modo staticamente solido, con muri spessi, come si può ancor oggi notare dove gli edifici permangono. Dovevano resistere anche ai pericoli di incursioni nemiche, oltre che all’usura nel tempo.

   Dal XIII secolo alcuni comuni riorganizzarono l’amministrazione e crearono mulini comunali sparsi nel corso di uno stesso fiume dato che l’acqua che scorrendo dava energia in un posto, non perdeva per questo la sua quantità scorrendo verso altro mulino.

   Una vicenda di guerriglia fu causata nei dieci anni dal 1537 al 1547, quando ci fu un nuovo governatorato chiamato Stato Ecclesiastico nell’Agro Piceno con capoluogo Montottone, della famiglia Farnese del papa Paolo III, emarginando Fermo, da secoli capoluogo. Per la riscossione delle tasse furono causati dissidi. Di fatto, presso il fiume Tenna, gli utenti del pascolo della pianura di ricco pascolo, detta “Boara” frequentata in gran parte dai Montegiorgesi, anche dei comuni circonvicini , si trovarono concitati gli uni contro gli altri causando con rappresaglie, incendi e distruzioni dei rispettivi mulini. Dopo la morte del papa Farnese, con lo scopo di pacificare, la pianura “Boara” fu data (come resta) nel territorio del comune di Fermo.

   Il sito del predetto mulino belmontese presso il Tenna in collegamento dei percorsi stradali, era poco distante dal fiume, per non essere esposto ai pericoli delle esondazioni ed era costruito in modo solido e sicuro. L’acqua per l’energia necessaria a dare movimento alla mola (macina) ruotante era prelevata in un punto un po’ più elevato di ‘colta’ dal fiume, e attraverso il canale di presa (o gora), l’acqua si accumulava nella parata (o roggia) che era come un grande pantano con paratia per l’uscita (detta “reffota”) e arrivava a far girare le ‘pale’ nel luogo (detto margone). Seguitava a scorrere in altro canale (detto pescaia) per ritornare allo stesso fiume.    Una saracinesca regolabile sulla paratia serviva a accrescere o diminuire la quantità di immissione dell’acqua anche per evitare i danni occasionati dai forti temporali, che immettevano molta melma e frasche secche trasportate dal fiume. Questa struttura aveva necessità di manutenzione assidua in relazione all’impeto dell’immissione. Per macinare erano indispensabili due mole (o macine) di pietra, non una soltanto, in posizione orizzontale, una sovrapposta parallela all’altra, e la distanza tra loro era manovrabile per mezzo di una leva esterna. La mola inferiore era fissa mentre l’altra mola superiore era ruotante.   

   Il sito del predetto mulino belmontese presso il Tenna in collegamento dei percorsi stradali, era poco distante dal fiume, per non essere esposto ai pericoli delle esondazioni ed era costruito in modo solido e sicuro. L’acqua per l’energia necessaria a dare movimento alla mola (macina) ruotante era prelevata in un punto un po’ più elevato di ‘colta’ dal fiume, e attraverso il canale di presa (o gora), l’acqua si accumulava nella parata (o roggia) che era come un grande pantano con paratia per l’uscita (detta “reffota”) e arrivava a far girare le ‘pale’ nel luogo (detto margone). Seguitava a scorrere in altro canale (detto pescaia) per ritornare allo stesso fiume.    Una saracinesca regolabile sulla paratia serviva a accrescere o diminuire la quantità di immissione dell’acqua anche per evitare i danni occasionati dai forti temporali, che immettevano molta melma e frasche secche trasportate dal fiume. Questa struttura aveva necessità di manutenzione assidua in relazione all’impeto dell’immissione. Per macinare erano indispensabili due mole (o macine) di pietra, non una soltanto, in posizione orizzontale, una sovrapposta parallela all’altra, e la distanza tra loro era manovrabile per mezzo di una leva esterna. La mola inferiore era fissa mentre l’altra mola superiore era ruotante.   All’esterno dell’edificio si notavano i ricoveri d’alloggio e stalle per gli animali come le pecore, la cavalla o il cavallo, i maiali, i conigli, e il pollaio. Non lontano dal mulino c’era anche il forno per cuocere il pane e le focacce. L’acqua era utilizzabile nelle coltivazioni di ortaggi. La moglie del mugnaio (‘molenara’) preparava e faceva cuocere le pizze e le focacce, fruibili dai familiari e, a richiesta, dai clienti. Nelle vicinanze non mancava il pozzo di acqua potabile.  Ascoltando il racconto dei nonni riceviamo i ricordi di quando andavano al mulino. Arrivati, scaricavano i sacchi e vicino al portone d’ingresso c’era la Stadera per la pesa dei quantitativi. Al momento di venir macinate le granaglie erano immesse nel cassone sopra alle macine, poi si procedeva a molare. Secondo la vicinanza maggiore o minore delle mole il macinato poco affinato per semola e tritello, o più affinato come fiore di farina. Talora il mugnaio (molinaro) accumulava nel pavimento del piano superiore il grano nel magazzeno che da un pertugio (o boccarola) faceva scendere direttamente sul mulino. Preparava la farina da trasportare a vendere a clienti e a negozianti.

   Si chiama tramoggia l’apertura del cassettone svasato costruito sopra le macine, come un imbuto a ricevere il grano da macinare e farlo scendere tra le due macine con un passaggio regolabile per mezzo della leva della macinazione. Nel frattempo che il funzionamento dei meccanismi della molitura ultimasse il servizio al cliente, per curiosità egli andava all’aperto, a guardare il moto rotatorio, come l’acqua muoveva le eliche, sotto il molino: una ruota aveva infisse le pale a forma di cucchiaio poste in linea in modo che il flusso dell’acqua corrente le colpiva e faceva ruotare il perno verticale (ritrecine), poggiato su una base di ferro (ragnola). Il perno che girava, per mezzo di un meccanismo con leva, veniva innestato nella macina ruotante. Il “molenaro” con la leva faceva sollevare o abbassare il perno per muovere più velocemente oppure per rallentare il movimento rotatorio secondo l’immersione più o meno profonda delle pale nell’acqua.    Nella stanza delle mole si vedeva scendere la farina macinata, convogliata in modo da farla cadere in un capiente cassone di legno. Allora si diffondeva nell’aria un intenso profumo di farina che era mossa dall’aria tanto da sbiancare lo spazio circostante, anche le ragnatele. Ne è venuto il proverbio: «Chi va al molino s’imbianca di farina».

   Il mugnaio inoltre controllava l’altra leva che alzava o abbassava la mola rotatoria in modo da creare una farina più o meno grossa oppure sfinata. I bambini che accompagnavano i genitori al mulino si incantavano a guardare questo complesso di misteriosi meccanismi che accompagnavano il ritmo e il rumore della mola e lo sciabordio dell’acqua. Per soddisfare la propria curiosità facevano domande al mugnaio quando stava fermo davanti al cassone a guardare la fuoruscita del macinato.   Il lavoro del mugnaio era solerte e da esso riceveva il compenso di circa quattro chili di farina per ogni quintale di grano immesso alla molitura. L’impianto del mulino richiedeva un’attenta e laboriosa manutenzione oltre che per ripulire il canale e l’invaso della paratia, anche per rinsaldare o sostituire le pale (eliche) innestate fermamente nella ruota immersa del ritrecine, per regolare le saracinesche di discesa dell’acqua incanalata, per controllare la presa d’acqua dal fiume e il suo ritorno al fiume, soprattutto per ribattere periodicamente la dentatura scolpita nelle macine, lavoro questo che avveniva dopo che erano stati macinati circa tredici quintali di granaglie. Questa dentatura sulla superficie della mola era una scanalatura che faceva accostare la farina macinata ai bordi della mola in modo che poi scendesse.

   Un molino ben attrezzato macinava mediamente tra i due e i tre quintali di grano al giorno, secondo le varie possibilità dell’operatore e dell’immissione dell’acqua. I mulini presso il fiume Tenna avevano a disposizione l’acqua continuativamente in ogni mese dell’anno, grazie alla portata per lo più sufficiente del fiume Tenna, mentre il fiume Ete soffriva sistematicamente la discontinuità per la siccità estiva. La gente di passaggio arrivava dal mugnaio, anche senza portare grano, in qualsiasi giorno, semplicemente per soffermarsi a discorrere sulle recenti notizie, per scambiarsi opinioni sui lavori della gente e, all’occasione, la “vergara”, moglie del “molinaro”, preparava e serviva le focacce.

    L’industrializzazione del secolo XIX ha recato radicali trasformazioni nel metodo e nei mezzi della molitura con nuovi meccanismi, a cominciare dai comuni del Nord, per arrivare a diffondersi nel Piceno a metà del ventesimo secolo. Allora alla forza motrice idraulica è subentrata quella elettrica. Pertanto moltissimi molini vennero traslocati, sistemandoli nella periferia dei centri urbani collinari delle Marche, mentre pochissimi mulini idraulici rimasero quasi tutti inattivi.   Chi è attento alle farine sa che sono diverse per grossezza e qualità, come fior di farina, tritello, fecola, cruschetto. Anche i colori delle farine sono vari: bianco, nero, giallo, secondo la varietà delle granaglie scelte.

La famiglia di Valori Giuseppe tenne questo molino belmontese sul fiume Tenna sino al 1902, poi è subentrata la famiglia di Eugenio Carnevali (Carassai 1837- Belmonte P. 1918, già mugnaio a Ortezzano). La moglie Re Brigida (Amandola 1855- Belmonte 1935) è ricordata novantenne quando trasportava la farina con un’asina alle famiglie e ai negozi. Il figlio Antonio (Carassai 1862- Belmonte 1935). Da Antonio il figlio Igino nel 1950 introdusse l’uso dell’energia elettrica per la molitura, poi nel 1956 acquistò il molino elettrificato da Brunelli Quinto esistente nella periferia del centro urbano belmontese, dove i figli Antonio ed Ettore hanno continuato a macinare fino al secolo XXI.

Dino Fattoretta

Posted in Senza categoria | Tagged , , | Leave a comment

Il «Cantico dei cantici» tema della RICERCA nell’amore.

Dio viene a cercare il suo popolo

14. CANTICO DEI CANTICI, SÍR HASSÍRÍM

“CERCARE” NELLA SCRITTURA <l’amore di Dio per il suo popolo>

   Bisogna cercare sempre, notte e giorno, senza sosta. Qui si innesta un nuovo tema: cercare il volto di Dio, che è la sua presenza, la sua misericordia, il suo perdono. Il volto è l’aspetto esterno di una persona, rivela i suoi pensieri, desideri, atteggiamenti, soprattutto quando è in rapporto con gli altri. Dal nostro viso le persone vedono come stiamo: se bene o male, se contenti o meno, se dispettosi o ben disposti. Anche di Dio potremmo dire che ha un volto “iroso” ed uno “splendente, misericordioso”.

   Nel Cantico dei Cantici il tema della “ricerca” è sottinteso nel cap. 1 ove ai vv. 7ss. si dice: “Dimmi, o amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia vagabonda dietro ai greggi dei tuoi compagni”. La Bibbia di Gerusalemme alla nota del v. 7 dice: “Il tema della separazione e della ricerca è in tutta la letteratura amorosa altrettanto o forse più frequente di quello della presenza e del possesso”. Quando si canta l’amore si parla piuttosto della separazione, della ricerca, più che del possesso e della presenza. Questo tema è comune alla letteratura di tutti i popoli: l’uomo o la donna sono colpiti dal fatto che l’altro non c’è e quest’assenza fa sgorgare il canto o il lamento o la ricerca.

   Quando si canta, perciò, si dice che l’amato è lontano, perché quando lui è presente si gioisce. Nei capitoli 3, 1-4; 5, 2-8; 6, 1 del Cantico, il paesaggio è quello di un idillio pastorale, che è una scena campestre di serenità e di pace, un ambiente di respiro, dove non si è costretti da niente, ma c’è libertà. Sono realtà simboliche, che indicano una situazione dello spirito. Al cap. 5, 2 la nota dice “ritorna il tema della ricerca (già iniziato nel cap. l, 7)”. La scena è la stessa del cap. 3, ove i versetti 1-4 formano un tutt’uno col v. 5, il ritornello identico al v. 7 del cap. 2 e al v. 4 del cap. 8. Nel cap. 5 che tratta lo stesso tema degli altri citati, l’ambiente è costituito dalla città e la scena si svolge nella notte. Una ragazza corre nella notte, decisa a trovare il suo amato per portarlo a casa della madre, cosa assai contraria alle abitudini e ai costumi ebraici, tanto da far pensare ad un sogno: gli innamorati si dilettano ad immaginare situazioni irreali, come i nostri sogni.

   Qui l’audacia della ricerca e la volontà di non voler lasciar partire l’amato sono le prove di un amore appassionato. Sempre la stessa nota al v. 2 dice: “Ci sono la notte, la corsa attraverso la città, le guardie, ma il movimento è differente: l’amato sta dietro la porta e vuole entrare, la amata lo stuzzica e oppone pretesti futili, che sono smentiti dalla sua sollecitudine ad andare ad aprire; ma egli è sparito, ella non lo trova”. Cercheremo di capire ora, attraverso la Scrittura, cosa vuol dire tutto questo in rapporto al tema della “ricerca”. Abbiamo già detto che la chiave di lettura di tutto il Cantico è l’amore di Dio verso il suo popolo. Nello sposo è rappresentato Dio, nell’amata il popolo, ognuno di noi il nostro spirito, l’anima, come diceva Origene.

   Per capire il Cantico però, come si diceva che descrive l’arte dell’amore, tutto il nostro cammino verso Dio, in realtà dobbiamo considerare la parola della Scrittura. Il popolo d’Israele concepisce il Cantico dei Cantici sulla base della sua esperienza passata, presente e futura. Il Cantico infatti è anche un libro escatologico, perché proietta verso il futuro, non parla solo del passato: sulla base di ciò che è avvenuto nel rapporto tra Dio e il suo popolo, concepisce tale rapporto col Signore sempre. E’ necessario, allora, lasciarci trasportare dalla parola biblica, per capire il nostro rapporto con Dio e per imparare l’arte dell’amore, cioè, come amare il Signore e come sentirsi amati da Lui. Al v. l del cap. 6 si dice: “Dov’è andato il tuo diletto, o bella fra le donne? Dove si è recato il tuo diletto, perché noi lo possiamo cercare con te?” .

    Un altro aspetto: le donzelle, amiche della sposa, dicono che vogliono cercare anche loro lo sposo; è come se dicessero: se interessa tanto a te, interessa anche a noi. Dice qui la nota: “Altro intervento del coro che prepara la conclusione dei vv. 2 e 3”. Ma dove è andato l’amato? E’ sceso nel suo giardino: il luogo dove si farà trovare. Ma cosa è questo giardino? La nota dice: “Non bisogna ricercare l’amato, egli è presente nel cuore della sposa, che è il suo giardino”. Allora non bisogna più cercare? Qui è il problema: non serve cercare perché è nel cuore dell’amata, nel suo giardino, però non si è ancora trovato.

   La sicurezza dell’amore reciproco è espressa nel v. 3 “Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”; simile al v.16 del cap. 2 che si esprime in termini più concreti: “Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me, egli pascola il gregge tra i gigli”. C’è un luogo dove è l’amato, ma bisogna cercarlo, è molto vicino, ma la sposa non vi è ancora. Prendiamo ora alcuni testi della scrittura che ci possono aiutare. Questo tema della ricerca di Dio, è uno dei punti fondamentali della religiosità dell’A.T., perché esprime l’essenza stessa della religione in senso biblico; non più noi andiamo verso Dio, ma Lui si avvicina a noi e ci dà la fede che immette in noi un tale desiderio di Lui che si è fatto conoscere, da indurci a cercarLo.

   La religiosità in tutti i popoli è una ricerca di Dio attraverso i suoi segni: anche il creato manifesta Dio. Ma nella religiosità l’uomo si sente come in dovere di fare delle cose, per accattivarsi Dio, qui invece, siamo in un altro contesto, è un altro aspetto della religiosità; Dio attraverso i suoi interventi provoca in noi la fede, allora la ricerca diventa un entrare nella sottomissione a Lui, diventa disponibilità totale dell’uomo nei confronti del Signore. Questo sarà un ‘atteggiamento del credente anche nel N.T. La ricerca di Dio, allora, è legata strettamente a questa sottomissione totale di se stessi a Lui. Allora è chiaro che comprende la piena rottura con ciò che non permette una tale ricerca.

   Per questo essa è spesso un ritorno a Dio dalle varie situazioni di peccato, di lontananza. In Es. 33, 7, il verbo ricercare è nascosto sotto il termine consultare, che vuol dire “cercare la sua volontà”. Mosè, ad ogni tappa, prendeva la tenda della riunione e la piantava fuori del l’accampamento. Ad essa si recava chiunque voleva consultare il Signore. La tenda era come un padiglione, un luogo di convegno, e vi erano i segni della presenza di Dio: chiunque voleva cercarLo, doveva uscire e dirigersi verso la tenda, il verbo qui usato è ‘daras’.

   Oggi noi sappiamo che Dio “ha posto la sua tenda in mezzo a noi”. Dice la Parola: “Dio, nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito, rivolto verso il Padre, Lui ce lo ha fatto conoscerete, lo ha rivelato”. L’umanità di Gesù, la sua parola che sono i suoi segni, i suoi miracoli la sua umanità risorta, sono il luogo della presenza di Dio, la sua Shekinà, la sua presenza in mezzo a noi, la sua parola fatta carne. I giudei questo non potevano capirlo, per loro c’era un luogo dove era presente Dio. Noi però sappiamo che il Signore è presente in Gesù, sua Parola, nella Scrittura, nei sacramenti, in Cristo risorto ed asceso al cielo. Questo per noi fonda tutta la realtà dei sacramenti e del Corpo Mistico che è la Chiesa.

   Per gli ebrei andare verso la tenda per studiare Dio significava studiare la Scrittura, perché c’è una presenza di Dio nella Bibbia. Infatti dicono così in Palestina: “Se vuoi vedere la faccia della Shekina in questo mondo, studia la toràh” E i rabbini dicono che Dio è più vicino in ognuno. C’è un testo rabbinico che dice: “Nel luogo che il mio cuore ama, i miei passi mi conducono; se tu vieni nella mia casa, io verrò nella tua”, siccome è detto “in ogni luogo dove io commemorerò il mio nome verrà verso di te e ti benedirò. Dove farò memoria del mio nome io sono là, dove sta il nome di Dio io sono là”.

   E’ il tema della abitazione trattato da Giovanni. I discepoli chiesero a Gesù dove abitava e Lui rispose: “Venite e vedete” e precisa l’evangelista: “quella sera rimasero con Lui”. Dice ancora la parola del Vangelo: “Dove sono due o tre, riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Ecco il luogo della sua presenza. Vedete che ci sono vari sensi del tema “cercare”, tutti molto interessanti e che ci abituano a risvegliare in noi il desiderio. Pensiamo anche a quello che dice la Regola di San Benedetto per chi entra in Monastero. Si richiede il discernimento da parte dell’abate, per vedere se colui che vuole entrare cerca veramente Dio. San Benedetto dice questo anche in rapporto alla vita monastica del suo tempo, perché vedeva che c’erano anche coloro che volevano entrare in monastero non per cercare Dio, ma per altri motivi, per questo non permetteva loro di entrare.

   Sia l’A.T. che il N.T. ripropongono il tema: “cercare il regno di Dio, tutto il resto verrà dopo”. Se uno non ha una ricerca sincera fin dall’inizio, se non sa cosa veramente cerca e vuole, non è adatto per la vita monastica, il suo non è un atteggiamento corretto. San Benedetto risente molto dei Padri attraverso i quali ha amato anche la Scrittura leggendola, sia amando e studiando la tradizione. Per lui la Parola biblica ha il significato che la tradizione gli ha conferito e riconosciuto. Questo mi sembra vero e giusto.

   Un testo del Turbessi parlando della ricerca di Dio nei primi secoli propone un excursus molto ampio. Nella Bibbia, particolarmente nell’Antico Testamento, l’espressione frequentissima “cercare Dio” non designa il movimento della ragione verso la conoscenza della esistenza di Dio, ma piuttosto la adesione cordiale del cuore, della volontà umana a quella dell’Onnipotente, adesione che si traduce in pratiche di vario tipo, di molteplici significati religiosi: la preghiera, la legge, la volontà di Dio. I Padri dicono che la preghiera è la concretizzazione della ricerca di Dio, perché prepara alla recezione dello spirito, che scende nell’anima.

   Sant’Agostino è l’autore che ha più approfondito questo tema; quando spiega il versetto del Salmo “cercate sempre il Suo volto” dice che quando Lo vedremo “faccia a faccia”, tale quale è, ci occorrerà ancora di cercarLo senza fine, perché Dio deve essere amato senza fine. In fondo il tema della ricerca è l’amore. Se diciamo ad una persona di non cercarla, equivale a dirle “non ti amo” perché quando si ama, si cerca anche colui che è presente affinché non si allontani. Quando si ama qualcuno, persino quando lo si vede, si vuole che resti presente sempre, si cerca cioè che non se ne vada. Questo, indubbiamente, significa “cercare sempre il suo volto”. Il fatto di trovare non costituisce la fine della ricerca, che caratterizza l’amore, ma col crescere di questo, aumenta la ricerca del diletto trovato.

   C’è un testo bellissimo delle Confessioni, di cui leggiamo solo una piccola parte tratta dal cap. X: “… Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo, e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte, mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale; non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ove è colto un sapore non  attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Tutto questo io amo, quando amo il mio Dio. E che cos’è? L’ho chiesto alla terra, ed essa mi ha risposto: “Non sono io”; ed ogni cosa che si trova su di essa ha ripetuto la medesima confessione. L’ho chiesto al mare, agli abissi e ai rettili con anime viventi e mi hanno risposto: “Noi non siamo il tuo Dio; cerca al di sopra di noi”. L’ho chiesto ai venti che soffiano, e tutta l’atmosfera con i suoi abitanti mi ha risposto: “Anassimene s’inganna: io non sono Dio”. L’ho chiesto al cielo, al sole, alla luna e alle stelle: “neanche noi siamo il Dio che tu cerchi”, rispondono. L’ho chiesto a tutti questi esseri che stanno intorno al mio corpo: “Parlatemi del mio Dio; poiché voi non lo siete, ditemi qualche cosa di lui”. Ed essi esclamarono a gran voce: “è lui che ha fatto noi”. La mia richiesta era la mia riflessione, la loro risposta era la loro bellezza. Mi rivolsi poi a me stesso e mi chiesi: “Tu chi sei?”. E mi risposi: “Un uomo”. Ed ecco che ho a disposizione un corpo e un’anima: esteriore l’uno, interiore l’altra; a quale dei due dovrei chiedere del mio Dio? Con il corpo lo avevo già cercato in terra e in cielo, dovunque potei inviare come messaggeri i miei occhi. Meglio, dunque, con l’anima. A lei come a chi presiede e giudica riferivano tutti i messaggeri del corpo le risposte del cielo, della terra e di tutto ciò che è in essi: “Non siamo Dio”, e “E’ lui che ci ha fatti”… Come devo dunque cercarti Signore? Quando cerco te o mio Dio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò affinché viva l’anima mia. Quanto ho spaziato nella mia memoria per cercarti, o Signore; non ti ho trovato fuori di essa. Infatti non ho trovato nulla di te che non mi ricordassi, da quando ti ho conosciuto; poiché da quando ti ho conosciuto non ti ho più dimenticato”. Ti cerco perché c’è una memoria che mi porta a ricordarmi di te: le cose che hai fatto mi spingono a cercarti ancora. La facoltà dell’anima con cui si può cercare Dio è la memoria che non ha niente a che fare con quella con cui ricordiamo le date, le cose, e altro.”

   La memoria per Sant’ Agostino vuol dire che noi sappiamo che Dio ha agito e ne conosciamo i fatti che niente ci fa dimenticare. “Dove ho trovato la verità, lì ho trovato il mio Dio, la Verità stessa, di cui non mi sono dimenticato dal giorno in cui l’ho conosciuta. Da allora tu dimori nella mia memoria, e lì io ti trovo quando ti ricordo e gioisco in te. Questa è la santa gioia che tu mi hai misericordiosamente donato volgendo il tuo sguardo alla mia povertà…. Ma dove ti ho trovato, per poterti conoscere? Tu non eri nella mia memoria già prima che ti conoscessi; e allora, dove ti ho trovato per conoscerti, se non in te, al di sopra di me? Tu non hai un luogo: ci allontaniamo, torniamo, e non hai un luogo. Tu, Verità, siedi alto su tutti coloro che ti consultano, e rispondi contemporaneamente a tutti, anche se le domande sono diverse. Tu rispondi chiaramente, ma non tutti capiscono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre si sente rispondere come vorrebbe. Servo fedele non è tanto chi bada a sentirsi dire da te ciò che vorrebbe, ma piuttosto chi si sforza di volere quello che da te si è sentito dire. Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova; tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui, gettandomi, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le creature che, se non esistessero in te, non esisterebbero per niente. Tu mi hai chiamato, il tuo grido ha vinto la mia sordità; hai brillato, e la tua luce ha vinto la mia cecità; hai diffuso il tuo profumo, e io l’ho respirato, ed ora anelo a te; mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace”.

   Commentando poi il salmo 41: “Come la cerva anela”. sant’Agostino chiarisce molto bene cosa vuol dire anelare a Dio, desiderarlo. Spiegando il versetto 4b: “Dov’è il tuo Dio?”. Sant’Agostino afferma: “se mi dice ogni giorno dov’è il tuo Dio e il pagano mi rivolge questa domanda, posso anch’io dirgli: “dov’è il tuo Dio?” Egli infatti mi mostra con il suo dito il suo Dio (la statua), tende il dito verso una qualche pietra e dice: “ecco il mio Dio”. Poiché ho udito le parole “Dov’è il tuo Dio?”, ho cercato il mio Dio per potere non solo credergli, ma anche un po’ vederlo…”. L’anima cerca di comprendere ciò che è Dio in modo da non essere insultata da coloro che dicono: “Dov’è il tuo Dio?”. Cerca la verità immutabile, la sostanza che non viene mai meno, l’anima non è così, perché viene meno e progredisce, sa e ignora, si ricorda e dimentica, ora vuole ora non vuole. Questa mutevolezza non si trova in Dio, se dicessi che Dio è mutevole mi insulterebbero coloro che mi dicono dov’è il tuo Dio?” Io cerco il mio Dio in ogni essere corporeo, ho meditato tuttavia sulla ricerca di Dio desiderando intravedere gli attributi invisibili del mio Dio con l’intelletto, attraverso le cose create, effondo sopra di me l’anima mia e più non mi resta che conoscere se non Dio stesso, perché ivi è la dimora del mio Dio, al di sopra dell’anima mia, lì egli abita, di lì egli mi guarda, di lì mi ha creato, di lì mi governa, di lì mi consiglia, di lì mi trascina”.

   Dio, per Sant’Agostino, che è un maestro in questo, sta nell’interiorità. La ricerca è interminabile, ciò è interessante perché costituisce il fondamento del cammino monastico-cristiano. Voi quindi siete i veri teologi, si perché la teologia è la “ricerca di Dio” è la “fides” è la “fede” che cerca la sua comprensione”.

                Don Raffaele Canali (†)

Digitazione A. Vesprini

Posted in Senza categoria | Tagged , | Leave a comment

MINISTRO DELLA SALVEZZA san Giuseppe padre legale di Gesù

   Ministro del Salvatore è San Giuseppe

   Nella ricorrenza del 150º anniversario della proclamazione di san «Giuseppe patrono della Chiesa universale», Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica sul «Padre di cuore» ed ha aggiunto sette litanie a quelle approvate nel 1909 con invocazioni attinte dai testi pubblicati dai papi predecessori, riguardo a san Giuseppe: “Patrono degli esuli, degli afflitti e dei poveri” inoltre “Custode del Redentore; Servo di Cristo; Ministro della salvezza; Sostegno nelle difficoltà”.

   Un fatto che unisce questi titoli è che Dio dona la salvezza servendosi di cooperatori. Nella sacra Scrittura, specie nei salmi, la salvezza viene dichiarata unicamente come opera di Dio che pertanto viene invocato. San Giuseppe prega perché si realizzino i divini disegni.  Oggi, gli spiriti affranti, i piccoli, i retti di cuore, i poveri, i perseguitati e tutti coloro che hanno timore di Dio pregano per essere salvati unicamente da Dio e vengono esauditi dalla divina bontà. San Giuseppe sa che lui da solo non può far nulla, ma con umiltà contempla il realizzarsi del mistero di salvezza che è opera divina di cui è ministro perché il suo ruolo è di mettersi a servizio della vita nascosta del divin Redentore, Figlio di Dio incarnato e di custodirlo. Vede tutto come è nelle divine mani. «Dio salva», in lingua ebraico dice «Yesua», in italiano «Gesù» ed i credenti lo invocano, lodano e ringraziano come salvatore, redentore, medico delle anime e dei corpi. San Giuseppe apre le porte a Gesù, nutrendolo e difendendolo. Rappresenta in terra il Padre divino e offre a tutti l’esempio di amore, di pace e di giustizia.

   Giuseppe vive assieme con “Dio salva – Gesù ” e con lui è proteso a realizzare la salvezza delle persone.  E’ il padre legale che pratica l’obbedienza, la prudenza e la fedeltà e attua il suo ministero di educatore del fanciullo Gesù con l’esempio e con i consigli. Per ottenere perdono e grazie per tutti, vive di speranza e intercede con cuore benevolo, misericordioso, sincero, caritatevole verso gli altri, affidandosi a Dio. Con il salmo prega: «In te confidarono i nostri padri, confidarono e Tu li liberasti, a Te gridarono e furono salvati, in Te confidarono e non rimasero delusi» (Sal 22,5s). «Aiutaci Dio, nostra salvezza per la gloria del tuo nome; liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo nome» (79,9). «Lodarti sarà la nostra gloria» (106,47). «Ero misero ed Egli mi ha salvato» (116,6).  Nel salmo 35 Dio chiede che si abbia fede riconoscendolo Salvatore: «Dimmi: sono io la tua salvezza». San Giuseppe prega, con la lode e con il ringraziamento.

   A fondamento della preghiera tiene la fede che è certezza nella fiducia. Professa: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? (27,1)». «La salvezza dei giusti viene dal Signore» (37,39)». «Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: non potrò vacillare (62,7)». Giovanni, il cugino di Gesù che è detto il “precursore” dichiara: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (Lc 3,6)».

    San Giuseppe è ministro fedele del divino Amore misericordioso. San Paolo considera la speranza propulsiva: «Per questo infatti noi ci affatichiamo e combattiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono (1Tm 4,10)».

   L’intervento di san Giuseppe oggi è attuato come opera della divina volontà che lo rende operoso nel salvare le persone, le etnie, le società, i popoli quando desiderano di essere salvati e resi immuni dai mali, dal maligno, in particolare da sofferenze, da disperazioni, da difetti, da incapacità, da avversioni e da odi; come anche dai pericoli che li danneggiano.

   L’incarnazione di Dio Figlio, in Gesù Messia, è lo speciale intervento salvifico che diffonde la grazia della redenzione. Questa agisce fondamentalmente sul piano spirituale per recuperare le persone e sanarle nella vita interiore. La radice da sanare è la lontananza da Dio. La radice maligna è tutto quanto divide e pone una persona contro altra persona, pone un popolo o un’etnia contro altri. Ogni ministro della salvezza al contrario riavvicina e unisce a Dio. Svolge il servizio per amore di Dio e del prossimo. Così fa san Giuseppe.

   I cristiani professano la salvezza realizzata dal Cristo vivente e glorioso perché dopo l’immolazione sulla croce è risorto con una natura umana sana quale era nella creazione e come persona gloriosa che trasformerà le persone fedeli con la risurrezione finale dei loro corpi che saranno parimenti gloriosi in coloro che operano il bene nel suo regno divino. Ciò è già realizzato per la Vergine Madre Maria. In attesa di questa trasformazione definitiva dei credenti, Giuseppe vissuto in terra con la confidenza in Dio, sta oggi al suo servizio con apertura di cuore, anzi è modello per tutti i cuori.

   Il termine ministro è usato dalla Chiesa nel Nuovo Testamento per indicare colui che compie un servizio per il Vangelo. Il vocabolo, in generale, è usato anche in altri sensi non religiosi nella lingua italiana, e indica che sono ministri coloro che devono custodire fedelmente tutto quanto è loro affidato per il bene delle persone e in tale funzione le difendono dai falsi operatori che le danneggiano.

   In senso cristiano ciascun ministro del Salvatore è animato unicamente dallo Spirito Santo, effuso nella Chiesa cioè nei fedeli tramite gli apostoli, i diaconi, i presbiteri, i ‘episcopi’ specifici ministri del Salvatore. L’apostolo Giuda Taddeo, cugino di Gesù, nella sua Lettera raccomanda ai servi di Dio di agire contro gli impostori «che provocano divisioni, gente che vive di istinti, ma non ha lo spirito».

   C’è in san Giuseppe, ministro della salvezza, un’esemplarità nelle difficoltà da lui affrontate per la natività in una grotta, per la persecuzione di Erode e altro, egli è santo nell’accogliere il disegno divino. Fa capire che Dio tiene unite a sé le persone per liberarle dal male. In ciò san Giuseppe è coinvolto insieme con la santa sua famiglia, con Gesù e con Maria e assieme sono il più valido modello della missione della Chiesa nel mondo. Gesù è «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,9)». Il Messia vuole che tutti gli uomini siano salvati, sia salvato «ciò che era perduto (Lc 19,10)».

   Ogni persona cristiana, a cominciare dalla Madre Maria, è ministra nel modo «come il Signore gli ha concesso (1Cor 3,5)» e ha da confrontarsi con San Giuseppe mite, pacifico, dolce, sapiente, modello di ministerialità tra il popolo di Dio. Riguardo alla collaborazione l’apostolo Paolo dice che deve servire a confermare e ad esortare (1Tes 3,2). Precisa: «Sarai un buon ministro di Gesù Cristo, nutrito delle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito. Evita invece le favole profane, roba da vecchie donnicciole (1Tm 4,6)».

   San Giuseppe ministro della salvezza ha seguito la buona dottrina che ha ricevuto dalla rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento, si è nutrito di fede, di fiducia e di amore per testimoniare il bene divino con tutti. E’ ministro esemplare, anche per noi, oggi.

                                                (Antimo Fattoretta)

Posted in Senza categoria | Tagged | Leave a comment

LA SALUTE DELL’ANIMA

CON LA GRAZIA DELL’AMORE MISERTICORDISO

Anima guarita, grata e sana

Lettura:   Vangelo di Luca 17, 19: «Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato»

   Gesù Cristo, uomo Dio, traversava le contrade della Samaria e della Galilea. Un giorno, al suo passaggio, viene osservato da un gruppo di dieci miseri lebbrosi, segregati per legge dal centro abitato. Quando lo vedono venire verso di loro, al rimirarlo in atteggiamento dignitoso con una dolcezza e un’amabilità infinita, fissano lo sguardo dolente in quel volto divino, in quella fronte serena, in quegli occhi pietosi, gettano un grido supplichevole e commovente: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». All’incontro con questo dolore, il sensibile Salvatore dice loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». L’amore e la fiducia di una pronta guarigione li fa muovere subito. E strada facendo, con stupore e gioia, si accorgono che le squame della loro lebbra cadono in un istante, si ritrovano purificati, e con tutto il corpo perfettamente sano. Uno di essi al vedersi guarito ritorna sui suoi passi, e, lodando Dio, ad alta voce, corre a gettarsi ai piedi di Gesù, per ringraziarlo. Gesù dice: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?» E gli dice: «Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato».

   Fermiamoci, o fratelli, per un po’ di tempo a considerare gli insegnamenti di questo Evangelo. L’amore per la santificazione dello spirito fermi la nostra mente alle riflessioni che il miracolo offre. Osserviamo la sollecitudine dei lebbrosi per i mali del corpo. Per gratitudine, con la coscienza aperta d Dio, uno solo rende gloria a Dio. Riflettiamo sulla noncuranza per la sanità dello spirito.

   La lebbra in Oriente era allora una malattia incurabile e contagiosa come la peste. Perciò la legge di Mosè era severissima: i lebbrosi dovevano andare con capo nudo, le vesti aperte, dovevano avvisare chi si accostasse a loro, per evitare infezioni; costretti, così, ad una vita solitaria e abbandonati da tutti. Il Salvatore era consapevole della loro spaventosa condizione. Ascolta il loro grido pieno di speranza di esser liberati da quello stato insopportabile. Egli esaudisce il loro desiderio di recuperare quella sanità che godevano prima. Nove dei dieci guariti non manifestano riconoscenza al loro liberatore. Soltanto il samaritano, straniero, agisce con spirito di credente. Così mostra che gli è cara la salute del corpo assieme con quella dell’anima nutrita di fede. Gesù gli dice che sua fede lo ha salvato.

   Siamo noi somiglianti al riconoscente lebbroso oppure ai nove ingrati?

Tutti abbiamo sollecitudine per risanare i mali del nostro corpo. E per guarire dai mali dell’anima? Per guarire il nostro corpo malato non si risparmia nessuno sforzo, pur di salvare la vita. Si va a cercare i medici esperti e famosi, pure lontano da casa, anche quando bisogna abbandonare la famiglia e lasciare i propri affari in mano altrui, intraprendere lunghi viaggi, incontrar debiti per far fronte alle spese necessarie. Ma si sacrifichi tutto, purché si viva. E talora è fallace la speranza.

   Ora, cari cristiani, se Iddio avesse voluto che noi avessimo da affrontare queste stesse difficoltà e spese per salvare e guarire l’anima nostra dalla malattia del peccato, che cosa avreste pensato?! Lamentele: «Eh! Iddio, troppo esigente; eh! troppo crudele!» Dio vuole molti meno sforzi per la guarigione delle povere anime.

   Eppure, considerate che l’anima vale più di tutta la salute corporale e di tutte le ricchezze? Sappiamo che l’anima vale quanto il sangue di Gesù Cristo! Alla presenza di Dio, che cosa è di troppo per il bene dell’anima? Eppure quanto siamo piccini e vili, mentre Dio vuole non chiede denaro, né medicinali, né dure fatiche, sollecita semplicemente un amore di cuore umile, una volontà che odia il peccato, che preferisce morire piuttosto che commetterlo, una buona e sincera confessione per riconciliarsi con lui buon Padre.

   Quando il corpo è ammalato tutto si accetta: pillole amare, flaconi disgustosi, iniezioni sgradite, rigorose diete, digiuni, interventi chirurgici, ci fossero pure da tagliare una parte del corpo. Eppure, nonostante ciò, a volte, dopo simili sforzi, si muore. Accetteremmo cose simili per il bene l’anima? I santi rimedi per l’anima sono i doni della sua grazia, e non costano che un atto di generosa volontà per evitare i peccate del cuore, della carne, della superbia. L’aiuto della grazia data a noi da Dio è il farmaco che rende la vita e la salute. Chi avesse l’abitudine orrenda della bestemmia, dell’imprecazione, non gli sia grave troncarla, e metta in opera tutti quei mezzi che il ministro di Dio suggerisce, tra cui la confessione più frequente. Le relazioni funeste, le vanità procaci, le consuetudini dell’impudicizia, il parlare osceno, oh! abbandonate queste abitudini e guarite con la modestia, la mortificazione dei sensi, volgete il pensiero alla presenza di Dio.

   Una persona saggia non si ricorre soltanto all’arte medica, fa anche ricorso a Dio. Succede che, quando il malanno incalza, si fanno preghiere, novene, rosari alla Madonna, un’elemosina ai poverelli, un’offerta di promessa …  Certamente è lodevolissimo rivolgersi e pregare l’Autore della vita affinché ci liberi dalla morte. Ma l’anima mai sia messa dopo vilmente del corpo. Almeno si pratichi un eguale interesse per liberarci dai mali dell’anima, come facciamo per il corpo! Eppure se salviamo l’anima, non salviamo anche il corpo? Gesù Cristo stesso fa riflettere: «Che giova a una persona se guadagnasse tutto il mondo, e poi infligge danno all’anima sua?!» Non giova. Potreste godere per anni, poi vedere troncato il godimento. Il re Salomone, dopo avere assaggiato godimenti a dismisura, nella delusione e nell’angoscia del suo spirito, dovette dire che, sotto la cappa del cielo, tutto è vanità, svaniscono le cose materiali nel dolore di spirito. C’è per ogni persona il rendiconto finale e con il peccato si va all’inferno con l’anima e col corpo. O cristiani, nel rendiconto che risponderemo?

   Ridotta a servire al corpo l’anima è ridotta infelice nella schiavitù!  Oh, quanto siamo miseri! Nobile figlia di Dio, l’anima, è preziosa per Dio, quanto lui stesso. Che direste quando si presentasse un vostro servo prepotente, che con la più raffinata perfidia, seduto su un cavallo adorno di ricca bardatura, chiedesse e volesse farsi servire da una regina, resa così abietta come fosse schiava?

   Il corpo umano, che finirà nella putredine, o cristiani miei, consideratelo come un servo pretenzioso e considerate la povera nostra anima, è regina trattata da schiava. Pensate a questa ingiustizia, a questa tirannide del vostro corpo verso l’anima?! Evitiamo le stranezze degne d’orrore e di pianto.

    Ah! Corriamo, fratelli miei, ai piedi di Gesù Cristo, come il buon lebbroso: non imitiamo la ingratitudine degli altri nove, come purtroppo abbiamo fatto nel passato. Ci è accaduto, a volte, che, dopo una santa confessione che ci ha riacquistata la salute dell’anima nostra, per la grazia donataci da Gesù Cristo, non ci curammo di ringraziarlo, ingrati, come furono i nove lebbrosi andati ai loro interessi. Così per le vie del peccato, obbligammo l’anima, schiva sotto gli stimoli illeciti del nostro corpo. Sempre Gesù ci viene incontro, ci chiama, e con dolci lamenti ripete: «Che cosa dovevo fare che non ho fatto? Che devo far di più per te, o amata anima?»

   Quando, insensibili, lasciammo Gesù a gemere e ci volgemmo alle pretese della carne, ci facemmo dominare dal corpo, non ci curammo dell’anima, e fuggimmo da Gesù come ingrati lebbrosi.

   Oh! Fratello, poni fine all’ingratitudine, imita il riconoscente lebbroso, che, mostrò di aver premura e del corpo e dell’anima, e come con la fede meritò egli di essere risanato e nell’anima e nel corpo, così anche tu puoi meritarlo e udire dal dolce labbro del redentore: «Alzati! Va’, la tua fede ti ha salvato».

-\-\-\-\-\-

Testo derivato e rielaborato da un manoscritto del 1905 circa.

Digitazione di Albino Vesprini

Posted in Senza categoria | Tagged , | Leave a comment

L’immacolata e’ l’umanità redenta, esente dall’eredità di Adamo peccatore, Tutta Santa, per la nostra conformazione eterna.

IMMACOLATA CONCEZIONE

Chi è lei?

Il Signore con Maria ha distrutto il peccato.

Da Adamo ed Eva con il peccato venne la morte.

Dalla santità di Maria viene la vita, gioia divina

Suo Figlio, con il parto verginale di Immacolata

nasce immacolato, uomo Dio che libera da peccato.

E’ Madre delle persone e creature rinnovate, risuscitate

alla dignità originaria persa in Adamo alla quale queste sono destinate in eterno nella gloria e nella lode a Dio.

« IO SONO CONCEZIONE IMMACOLATA »

Lourdes 25 marzo 1858

“Tutta bella sei, o Maria, la macchia d’origine non è in te”

Cantate la novità del Signore che compie meraviglie

Liturgia – 8 dicembre

LEI IMMUNE DALLA MACCHIA ORIGINALE

   Oggi, un pensiero di letizia percorre la Chiesa tutta e dal cuore erompe un giulivo canto che si innalza a Dio Santificatore, nella liturgia e negli gli osanna degli angeli e dei beati nella patria celeste. Maria concepita senza peccato è Immacolata. Ha la superiorità sul male ed è piena della grazia dello Spirito Santo. È doveroso il canto di trionfo, di benedizione e di ringraziamento al Salvatore e Glorificatore che è fonte e completamento finale di ogni bene. In lei c’è il pegno sicuro di consolazione per ogni persona, è la regina dei cuori

   Oggi si innalzano le lodi perché Maria di Nazareth è redenta sin dal suo concepimento ad opera della Potenza divina d’Amore. «Tu sei tutta bella, o Maria, e la macchia d’origine non è in te». Da lei emana e ci sorprende la presenza divina che guida la storia per la nostra salvezza. Non per merito di persona umana, ma per pura grazia divina lo Spirito di Dio ci predestina fin dalla sua eternità per essere santi. Non restiamo nelle perplessità, ma accogliamo le certezze dalla Chiesa che svolge la missione del Messia Gesù.

   Il primo uomo creato, Adamo, viveva nell’armonia dell’universo e non poteva soggiacere né a malattie, né a sofferenze, tanto meno alla morte; ma quando Adamo ed Eva hanno rifiutato Dio chi emana il bene, con questo peccato hanno dato origine alla morte nel mondo. Per riscattare le persone dal male il divin Padre ha progettato che suo Figlio, il Verbo creatore, avrebbe preso la natura e la carne umana per mezzo di una donna libera dal peccato sin da prima della sua origine, distaccandola dalla eredità di decadenza di Adamo: donna libera dalla concupiscenza della carne, degli occhi e della superbia della vita, a cui soggiacciono tutte le creature umane. Maria è preservata dalla colpa dei progenitori, è benedetta con ogni benedizione spirituale in Cristo

    Per tanti secoli prima dell’incarnazione del Figlio di Dio avvenuta nel grembo di Maria di Nazareth, l’umanità è vissuta con un malessere derivante dal peccato originale, insinuato dal serpente demoniaco. Poi la Misericordia divina ci ha dato l’Immacolata, unica eccezione con il privilegio che lo Spirito Santo ha messo nell’umanità al fine di realizzare l’oracolo contro satana: «Lei schiaccerà il tuo capo». L’Immacolata esalta il divino Spirito che ha fatto cose grandiose in lei.

    C’è questa letizia dei popoli cristiani per l’Immacolata. La nostra fede ce la fa onorare gloriosa affinché testimoniamo la beata speranza del regno divino è già realizzata nella beata Vergine, per merito della sovrabbondante grazia del Cristo che viene incontro ad ogni persona. Il canto dell’umanità, che è stata redenta, solennizza la vittoria completa del bene sul male nella Sposa dello Spirito Santo.

   La vittoria della Tutta Santa sopra l’antico serpente comporta la redenzione dell’umanità tutta. E oggi la Chiesa con gratitudine ripete a Maria, «Tu sei la gloria, tu sei la letizia, tu sei l’onore del tuo popolo». Lei, Madre di Gesù è Madre anche dei fedeli del Figlio. Immacolata, Sposa dello Spirito Santo è regina di ogni bene e della pace, è ausiliatrice, soccorritrice, avvocata perché è unita al Figlio nel redimere ogni persona. Coopera con la sua carità alla nascita della fede nei credenti ad opera della Chiesa che è corpo mistico del Cristo.

   La Chiesa oggi invita a festeggiare lo speciale unico privilegio di Maria nella gloria della sua Concezione Immacolata e noi partecipiamo a questa esultanza. Oggi ricordiamo la più grande vittoria che Dio ha effettuato sul maligno nemico del genere umano, con la preservazione di Maria dalle conseguenze del peccato di origine. Ricordiamo insieme il meraviglioso evento che è stata la definizione dommatica dell’immacolato concepimento di Maria, data da Pio IX. Inoltre diamo valore alle apparizioni mariane che confermano la fede che viene dal divin Verbo.

   Proclamiamo che il Creatore è la sorgente della universale allegrezza e merita lode e ringraziamento. Ha chiamato Maria ad essere conforme all’immagine del Figlio e per questo l’ha giustificata e glorificata. Ricordiamo che in lei, preservata dal peccato di origine, la vittoria della divina grazia ha sopraffatto stabilmente il male. Ci rallegriamo del trionfo e della gloria della straordinaria santità che risplende in lei per la divina sua maternità vissuta nel totale abbandono alla divina volontà. Teniamo presenti due solenni eventi, quali: la proclamazione dell’Immacolata Concezione fatta dal Vicario di Dio nel 1854 e la presenza reale dell’Immacolata Concezione a Lourdes dove si è manifestata a Bernadetta, nel 1858.

   Esultiamo meditando una così celestiale creatura, unendo il nostro spirito a quello di tutta la Chiesa militante e trionfante. Volgiamo il pensiero alla Vergine e dichiariamo: “Tu sei il miracolo con cui Dio dona all’umanità l’incarnazione del suo Figlio; sei la gioia del Paradiso e lo illumini con i raggi della tua bellezza, sei la letizia e l’onore del popolo che sarà redento, come tu sei redenta, e a te affida le sue gioie, le sue speranze e i suoi affetti. La Chiesa che è pellegrina nella fede, come è stato per te, fino alla patria della Trinità santissima, o l’Immacolata che vivi con il corpo e con lo spirito, continua il tuo ruolo materno nei riguardi dei fedeli del tuo divin Figlio”.

   Oggi, l’Immacolata Concezione, la benedetta tra tutte le donne, schiaccia le potenze dell’inferno sotto il suo piede vittorioso per cui tremano i seguaci del maligno che istilla l’odio contro Dio. Rivolte all’Immacolata vincente, tutte le generazioni acclamano la sua piena beatitudine. Beata perché ha creduto alla Parola del Signore, beata nel cammino della fede che compiuto con l’obbedienza, la speranza e la carità. Tra gli alleluia, l’Immacolata non dimentica i problemi dei figli pellegrinanti nelle tempeste della vita terrena. Con la tenerezza di Madre purissima; ci stringe in un amplesso d’incoraggiamento che ci conforta per le lotte del passato e ravviva la speranza di pace per l’avvenire. Nell’Immacolata vediamo rifulgere i doni dello Spirito santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, pietà e timor di Dio.

   L’Immacolata Concezione, è la santa dimora di Dio, è la luce alle nostre menti, ci ispira pensieri degni di lei, e fa in modo che la fiducia conduca ogni cuore ad amare Dio.

   L’Immacolata è consapevole del ruolo dato a lei nella storia della salvezza, riconosce la gratuità dei divini doni. Vuole svolgere la privilegiata missione a favore di ogni persona umana. Sinceramente si reputa un nulla davanti alla Potenza divina d’Amore, pertanto esulta e magnifica il Signore, ed è beata dello sguardo rivolto a lei.

PROGETTO ETERNO DI DIO

    Un canto armonioso e sublime è risuonato un giorno nei cieli eterni, e l’universo ne ha sentito il dolce effetto. La creatura più che celestiale dichiara che lei è la primogenita in tutte le creature dell’Altissimo: prima dei secoli, fin da principio egli l’ha creata. Per tutta l’eternità non verrà meno. Nel cielo con lei è sorta una luce perenne. il Signore l’ha posseduta fin dal principio, l’ha rivestita della sua grazia, l’ha concepita tutta bella. Primo sorriso del pensiero di Dio, quando l’eterno Amore si mosse ad operare nel tempo le altre bellezze dell’universo, lei gli era fianco come prototipo. Quando assegnava leggi mirabili alla danza del moto degli astri, e segnava il sentiero al sole, alla luna, con accenti d’infinito amore, la Potenza divina donava il sole a lei per vestimento, e la luna per poggiare i suoi verginali piedi. Lei dichiara di essere la madre del bell’amore e della speranza. Sono questi cenni del Qoelet e dell’Apocalisse, riferibili alla Concezione Immacolata, prestabilita Tutta Santa, fin dall’eternità dall’Altissimo.

   Maria fu concepita per essere la Madre dell’eterna sapienza, la Madre del redentore degli uomini. Tutte le bellezze delle creature dovevano imitare questa suprema donna; tutte le meraviglie dovevano servire a lei; tutti i privilegi, tutto il fulgore di innocenza e di santità, dovevano rendere più ammirabile questa portentosa donna; tutto il creato, in una parola, doveva tributarle omaggio. San Bernardino dice che tutto l’universo è stato creato per questa privilegiata creatura. San Giovanni Damasceno la chiama abisso profondo di miracoli e San Germano ammira la più sublime meraviglia tra tutte le meraviglie concepibili.

   Pio IX, soprannominato “il Pontefice dell’Immacolata Concezione”, la chiama: “giglio tra le spine, Vergine illibata e libera da ogni contagio di peccato, trono eccelso di Dio, arca di santificazione costruita dall’eterna Sapienza, paradiso pieno di innocenza, di immortalità e di delizie”.

   La presenza di questa sublime Tutta Santa ha sempre destato l’esultanza e la gioia del cielo e della terra. Gli angeli tripudiano e le persone umane rinfrancano le loro speranze, rallegrandosi con lei che per divina volontà, sin dal primo istante della sua vita, ha vinto Satana il quale agisce sempre in modo da opprimere il popolo di Dio.

   Maria fu preveduta donna trionfante fin dall’eternità da Dio che promise la sconfitta del maligno attraverso la liberazione dal peccato per l’Immacolata fin dal primo istante della sua esistenza. Lei indora con i suoi raggi il cielo ed effonde nei credenti i doni dello Spirito Santo con cui fa sentire la cura che il divin Padre ha dei suoi figli arricchendoli dei carismi dell’Immacolata, quali carità, gaudio, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, bontà, mansuetudine, fedeltà, modesta, purezza.

   Satana voleva insinuare il peccato in lei che al contrario è il riscatto dell’umanità erede del peccato. Il maligno insidiava, ma Iddio con una redenzione anticipata, con un prodigio tutto nuovo, l’ha voluta preservare da quel veleno originale, con il quale noi tutti figli di Adamo peccatore nasciamo.

   E Maria creata per sconfiggere l’inferno, si è tutta affidata alla Potenza divina d’Amore che la fa trionfare contro ogni peccato. Questo privilegio è coerente con la concezione verginale del Cristo, immacolato Figlio divino. Così viene attuato quell’anatema nell’Eden al serpente che sedusse e rovinò i nostri progenitori e la loro discendenza. Maria è chiamata a sconfiggere il serpente preavvisato: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: costei ti schiaccerà la testa». Maria concepita vittoriosa, bella, pura, santa, è dotata di tutti i doni divini, e per lei la liturgia esulta: «Cantiamo al Signore perché ha compiuto strepitose meraviglie».

   La gloria del trionfo dell’Immacolata è il vanto del popolo cristiano che la esalta come speranza di tutti noi miseri peccatori: «Tu onorificenza del popolo nostro. Tu mediatrice, o Maria». E noi tutti dobbiamo confidare in Maria; confidare nella sua mediazione potente presso Iddio, mentre la vediamo come figlia di Adamo, con la medesima nostra natura, ma con la sua grande gioia d’essere preservata dai danni trasmessi dai progenitori che hanno peccato. Il profeta Isaia le fa dire: «Io gioisco pienamente nel Signore. La mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia».

   Nella sua santità totale l’Immacolata Concezione è e sarà sempre esaudita dal suo divino Figlio in ogni preghiera, perché lui costantemente la ama più di tutte le altre creature. Lei riconosce che per solo riguardo alla nostra salvezza è stata l’unica persona preservata dalla universale infezione e ringrazia la misericordia divina che l’ha adornata del privilegio singolarissimo di piena unione con Dio suo creatore. Pertanto si sente impegnata ad aiutare i tristi figli di Adamo da redimere.

   Benedetto l’istante quando venne concepita questa Vergine, benedetto l’istante in cui lo Spirito Santo operò questo prodigio di santità per l’onnipotente misericordia, che l’ha resa immune da ogni qualsiasi malizia, pur soggetta alle pene del cuore.

   Tutte le persone hanno motivo per gioire e rallegrarsi del trionfo concesso a Maria, benedicendo la sublimità di Immacolata Concezione. Tutte le generazioni ricevono fiducia e conforto nel mirarla così totalmente santa, e loro mediatrice.

LA VERITA’ DETTA DAL VICARIO DI CRISTO

   I credenti cristiani, nel corso dei secoli hanno reso gloria, per fede, a Maria nel suo immacolato concepimento. I popoli cristiani hanno sempre fatto eco alla predicazione apostolica. I Padri della Chiesa cantavano Maria luminosa per la pienezza dei doni divini di Grazia nella totale perenne sua santità. Una dolce ispirazione della fede porta i cristiani a lodare Maria concepita senza macchia.

   Molte generazioni la chiamavano Immacolata Concezione, e diffondevano migliaia di scritti che ne parlano, a difesa del suo concepimento illibato, senza ombra di male; erigevano monumenti per farla ammirare, insegnavano articoli di fede e fervidi inni in suo onore.

   Se portiamo lo sguardo su tutto il corso dei secoli, per tutta la cerchia dello spazio, vediamo sorti ovunque e costantemente, altari, chiese, cappelle ad onore della Vergine concepita senza peccato. Sono sorte confraternite, congregazioni, oratori, a migliaia, che hanno scelto il nome dell’Immacolata Concezione. E da sempre tanti artisti sono intenti per lei a dipingere quadri, a scolpire statue, a coniarne medaglie. Permangono maestri, in ogni continente, ed oranti in ogni tempio, che con forte parola, giuravano e giurano di difendere fino al sangue la verità dell’Immacolata.

    E tantissimi fedeli nel rendere gloria all’Immacolata  nel corso di vari secoli, hanno richiesto ai sommi Pontefici di pubblicare il dogma che lei Maria è stata concepita senza peccato ed è Immacolata Concezione fin dal primo istante della sua esistenza. Quando i tempi della storia sono diventati maturi per fare questo, ecco che la Provvidenza divina ha dato alla sua Chiesa il grande Pontefice che fu chiamato il “Papa dell’Immacolata Concezione”, Pio IX che ha preso la decisione.

   L’apostolo Giovanni scrisse che egli udì da tutti gli angoli, voci innumerevoli che venivano dal cielo, dalla terra, dal mare, le quali tutte altamente gridavano la gloria divina e noi possiamo ripeterlo per l’Immacolata Concezione. E di fatto il cuore del gran Pastore e Padre dei credenti cristiani ha avuto vastissima eco per la Bolla infallibile nell’esplicare la fede, l’8 dicembre 1854.

   Come bello quel giorno tanto atteso con ardentemente desiderio! Nel maggior tempio della cristianità, in Vaticano, sulla tomba del martire principe degli apostoli, Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, circondato da 53 Cardinali, da 43 Arcivescovi, da più di cento Vescovi, e da una moltitudine sterminata di popolo, dalla suprema cattedra del vangelo, con certezza di verità, in nome della Trinità eterna, con l’autorità di Cristo e di Pietro, proclamava, in mezzo ad una profonda e universale attenzione, che è verità di fede, rivelata da Dio, e da ritenersi tale da tutti, il fatto che Maria fu concepita senza peccato, e che è sempre l’Immacolata Concezione.

   Si propagò per l’universo il felice avvenimento e dappertutto furono feste, luminarie e acclamazioni. Nuovi templi, statue, istituzioni. La pittura, la scultura, la poesia, l’architettura hanno creato testimonianze per rendere più celebre questa glorificazione di Maria, che è acclamata come gioia della Chiesa ad onore del popolo cristiano. Pertanto la Chiesa canta a Maria, Genitrice di Dio: «Il tuo concepimento annunciò al mondo un grande gaudio».

   Satana vedeva allora raddoppiarsi sulla sua testa l’offesa dell’antica sconfitta, datagli già dalla sublimità del concepimento immacolato della divina Genitrice, poi dal vederla ancor più festeggiata tale in tutto il mondo dai credenti.

   La solennità di questo universale omaggio all’Immacolata Concezione, con il decreto di Pio IX, ha assicurato sul capo di lei una gemma fulgida nella corona di glorie. Questo importante evento storico continua ad accrescere il culto al suo immacolato concepimento.

Il dogma era sollecitato dal desiderio e dai voti di una moltitudine innumerabile di fedeli che lo attendevano come figli della Chiesa. E hanno voluto ringraziare la bontà del provvido Iddio che ha riserbato il secolo XIX per rendere tutti pronti a solennizzare tanta gloria della Madre.

   Per divino volere, per mezzo dell’oracolo infallibile del suo Vicario, sono state ribadite le le certezze di una dommatica verità e con le apparizioni mariane.

   E’ gioia e conforto per tutti i cristiani rendere grazie a Dio per questa dommatica definizione dell’immacolato concepimento di Maria Vergine.

   Oggi ancora Satana agisce contro i figli di Dio, perché il maligno vuole che Dio sia odiato e che questo odio si espanda tra le creature. La Chiesa lo contrasta onorando la Vergine per il trofeo conferitole dall’Altissimo con la vittoria sopra la sua perfidia. Noi sappiamo che l’Immacolata Concezione schiaccia, oggi e sempre, il capo al serpente infernale che va ispirando odio. E per l’importanza cristiana di questo avvenimento, è celebrato nella data memoranda con l’annuale solennità dell’8 dicembre.

   La celebrazione conferma la vittoria divina contro il male, mentre il nemico va insinuando ai suoi seguaci il disprezzo mentale contro l’Immacolata Concezione. La dicono un’impostura, e avversano la Chiesa che presenta questo dogma, recriminando: “Perché proclamarla come verità dopo 18 secoli?” e insinuano velenosamente che la Chiesa violenterebbe la libertà degli uomini, e asservirebbe le coscienze! Sono calunnie infernali. Tuttavia i prodigi a Lourdes sconfiggono anche questa maligna presunta rivalsa.

   E’ la fede che illumina le intelligenze per accogliere la Concezione Immacolata. E’ certo che la Chiesa non crea nuove verità di fede. La Chiesa è costituita dal suo fondatore Gesù Cristo che è il fondamento e la pienezza di ogni verità e lui ha posta questa maestra infallibile nell’impegno di spiegare le verità della rivelazione. Quelle meno ricordate vengono pertanto riproposte ai fedeli secondo la tradizione della predicazione apostolica e della liturgia. I credenti le ripresentano con canti, sculture e pitture, con la predicazione, con la pietà in tutti i secoli per cui sono state trasmesse le testimonianze e i segni di questo culto che viene elevato a maggiore chiarezza per mezzo della definizione dommatica.

   Gesù disse a Pietro convertito che confermasse i fratelli nella verità, giacché lui stesso prega per i suoi apostoli affinché non abbiano a cadere mai nell’errore.

Quando Pio IX, vicario di Gesù, ha definito il dogma non aggiunse una nuova verità alla rivelazione. Ha esplicitato e riproposto a tutti i credenti il possesso della vera fede costantemente basata sulla predicazione degli apostoli. Pertanto pubblicò che l’immacolato concepimento di Maria, è immune da ogni colpa di origine fin dal primo istante della sua creazione.  Questa verità non è affatto qualcosa di nuovo proposto a credere per la prima volta, ma è un suggello posto alla fede tenuta sempre dalla Chiesa universale.

 L’IMMACOLATA DA’ PUBBLICA CONFERMA

   E la stessa Immacolata Concezione, a Lourdes, lieta della devozione rafforzata dai sommi Pontefici, di persona, con la diretta sua voce, si è degnata confermare la proclamazione dommatica della grande verità dell’immacolato suo concepimento come deciso nei divini progetti fin dall’eternità, e come dopo che era stato annunziato nel paradiso terrestre è stato attuato nel grembo della mamma della stessa Maria. Questa verità suggellata di certezza nella seconda metà del secolo XIX, ha avuto la sua conferma immediata nei prodigi dell’Immacolata, a Lourdes, luogo divenuto il centro di una glorificazione mondiale.

   Ritorniamo agli eventi. A Lourdes presso la grotta di Massabielle, alle falde dei Pirenei, il giorno 11 febbraio 1858, nell’ora del mezzogiorno, ricorrendo il giovedì grasso, la piccola città seguiva gli svaghi carnevaleschi. La pastorella Bernadetta Soubirous, era mandata dai poveri genitori a raccogliere legna in una piaggia dove coglievano i legumi, che erano il loro pasto giornaliero. Aveva fatto il suo fardello ed era sul punto di scalzarsi per guadare il fiume Gave.

   Ma ecco un soffio improvviso di vento si suscita intorno che fa temere che potesse venire un acquazzone e lei guarda le foglie agitarsi sugli alberi. Si accinge ancora a scalzarsi per il guado, e il turbine spira di nuovo. Al che la fanciulla alza lo sguardo. Allora è presa da piena meraviglia, cade in ginocchio: dentro la nicchia della parete rocciosa si è mostrata a lei una visione: era una giovane donna.

   L’ineffabile bagliore intorno alla persona apparsa non turba Bernadetta, né l’intensa luminosità ferisce i suoi occhi come farebbe di solito un simile splendore del sole. Vede un’aureola viva e mite, come fascio di raggi il cui splendore la invoglia a contemplare. Non gli appare una cosa fantasiosa, ma si rende conto di una realtà vivente, un corpo umano, una persona di comune statura, che si distingue soltanto per la sua aureola e per la sua bellezza. La sua veste è bianca come la neve delle montagne; una fascia azzurra, annodata a metà del corpo, scende in doppia lista sul candido vestimento. Dietro le spalle un bianco velo che avvolge le braccia, scende fino ai piedi sulla roccia, presso i rami di un rosaio. Sopra i piedi si aprono due rose di color d’oro.

   Non reca nessuno degli ornamenti usati per vanità. Nelle mani ha una corona i cui grani sono del candore del latte, e la catena è come oro smagliante. Con le verginali dita scorre i bianchi grani, senza muovere le labbra, e si inclina, attenta ad accogliere le preghiera che da tutti i punti dello spazio le giungono.

   Bernadetta, piena di stupore, reca la mano al suo rosario e vuole farsi il segno della croce, ma non riesce. L’apparizione celeste le sorride e con dolce maestà si fa il segno della croce e la mano di Benedetta, allora, fa lo stesso sacro segno, come portata invisibilmente dalla signora che prende a dire il Credo, il Padre nostro; poi al Gloria si dilegua nei cieli eterni dove la Trinità risplende nella sua gloria. In costei, tutte le bellezze umane risplendono emanate dall’eterna gioventù di Dio.

   La lieta notizia si sparse nella piccola città di Lourdes e la gente si affollava dietro l’innocente Bernadetta, che, quando poteva, si recava alla grotta di Massabielle. Durante l’apparizione, il popolo accorso nulla vedeva di meraviglioso, osservava i moti di Bernadette perché lei aveva la visione e ascoltava arcane parole che conservava nell’animo con indimenticabile gioia.

   La gente la sollecitava affinché chiedesse il nome alla donna meravigliosa. Venne il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, e quel giorno la portentosa visione avrebbe detto il suo nome. Era l’anniversario del grande mistero dell’incarnazione del Verbo e la Chiesa ripete: «Santa ed Immacolata verginità, come io renderò lode a te, poiché Colui che i cieli non possono contenere tu lo hai portato nel tuo seno?».

   Bernadetta gioiosa, di fronte alla grotta di Massabielle, appena si manifesta l’apparizione, cade in ginocchio. Allora si irraggia attorno un’aureola, il cui splendore è ineffabile. Bernadetta chiede: «Oh! mia signora, vi piaccia di dire chi siete e qual è il vostro nome». La Signora tiene congiunte le mani con lo sguardo rivolto cielo. La pastorella rinnova la richiesta. La bella Signora con le mani giunte ha nel viso l’irraggiamento splendido in una beatitudine celestiale. Bernadetta contempla. La sublime signora ad un tratto, disgiunge le mani, apre le braccia e le rivolge in giù come per mostrare alla terra l’effondersi delle benedizioni su tutti, dalle sue mani verginali. Poi le innalza e ricongiunge, guardando il cielo con sentimento di gratitudine e parla: «Io sono Immacolata Concezione».

E dopo sparisce dalla visione. Bernadetta guarda accosto a lei, la miracolosa sorgente che scorre in un rigagnolo che fa sentire il mormorio del flusso delle sue onde.

   Ecco adunque come a Lourdes dalla stessa Madre di Dio è chiaramente proclamato il suo Immacolato concepimento. Ecco la conferma che di persona l’Immacolata fa a quanto dichiarato dal Vicario di Gesù Cristo. Lei è davvero l’IMMACOLATA.

   E notiamo che la Vergine dice «Io sono Immacolata Concezione», non dice sono candida … ma io sono il candore. La purità è la sua propria essenza: lei è il concepimento incontaminato perché il Figlio divino vuole incarnarsi in modo verginale nel seno della Concezione Immacolata. Lei è tutto quello che all’inizio, nella genesi, era stata la specie umana, innocente e felice, come nel progetto divino.

    Pertanto Maria, nella grotta di Massabielle, ha proclamato il privilegio di Concezione Immacolata di cui Dio eterno l’ha incoronata, al di sopra degli angeli e dei santi. Quando lei ha lo sguardo elevato al cielo, sta contemplando la Trinità, Dio Padre di cui è la Figlia; Dio Figlio di cui è la Madre, Dio Spirito Santo di cui è la Sposa.

   Ma il serpente infernale non soffriva la sconfitta per tanta glorificazione di costei che lo tiene conculcato sotto il suo piede virgineo. Il maligno tornava a cagionare calunnie per distruggere la fede proclamata. Lucifero aizzava i suoi seguaci a gridare alla superstizione; e moltiplicava le nuove opposizioni. Ma l’avvenimento diveniva più ammirabile a causa dei miracoli che il popolo sperimentava dall’acqua prodigiosa dinanzi alla grotta di Lourdes, dove era scaturita la sorgente portentosa. Allora le persecuzioni e persino le violenze perpetrate finirono sopraffatte dagli strepitosi prodigi che illustravano Massabielle.

   E così l’Immacolata con l’eloquenza delle grazie si conferma e mostra ancor oggi a tutti che è gradito a lei questo titolo sublime che riunisce le sue prerogative e i suoi trionfi. La Trinità si compiace delle persone umili e compie in queste, per opera dello Spirito, le meraviglie delle grazie; segni dell’innocenza della Vergine Madre Maria che dona sempre ai suoi devoti un cuore umile semplice.

   Fiumi di popoli sono venuti affluendo da tutte le parti del mondo alla grotta di Lourdes, dalle lontane Americhe ed anche dall’estremo Oriente, a migliaia si muovono verso questo santuario, a professare la fede, e ammirare i portenti sui malati e per glorificare Dio nei privilegi dell’Immacolata. E’ noto che Lourdes riceve a migliaia malati, paralitici, storpi, ciechi, idropici, che chiedono la serenità dell’animo e la salute.

    Un grande numero di loro riportano miglioramenti e benessere, con sorprese per l’arte medica la quale con argomenti umani non sa spiegare tanti favori divini che pertanto vengono sfidati dalla scienza. Gli eventi richiamano a Lourdes le commissioni che fanno inchieste. I più insigni medici cercano una spiegazione, e non mancarono coloro che di fronte all’evidenza dei prodigi si sono ridotti, pur di negarli, ad ipotesi di autosuggestione, di ipnotismo o di altre nebulose teorie. Per comodità si disbrigano della realtà dei miracoli con vocaboli che ne negavano persino la possibilità. Chi vuol andare alla grotta di Massabielle conoscerà i benefici per gli infermi che nello spirito trovano pace e gioia nella grotta dell’Immacolata e ravvivano la fede.

   E l’apparizione sua nella grotta di Massabielle resta un segno celeste che contrasta le negazioni dei miscredenti, conforta la speranza contro le angustie di questa vita attraverso la carità nel cuore delle persone.

   La nostra tenerissima Madre dimostra come lei prende cura pietosa di tutti i figli sventurati di Adamo. Si pone vicina all’umanità, a Lourdes, per solo nostro conforto, per nostro aiuto e per nostra difesa. Maria, in questi nostri tempi, con le apparizioni, ha innalzato il trono della sua bontà e della sua misericordia per accogliere le preghiere di tutti i suoi figli spirituali che lei vuole consolare e rinfrancare. Oh! benedetto dunque ogni tempo quando l’Immacolata si mostra a noi in un luogo della terra! A lode dell’Amore misericordioso, la ringraziamo con la speranza di contemplarla poi nella serenità eterna.

                                        INVOCAZIONE

   Ora, ti contempliamo con la fede, o gioia del Paradiso, che vivi nella felicità eterna, mentre, sulla terra, noi, fiduciosi nel tuo amore, ci affidiamo alle tue preghiere. O benedetta fra le donne, noi vogliamo onorarti fra gli angeli e i santi, e vogliamo associare i nostri canti alle melodie dei cieli eterni. Dichiariamo, con immensa gioia: “Immacolata, tu sei Tutta Santa”.

   Siamo di fronte a te, o Madre di misericordia, e deponiamo ai tuoi piedi il nostro dovere di onore. A te ci rivolgiamo, perché vale più un tuo sguardo che tutti gli sforzi delle nostre parole. Benedici e metti nel cuore nostro la tua venerazione, il tuo amore, l’ispirazione per la via da seguire in modo che non sbagliamo strada. Siamo deboli e peccatori, o conforto dei pellegrini, fa’ che ci ravvediamo.

   O madre della speranza, guarda quanti fedeli ti vogliono amare per tutta la vita in modo da imitare gli esempi delle tue virtù. E noi, o Immacolata Concezione, ai tuoi piedi, offriamo la nostra fiduciosa ammirazione! Aiutaci ad amare la Parola, i Sacramenti, la Chiesa, i poveri. Da te, ausiliatrice dei cristiani, imploriamo la grazia delle grazie: la nostra conversione.

   Noi offriamo il nostro povero impegno, lo consacriamo a te, o amorevole Madre nostra; e rinnoviamo a te la solenne promessa di fedeltà. Ah! Ben altre volte, è vero, facemmo questa promessa di fedeltà, che purtroppo abbiamo tradito per nostra colpa; eppure, di nuovo, affidiamo alle tue immacolate mani i nostri affetti pieni di speranza: prendili per aiutarci a praticare la fedeltà a te e a Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro fratello.

   O regina degli apostoli, ogni comunità cristiana è sempre tua; ma se vi sono alcuni empii che ti bestemmiano e insultano il tuo glorioso nome, se, nell’ebbrezza del loro orgoglio, disprezzano il Vangelo e il sangue preziosissimo del tuo Figlio, tu implora perdono, o Vergine clemente. Vedi come il demonio attizza sempre l’odio, la falsità e il veleno negli animi! E tu, o Tutta Santa, con il tuo vergineo piede, schiaccia ancora e sempre il maligno. Devi farcela questa grazia.

   Intanto, o Madre della divina grazia, siamo certi che tu non abbandoni i figli tuoi. Potremmo perire? Nei tuoi occhi brilla la luce immortale della speranza, nei tuoi piedi spuntano le rose eterne del perdono di Dio. Regina degli angeli, innamora il popolo delle tue bellezze, metti in onore il tuo rosario.

    Tu stai oggi, o regina dei vergini, ad ascoltare i nostri pensieri di lode. O rifugio dei peccatori, porta i nostri cuori al cospetto di Dio e quando tu al tuo divin Figlio parli di noi, allora Dio ci accoglie con il suo perdono.

   O Immacolata Concezione, quando Dio ci vede accolti tra le tue braccia, ci tende anche le sue, e noi, o cara Madre di Gesù e nostra, dalle tue braccia, passeremo al bacio paterno di Dio.

-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\-\

*+*+*+*+**+

\\\ Digitazione di Albino Vesprini, dicembre 2021///

Testo derivato con elaborazione e aggiornamento del linguaggio da un manoscritto datato

“Villa Pilotti” Penna San Giovanni 8 dicembre 1904

« Jesus Maria Joseph – Immacolata Concezione»

Posted in Senza categoria | Tagged , , | Leave a comment

MONTELPARO (FM) NEGLI STUDI DI CROCETTI GIUSEPPE PER RIFERIMENTI STORICI FINO ALL’ETA’ DEI COMUNI

M  O  N  T  E  L  P  A  R  O

BIBLIOGRAFIA

LE FONTI

Archivio di Stato di Ascoli Piceno, Archivium S. Angeli Magni

Archivio di Stato di Fermo, Le Pergamene di Montelparo – I Catasti.

Archivio Capitolare di S. Vittoria, Pergamente inedite.

Archivio Generalizio Agostiniano, Roma, Relazione del 1650.

Archivio Storico di Montelparo, Atti consiliari – Censimenti.

Archivio Storico di S. Vittoria, Pergamene inedite

– Leges ac jura municipalia Communitatis et Hominum Terrae Montis Elpari, Fermo 1781.

G. DE MINICIS, Cronache di Fermo Firenze 1870

G. COLUCCI, Antichità Picene, vol. XVII, voll. XXIX, XXX, XXXI, Fermo 1792-96.

GREGORIO DI CATINO, Regestum Farfense, 5 voli.; Chronicon Farfense, 2 voli.; Liber Largitorius Farfensis, 2 voli.

M.R. MANCINI, Le pergamene dell’Archivio Storico di Montelpa¬ro, dattiloscritto presso Università di Macerata, A.A. 1978/79.

P. SELLA, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Marchia – Città del Vaticano 1950.

F.M. TANURSI, Memorie storiche di Montelparo: Appendice diplomatica, in G. COLUCCI, Antichità Picene, XVII, Fermo 1792.

A. THEINER, Codex Diplomaticus Domimi temporalis S. Sedis, Roma 1860.

L. TORELLI, Secoli Agostiniani, ovvero Historia Generale dell’Or¬dine Eremitano di S. Agostino, opera in più volumi del sec. XVII – Bologna.

                                            STUDI E MONOGRAFIE

AA.VV. Annuario (19)73 – Montelparo – Ascoli P. 1973.

AA.VV. Il Murello, mensile a cura della «Pro Loco» di Montelparo anni 1981-83.

G. AVARUCCI, Su Enrico da Cossignano ecc. in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia», XV, Macerata.

G. CICCONI, Le Pergamene dell’Archivio Municipale di Montelpa¬ro, Ancona 1939.

G. CROCETTI, Gli Statuti Comunali di S. Vittoria, in NEPI- SETTIMI, S. Vittoria in Matenano, Camerino 1977.

G. CROCETTI, S. Vittoria in Matenano, guida storico-turistica, Fermo 1977.

G. CROCETTI, La pittura di Fra Marino Angeli e dei suoi continuatori, Urbino 1985.

G. CROCETTI, Conventi Agostiniani nell’antica diocesi di Fermo, Fermo 1987.

G. CROCETTI, Montefortino, guida storico-turistica, Fermo 1988.

G. CROCETTI, Il M° Giovanni di Stefano da Montelparo, intagliatore marchigiano del sec. XV, in «Arte Cristiana», nn. 735-736, Milano 1989-1990.

G. CROCETTI, Il convento di S. Agostino in Montelparo, in «Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo», n. 10 (1990).

G. CROCETTI-F. SCOCCIA, Ponzano di Fermo. Fermo 1981.

P. FERRANTI, Memorie storiche della città di Amandola, 2 vol. ried. Ed. Maroni 1985.

F. FILIPPINI, Il Card. Egidio d’Albornoz, Bologna 1933.

J. GUIRAUD, La Badia di Farfa alla fine del sec. XIII, in «Archivio della Società Romana di St. Patria», vol. XV, Roma 1882.

GAVIGNAN-CRUCIANI, La Provincia Agostiniana Picena negli ultimi due secoli, in «Analecta Augustiniana», Roma Vol. 44, 1981.

G. MICHETTI, Dal Feudalesimo al governo comunale nel Piceno, Fermo 1973.

NEPI-SETTIMI, S. Vittoria in Matenano, Camerino 1977.

D. PACINI, Possessi e chiesa farfensi nelle valli Picene del Tenna e dell’Aso (secoli VIII-XII), Ancona 1983.

A.L. PALAZZI CALUORI, I monaci di Farfa nelle Marche, Ancona 1957.

L. PASTORI, Memorie Istoriche della nobil Terra di Montelparo, Fermo 1781.

L. PASTORI, Memorie Istoriche e Cronologiche della Religione Eremitana, ms; n. 23 del 1776, presso Biblioteca Com.le di Ascoli P.

L. PASTORI, Memorie appartenenti al Ven. Convento di S. Agostino nella Terra di Montelparo, ms. n. 34, Biblioteca Com.le di Ascoli P.

G. PORTI, Tavole sinottiche delle cose più notabili della città di Fermo, Fermo 1836.

A. RICCI, Memorie storiche delle arti e degli artisti nella Marca di Ancona, Macerata 2 voll. 1834.

I. SCHUSTER, L’Imperiale Abbazia di Farfa, Roma 1921.

A. STRAMUCCI, Conosci le Marche, Prov. di Ascoli P. Ancona 1974.

N.G. TEODORI, Force nel Medioevo, Ascoli P. 1967

<PREMESSA: lo scrittore sacerdote Crocetti Giuseppe (1918-2000) nato a Santa Vittoria in Matenano e parroco a Monte Urano, dichiarava di godere per il patrimonio artistico e storico di Montelparo profuso un po’ dovunque nei palazzi e nelle chiese e in altre opere. Giovandosi di ricerche e di letture in diversi archivi e biblioteche ha esplorato molti rapporti di Montelparo con vari artisti, con l’Imperiale Abbazia di Farfa, con il monastero di Santa Vittoria in Matenano <per qualche decennio abbazia benedettina>, con il suo Presidato Farfense, con i Legati e con il Rettore della Marca. Sono apprezzate le pagine che egli ha redatto. Molte sue carte stanno nell’Archivio storico arcivescovile di Fermo (1). Auguriamo felice lettura di quanto qui estratto dai testi del Crocetti APPREZZANDONE LE CITAZIONI NELLE NOTE FINALI >

I

CENNI STORICI di MONTELPARO E DEI COMUNI VICINI FINO ALLE LIBERTA’ COMUNALI DEL SEC. XIII

   Il territorio di Montelparo certamente fu abitato nelle epoche protostorica e romana (2). La necropoli picena scoperta nel 1873 in contrada Celestrana testimonia la presenza di abitanti con la vita organizzata di provenienza pelasgica od etrusca (3). Non lungi dal confine di Montelparo, in territorio di Monterinaldo, la scoperta del maestoso tempio pagano (4), che si fa risalire al I secolo avanti Cristo, testimonia che in questa zona del Piceno, in epoca romana, repubblicana ed imperiale, pulsava la vita civile, e questo centro monterinaldese di culto era meta di pellegrinaggi da parte di famiglie e di gruppi sparsi nella zona, che in prevalenza abitavano le contrade più fertili esposte a sud-est, perché riparate dalle fredde correnti provenienti dal nord. Nel museo Pigorini di Roma ed in quello archeologico di Ancona si conservano suppellettili di notevole importanza archeologica con riferimento a diverse epoche dell’antichità: sono fibule, armille e pendagli estratti da tombe funerarie. Anche nell’area del nuovo campo sportivo, durante i lavori di scavo per effettuare il livellamento del terreno sono stati rinvenuti reperti che indicano presenza di insediamenti umani in epoca Picena e Romana.

   Documenti e monumenti del medioevo, anche se relegati in un grande silenzio testimoniano come la popolazione di queste zone era felicemente operosa nelle varie arti e mestieri.

   Allargando l’indagine si riassumono alcune notizie sui poderi Farfensi nelle diocesi del Piceno, dato che le testimonianze scritte altomedievali del territorio di Montelparo, specialmente del versante dell’Aso, provengono tutte dagli archivi dell’imperiale Abbazia di Farfa sita nella Sabina. Questo monastero laziale, secondo un’antica tradizione, fu fondato da S. Lorenzo il Siro, vescovo nel rietino nel corso del VI secolo. Sopraggiunta (nel 580 circa) l’invasione longobarda, i monaci furono dispersi e la costruzione andò in rovina. Alla fine del secolo VII un gruppo di monaci, reduci da un pellegrinaggio in Terra Santa, sotto la guida del francese Tommaso della Morienna, ricostruì gli edifici. La chiesa ebbe il nome di S. Maria in Acuziano, e il monastero S. Maria di Farfa, toponimo dal fiume che scorre vicino, a valle.

   La fama del risorto monastero accrebbe assai il numero dei monaci farfensi. Essi spesso furono intermediari per conciliare le vertenze conflittuali tra il papa ed il duca di Spoleto di parte imperiale, trovandosi il Monastero ai confini delle rispettive amministrazioni territoriali, e ricevettero aiuti, privilegi e protezione da entrambi. Il monaco farfense Marciano, che fu anch’egli pellegrino in Terra Santa con Tommaso, fu inviato dal papa a reggere, come vescovo, la diocesi di Fermo.

   Nel primo decennio del secolo VIII, il duca di Spoleto, Faroaldo II, assegnò al monastero farfense undici poderi curtensi, e ciascuna della superficie di undicimila moggi (o mogiuri) in diverse località. Queste “curtes”, legittimamente conferite e possedute dall’antichità, sono considerate da alcuni scrittori come “ il prestigioso feudo farfense” nei paesi dell’Appennino e nei suoi versanti sia tirrenico che adriatico (5). Al di qua degli Appennini, alcune di queste corti ricadevano nel Contado Fermano, «legalmente consegnate e possedute dall’antichità» (6), come si esprime lo storico dell’Abbazia di Farfa, Gregorio di Catino, nella sua Cronaca, quando elenca le possidenze «che furono poi disperse a causa della sottrazione fattane da persone inique» (7) soprattutto dal priore di Santa Vittoria in Matenano preteso abate, Ildebrando, a metà del secolo decimo.

   Tra le ‘corti’ cioè poderi con case, di fondazione del “feudo farfense” nelle Marche, attraverso documenti posteriori, ci sembra di poter riconoscere la corte di Mogliano di 11.000 moggi; la ‘corte’ di S. Marone, tra Belmonte e Monteleone, di 16.000 moggi; la ‘corte’ di S. Maria Matris Domini (=Madre del Signore), tra Ponzano, Petritoli e Monte Giberto, di 11.000 moggi; le ‘corti’ di Blotenano, Matenano e Montefalcone, lungo il versante sinistro dell’Aso, con il Monastero di S. Ippolito e S. Giovanni in Selva, di cui si hanno notizie sin dalla metà del secolo VIII (6).

   Gran parte dell’attuale territorio di Montelparo, per molti secoli, fece parte del «feudo farfense». Nei documenti dell’Abbazia, relativi ai secoli X, XI e XII, sono ricordate alcune corti particolari, quasi fossero un frazionamento della corte maggiore, o di fondazione, ricadenti proprio nel territorio di Montelparo. Vediamo di ricordarle nell’ordine cronologico dei documenti e, ove possibile, indicare la posizione geografica e la corrispondenza con le moderne contrade, sparse nel territorio montelparese. I testi più significativi sono anche confermati dagli atti notarili del «Codice Diplomatico di Santa Vittoria», pubblicato dall’abate Colucci nelle «Antichità Picene» (tomi XXIX e XXXI), nonché dalle «Pergamene» dell’Archivio Comunale di Montelparo (trasferite a Fermo).

.a- Il «Largitorio Farfense» ha una carta notarile dell’anno 926. Il documento dichiara che il diacono Oderigo Franco chiese all’abate Ratfredo la concessione a vita di 366 moggi di terra «in fundo Blotenano» e di 13 moggi «in fundo Casario», confinanti quasi da ogni parte con altri beni dell’abbazia di Farfa, impegnandosi il concessionario a corrispondere un canone annuo da versare nel castello del Matenano (8), che evidentemente cominciava a svolgere la funzione di «vicaria» di Farfa nel Piceno. Che il fondo, (o podere curtense) di Blotenano (o Plotenano) col suo castello, il suo villaggio (vicus) e la chiesa di S. Severino ed il fondo Casario erano siti in territorio di Montelparo, nel versante dell’Aso, come documentano alcune pergamene del «Codice Diplomatico di Santa Vittoria» (9) ed anche due pergamene di Montelparo, rispettivamente del 20.4.1279 e 10.5.1290. Il fondo Casario, probabilmente, corrisponde alla contrada «I Casali», nei pressi del fosso di Santa Maria che sfocia nell’Aso. In un manoscritto di Orazio Valeriani si legge che la chiesa di S. Severino era sita sul lato sinistro della strada per Monte Rinaldo in contrada «Bufine», probabile variante di Blotenano (10) nella contrada Cortaglie.

.b- Tra i beni dispersi dall’abate Campone nel 957 figurano 300 moggi a Feccline sull’Aso, 100 moggi in Emmiano, 42 in Casario e 30 in Collicello, dati a Rainerio di Adelberto con permuta onerosa (11). Le località di Emmiano, Casario e Collicello, per altri documenti del sec. X appartennero certamente al territorio di Montelparo. Quella di Feccline, probabilmente, era sita ad oriente, verso i confini con Monterinaldo.

.c- Nel luglio del 960 l’abate Ildebrando, che risiedeva a S. Vittoria, fece un’ampia concessione a terza generazione di 2.000 moggi di terra ad un tal Transperto d’Ingelperto; in questa carta sono menzionati circa trenta toponimi tra i quali Valle, Casario e Collicello (12). La contrada Valle è chiaramente localizzata nel privilegio imperiale di Enrico IV del 1084, ove si legge: «in Roncone (curtis) de Valle» (13); nonché negli «Statuti Comunali di Santa Vittoria», redatti nel 1446: nel riferire i confini territoriali con Montelparo dice: «Lungo l’Aso fino al fosso di Roncone, presso i confini di San Salvatore, quindi risalendo lungo la Valle di Giovanni di Bartolomeo raggiunga la strada di Montelparo sul Colle Gazinello, indi discenda per il Gaglianello e si rechi oltre Perito in contrada Ternano, verso Monteleone» (14).

.d– Nei diplomi di Ottone I ed Ottone III, rispettivamente del 967 e 998, unitamente alla ricordata «curtis de Blotenano», è nominata la «curtis de Sancto Antimo» (15).Quest’ultimo in origine poteva essere inglobata nella corte di Blotenano, poi, prese questo nome dopo che ebbe inizio la costruzione del centro di Montelparo con la chiesa ed il «vicus» dedicati a Sant’Antimo, santo particolarmente caro ai Farfensi (16). Donde ne deriva che risale al secolo X la costruzione del primo nucleo abitativo in cima al colle che diede origine al castello di Montelparo.

.e-  Lo storico di Farfa, Gregorio di Catino, nella sua Cronaca dedica un paragrafo ai possessi perduti tra la fine del secolo X e gli inizi del secolo XI. «Nel Contado Fermano… Gualcherio figlio di Ingelramo tiene ‘curte’ di S. Maroto e S. Gregorio a Ortezano con grandi pertinenze, la ‘curte’ di Feccline con le pertinenze, e Runcone e in Albangano e in Torrita… Il figlio Aderano tiene la ‘curte’ di Cerestano ivi» (17). Il podere curtense di Feccline era sito nel versante dell’Aso tra il territorio di Montelparo e quello di Monterinaldo; quello di Albaniano, o Alvagnano si presume che corrisponda all’attuale contrada di S. Maria, poiché in varie pergamene di Santa Vittoria e nelle ricevute delle «Rationes Decimarum» del 1290-92 è ricordata più volte la chiesa di S. Maria ‘de Alvagnano’, il cui rettore riceveva la nomina dal Priore di Santa Vittoria (18).

   Lo storico Pacini colloca la ‘corte’ di Torrita nella zona di confine tra Montelparo, Monteleone e Monsampietro Morico, ipotizzandone la identificazione con il castello «detto Torricella che è presso il torrente ‘Lubricu’» (ancor oggi), che era stato donato all’abbazia di Farfa da un tal Tedmario di Gisone nel 1019 insieme ad altri beni, posti al confine con una terra di un tal Gualcherio, quasi sicuramente il figlio di Ingelramo che si era impadronito di possessi farfensi contigui alle sue proprietà (19). Una contrada detta Torrecella esiste anche in territorio di Santa Vittoria nel sestiere di S. Croce, in una collinetta poco lontana dall’Aso. La Corte de Cerestano corrisponde all’attuale contrada solcata dal fosso Madonna della Celestiale, ove sussiste una chiesetta ricostruita, che nel dialetto locale è detta «Celestrana» e ricorda quella segnata nelle carte medievali: S. Maria de Cerestana.

.f – Nei diplomi degli imperatori Enrici, da quello di Enrico III (1050) a quello di Enrico V (1119) sono costantemente ricordati altri possessi farfensi ricadenti in contrade vicine o pertinenti all’attuale territorio montelparese. Si tratta di «’Corte’ de Cannitulo con un castello e la piccola ripa (Ripula)», S. Maria «in Casule con un castello et ara antiqua, ed il castello «de Tariamo» (20). La corte di Cannitulo richiama la contrada Cannigliette, o Ripa di S. Andrea, ad oriente del capoluogo; quella di S. Maria de Casule era in territorio di Monteleone; infine, il castello di Traiano sembra potersi identificare con la contrada Ternano di Santa Vittoria, sita al confine con Montelparo e Monteleone, ad oriente del corso del fiume Ete Vivo, come ricordato sopra.

   Gli storici sono consapevoli che questi diplomi dei secoli XI e XII, più che indicare un possesso reale, erano uno strumento giuridico per rivendicare l’inalienabile diritto dei Farfensi al possesso di diritti sottratti con ingiuste occupazioni e sopraffazioni. Ad esempio, è citata la «’corte’ di S. Maria Matris Domini» di Ponzano che certamente nel secolo XI era giuridicamente considerata «pieve» dal vescovo di Fermo.

.g – Nel «Codice Diplomatico di Santa Vittoria» si trovano altri documenti che riportano il nome del castello di Montelparo e di alcune sue contrade di campagna. Nel 1113 l’abate farfense, Berardo III, concesse in enfiteusi alcune possidenze monastiche, poste nel Fermano, ad Alberto di Azzolino, ai suoi figli e nipoti. Tra gli appezzamenti di terra concessi ne è ricordato uno posto lungo il Roncone: «Et in altro luogo detto Roncone, vocabolo Valle, terra estesa per misura di stari nove» (21).

   In un privilegio dell’abate Berardo V in favore del Monastero di Santa Vittoria dell’anno 1152, per ben tre volte ricorre il nome di Montelparo (Mons Elprandi) ed è la più antica testimonianza finora conosciuta. L’abate assegnò al detto Monastero, per il mantenimento e sostentamento dei monaci ivi residenti, le entrate provenienti “dalla ‘corte’ della stessa S. Victoria e di Montefalcone e di Monte ‘Elprandi’ e di castello Capistrelli provengono due parti… le decime tutte di frumento e di lino dalla ‘corte’ di S. Vittoria e di Monte Elprandi»”, «Inoltre in Monte “Helprandi” vi diamo un uomo per dover raccogliere la decima» (22).

Nel 1813 l’abate farfense Pandolfo concesse alcune possidenze del suo Monastero poste nel territorio di Móntelparo al signor Berardo de Dura Via: «bene di proprietà del santo nostro Monastero che est in territorio Firmano nella pertinenza di Monte ‘Helbrandi’, in loco detto Roncone, tenimento quod fu di Carbone di Janni per la pertinenza di costui ed altro “tenne in vita sua, terra” e vigna e selva et “salecta” (piccola sala =magazzeno) et corsi d’acqua e molini nell’Aso; da pedi Roncono et ha per confini da “capu ipsu Castellu”, da piedi il fiume Aso, da un lato Fluriano, dall’altro lato Colle Arsicio e fra isti confini giace questa terra» (23).

   Lo stesso abate Pandolfo nel 1192 ai fratelli Simone, Alberico e Rinaldo, figli di Ruggero di Alberico, concesse in enfiteusi a terza generazione (24): «i beni scritto sopra del nostro monastero posti in territorio Fermano in pertinenza di Monte ‘Elprandi’ e nello stesso castello: cioè due ‘masie’ (cascine) di uomini, cioè  iToseratio e i figli di Giso, beni con tutti i loro tenimenti e con tutte i loro servizi … concediamo a voi due molini nel fiume Aso presso il montem Cucumu (25). E concediamo a voi un campo in località chiamata Golficianu (26) una chiusa a Montecchio (27) con terra et vigne e selva … et concediamo a voi il  beneficio dove fuit Giovanni Rustici… Tuttavia non abbiate potestà di vendere, né di donare, né di cambiare, né trasferire nella potestà di altri se non soltanto per gli uomini nostri che abiteranno nel castello di Monte Elprandi. (28). Ogni anno all’Assunzione di Santa Maria,  o dentro la sua ottava, dovere dare tre denari Enrici di moneta alla chiesa di S. Vittoria a titolo di pensione» (29).

   In un documento che si può far risalire all’anno 1192, riguardante l’elenco delle famiglie che dovevano pagare il censo al monastero di S. Vittoria si legge: «In censo del castello di Monte ‘Elprandi’», segue un elenco di 53 famiglie, numero maggiore che non nella stessa Santa Vittoria dove le famiglie contribuenti erano solo 36. Nell’elenco dell’anno 1199 (circa), «nel censuario di Monte ‘Helprandii’» le famiglie contribuenti salgono a 59, per un totale della somma contributiva di 135 soldi e mezzo (30).

   Dai documenti selezionati e trascritti risulta che per oltre cinque secoli, dall’alba del secolo VIII agli inizi del secolo XIII, risultano poderi in quasi tutto il territorio di Montelparo facenti parte del ‘feudo’ dell’imperiale abbazia di Farfa. Si verificarono anche soprusi ed ingiuste appropriazioni. L’esame dei vari testi ci ha offerto una panoramica dello sviluppo estensivo dei vari possessi e una evoluzione sociale, graduale e progressiva, verificatasi nel corso di quei secoli. Prima si parla di «curtes», sinonimo di poderi con aziende agrarie; poi nella ‘corte’ si costruisce il castello omonimo «con castello», infine tra il secolo X e l’XI appare il «castello», cioè l’agglomerato di case delle famiglie raccolte nel perimetro di un nuovo sistema difensivo costituito sia dalla posizione naturale quasi inaccessibile, sia dalle mura castellane dotate di opportune fortificazioni, come suggerivano le necessità dei tempi. Alla fine del sec. XII (1192) si fa la distinzione tra gli uomini abitanti nel «castello di Monte Elprandi», dipendenti dal ‘feudo’ farfense (‘uomini nostri’), da altre famiglie gentilizie, collegate con i Signori di Falerone e rappresentate dai cadetti residenti a Belmonte e Chiaromonte (a sud est di Servigliano).

Il toponimo «Montelparo»

Sulla origine del toponimo «Montelparo» sono state espresse varie opinioni. Francesco Panfilo da S. Severino nel suo componimento poetico «De Piceni nobilitate et laudibus»(31) afferma che il nome di Montelparo derivi dal fatto che ivi si fronteggiano due colli di pari altezza: (tradotto) “Sta di fronte Elpero, in una forte altura che suscita speranza, che di fatto agli agricoltori produce molti cereali. Propinquo ad esso si notano i colli, i monti vicini, produttivi di messi per gli uomini di pari arte”. – «Spem pariens saxo contra sedet Elperus alto; \ Nam parit agricolis plurima farra suis: \ Aitquia vicinos montes, collesque propringuos \ Frugibus aequiparet, viribus, arte pari».-

   Lo scrittore Quinto da Quintodecimo considera un rapporto con il sacerdote Elperino, fatto vescovo di Ascoli nel 950; ma evidentemente si tratta di un errore in quanto Montelparo mai fu soggetto ad Ascoli.

Lo storico Luigi Pastori dedica un intero capitolo sulla etimologia di Montelparo e conclude dicendo che deriva dal «Monte di Elprando» scritto per esteso nel contratto enfiteutico del 1192; in seguito questo toponimo, scritto negli atti notarili con le abbreviazioni d’uso «Montis Elpri, o Elpi)» fu detto Montelparo, o anche Montelpare, o Monterebere come tuttora nel gergo dialettale.

   Chi fosse questo signore, di nome Elprando, non ci è dato di saperlo attraverso documenti storici. Il Pastori, come ipotesi di studio, dice che Elprando indica un nome longobardo, come Liutprando, Tachebando, Ildebrando, ecc., che sovente si incontrano in documenti prima e dopo il mille. Scrive considerando l’altura: «Questo signore, di nazione longobarda, resosi padrone di questo fondo, vi costrusse un castello all’uso di quei tempi, e colla signoria sopra d’esso da lui prese il nome di «Castello del Monte d’Elprando». Per quanto riguarda il plurisecolare possesso farfense, ancora come ipotesi, egli conclude: «Così conviene credere che il detto Signor Elprando, o alcuno dei suoi discendenti, in mancanza di successione donasse i suoi fondi col suo castello all’Abbazia stessa di Farfa» (32).

   Per quanto conosciamo dai documenti trascritti nel paragrafo precedente, lasciando insoluto il problema insoluto della genesi del toponimo, si può aggiungere dai documenti riprodotti che questa denominazione del «Montis Elprandi» più antica è da anticipare di ben quarant’anni, rispetto alla documentazione del 1192 prodotta dal Pastori, cioè all’anno 1152, in riferimento al privilegio dell’abate Berardo V in favore del Monastero di Santa Vittoria, inoltre tale forma è costante fino all’anno 1235, come risulta nell’atto di donazione di Cincio in favore della madre, Rubbata, di tre pezzi di terra siti « in tre luoghi … nelle pertinenze di Monte di ‘Elprando’ in luogo detto Roncone nel vico di S. Maria». Dopo quattro anni, nel 1239 appare la forma attuale di Montelparo, che si legge in un atto del Codice Diplomatico di S. Vittoria con cui la suddetta Rubbata, facendosi conversa del Monastero di S. Vittoria, sottoscrive una donazione dei suoi beni in favore di detto Monastero: «et una abitazione sita in ‘Montelparo’… e la vigna sita in Mandano nelle pertinenze di Monte di ‘Elparo’» (33) edita dal COLUCCI..

   Nelle pergamene di Montelparo del secolo XIII si alternano le diciture «Monte Elparo» e «Monte Elpero» indifferentemente. Anche oggi nel gergo popolare e dialettale risuona la seconda forma, nonostante che da più di un secolo sia stato ufficializzato il nome di Montelparo. In una pergamena del 1325, trascritta e pubblicata dal Tanursi, relativa al parlamento fatto presso l’accampamento militare dei Fermani sul Colle Lardone, si legge: «Redatto nel territorio della Terra di Monte ‘Erpero’». L’uso della r, «er» al posto della l «el» è frequente nel gergo popolare, come l’inserimento della «be» al posto della «pe»; questa seconda forma si legge nel coro di S. Maria nuova a Perugia, ove nel 1456 Mastro Paolino di Ascoli scrive che gli fu socio nei lavori d’intaglio «Johanne de Monterbero». Anche oggi non è infrequente sentire queste forme nelle espressioni dialettali.

Le antiche chiese di Montelparo

   In ognuno di questi poderi curtensi di proprietà monastica antica ed anche nei suoi successivi frazionamenti del podere furono erette piccole chiese per radunarvi i lavoratori ed i signori per il culto divino, presieduto dal proprio Rettore o Cappellano, nominato dal Priore dei monaci farfensi che risiedevano a Santa Vittoria in Matenano.

   Nel secolo XIII, tutte le chiese di Montelparo che conosciamo dai documenti, risultano soggette al monastero di S. Vittoria, al pari di quelle di Montefalcone. Nel territorio del comune di S. Vittoria, invece, le chiese site nelle contrade esposte al nord e ad est, cioè: S. Salvatore, Tasciano, Poggio, Monterodaldo e Campiglia erano soggette al Vescovo di Fermo.

   Un elenco delle antiche chiese di Montelparo ci è offerto da due importanti documenti. Il primo risale all’8 maggio 1257, quando l’abate di Farfa, Giacomo I (1253-59), su richiesta del sindaco di Montelparo, accorda a questo Comune ed ai Cappellani alcuni diritti sulle chiese esistenti in quel territorio; fra i quali il «diritto di seppellire e di portare i corpi delle persone nelle chiese predette». Prima di questa concessione, erano sepolti presso il Monastero di S. Vittoria; inoltre accordava il «diritto di trasferimento delle chiese…  riedificando quelle esistenti nel distretto di Monte Elparo all’interno del castello, o fuori attorno ai fortilizi del medesimo castello»; nonché il diritto «suonare (le campane) presso le chiese» per la S. Messa, l’ufficiatura delle Ore e del Vespro.

   Per queste concessioni il Comune di Montelparo si impegnò a versare all’Abbazia di Farfa ed al Priorato di Santa Vittoria 100 lire di moneta volterrana da servire «per i vestiti dell’abate stesso, del priore e dei monaci». L’atto fu stipulato a Montelparo «in un’abitazione del Monastero Farfense» (34).

   Il secondo documento è costituito dalle ricevute delle decime straordinarie imposte dal papa ascolano, Nicolò IV, per sostenere le imprese di Sicilia nel triennio 1290-92 <Razioni di decime dell’archivio Vaticano> (35). Questi documenti non furono noti al Pastori, primo storico di Montelparo che nel Capitolo V della sua opera dà notizie sulle chiese di Montelparo in base ai documenti degli archivi locali. Noi le esaminiamo seguendo l’ordine del primo documento, integrandolo con annotazioni riguardanti la collocazione geografica ed l’evoluzione storica.

.1. – S. Maria de Alvangiano (Alvagnano), o de Albaniano; risulta elencata nelle predette Razioni delle Decime con i toponimi Maria de Alviano, o de Alvignano, o de Allungano (nn. 7536, 7693, 7695, 7703). Come accennato sopra ( .e-) si suppone che originariamente fosse collocata in contrada S. Maria, forse, nei paraggi di S. Maria de Camurano. Il toponimo ci induce ad ipotizzare che quella contrada, piuttosto arida, fosse stata data in concessione in epoca romana imperiale ad uomini, liberi, poveri, detti «albani». Certamente il titolo fu trasferito in altra chiesa costruita nel centro abitato moltelparese dopo il 1257; chiesa ben distinta da S. Maria Novella. La soggezione al Monastero di S. Vittoria fu confermata nel 1334 dall’abate Giovanni IV (1330-45): «chiesa di S. Maria de Alveniano»; doveva essere tra le chiese con cura d’anime più importanti del paese, poiché è ricordata espressamente dopo S. Angelo in Castello e prima di S. Maria Novella e S. Angelo de Gaglianello (36). Nel 1348 fu aggregata al Monastero (Collegiata) di S. Angelo de Castello; nel documento si dice: «chiesa di S. Marie de Alvangiano sita in detta terra di Monte Elpero»; ove «terra» indica espressamente il centro abitato (37).

.2. – Sant’Angelo de Castello è la chiesa parrocchiale e matrice (primaria parrocchia) di Montelparo, posta in cima al colle del suo centro abitato, rione che si chiama tuttora «Castello». Soggiacque per molto tempo alla giurisdizione farfense amministrata tramite il Monastero di S. Vittoria. Nel 1348 divenne Monastero e Prioria farfense autonoma; il monastero fu soppresso nel 1628, e la parrocchia fu data ai sacerdoti secolari con nomina riservata all’Abate Commendatario Farfense (38).

.3.- San Severino: secondo una memoria del Valeriani, pubblicata da Amico Ricci, era sita alla sinistra della strada per Monte Rinaldo, nella contrada detta «Butinè»; in essa nel secolo XVII si raccoglieva la maggior possidenza dei Frati di S. Agostino di Montelparo; l’abitazione fortilizio detta castello fu trasformata in casino di campagna di spettanza dei medesimi Frati agostiniani; poco lungi si dissotterrarono molti cadaveri con anticaglie d’epoca precristiana. Al tempo di Gentile II, abate di Farfa (1247-50), fu ricostruita in paese «in località detta Tufu»; il Priore di S. Vittoria conservò il diritto di nomina dei cappellani e di percepire due terzi dei diritti di sepoltura (39), essendo chiesa parrocchiale. Nelle R.D.I. (n. 7720) si legge che D. Tommaso di Raniero, prebendato di S. Severino, il 12.4.1291, nella qualifica di procuratore e nunzio del Priore di S. Vittoria, si recò in Offida per le decime del terzo anno, imposte dal papa Nicolò IV.

   Agli inizi del Trecento appare unita alla chiesa parrocchiale di S. Angelo in Castello. Il santo titolare della chiesa, S. Severino, figura nel polittico di Niccolò Alunno, dipinto nel 1466: è il primo personaggio in piedi sul lato sinistro, con spada in mano (40).

.4. – S. Maria de Roncone nel castello rurale omonimo, lungo il versante dell’Aso. Ad essa fu unita la chiesa di S. Pietro de Roncone. In un documento del 1298 si dice che possedeva molini all’Aso, poi passati al Comune. Non figura nelle ricevute delle Razione delle Decime del Vaticano. In altro documento del 1303 si dice che la prebenda di S. Maria de Roncone era unita alla chiesa parrocchiale di S. Angelo de Castello.

.5. – Sant’Angelo di Galianello nella omonima contrada; nel sec. XVIII, a testimonianza del Colucci e del Pastori, vi si scorgevano piccoli avanzi di detta chiesa curata, che nel 1348 restò unita con le sue rendite alla Prioria parrocchiale di Sant’Angelo in Castello. In un documento del 1533 è detto che era sita «sotto la ripa di Monte Elpero».

.6. – Sant’Angelo de Capistrello nella omonima contrada, attraversata dalla moderna strada provinciale «Monto(tt)onese», ai confini con il territorio di S. Vittoria in Matenano. In questa contrada vi era un castello; due parti delle rendite patrimoniali nel 1152 dall’abate Berardo V furono assegnate in favore del Monastero di S. Vittoria (41). In seguito fu unita alla parrocchia di Sant’Angelo de Castello. Non si sono conservate tracce né del castello, né della chiesa. Non figura nelle ricevute delle decime del triennio 1290-1292, segno questo che era avvenuta l’accennata aggregazione.

.7. – S. Pietro de Roncone era rurale e fu trasferita ricostruendola al centro del paese nel 1286. La designazione del cappellano spettava al Monastero di S. Angelo Magno di Ascoli che nella contrada Roncone, ai Casali, ebbe varie possidenze; ma la conferma giuridica della nomina del cappellano suddetto spettava al Priore di S. Vittoria. Cfr. S. Maria di Roncone.

.8. – Sant’Antimo, probabilmente è da considerarsi la chiesa più antica eretta nel centro abitato di Montelparo, figurando nei diplomi degli Ottoni del secolo X la «curte de Sant’Antimo». Fu chiesa parrocchiale. Nel 1279, dall’abate farfense, Morico, fu donata ai Frati dell’Ordine Eremitano di S. Agostino, i quali la trasformarono in chiesa conventuale dedicandola a S. Agostino. Era sita a nord-est dell’antica piazza del castello, accanto al Palazzo comunale; entrambi gli difici furono gravemente danneggiati dalla frana del sec. XVII e dal terremoto del 1703.

.9. – S. Benedetto – S. Lucia: queste due chiese rurali, vicine tra loro, erano site nella contrada di S. Lucia, non molto distanti dalla chiesa di S. Maria in Montorso, esistente in territorio di Monte Rinaldo. Andarono distrutte in tempo indeterminato. Una cappella dedicata ai SS. Benedetto e Lucia fu eretta nella chiesa di S. Maria Novella, con proprio beneficio di collazione farfense fino al secolo XVIII (42).

.10. – S. Maria de Cerestana sorgeva nella omonima contrada, fin dal secolo XI, sulle sponde del fiume Aso, fu distrutta dalle alluvioni del fiume troppo vicino, fu riedificata in luogo più discosto dal fiume nel 1690. Corrisponde all’attuale Madonna della Celestiale, nella omonima attuale contrada (43).

.11. – S. Pietro de Catelliano, nella contrada omonima, un tempo aveva un proprio castello, sorgeva a nord di Montelparo e ad ovest di Monte Rinaldo. Nel 1242, distrutto il castello, gli abitanti si raccolsero in maggior parte in un rione all’interno del paese, che prese il nome di Catigliano che comprendeva la chiesa di S. Pietro e quella seguente. Il suo cappellano pagò le decime nel 1290.

.12. – S. Martino de Catelliano chiesta esistente ancora presso il cimitero di Monteleone. Un tempo il territorio di Montelparo si stendeva fin là (44); i montelparesi l’hanno reclamata per molti secoli. Nel 1265 altra chiesa con la stessa denominazione fu ricostruita in Montelparo.

.13. – S. Martino de Podio, chiesa diruta da più secoli. Il Colucci annota che il sito in cui sorgeva la chiesa era l’aia del beneficio di S. Maria de Montorso e che per pochi passi era esclusa dal territorio di Montelparo ed inclusa in quello di Montalto (45).

.14. – S. Maria de Montorso, esiste tuttora e si conserva nella sua identità di struttura e di sito in territorio di Monte Rinaldo, poiché da quella parte i confini territoriali tra i due comuni furono fissati come stabili solo nel 1507 (46). La nomina del suo rettore era di competenza del Priore di S. Vittoria, fino al 1747 (47). Nel 1290, il suo rettore, D. Giacomo di Bucchiano, pagò otto soldi per la decima straordinaria (N. 7550).

.15. – S. Maria Novella, tuttora esistente nel centro abitato, non figura nel primo documento perché fu costruita nella seconda metà del sec. XIII; pagò regolarmente le decime straordinarie del triennio 1290-92 (nn. 7535, 7694 e 7705). Fu chiesa parrocchiale fino al 1960 circa.

.16. – S. Pietro di Bucchiano, nel castello di Bucchiano, ad ovest di Monte Rinaldo, nella giurisdizione del vescovo di Fermo. Il rettore, D. Giacomo, ed il cappellano, D. Tommaso, pagarono a Fermo le decime relative all’anno 1290. Fu distrutta nel 1378 (48). In S. Gregorio si conserva una campana fusa nel 1354, proveniente dalla chiesa di Bucchiano.

Montelparo libero comune del secolo XIII.

   Come già riferito, il primo nucleo abitativo attorno al colle, denominato Montelparo, esisteva già nel secolo decimo con la chiesa ed il «vicus» dedicati a Sant’Antimo. In seguito si aggiunsero il castello e la chiesa di Sant’Angelo de Castello. Nel secolo XIII si accentuò il fenomeno dell’incastellamento delle famiglie dei signori di campagna ed il trasferimento dentro le mura castellane dei titoli delle loro chiese rurali.

   All’inizio, alla formazione del nucleo abitativo contribuirono uomini liberi: ex feudatari inurbati, artigiani, commercianti, liberi professionisti, ecclesiastici e nullatenenti. Uniti insieme in aggregazioni naturali, denominate «comunanze», «unione di convenzioni», e talvolta «università», erano comunità rappresentate dai loro sindaci e governate da propri «consoli» e formavano il «consiglio», organo rappresentativo della comunità.

   Questa nuova realtà che si sviluppò tra la fine del secolo XII e gli inizi del secolo XIII in quasi tutti i centri abitati del Piceno, si consolidò giuridicamente in modo stabile per le concessioni fatte dalle maggiori autorità locali: il papa, il vescovo di Fermo, l’abate di Farfa e il consenso estorto ai signori feudatari laici.

   Fermo ed Offida ottennero la libertà comunale dal papa, rispettivamente negli anni 1189 e 1192, per far fronte alle mire di espansione dei marchesi imperiali nel Patrimonio di S. Pietro. Il vescovo di Fermo fece varie concessioni di libertà agli uomini di Monte Santo (= Potenza Picena) in data incerta, attorno al 1178, ancora nel 1199, a quelli di Ripatransone nel 1205; a quelli di Montottone, nel 1217, diede facoltà di eleggersi il loro Podestà da scegliere tra i Fermani.

   Nel secolo XIII, per concessione dell’abate farfense, divennero comuni autonomi: Santa Vittoria prima del 1213: una pergamena del 30 agosto1213 dell’Archivio Comunale di Santa Vittoria in Matenano contiene una transazione tra l’Abate di Farfa e la Comunità di S. Vittoria da una parte, ed i figli di Milone dall’altra, in cui si stabilisce che i vassalli di questi ultimi, dimoranti in Santa Vittoria, abbiano la libertà di cui già godevano i vassalli dell’Abbazia ed il diritto di far «comunanza», come gli altri (49); Montefalcone certamente comune nel 1214 (50); Montelparo, probabilmente nello stesso decennio, infatti da un documento del Monastero di Sant’Angelo Magno di Ascoli Piceno risulta che nel 1222 era Podestà di Montelparo il monaco farfense Enrico da Cossignano, famoso giurista, che, poi, fu anche abate di Farfa (51); il più antico documento superstite dell’Archivio Storico Comunale di Montelparo, che risale al 1242, riferisce che in quell’anno fu podestà del comune montelparese Alessandro di Attuccio da Falerone (52). Il comune di Force, nel 1239, si ribellò alla sudditanza farfense per passare sotto la protezione del Comune di Ascoli, e, nel 1247, ottenne dal papa la facoltà «di fare comunanza e di vivere liberamente nella fedeltà e nella devozione alla Romana Chiesa, come gli altri castelli della Marca» (53).

   Non conosciamo quando Montelparo conseguì la facoltà di organizzarsi in libero comune. Leggendo alcuni passi dell’istrumento stipulato tra l’Abate Matteo I e gli uomini di Montefalcone, nel 1214, ipotizziamo sostanzialmente che fosse simile a quello stipulato in quei tempi con gli uomini di Montelparo, e possiamo farci un’idea della portata dell’avvenuta concessione, tramite reciproca intesa. ”Concediamo agli uomini di Montefalcone, nella persona di Gerardo da Valcaturio che li rappresenta, piena facoltà di eleggersi i podestà, consoli, giudice, notai e balivi; di fare leggi ed organizzare il governo del paese con piena libertà, come e meglio di qualsiasi altro castello meglio organizzato al di qua dai monti”.

   L’abate si impegna a rispettare i loro diritti e a non intervenire nel loro territorio, se non per difendere i loro uomini e le loro cose; ed aggiunge: «se qualche altro paese, eccettuata Offida, avrà qualche concessione più favorevole col passar del tempo, sarà concesso anche a voi». Non si fecero, né si imposero regalie; i cittadini avevano regalato all’abate il campo Vignola; l’abate lo accettò con gratitudine e non pretese altro dal comune.

   Nel suddetto documento sono chiaramente ricordati gli elementi costitutivi del comune medievale: l’abate riconosce il «Sindaco», personalità giuridica che cura gli interessi del comune ed interviene per esso nell’atto pubblico; dà facoltà di formare il «Consolato», ossia il consiglio di amministrazione; di eleggere il Podestà, gli officiali (giudici e notai) ed i messi comunali (bajuli).

   Si presume che anche gli uomini di Montelparo, intorno al secondo decennio del sec. XIII, ottenessero dal medesimo abate farfense, Matteo I, la facoltà di organizzarsi in libero comune. Però la piena libertà di governarsi autonomamente fu acquisita gradualmente ed a titolo oneroso, come avvenne per gli altri comuni limitrofi.

   Nelle concessioni fatte dal vescovo di Fermo, per le libertà comunali, si prescriveva che l’amministratore della giustizia (Podestà), i rettori e i consiglieri (e consoli, qualora fossero scelti tra forestieri, dovevano aver licenza del vescovo. E quando la città di Fermo vincolò a sé i vari castelli del Contado Fermano, si fecero solo parziali concessioni di autonomia. Nei comuni riconosciuti dall’autorità Fermano, la comunità locale aveva il suo Parlamento Generale, il suo Consiglio ordinario con i Massari e Sindaci, mentre la Città vi inviava un suo «Vicario» con funzioni podestarili per la tutela dell’ordine pubblico e per l’amministrazione della giustizia.

   I Signori di Amandola e di Penna S. Giovanni, negli anni 1248 e 1265 vendettero i loro diritti feudali ai rispettivi comuni, ma si riservarono il diritto di amministrare la giustizia per uno o più anni (54). La stessa cosa si era verificata in Montelparo, dato che nel 1222 vi ricoprì la carica di Podestà Fra Enrico da Cossignano, monaco farfense del Monastero di Santa Vittoria. Così pure Rinaldo da Castelnuovo, che nel 1242 aveva venduto il castello di Bucchiano al Comune di Montelparo, nel primo semestre del 1249 è Podestà di Montelparo.

   Nelle prassi comunale dell’epoca il Podestà, eletto generalmente per sei mesi, talvolta anche per un anno, nel corso del tempo assunse sempre più il carattere di rappresentante politico, perciò doveva essere persona gradita al Rettore della Marca, uomo di legge, forestiero, non imparentato con cittadini del luogo.

   Il nome del primo Podestà che figura nelle pergamene di Montelparo è un certo Assalto di Taffurio da Ascoli. Nel 1244 fu retribuito con 40 libbre di moneta volterrana, oltre il rimborso delle spese per missione in Osimo per conto del Comune e per la spedizione di suoi soldati a Faenza in servizio presso la corte imperiale. La concessione di libertà comunale di Montelparo fu ottenuta a titolo oneroso, come si legge nella pergamena locale del 26 febbraio 1257 quando Fra Leonardo, procuratore dell’Abate di Farfa, Giacomo, esentò il Comune di Montelparo dall’annuo censo di 50 lire e da tutti gli oneri feudali dovuti al Monastero.

   L’affrancamento da ogni giogo di servitù e di gabella avvenne dietro esborso da parte del Comune della somma di 1250 lire volterrane, (a fine secolo XX circa 40milioni di lire italiane (55). Intorno all’anno 1257 si verificò nel Fermano il fenomeno dell’annessione di tanti comuni dei castelli alla città di Fermo. Montelparo, invece, preferì restare comune autonomo, pagando saporitamente la sua libertà. L’affrancamento ottenuto dal Comune di Montelparo riguardava tributi, omaggi, regalie, prestazioni reali e personali.

   Nel contempo rimaneva invariata la dipendenza religiosa, o delle realtà spirituali, in riferimento all’Abbazia di Farfa e al Monastero di Santa Vittoria. Per tutto il secolo XIII e la prima metà del secolo XIV, per l’erezione di chiese, per la loro demolizione, per il trasferimento delle chiese rurali dentro il castello i montelparesi hanno dovuto richiedere l’autorizzazione agli abati di Farfa, mentre la nomina dei rettori, o cappellani delle loro chiese era demandata al Priore del Monastero di Santa Vittoria.

   Risale al maggio 1257, cioè tre mesi dopo l’affrancamento, la concessione fatta dallo stesso abate alla comunità di Montelparo di poter seppellire i morti nelle chiese del territorio. non più presso il Monastero di Santa Vittoria, come riferito a proposito delle antiche chiese (56).

   Nel 1260 l’Abate di Farfa, Pellegrino, concesse al clero ed al popolo di Montelparo un privilegio di assoluta esenzione dalla autorità del priore di S. Vittoria (527. Ma, circa un mese dopo, il Vicario farfense nella Marca annullò alcune concessioni fatte al clero ed alla comunità di Montelparo, come pregiudizievoli ai diritti del Monastero di S. Vittoria (58). Per queste contraddizioni i rapporti tra le autorità di S. Vittoria e il clero di Montelparo non furono sempre pacifici.

   Nel febbraio 1261 il papa Urbano IV pose l’Abbazia di Farfa sotto l’immediata giurisdizione della Sede Apostolica, concedendoli il privilegio «nullius diocesis», cioè Abbazia non soggetta a nessun vescovo; e nell’elenco dei possessi e delle chiese appartenenti all’Abbazia incluse il «Castello di Monte Elprando con le chiese, le ville e le pertinenze» (59).

   La struttura amministrativa del comune nel secolo XIII era simile a quella degli altri comuni della zona montana e dell’area farfense. Il Podestà era Rettore e Giudice, coadiuvato dal socio milite e dai balivi (uscieri e guardie comunali). Egli presiedeva i consigli per garantirne la regolarità ed amministrava la giustizia secondo le norme statutarie montelparesi, restava in carica per sei mesi, proveniva sempre da altro paese, al termine del mandato riceveva il salario pattuito che, ordinariamente, oscillava tra 40 e 50 lire.

   In un primo periodo la nomina del Podestà doveva essere confermata dal Legato Pontificio della Marca di Ancona. Sul finire del secolo XIII il papa Nicolò IV concesse a molti comuni marchigiani la facoltà di eleggersi autonomamente Podestà e gli officiali. Tra le prime concessioni figura la bolla in favore del Comune di Montelparo che reca la data 28 ottobre 1291. Il Podestà era competente a istruire, giudicare e sentenziare su tutte le vertenze giudiziarie, civili e criminali, eccettuati i crimini di lesa maestà, di omicidio, di adulterio, di rapimento di vergini, di incendio doloso e furto; per detto privilegio a questo Comune fu imposto il censo annuo di 34 lire ravennate (60).

   La convocazione del Parlamento Generale ci doveva essere per la riforma delle norme statutarie la convocazione del Parlamento Generale, che pur ci doveva essere per la riforma delle norme statutarie. Dalle pergamene, che generalmente fanno riferimento ad atti amministrativi relativi a possessi, non risultano notizie sul Parlamento. Più volte, invece, si parla del Consiglio Generale, specialmente nella nomina di «Procuratori» per la stipula di contratti per l’incastellamento dei signori rurali e dei loro vassalli; Questo Consiglio era formato da 100 uomini scelti in pari numero tra le quattro contrade, o quartieri: S. Angelo; S. Maria o del Mercato; S. Pietro; e S. Giovanni. Al Consiglio di Cernita, formato da 32 elementi, 8 per contrada, competeva l’amministrazione ordinaria.

   Il Sindaco era il rappresentante legale del Comune; il Massaro ne era l’economo; il Cancelliere fungeva da segretario; i Notai erano impiegati con distinte mansioni ed avevano rapporti di dipendenza alcuni col Podestà, altri dal Cancelliere. I Balivi erano impegnati in compiti diversificati; messi comunali, banditori, guardie per vigilare sull’ordine pubblico ed uscieri.

   Per diversi anni il comune di Montelparo non ebbe un suo Palazzo, cioè una sede fissa per gli organi amministrativi. Le assemblee consiliari si tenevano nella chiesa di S. Michele de Castello, o in case di privati. Nell’ultimo ventennio del sec. XIII con regolarità si tennero nella casa dei signori di Chiaromonte, che, probabilmente divenne la sede stabile del Comune (61).

   Dal punto di vista giurisdizionale, il Comune di Montelparo dipendeva dalla Sede Apostolica, per il tramite del Legato Pontificio nella Marca di Ancona. Nella lotta tra Guelfi e Ghibellini la comunità montelparese rimase fedele al papa; nel 1254 si oppose con le armi ad alcuni ribelli e nemici della S. Sede, ed avendo loro arrecati molti e gravi danni, fu da questi citata presso il tribunale del Rettore della Marca. I Montelparesi allora ricorsero al papa Innocenzo IV, il quale da Assisi spedì un breve al suo Legato nella Marca con l’ordine di non molestare in alcuna maniera il Comune di Montelparo per i danni arrecati a quei cittadini nemici e ribelli (62).

Intorno al 1275, per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia ed altre competenze territoriali proprie del Legato Pontificio la Marca di Ancona fu divisa in tre «Giudicature»: al nord «ludicatus S. Laurentii in Campo» dal fiume Esino fino ai confini con la Romagna; al centro: «ludicatus Camerini, Auximi, Humane et Ancone»; «ludicatus a fluminibus Salini, Tenne ac Tennacule usque ad partes Regni»’, che in seguito più comu¬nemente fu detto: Presidiato dell’Abbazia di Farfa, con sede a Santa Vittoria, presso il Palazzo Comunale, al piano superiore.

Il territorio di Montelparo fu compreso in quest’ultima circoscrizione giudiziaria; ad essa dovevano ricorrere i montelparesi per cause di appello, civili e criminali; nelle questioni circa i confini territoriali; per far autenticare copie di pubblici strumenti; per ricorsi contro le tasse imposte dal Comune; per pagare censi e taglie dovuti alla Sede Apostolica (63).

   Nei successivi paragrafi saranno riferiti alcuni interventi dei giudici del Presidato Farfense in controversie riguardanti l’integrità territoriale del comune, il trasferimento dei beni mobili degli immigrati che si incastellavano, emigrando da altro comune, per reprimere ogni appoggio che si desse a banditi e ribelli.

   Il Presidato Farfense col trascorrere dei secoli perdette lentamente la sua iniziale- forza giuridica di Curia Generale, per il progressivo accentramento delle pratiche presso la Curia del Legato Pontificio con sede a Macerata. Mentre gli altri Presidati svanirono sul finire del Quattrocento, quello Farfense funzionò fino agli inizi del pontificato di Sisto V (nel 1585). Nel primo anno del suo pontificato, il papa indirizzava un suo Breve «ai diletti figli, alla comunità, e alle persone del nostro Castello di Monte Elparo, nel Presidato Farfense». Ma l’anno appresso, 1586, cercò di dargli nuova vitalità, creando il «Presidato di Montalto» che durò fino all’istituzione del primo Regno Italico, al tempo di Napoleone.

                                                                      L’incastellamento

   Alla formazione del libero comune inizialmente no partecipò tutta intera la popolazione concentrata dentro le mura del castello, ma solo una parte. L’organizzazione comunale conferì grande forza morale e sicurezza difensiva alla generalità dei suoi abitanti e residenti. I nobili signori di campagna progressivamente nel tempo rimasero isolati ed indifesi, facile preda di scorrerie militari da parte degli imperiali e dei fiancheggiatori ghibellini (64).

   L’istituzione del libero comune contribuì notevolmente al cambiamento della condizione sociale di molte famiglie. Tra le sue finalità istituzionali non ultima era quella dell’ampliamento del proprio territorio e l’accrescimento della popolazione urbana per i conseguenti miglioramenti tributari. Questo processo avveniva a scapito dei vari signorotti di campagna che possedevano i loro poderi curtensi (curtes) nell’ambito dell’originario territorio del comune. Gli amministratori comunali costringevano costoro, persino con l’esercito e con la violenza, a cedere l’antica giurisdizione feudale e ad inurbarsi nel centro abitato con i propri vassalli. Quando il signore di campagna chiedeva di rifugiarsi in paese, trovava accoglienza e protezione dall’amministrazione comunale, mediante il contratto di incastellamento (“fare castellania”), col quale ordinariamente il comune concedeva al signore un’esenzione dai tributi, almeno per un certo numero di anni, una casa dentro le mura del castello, o il materiale, e lo spazio per costruirla ed un orto. Era norma abituale che dalla nuova sede il proprietario inurbato potesse controllare a distanza le attività svolte nei campi donde era partito. Ai signori di Catelliano fu concessa un’intera contrada del paese che prese il loro nome, nella quale poterono costruire una loro chiesa.

   Come contropartita per l’incastellato il Comune dava ai signori alcune prestazioni personali, armi e cavalli per la comune difesa in tempo di guerra; per assicurare che i prodotti delle sue terre rimanessero nell’ambito del comune; per finire con il cedere al comune, previo pagamento di una somma convenuta, ogni diritto sui suoi beni e sulle famiglie dei lavoratori (65). I servizi gratuiti che i vassalli sottoposti e i servi della gleba avevano prestato al loro signore, conseguentemente ai patti, venivano dati al comune che li aveva resi liberi.

   I vassalli potevano continuare a lavorare per il vecchio padrone, ma non gratuitamente; il lavoro doveva essere adeguatamente ricompensato in giornata; e contro eventuali inadempienze ogni cittadino trovava giusta difesa presso la curia del Podestà.

   In questa nuova situazione il signore di campagna non perdeva la sua funzione politica e sociale, ma, per quanto è logico pensare, una volta inurbato, entrava a far parte dei cavalieri dell’esercito comunale con competenze dirigenziali, ed essendo formato da una secolare tradizione amministrativa, veniva naturalmente a far parte del ceto dirigente del comune. Una ventina di pergamene dell’Archivio Comunale di Montelparo documentano l’incastellamento di alcune famiglie rurali. Eccone un breve elenco, riassumendone il contenuto, poiché documentano i primi passi del nostro libero comune.

   II 24 febbraio 1242 Marco di Tebaldo da Catelliano promette ad Alessandro di Attuccio da Falerone, Massaro e Rettore di Montelparo, di inurbarsi con la sua famiglia e tutti i suoi beni mobili ed immobili e di prestare giuramento di sudditanza al Podestà, e di corrispondere le collette al pari degli altri abitanti (66). L’8 luglio 1242, Ruggero, figlio del defunto conte Ferro, vende al procuratore del Comune per 100 lire una casa, un orto, dieci mansi con i rispettivi lavoratori livellari (per contratto di livello) esistenti nel castello di Bucchiano con l’impegno di farli abitare in Montelparo (67).

   Il 24 novembre 1242, Rinaldo e Gentile, figli del fu Giacomo di Fratre, a nome proprio e del loro fratello Giberto, si impegnano con il procuratore del comune a fare incastellare in ‘Montelpero’ alcuni livellari della corte di Bucchiano di loro proprietà, ed in cambio dovevano ricevere la protezione da parte del Comune. La cessione era a titolo oneroso. Nel 1245 i suddetti rilasciano ricevuta di una rata di 80 lire (68). Il 15 gennaio 1245, Ruggero da Castelnuovo ed il figlio Ferro vendono al Comune di Montelparo i loro beni immobili ed i livellari dei castelli di Bucchiano e di Pastina per la somma di 1000 lire volterrane (69). Il 12 maggio 1264 il Consiglio Generale ed il Podestà di Montelparo nominano loro procuratore Bonaggiunta di Gisone di Benedetto per ottemperare a tutte le formalità richieste dalla legge locale per incastellare Matteo, Paganuccio e Federico Vinciguerra; Trasmondo e Ruggero di Leto da Chiaromonte, proprietari di metà della corte di Torre di Casole, oggi Monteleone, dietro pagamento di 550 lire. L’anno seguente il suddetto Ruggero di Leto completava l’atto di incastellamento, cedendo tutti i suoi beni e le sue competenze giuridiche nei territori di Torre di Casole e di Montelparo, dietro compenso di 137 lire. La corte di Torre di Casole e di Montelparo, dietro compenso di 137 lire. La corte di Torre di Casole apparteneva ai Signori di Chiaromonte, colle a sud-est di Servigliano, cioè: Ruggero di Leto, Gualtiero di Alistrante, Risabella figlia del fu Corrado. I Signori di Chiaromonte possedevano in Montelparo anche una casa, usata dal comune per le riunioni del Consiglio, ma nonrisulta che vi fissarono la loro residenza, dato che nessuno di essi compare mai come testimone, né come attore nei documenti montelparesi (70).

   L’8 gennaio 1268 avvenne l’incastellamento di Suppolino di Giorgio da Fermo e della moglie Anfelisia, con i loro beni e i vassalli nella corte del diruto ed incendiato castello di Catelliano, facendo obbligo a non ricostruire detto castello in pregiudizio e danno del Comune di Montelparo. Per i danni precedentemente arrecati alle case ed alle persone Guamerio e Guglielmo, rispettivamente marito e figlio della suddetta Anfelisia, il Comune corrisponde in due rate la somma di 100 lire volterrane (71).

In data 1 agosto 1269 si registra l’incastellamento di Marco di Pietro da Catelliano, dietro esborso di 180 lire da parte del Comune. Facendo eccezione alle leggi statutarie, si concedeva la facoltà, a sua scelta, di abitare anche a Fermo, e l’esenzione per sé e per i suoi eredi dal combattere contro la città di Fermo, qualora il Comune di Montelparo avesse sostenuto una guerra contro questa città. Documenti successivi riferiscono che i rapporti tra il Comune di Montelparo e gli eredi di Marco, cioè la vedova Contadina ed i figli, furono pieni di tensioni per ratei non corrisposti in tempo debito dal Comune (72).

   In occasione dell’incastellamento non si potevano trasferire nel comune di nuova residenza i beni mobili posseduti in altro comune. Questa norma singolare emerge da un atto del 3 novembre 1291 del giudice del Presidiato Farfense, Giorgio di Lorenzo da Tivoli, il quale ordina ai signori amministratori di Monte Rinaldo di proibire ai rappresentanti di Pucciarone, diventato cittadino di Montelparo, di esportare da Monte Rinaldo a Montelparo i beni mobili di costui. La sentenza fu confermata da Malomo, Podestà di Fermo, al quale si era rivolto lo stesso Pucciarone, dato che Monte Rinaldo si trovava sotto tale giurisdizione (73).

   Il Comune, inoltre, non perdeva alcuna occasione alcuna per consolidare ed ampliare i suoi possessi in terre e case, non solo nell’ambito territoriale di Montelparo, ma anche nei comuni confinanti. Nel 1267, per 50 lire di moneta corrente acquistava da Gualtiero di Alistrante da Chiaromonte le sue proprietà immobiliari con i suoi lavoratori, site nelle pertinenze di Torre di Casole (74). Nel 1291, Pucciarone di Giuliano, insieme con i suoi fratelli Federico ed Anselmuccio, vendeva al Comune di Montelparo per la somma di 800 libre di moneta corrente, una casa, diversi appezzamenti di terra, una vigna ed un orto, siti in territorio di Monte Rinaldo, tra il fosso Ilico (= Indaco) ed il fiume Aso (75).

   Nel 1294 il Comune montelparese prendeva possesso delle chiese di Sant’Angelo in Capistrello e di S. Maria di Scerestana (= S. Maria Celestiale) e dei rispettivi beni, già proprietà del fu Andriolo di Guglielmo di Ascaro, inoltre acquisiva alcuni appezzamenti di terra, case e mulini sull’Aso (76).

   Le pergamene montelparesi registrano anche atti con cui il Comune prende in affitto case e terreni, oppure procede alla vendita di case site nel centro abitato. L’economia del comune era basata principalmente sul gettito delle imposte pagate dai proprietari terrieri, sulla tassa del focatico (o del fumante) e sui proventi derivanti dal macinato. Per assicurarsi quest’ultima entrata gli amministratori comunali, nel 1298 si preoccupavano di acquistare dai rispettivi proprietari ben cinque mulini, posti lungo l’Aso ed il Roncone (77).

   Nonostante tutte le buone intenzioni che gli amministratori mettevano nel curare la prosperità del comune, non sempre conseguirono la pace e l’armonia tra i cittadini. Non fu cosa certamente facile ottenere la concordia e convivenza pacifica tra tutti i diversi residenti e abitanti. I nobili incastellati, abituati a comandare, miravano sempre più all’affermazione del prestigio del loro casato; mentre gli artigiani ed i liberi professionisti, che si consideravano i fondatori del libero comune, non volevano essere sopraffatti dalle famiglie incastellate.

   Alcune pergamene riferiscono glii atti giudiziari emessi dalla Curia del Presidato Farfense per furto in qualche bottega (78), per rissa fra cittadini, e cose simili. Un rotolo membranaceo, lungo 190 cm., riferisce con molti particolari le scuse e le difese del Sindaco di Montelparo, Giovanni di Pasquale, presso il suddetto Presidato per fatti di sangue ed eccessi verificatisi nel suo territorio ad opera degli abitanti di Bucchiano, onde ottenere la sospensione dell’inchiesta, promossa per competenza da quella Curia (79). Si conserva anche una ricevuta del 10.8.1301, rilasciata dal Tesoriere della Marca di Ancona a Mastro Lorenzo da Foligno, Cancelliere del Presidato Farfense, per conto del comune di Montelparo che era stato multato e condannato per aver dato ricetto a due banditi di Rovetino (80).

                L’antico convento dei padri Agostiniani (75bis)

   Concomitante alla formazione dei liberi comuni fu la diffusione degli ordini mendicanti: francescani, agostiniani e domenicani. A Montelparo nel 1259 erano presenti una comunità religiosa francescana ed una agostiniana: ricevettero lasciti nel testamento di un certo Andreolo di Rinaldo (81).

   La primitiva loro residenza fu certamente in campagna, in ossequio alla fondamentale scelta eremitica, cui univano un apostolato deambulante di casa in casa. Il Pastori dice che il luogo dei Frati Minori fu alle «Macchie» che era distante per un miglio dal centro abitato; però non vi dovettero restare per lungo tempo. Solo più tardi i francescani del Terz’Ordine Regolare verranno a stabilirsi presso la chiesa di S. Maria in Camurano, alla metà del Cinquecento, e vi resteranno fino al sec. XVIII.

   Per quanto riguarda la prima residenza dei Frati Eremitani di S. Agostino, si suppone che fosse stata presso la chiesa semiabbandonata di S. Severino, in contrada «Butinè», lungo la strada che conduce a Monterinaldo; in quel luogo gli agostiniani ebbero la maggiore estensione delle loro possidenze con annesso casino fino alla loro soppressione, nel sec. XIX. Più tardi, essendo quel luogo esposto alle scorribande dei soldati di opposte fazioni, sull’esempio di altre comunità religiose, decisero di trasferire la loro residenza nel centro abitato. Il 19 marzo 1279, l’abate di Farfa, Morico, donò loro la chiesa di Sant’Antimo, sita sulla parte alta del castello. Per dote e mantenimento della cura d’anime assegnò una vigna «in località detta Leguni», ossia «Liù». Di questa concessione esistevano nel convento le pergamene con gli atti notarili originali, lett dal Pastori (82).

   Intorno al 1290, nel sito urbano assegnato, gli agostiniani intrapresero l’ampliamento della chiesa  a cui era annesso il loro convento, dedicato a S. Agostino. In quel tempo i religiosi ricevettero diverse donazioni in case e terreni di cui il Padre Provinciale della Provincia Fermana, Fra Urbano da S. Giusto, autorizzò la vendita per utilizzare il ricavato in moneta sonante nel finanziamento della intrapresa costruzione (83).

   Una relazione del 1650 ce la descrive così: «La chiesa di S. Agostino è sita dentro la Terra di Montelparo, a capo della Piazza. Dentro vi sono sette altari: nell’altare maggiore, dedicato a S. Agostino, si conserva il SS.mo Sacramento; gli altri altari, disposti nelle cappelle alle pareti laterali, erano dedicati a S. Stefano, S. Monica, SS.mo Crocifisso, S. Nicola di Tolentino; seguivano quelli della Pietà e della Madonna della Consolazione; questi due ultimi erano gestiti dalle proprie Confraternite.

   Il convento ha un impianto largo 80 piedi (= 34 metri) e lungo 45 piedi (= 19 metri). Ha nella parte di sotto, ossia piano terra, sacrestia, cantina, refettorio, cucina, dispensa legnaia e granaio. Nel chiostro, in mezzo, una cisterna che non tiene acqua per una voragine che divide sacrestia, chiesa e convento; la quale continuamente cagiona rovine. Si ascende al piano superiore, dove c’è il dormitorio, per una scala. Lungo i corridoi sono disposte quattro o cinque camere per ogni lato con libreria e granaio dalla parte del chiostro. All’esterno si stendeva l’orto» (84).

   L’antico convento agostiniano di Montelparo fu ritenuto di notevole importanza: lo dimostra il fatto che in esso si tennero tre Capitoli Provinciali: nel 1341, 1498 e 1541. Il Priore e un religioso, cioè due religiosi per ogni convento agostiniano delle Marche partecipavano al Capitolo, per più giorni. Per una piccola Terra come Montelparo era un grande onore ospitare un Capitolo Provinciale.

   Ordinariamente la famiglia religiosa montelparese era formata da 10-13 religiosi, tra sacerdoti, conversi e studenti. Molti religiosi montelparesi furono apprezzati professori nelle scuole e nelle università del tempo, altri occuparono i più alti gradi della gerarchia dell’Ordine di S. Agostino, come i Priori Generali Fra Gregorio Petrocchini, elevato alla sacra porpora del papa Sisto V, e Fra Fulgenzio Travalloni.

   Molti giovani montelparesi usufruirono di una ricca borsa di studio, fondata nel 1512 da Fra Mario Marcolini, religioso offidano e figlio del convento di Montelparo; con le rendite di un terreno, sito in Offida, si assegnavano 4 ducati d’oro all’anno ad ogni giovane religioso professo, figlio dello stesso convento di Montelparo, per otto anni continui; inoltre 25 ducati d’oro erano dati «una volta per tutte» a ciascun religioso montelparese che fosse giunto a conseguire la laurea magistrale (85). Per questo lascito molti religiosi montelparesi frequentarono gli Studi Generali dell’Ordine in altre provincie e nelle università, ivi compresi gli illustri personaggi ricordati sopra.

   Purtroppo, chiesa e convento erano impiantati su terreno soggetto a slittamento verso nord-est. La voragine sotterranea, segnalata nella relazione del 1650, nell’anno 1683 causò il diroccamento della parte nord-orientale del centro abitato; nel 1686 gli agostiniani incominciarono una nuova costruzione dell’edificio del loro convento in altra parte del paese. L’antico fu devastato dal terremoto del 2 febbraio 1703. Fra le macerie della sacrestia trovò la morte il P. Maestro Alessandro Travalloni, ivi sorpreso mentre nei consueti riti, dopo aver celebrato la Messa della Candelora (86).

                                        I possedimenti del monastero di S. Angelo Magno

   A Montelparo esistevano due parrocchie e alcuni poderi appartenenti al Monastero femminile di S. Angelo magno di Ascoli Piceno sin dalla seconda metà del secolo XII (87). Nel diploma imperiale di Enrico VI, del 1187 si legge una conferma generica di quanto posseduto dalle religiose nel Comitato e nella Città di Ascoli, e in quelli di Fermo «e quanto possedete nel distretto dell’Abbazia di Farfa». L’enigma di quest’ultima indicazione è sciolto dal privilegio di Innocenzo III del 1199: «Nel Comitato Fermano (vi confermiamo) la chiesa di S. Pietro presso Roncone con la sua parrocchia, un campo in Rotiliano e un campo da Valle S. Martino, la chiesa di S. Silvestro con la sua parrocchia e il campo vicino alla prenominata chiesa, e il campo Polisiano».

   In un documento del 1235 si precisa che la chiesa di S. Silvestro era nelle pertinenze di Poggio Fantolino. Il Pastori ricorda che la chiesa di S. Martino era in contrada Sala, mentre nella contrada Cocciarella esisteva una chiesina dedicata alla Madonna Polisiana (88). Dalle pergamene del Monastero ascolano di S. Angelo Magno si rileva anche che nell’anno 1200 l’abbadessa Marsibilia concesse in enfiteusi ad Ogicio Pavimelda un terreno sito in contrada Roncone; nel 1273 il detto Monastero, tramite un proprio procuratore, fece una permuta di terre in contrada S. Lucia di Bucchiano, distretto di Montelparo.

   Nel 1286 il Monastero di S. Angelo, passato alle Clarisse, chiese al Vice Legato della Marca anconetana, residente a Macerata, la facoltà di trasferire dalla campagna il titolo della chiesa di S. Pietro de Roncone e la parrocchia in un piccolo oratorio, esistente dentro le mura del castello di Montelparo; la richiesta fu motivata dal fatto che, essendosi incastellati gli abitanti di quella contrada, per loro era molto disagevole scendere alla propria chiesa parrocchiale per assistere ai divini offici, specialmente nei mesi invernali. Successivamente, presso l’oratorio costruirono un piccolo monastero femminile.

   Contrariamente a quanto affermato da alcuni storici, sulla chiesa di S. Pietro in Montelparo la badessa di S. Angelo Magno esercitava solo un diritto di patronato per cui proponeva il nome del Cappellano all’abate di Farfa, che provvedeva alla nomina giuridica essendo giurisdizione della «Abbazia ‘nullius’ Farfense» non sottomessa ad alcun’altra diocesi: lo testimoniano in forma esplicita alcune pergamene inedite del Codice Diplomatico di S. Vittoria del sec. XIV e due documenti del 1524 dell’Archivio di S. Angelo Magno, al tempo in cui il detto Monastero dal papa Pio II era stato assegnato ai PP. Benedettini Olivetani. Questi nel 1555 unirono la chiesa di S. Pietro con quella di S. Silvestro, a Poggio Fantolino, esistenti nelle pertinenze dei loro beni, per cui prese titolo di S. Pietro e S. Silvestro, come documenta un’iscrizione tuttora esistente.

   Dal Catasto del 1783 si rileva che il grosso dei possedimenti, cioè un corpo unito di 293 mogiuri, (circa ettari 52,75), era in contrada «Casale», nel versante dell’Aso (89).

   La Biblioteca del Convento di San Nicola da Tolentino a Tolentino (MC) ha raccolto un’ampia bibliografia agostiniana. Auguriamo agli studiosi di ampliare le ricerche storiografiche (90).

UN ARTICOLO SULLA PROTOSTORIA EDITO NEL 1873

Preistoria

La necropoli di Montelpare e l’età Pelasgica nel Piceno

Nello scorso anno (1872) venne a mia conoscenza come si era scoperta a Montelpare una antica Necropoli, e poco appresso ne leggevo una relazione nel giornale fermano che si intitola: «Il Piceno». Il desiderio di studiare questo monumento che si riferisce alla storia dell’intero Piceno e rivela il costume di un’epoca assai remota e civile mi determinò a portarmi sul luogo dove avvenne la scoperta in compagnia del bibliotecario comunale, l’egregio amico G. Gabrielli; ed ecco quel tanto che ne fu dato osservare.

Tutti gli oggetti raccolti in questa Necropoli vennero dal proprietario, Sig. Sgrilli, ordinati in una camera di quel Municipio. Essi consistono in una completa collezione di fibule in bronzo e in ferro, quali di ambra e quali di eleganti pendenti di rame adorni: vasi di terracotta, ed utensili da cucina in rame, alcuni dei quali muniti di ansa di ferro. Avanzi di collane a pendagli: orecchini con ambra, o conchiglie cipree: impugnature di varie armi in bronzo; frammenti di corazza di rame; vari braccialetti che servirono a circondare gli avambracci; lame di spadoni, di pugnali e di coltelli e molte asce ed accette e filetti di cavallo in ferro; collane di ambra, di vetro e di bronzo; e finalmente parecchi grossi e pesanti anelli metallici, dei quali non può determinarsi l’uso.

Tutti questi oggetti rappresentano le tre sole età del bronzo, del ferro e del rame; cioè a dire un’epoca storica, nota appena per la sola tradizione.

Secondo quanto ci disse il cortese Sig. Sgrilli, questo sepolcro venne scoperto casualmente. Lavorandosi il terreno alla profondità di quasi due metri, si giunse a conoscere che in molti punti questo si avvallava sotto i piedi dei lavoranti. Allora egli faceva scavare pochi centimetri più sotto e trovava parecchi semicerchi di ferro, circondati da legni infradiciati e cedenti al peso lor nuovamente sovrapposto. Rimossa la terra, si rinvenivano scheletri, volti all’oriente, che tosto polverizzavano al contatto dell’aria e, intorno ad essi, i sopradescritti oggetti che venivano da lui cautamente raccolti e custoditi. Nessuna moneta, nessun oggetto d’oro o in argento gli venne fatto di rinvenire in più di cento tombe scoperte.

Sotto la testa di qualche guerriero trovava un anellone, del quale appunto abbiamo detto di non conoscere l’uso, e soventi volte intorno allo scheletro erano accumulate ossa di cavalli, di montoni, o di altro animale.

È cosa quasi impossibile rintracciare qual razza di popolo abitasse primitivamente la contrada, che poi si appellò al Piceno. Le armi di pietra, questi avanzi della prima industria umana, ritrovate nella valle del Tronto ed in quella della Vibrata, accertano l’esistenza di una popolazione antichissima che occupava questa regione, prima che altri popoli la conquistassero; ma investigarne il nome e le gesta sarà sempre una difficoltà insuperabile per qualunque archeologo. Si ha, poi, tutta la certezza (vedi C. BALBO, Meditazioni, e G. MICALI, L’Italia avanti il dominio dei Romani) tradizionale della comparsa in questa regione dei Pelasgi, così appellati dal semitico nome «phaleg», che significa dispersione: vaganti e dispersi erano essi che vi arrivaro¬no seicento anni prima della fondazione di Roma, e millequattrocento anteriormente all’era volgare. Ora a questo popolo Asiatico, agguerrito e già maturo nell’industrie, possono appartenere le Necropoli pur ora scoperte a Colli del Tronto, a Cupramarittima, a Montedinove e a Montelpare. Le due prime già furono descritte dal chiarissimo archeologo, Cav. Concezio Rosa e dal suddetto Gabrielli, i quali ammisero, in pieno accordo, un’epoca ante-romana per gli oggetti in esse ritrovati.

Quella di Montedinove, in prossimità del Tesino, non è ancora ben conosciuta, perché ciò che vi fu raccolto andò per la maggior parte in dispersione. Il Museo Archeologico di Ascoli ne Acquistò qualche avanzo che, tuttavia, basta ai confronti con le accennate due Necropoli, e a stabilirne la contemporaneità. L’ultima, ossia quella di Montelpare, venne descritta, come si è detto, nel periodico «Il Piceno», e si fa appartenere ad epoca romana, opinione motivata forse dall’avere osservato fra quei resti una lamina di metallo, ove è ritratta la «Lupa Romana».

Tale lamina, però, lo stesso Sgrilli confessa di avere acquistato e non aver trovato negli scavi. È mia opinione, invece, che corra tanta analogia fra le antichità dissotterrate a Montelpare e quelle delle altre tre Necropoli anzidette, da potersi ritenere, quasi con certezza, che tutte si riferiscono ad una medesima età.

Negli scavi Felsinei si sono trovati scheletri che avevano in mano un «Aes rude», ed in altri, ove vennero discoperte le tombe dei tempi romani, non mancarono mai le monete, come rappresentanti quell’epoca; ma qui dove sono esse?… E il non avervi trovato ombra affatto di oro, o di argento, non dice abba-stanza che quei popoli ivi sepolti siano di origine asiatica ed in conseguenza Pelasgici? Avvalora questa opinione il tradizionale costume di quelle genti: allorché qualcuno moriva, primo pensiero dei congiunti era la sepoltura; essi ve lo accompagnavano, portando ciascuno, per lasciarli presso il cadavere, le armi, gli ornamenti e gli utensili che esso aveva preferito vivendo. Chiudevano nel tumulo stoviglie e vasi pieni di cibo, nella superstiziosa credenza che il defunto avesse avuto a fare un lungo viaggio e, perciò, avesse avuto bisogno di rifocillarsi lungo il cammino.

Si sacrificavano sulla tomba cavalli, montoni, tori, e qualche volta serviva di vittima uno schiavo, se si giudica dalle ossa calcinate, che di frequente si incontrano in questi tumuli.

Checché dicasi in contrario su tale proposito, rimane sempre ragionevolmente appoggiata ai confronti archeologici già dichiarati, l’opinione che gli oggetti trovati nelle suddette Necropoli hanno l’età Pelasgica.

Ascoli Piceno 1873.

                                                                     Don Emidio Luzi

NOTE

(1) Cfr. G. CROCETTI “Il Convento di Sant’Agostino di Montelparo” in «Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo», n. 10 (a. 1990) pp. 39-62.

(2) Montelparo era abitato dai Piceni di cui parla Plinio nella “Naturalis Historia” cap. 13, 1-3. Molti studi illustrano i reperti archeologici del Piceno che sono stato trovati abbondanti in particolare a Belmonte Piceno

(3) E. LUZI, “La necropoli di Montelparo e l’età pelasgica nel Piceno”, Ascoli P. (Tip. Cesari) 1873.

(4) A. STRAMUCCI, “Conosci le Marche – Prov. di Ascoli P.” – Ancona 1974. T. EGIDI, “Gli scavi archeologici di Monterinaldo”, in «Annuario», Montelparo 1973, p; 32.

(5) G. COLUCCI, “Antichità Picene”, vol. XXXI, Fermo 1797, p. 7. Pubblica il testo del «Chronicon Farfense», pubblicato dal Muratori (col. 320) della «Pars Altera» dell’opera “Rerum Italicarum Scriptores”, Milano 1726. Edizione integrale in due volumi: U. BALZANI, “Chronicon Farfense di Gregorio di Catino”, Roma 1903, Vol. I, p. 135 (in seguito: Chron. Farf.): traduzione dal latino: “Gli antichissimi venerabili monaci seniori hanno riferito una relazione fatta a loro dai monaci anteriori e ci dicevano che il duca  di Spoleto a questo sacro cenobio e al religioso don Tomasso, fece offerta di undici poderi curtensi (curtes) e ciascuna di queste era congruente <alla superficie> di undici mila moggi».Si intende <duca longobardo Faroaldo II nel 705 circa>

(6) BALZANI, Chron. F. cit., vol. I, p. 151.

(7) Ibidem.

(8 ) “Liber Largitorius, vel notarius Monasterii Pharfensis”, a cura di G. ZUCCHETTI, vol. I, Roma 1913, n. 80, p. 73. (In seguito: Lib. Larg.).

(9) G. COLUCCI, “Antichità Picene”, vol. XXXI, Fermo 1797, «Supplemento al Codice Diplomatico di S. Vittoria», doc. XVIII, p. 27. L’abate di Farfa, Gentile II, nel 1250, permise la demolizione della chiesa «di S. Severino posta in località detta Blotenano fuori dal castello di Monte Elparo» perché fosse ricostruita dentro il castello di Montelparo. Quella contrada nel sec. XVIII era detta «Butiné», secondo alcuni appunti lasciati dal canonico santavittoriese Orazio Valeriani. Nei suoi paraggi, in seguito, nel secolo XX, si fece un sito di cacciagione «Roccolo» frequentato dai cacciatori.

(10) D. PACINI, “Possessi e chiese farfensi nelle valli Picene del Tenna e dell’Aso (secoli Vili-XII)”, in «Atti e Memorie della deputazione di Storia patria per le Marche» n. 86 (1981), pp. 352, 358. IDEM. “Per la storia medievale di Fermo e del suo territorio” Fermo 2000 pp. 361, 366, 371, 405, 419.  A. RICCI, “Memorie storiche delle arti e degli artisti nella Marca di Ancona”, Macerata 1834, vol. I, p. 63, nota n. 9.

(11) Il “Regesto di Farfa di Gregorio di Catino” pubblicato in 5 volumi da I. GIORGI e U. BALZANI tra il 1879 e il 1914 in Roma presso la Società Romana di Storia Patria. (In seguito: Reg. Farf.) vol. III, n. 362, p. 67; – Chron. Farf, vol. I, p. 309. <Il duca di Fermo Rabennone nel Reg. Far. vol II n. 20 p. 34 (il padre) ebbe successore il figlio che per omicidio fu deprivato delle sue proprietà: Reg. Farf. II n. 148, p. 124. Qualche studioso pensa che gran parte di queste proprietà che Carlo Magnò donò a Farfa costituirono il maggiore “feudo” farfense. Cfr. PACINI, Per la storia … pp. 35, 352 riferisce il fatto all’anno probabile 748>.

(12) Lib. Larg., vol. I, n. 232, p. 148.

(13) Reg. Farf. V, n. 1099, p. 95-99; – Chron. Farf. II, pp. 173-79.

(14) G. CROCETTI, “Gli Statuti Comunali di S. Vittoria”, in «NEPI G. -SETTIMI G. ,” Santa Vittoria in Matenano. Storia del Comune», Camerino 1977, pp. 537-38. Gaglianello: cfr. PACINI, Per la storia …pp.  392, 417.

(15) Reg. Farf, III 135; V 98, 304; – Chron. Farf, I, 7.

(16) D. PACINI, op. cit., p. 372s.

(17) Chron. Farf, I 251; – Reg. Farf. V, 287.

(18) Chron. Farf, I 252; Reg. Farf. V 287; – Pergamena inedita di Montelparo n. 22; P. SELLA, “Rationes decimarum Italiae – Marchia” – Città del Vaticano 1950, nn: 7536, 7693, 7695, 7703.

(19) PACINI, op. cit., pp. 123, 379, 381s.

(20) Reg. Farf. IV, 275; – V, 96 e 305; – Chron. Farf, II 139, 174, 284. D. PACINI, op cit., pp. 398, 405, 419.

(21) COLUCCI, op cit., XXXI, «Supplemento al Codice Diplomatico di S. Vittoria», p. 103.

(22) Ibidem, pp. 4 e 5.

(23) Ib., p. 6

(24) . PASTORI, “Memorie istoriche della nobile Terra di Montelparo”, Fermo 1781, pp. 16-18. G. COLUCCI, op. cit., vol. XVII, pp. 10-14.

(25) Ibidem, p. 19. Mons Cucumus = Monte Cucco.

(26) Non è noto nemmeno al Pastori.

(27) Non è il Montecchio del territorio di Force. Il Pastori ci assicura che ai suoi tempi la contrada di Montecchio esisteva anche nelle pertinenze di Montelparo (p. 19). Montecchio di Force cfr. PACINI, Per la storia … pp. 404, 420

(28) Questa clausola, non comune nei documenti dei secoli precedenti, ma obbligatoria nell’organizzazione dei liberi comuni, evidenzia che già in Montelparo incominciava a funzionare una prerogativa protezionistica che fu fatta propria da ogni libero comune del secolo XIII.

(29) PASTORI, op. cit., pp. 16-18.

(30) COLUCCI, op cit., vol. XXIX, pp. 50, 53 e 54.

(31) F. PANFILO, “De Piceni nobilitate et laudibus” = Francisci Pamphili, praestantiss. poetae Sanctoseverinatis Picenum; hoc est de Piceni, quae Anconitana vulgo Marchia nominatur; et nobilitate, et laudibus opus. Nunc primum in lucem Iani Matthaei Durastantis, philosophi Sanctoiustani auspiciis, ac sumptibus, editum (Maceratae : Sebastianus Martellinus, 1575

(32) PASTORI, Op. cit. p. 20

(33) COLUCCI, Op. cit. XXXI, pp. 80 e 87

(34) COLUCCI, op. cit., vol. XXXI, Supplemento cit., pp. 28-31.

(35) P. SELLA, op cit., nn.: 7535, 7536, 7548, 7549, 7560, 7691, 7692, 7693, 7694, 7695, 7700, 7701, 7702, 7703, 7720.

(36) COLUCCI, op. cit., vol. XXIX, Codice cit. p. 179.

(37) Ibidem, p. 191

(38) Ibidem, p. 190-193.

(39) COLUCCI, op. cit., vol. XXXI, Supplemento cit. pp. 27 e 29. A. RICCI, Memorie cit., I p. 63, n. 9.

(40) G. CROCETTI, “M° Giovanni di Stefano da Montelparo, intagliatore marchigiano del sec. XV”, in «Arte Cristiana» N. 736, Milano 1990, p. 18.

(41) Vedi nota n. 20.

(42) PASTORI, op. cit., pp. 25-32.

(43) COLUCCI, op cit., vol. XXXI «Supplemento cit.» p. 29, nota 10.

(44) Ibidem, nota 11.

(45) Ib., nota 12.

(46) Ib., nota 14.

(4)7NEPI-SETTIMI, op. cit., p. 266.

(48) Ibidem, p. 234.

(49) G. CROCETTI, “Le pergamene dell’Archivio Comunale di S. Vittoria in Matenano”, in «Quaderni dell’Archivio Storico Arciv.le di Fermo», N° 5 (a. 1988), p. 96.

(50) G. COLUCCI, op. cit., vol. XXXI, «Supplemento cit.» p. 14.

(51) G. AVARUCCI, “Su Enrico da Cossignano ed altri Abati Farfensi della prima metà del sec. XIII”, in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia» dell’Università di Macerata, VII (1974), pp. 369-370.

(52) M. R. MANCINI, “Le Pergamene cit., Doc. I. Certamente errata è la datazione (1216) che il Cicconi dà alla prima pergamena del suo regesto; essa è stata diligentemente corretta nella trascrizione fatta da M.R. Mancini del Doc. n. 61, che riferisce al 18.1.1287, al tempo del papa Onorio IV e dell’Abate Farfense Nicola II.

(53) N. G. TEODORI, “Force nel Medio Evo”, Ascoli P. 1967, p. 69.

(54) COLUCCI, op. cit., vol. XXX, «Penna S. Giovanni». P. FERRANTI, “Memorie storiche della città di Amandola”, vol. I, p. 52; vol. II, Doc. 65.

(55) G. CICCONI, “Le Pergamene dell’Archivio Municipale di Montelparo, oggi custodite nell’Archivio Diplomatico di Fermo”, in «Fonti per la Storia delle Marche» presso Deputazione di storia patria per le Marche, Ancona 1939, p. 15. MANCINI, op. cit.; Doc. n. 12.

(56) COLUCCI, op. cit., vol. XXXI, «Supplemento «cc.»» pp. 28-32.

(57) I. SCHUSTER, “L’imperiale Abbazia di Farfa”, Roma 1921, p. 312. A.L. PALAZZI-CALUORI, “I monaci di Farfa nelle Marche”, Ancona 1957, p. 80.

(58) COLUCCI, op. cit., vol. XXIX «Codice Diplomatico cit.» p. 99.

(59) J. GUIRAUD, “La Badia di Farfa alla fine del sec. XIII”, in «Archivio della R. Società Romana di Storia Patria», Vol. XV, fase. 1-2, Roma 1892. Trascrive e commenta la Bolla del papa Urbano IV del febbraio 1261 tratta dall’originale che si conserva nell’Archivio Segreto Vaticano (Miscellanea 1260-75). Copia autentica posteriore si conserva nell’Archivio di Stato di Ascoli Piceno.

(60) A. THEINER, “Codex Diplomaticus Domimi S. Sedis”, I Roma 1861, p. 311. G. CICCONI, op. cit., Pergamena XLII; – MANCINI, op. cit., Doc. n. 67. Analoga concessione ottennero i comuni vicini con censo proporzionato alla popolazione residente: Amandola 44 lire, Force 20 lire, Montefiore 74 lire, Monterubbiano 76 lire, Monte S. Martino 40 lire, Porchia 25 lire, S. Vittoria 81 lire.

(61) MANCINI, op. cit., p. LXIII. Nella perg. n. 6 si dice che il Consiglio Generale fu adunato nella chiesa di Sant’Angelo.

(62) L. PASTORI, Memorie storiche della nobile Terra di Montelparo, in G. COLUCCI op. cit., Vol. XVII, pp. 29-30.

(63) THEINER, Op. cit., II, Roma 1862. Nella «Descriptio Marchie Anconitane», erroneamente trascrive «Mons Thorarius» in luogo di «Mons Elparus».

(64) G. MICHETTI, “Dal Feudalesimo al governo comunale nel Piceno”, Fermo 1973, pp. 61 e ss.

(65) MANCINI, op. cit., pp. XLII-XLIII, con riferimento alle pergamene di Montelparo da lei numerate: 1, 2, 3, 17, 18, 19, 23, 25, 26, 27, 28, 29.

(66) La corte di Catelliano apparteneva a Marco di Tebaldo, a Marco di Pietro, ad Anfelisia, moglie di Suppolino da Fermo, e ad altri cfr. PACINI, Per la storia pp. 410, 419; MANCINI, op cit., Pergamena n. 1).

(67) Le corti di Bucchiano, Pastina e Castello degli Infanti appartenevano ai Signori di Castelnuovo, un ramo cadetto dei conti di Falerone: Ruggero del fu conte Ferro, al figlio di Ferro, Fratre e Compare di Fratre, Rinaldo, Gentile e Giberto, figli del fu Giacomo di Fratre. Per Bucchiano cfr. PACINI, Per la storia … pp. 407, 418.

(68) MANCINI, op. cit., Pergamene nn. 4, 6, 7, 8.

(69) MANCINI, op. cit., Pergamene nn. 6 e 7.

(70) Ibidem, pp. XLV e XLVI, nota 6.1. Pergamena n. 18.

(71) Ib., p. XLVII, Pergamene nn. 22 e 24.

(72) Ib., pp. XLVII-LI, Pergamene nn. 25, 30, 36 e 41.

(73) Ib., pp. LI-LII, Pergamena n. 68.

(74) Ib., p. LII; Pergamena n. 21.

(75) Ib., p. LIV; Pergamena n. 66.

(76) Ib., p. LIV; Pergamena n. 69.

(77) Ib., pp. LVI-LVII; Pergamene nn. 86, 87, 88.

(78) Ib., Pergamena n. 81.

(79) G. CICCONI, op. cit., Doc. LXXI, p. 31.

(80) Ibidem, Doc. LXXIII, p. 31.

(81) MANCINI, op. cit., Perg. n. 13. «Inoltre (lasciò) ai frati di sant’Agostino dieci soldi. Inoltre ai frati minori de Macchie dieci soldi».

(82) L. PASTORI, “Memorie appartenenti al Ven. Convento di S. Agostino della Terra di Montelparo, ms. n. 34, presso Bibl. Com.le di Ascoli.

(83) MANCINI, op. cit., Perg. nn. 70, 71, 72 e 73.

(84) Archivio Generale Agostiniano (A.G.A.) I – i/3, ff. 327 e ss.

(85) L. PASTORI, “Memorie istoriche e cronologiche della Religione Eremitana”, ms. n. 23 dell’anno 1776, presso Bibl. Comunale di Ascoli Piceno.

(86) Ibidem, p. 36.

(87) Le notizie di questo paragrafo sono state tratte dai volumi manoscritti «Archivum S. Angeli Magni» e dagli «Indici Cronologici» delle carte di detto Monastero che si conservano nell’Archivio di Stato di Ascoli Piceno.

(88) L. PASTORI, Memorie istoriche di Montelparo op. cit., p. 32.

(89) Archivio di Stato di Fermo, «Catasto di Montelparo del 1783», contrada Casale.

(90) Ai conventi agostiniani hanno dedicato particolare attenzione GAVIGNON – CRUCIANI, “La Provincia Picena negli ultimi due secoli”, in «Analecta agostiniana» Roma vol. 44 (a. 1981) pp. 307, 310, 313. V. FUMAGALLI – A. ROCCOLI, “Bibliografia storico-artistica degli insediamenti Agostiniani in Italia”, Provincia Agostiniana d’Italia. Monografie storiche Agostiniane N. S. N. 1. Biblioteca Egidiana, Tolentino 2005, pp. 58-67 in particolare p. 60 cita “Montelparo,. Sant’Agostino”, in «Gli Agostiniani. Architettura, arte spiritualità», a c. di F. Mariano, Milano, Federico Motta Editore S.p. a. 2004 pagg. 220-221

&&&&&  

Posted in Senza categoria | Tagged , | Leave a comment