parte prima fino a tuto il secolo XIV (altro in seguito)
CURIOSITA’ STORICHE DI FERMO E DEL FERMANO di Gabriele NEPI. Fermo 1996
<con abbreviazioni>
Anni dell’epoca avanti Cristo anni si calcolano dagli antichi ai recenti
Secolo X a.C. – E SI FORMARONO I PICENI popolo forte e civile
La pagina più genuina della nostra storia del Fermano è stata la venuta dei Piceni. A Monterubbiano si commemora la sagra di Sciò la Pica, che si celebra il giorno di Pentecoste, e viene celebrata con tutta la magnificenza della memoria del passato, con tutto l’entusiasmo di sempre. A Monterubbiano si danno ideale convegno i Piceni che provennero da ogni parte della regione, dell’Italia e dell’Oriente. Tornano con i figuranti a rivedere la culla della loro origine.
Una tradizione dice che vennero gli antichi piceni della Sabina, guidati da un picchio. Attraversarono la faglia di Arquata; sciamarono lungo il Tronto e si diressero a nord e a sud di esso, ponendo ivi le loro dimore. Così nacquero Firmum Picenum, Potentia, Interamnia (Teramo). Atri, Asculum Picenum, e altro. I nuovi venuti adempivano al voto di “Primavera Sacra”. Una pleiade di autori classici, greci e latini, parlano di essa: sono Strabone, Eusebio di Cesarea, Diodoro Siculo, Tito Livio, Silio Italico, Festo Rufo, Paolo Diacono, inoltre Orazio, Giovenale, Marziale e altri. quasi tutti vissuti prima di Cristo. Popolo valoroso e guerriero, tenne testa e più volte, a Roma specialmente durante la Guerra Sociale di oltre 2000 anni fa. La loro civiltà fu splendida: la loro presenza culturale, stupenda; la loro arte, meravigliosa! Mentre scriviamo, non possiamo non pensare ai reperti piceni che fanno conoscere aspetti sconosciuti di tale civiltà.
A Monterubbiano, antico centro piceno, nella sagra garriscono sulle torri i vessilli ed orifiammi, in un tripudio di sole, di colore, di canti, mentre il clangore delle chiarine, gli squilli delle campane, il rullo dei tamburi conferiscono alla celebrazione, mista di sacro e profano, un entusiasmo possente ed eloquente, una esaltazione della nostra stirpe. Le quattro corporazioni (Bifolchi, Mulattieri, Artisti, Zappaterra), sfileranno nei loro variopinti paludamenti, su focosi destrieri, accompagnati da splendide dame e damigelle ..
“Poiché Iddio potente viene placato con l’omaggio ed il culto dei Santi, e poiché per intercessione della beata Vergine del Soccorso la nostra Monterubbiano continui ad essere assistita dalla fortuna, cresca in dimensione, aumenti in prosperità, stabiliamo che, annualmente, arrivando la festa, i Magnifici priori, insieme al Podestà, provvedano a rendere noto nelle località consuete e con le modalità solite che tutti, sia maschi che femmine, si raccolgano nella piazza di Santa Maria dei Letterati, per poi procedere in solenne processione alla volta di Santa Maria del Soccorso insieme con i magnifici Priori, Podestà, i Salariati, i Sacerdoti, i ‘Chierichi’ e i loro pari grado. E un Monterubbiano d’Argento sia portato da un famiglio ed ognuno porterà le candele accese che verranno date in elemosina a S. Maria del Soccorso”. Così i patrii Statuti!
Andando a Monterubbiano ad assistere a Sciò la Pica ritorniamo alle sorgenti, alle fonti primigenie della vita, alla georgica contemplazione della Natura. Gli spiriti degli antichi nostri padri, aleggeranno all’intorno, rievocando la loro venuta, guidata dal Picchio che diede il nome alla Regione: Piceno.
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Anno c. 752 a.C. – LUCIO TARUZIO DATA il Natale di Roma
“Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma / Tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggiore di Roma”.
Così si cantava un tempo con “nostalgia” di “classicismo”, perché tale inno è opera del poeta latino Orazio vissuto ventuno secoli fa. Lo ricordiamo o in occasione della ricorrenza del 21 aprile, Natale di Roma.
Attualmente si usa datare dalla nascita di Cristo; ma nell’antichità il tempo era scandito in vari modi: dalle Olimpiadi, che cadevano ogni 4 anni; c’erano poi gli anni del Consolato; l’era di Diocleziano; l’era della fondazione di Roma; le indizioni e altro.
Nel periodo prima di Cristo, gli storici datavano fatti ed eventi ab Urbe condita, cioè dalla fondazione di Roma, avvenuta nel 753 avanti Cristo. Nel fissare tale data, un nostro “concittadino” fermano, Lucio Taruzio, svolse il ruolo più importante. Già Catone il Vecchio si era interessato di fissare il giorno della nascita di Roma, facendolo risalire al 752 a.C.; Varrone, con l’approvazione di illustri storiografi, quali Plinio il Vecchio, Tacito, Dione ed altri, la fissò al 21 aprile, su indicazione di Lucio Taruzio.
Ce lo dice Plutarco nella “Vita di Romolo”, scritta in greco, ove si dice anche che il natalis urbis si identificava con la festa delle Palilie. Chi toglie ogni dubbio è nientemeno che Marco Tullio Cicerone, il quale nel libro 2, cap. XLXVII del De divinatione, dice testualmente: “Pure Lucio Taruzio di Fermo, amico nostro, uomo molto erudito nelle arti d’astrologia, faceva derivare il giorno natalizio della città, dalle feste di Pale. Si narra che Romolo la fondò durante tali feste. Taruzio affermava che Roma venne fondata quando la luna era nella costellazione della Bilancia e non esitava a cantare le imprese del fondatore”.
Successivamente, con Dionigi il piccolo, si incominciò a datare partendo dalla nascita di Cristo; anche se i calcoli su tale data non sono perfetti, tuttavia è adottata universalmente.
Particolare curioso: l’era della fondazione di Roma, usata dagli storici, non venne adoperata dai Romani nella datazione di leggi ed atti pubblici, ma soltanto nelle liste e nei fasti consolari. A Fermo, una via dedicata a Lucio Taruzio. ricorda ai posteri colui che fissò al 21 aprile il Natale di Roma, caput mundi.
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Anno 536 a.C. – I FERMANI A SCUOLA DI PITAGORA nella Magna Grecia
A settembre, nel ricominciare l’anno scolastico; si “torna al lavoro usato”. Ovunque si respira aria di studio e di cultura. Fermo, “città degli studi” e “degli studenti”, ogni mattina è invasa da folle di giovani e si perpetua così una tradizione di apprendimento e di cultura, viva sin dal sec. VI avanti Cristo.
Lo scrittore greco Diogene Laerzio (III sec. d.C.) nella sua poderosa opera: “Vita e sentenze dei più illustri filosofi e compendio breve delle opinioni di ciascuna setta”, afferma che durante la 60a Olimpiade, cioè 536 anni prima di Cristo, nella Magna Grecia, a Crotone, affluivano cittadini di varie parti d’Italia per imparare da Pitagora (allora trentacinquenne) la filosofia, le lettere greche e la medicina. Fra essi vi erano dei cittadini di Fermo (Vita di Pitagora, libro 8). Ciò è confermato da Giacinto Gimma in “Idee della Storia dell’Italia Letterata” (1723).
A tali Fermani interessava la conoscenza della filosofia e, ovviamente, della lingua greca, talché poi a Roma si parlavano e scrivevano correttamente sia il greco che il latino. Vos exemplaria graeca nocturna versate manu versate diurna, dirà poi Orazio nell’Arte Poetica: consultate notte e giorno i modelli greci!
Dell’apprendimento e della conoscenza del greco, sono rimaste tracce nel dialetto del contado fermano, dovute ai traffici commerciali con la Grecia e la Magna Grecia (sud Italia) e per la tradizionale conoscenza bilingue (greca e latina) dei Fermani. Così abbiamo ‘mattara’ (madia) dal greco mattra; ‘gramarò’ (mestolo) dal greco cammaros; cuturnu (stivale) da còtornos; fratte (siepi) da frattei; naulu (noleggio) da naulos; téca (baccello): una téca (de fava oppure di piselli) da teke; fitturu (legno per far buchi nel terreno per piantagioni) da fiteuo, cioè piantare, etc. Ciò per non parlare delle voci dotte di cui è piena la nostra lingua: ritmo: greco: rithmos; prosopopea gr. prosopopia; ittico ( ictùs: pesce) etc.
Anche nello Studìum Generale di Fermo, fondato nell’anno 825 da Lotario I, era in auge lo studio del greco. Qui si dovevano recare per studiarlo tutti quelli del Ducato di Spoleto, oltre che dalla Marca Fermana. Tale Studìum, potenziato nel 1398 ed elevato al rango di vera e propria università (quando le odierne università di Urbino, di Camerino, Macerata non erano ancora nate) tenne in auge lo studio del greco e ciò fino al 1827. Oggi a Fermo prosperano due licei classici, “A. Caro” e “Paolo VI”, parificato e, nonostante certi ostracismi governativi, in tutta Italia la lingua greca… prospera.
Gli studenti che si cimentano nelle scuole fermane nell’apprendimento della lingua greca, sappiano che le radici di tale studio risalgono a Pitagora, quello che ci ha fatto tribolare con la Tavola Pitagorica e col Teorema che un mio professore di matematica aveva così formulato: “Per consolarti il cuore la scienza ha la sua musa. / Pitagora ti dice con me con me ripeti / Il quadrato costrutto sopra l’ipotenusa / è somma dei quadrati costruiti sui cateti”.
Non era certo un’ode o una anacreontica, ma serviva per ricordare…
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Anno c. 220 a. C. – COLLI DI ANTICHE ANFORE frantumete
In estate i turisti e villeggianti dei campings che costellano la nostra riviera, da Porto Sant’Elpidio a Cupra Marittima. Molti usano recarsi a visitare luoghi antichi, come a vedere la chiesina romanica del Manù a Lapedona. Proprio nella zona del Mirage (Fosso S. Biagio) il sottosuolo è pieno zeppo di anfore romane. Già dal tempo di Augusto (se non prima) esistevano qui delle fornaci. Gli sbancamenti di terra, operati dalle ruspe quando è stata costruita l’autostrada, hanno portato alla luce parte dell’area archeologica. Dal lavoro di livellamento dei mezzi meccanici, affiorarono per largo tratto numerosissime anfore vinarie “scapitozzate” con incise c.lu ply, marchio della “impresa” o famiglia Poli. Intorno, resti di focolari di cottura. Ne furono scavate oltre cento; stavano tutte bene allineate, dalle anse eleganti, piede ad imbuto rovesciato per fissaggio sulle navi da trasporto. Zona archeologica quindi, quella vicina a San Biagio e componente non trascurabile di turismo culturale che si va affermando, perché il villeggiante, oltre al mare, al sole ed al paesaggio, vuole conoscere, vuole imparare. Qui la cultura che spazia verticalmente e orizzontalmente: nel sottosuolo anfore; in alto, i resti della chiesa e del castello di San Biagio; sopra il camping Riva Verde, dove sorgeva la chiesa farfense di Sant’Angelo Vecchio; e nel centro di Altidona, il castello di Garzania, nomi scritti nelle porte di bronzo della Basilica di Montecassino. Ma c’è di più.
Procedendo verso sud, verso Pedaso, sempre in territorio di Altidona (che sulla costa si estende dal fiume Aso al Fosso di S. Biagio), nell’area dove sorge ora Altidona Marina, fu rinvenuta nel 1900 una statua di Esculapio di fattura greca, risalente al III secolo avanti Cristo, ora “emigrata” in Francia. Poco sopra, in località Villa Montana prospiciente il mare, si ammira tuttora una costruzione romana a seminterrato. Sembra servisse per la conservazione delle derrate alimentari al tempo delle guerre puniche. Tutt’intorno vennero alla luce anfore, suppellettili ed oggetti vari, di epoca romana ed alcune lapidi riportate da Teodoro Mommsen nel volume IX delle sue Inscriptiones stampato a Berlino nel 1883
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Anno 217 a.C. – ANNIBALE SI RIPOSO’ nel litorale Piceno
Era il 21 giugno del 217 avanti Cristo! Oltre 2200 anni! Tale data ce la indica Ovidio nei Fasti, dove si parla della battaglia e della sconfitta romana al lago Trasimeno.
Era una mattina nebbiosa; presso il Trasimeno 40.000 Cartaginesi accerchiarono ed annientarono il romano Flaminio ed il suo esercito, avventuratisi sconsideratamente, e contro il parere dei tribuni, in un terreno che era circondato intorno da truppe cartaginesi. I Romani attaccati in testa, di fianco e di spalle, non ebbero modo di difendersi e ne seguiva un’orrenda carneficina. “I caduti romani furono oltre 10.000 e molti prigionieri” racconta Tito Livio. Fra i caduti, lo stesso comandante Flaminio. trafitto dalla lancia di un soldato gallo di nome Ducasio. I Cartaginesi lasciarono sul campo solo 1.600 fra morti e feriti. La vittoria punica era schiacciante!
Tale battaglia ci interessa per il fatto che Annibale, anziché dirigersi verso Roma, come era da prevedere, venne nel nostro litorale del Piceno: “Annibale si diresse verso il Piceno, dov’era abbondanza ogni bene di ghiotta preda di cui avidamente si impadronirono le sue truppe”. Così Tito Livio (A.U.C. XXII) e Polibio Storie, lib. III, 85). Il viaggio durò 10 giorni, perché i Cartaginesi a stento riuscivano a trasportare il bottino di cui si erano impadroniti. “Giunte le truppe nel litorale Piceno, Annibale le fece riposare: ristorò i soldati con cibi squisiti e con del vino vecchio, di cui tale era l’abbondanza che ci lavò persino le zampe dei cavalli per guarirli dalla scabbia” (Polibio, ivi 88).
Secondo una consolidata tradizione e secondo le indicazioni di Tito Livio e Polibio, l’area di sosta di Annibale doveva essere tra Cupra e Potentia. Lo ricorda il toponimo “Campo di Annibale” che fa eco alle “Gorghe di Annibale”, toponimo che indica il luogo dello scontro al Trasimeno. I Cartaginese sostarono in una vasta area territoriale che corrisponde alla fascia marittima della attuale Diocesi di Fermo. E dal Piceno Annibale spedì navi a Cartagine per annunciare la vittoria; in quel tempo qui era attrezzato solo il Navale Firmanum. Polibio scrive che “Annibale si mosse a piccole tappe attraverso le terre Pretuziane <Teramane> e la città di Atri. Poi i Marruccini ed i Frentani…”. Il viaggio ebbe inizio dalla nostra zona.
Dopo questo trionfo e quello dell’anno successivo a Canne, Annibale verrà sconfitto dai Romani a Zama (202 a.C.).
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Anno 216 a.C. – MORIRONO DA EROI A CANNE per essere fedeli a Roma
I corpi dei soldati caduti giacevano inerti, sparsi ovunque sul campo di battaglia ed il sole dardeggiante ne favoriva la celere decomposizione. La località presentava un aspetto apocalittico. I Cartaginesi, vincitori, si aggiravano per il campo cercando di individuare qualche commilitone caduto. Siamo a Canne all’indomani della famosa battaglia. Nella pianura, il 2 agosto 216 a.C. si era svolta la famosa battaglia.
I Romani, forti di 80.000 fanti e 4.000 cavalieri (alleati compresi), si erano scontrati con il Cartaginesi il cui esercito consisteva in 40.000 fanti e 10.000 cavalieri. Al loro comando, c’era il terribile Annibale. I Romani erano comandati dai consoli Marco Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo. Il genio militare di Annibale rifulse ancora una volta: con una mossa a tenaglia, aveva circondato le truppe romane facendone un’orrenda carneficina. I morti romani ed alleati erano 25.000 (Polibio però parla di 70.000; Tito Livio di 45.000); i prigionieri diecimila. I Cartaginesi ebbero soltanto 6.000 morti.
Fermo ed il Fermano in tale periodo storico ebbero una parte non certo di secondo piano. Già nella prima guerra punica avevano fornito marinai per la flotta di Caio Duilio ed Attilio Regolo. Ora, nella seconda guerra punica, mentre varie colonie latine si erano rifiutate di inviare contributi in truppe e denaro, Fermo fu tra le diciotto colonie che inviarono sostanziosi aiuti, opponendo a sua volta fiera resistenza ad Annibale sceso nel Piceno. E di ciò fa fede Tito Livio (XXVII, 10). Alla battaglia di Canne erano presenti i soldati Fermani che si batterono a fianco di Roma; oltre a loro altre truppe Picene. Ce lo ricorda Silio Italico, poeta latino, il quale ci descrive una fase della famosa battaglia… “Curione tremendo per le squame e la cresta equina… sprona gli abitanti della terra Picena. Qui vedi i coltivatori dei campi della sassosa Numana e quelli i cui altari fumano nel litorale di Cupra, nonché quelli che difendono le torri sul fiume Tronto. Sta in armi Ancona, celebre come Sidone nel tingere la porpora. Sta in armi Atri, bagnata dal Vomano e lo spietato portabandiera Ascoli… Una volta, come narra la tradizione, la terra era dominata dai Pelasgi sui quali regnava Asi, che lasciò il nome al fiume e da lui i popoli vennero detti Asili”. Chiaro riferimento al fiume Aso e non, come taluno vuole, all’Esino che definiva soltanto il confine nord del Piceno. Dalle varie località del litorale, dove fumavano gli altari per i sacrifici offerti alla dea Cupra, partirono per Canne soldati Piceni a combattere a fianco di Roma e morirono da eroi sul campo per mantenere fede all’alleanza romana. Da allora venne coniato il motto Firmum firma fides Romanorum Colonia: Fermo ferma fedeltà colonia dei Romani.
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Anno 191 a. C. – IL VALORE DEI FERMANI alla battaglia delle Termopili.
“… E sul col dell’Antela, dove morendo / si sottrasse da morte il santo stuolo / Simonide salìa… Beatissimi voi / che offriste il petto alle nemiche lance / … voi che la Grecia cole e il mondo ammira.”
Così il nostro Leopardi, celebrando l’eroismo di Leonida e dei 300 Spartani, immolatisi alle Termopili, combattendo contro lo sterminato esercito di Serse.
Nei secoli risuona: “O viandante va’ e annuncia a Sparta, che noi siamo qui morti per obbedire alle sue leggi”. Tali leggi, infatti, non consentivano al soldato, impegnato nella difesa di una posizione, di ritirarsi per aver salva la vita. Era il 480 avanti Cristo!
Ma la località Termopili fu teatro di un successivo scontro, nel quale rifulse il valore dei Fermani, contro l’esercito di Antioco III, Re di Siria. Questi, alla testa di un potente esercito (c’erano anche elefanti e poderose macchine da guerra) attaccò i Romani, inferiori di numero e di mezzi. L’esercito romano che era comandato dal Console Acilio Glabrione, coadiuvato dai tribuni Lucio Valerio Fiacco e Marco Porcio Catone, doveva mandare avanti un “commando” per conquistare un valico strategico. Era impresa altamente rischiosa e difficile. Per riuscire, occorreva un ardito colpo di mano. Conoscendo il valore e l’audacia dei Fermani che militavano nel suo esercito, chiamò a sé un reparto di essi e tentò l’impresa. Sentiamo cosa lo narra nelle Vite Parallele lo storico greco Plutarco, vissuto al tempo di Traiano: Chiamati a sé i Fermani di cui conosceva la virtù e il valore, disse loro: “Desidero avere vivo un soldato nemico per sapere quanti sono, quale la loro strategia, il loro armamento”. Catone aveva appena detto ciò, che i Fermani si precipitarono nell’accampamento avversario, seminando terrore e mettendo in fuga i nemici.
Presero un soldato e lo condussero a Catone. Questi fornì utili informazioni sulla consistenza nemica. Grazie al colpo di mano dei Fermani, i Romani vinsero. Antioco fuggì lasciando sul campo numerosi morti e feriti. Moltissimi furono i prigionieri: del suo esercito di oltre 8.000 uomini rimasero solo 500 soldati.
Altri eventi bellici ebbero luogo alle Termopili: uno nel 279 a.C. la battaglia fra Greci e i Galli di Brenno; altro nel 1821, durante la guerra per l’indipendenza della Grecia 18.000 Turchi sono sconfitti da soli 2.500 Greci; altro ancora, nel 1941 si combatte fra Tedeschi e Anglo-Greci con la vittoria dei primi. Ma su tutti i fatti d’arme, spicca la memoria dell’eroismo di Leonida ed il valore di quel pugno d’audaci, tutti Fermani, la cui impresa fu determinante per la vittoria romana.
Da quell’anno 191 a.C. sono trascorsi oltre 20 secoli. Da allora, brilla la gloria dei Fermani. La storia ne ha tramandato la fama attraverso i secoli, fama che – sebbene in misura diversa – “ancor nel mondo dura / e durerà quanto il mondo lontana” (Inferno, II, 60).
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Anno 89 a. C. -CATILINA E CICERON E il 17 novembre dell’89 a. C.
Era il 17 novembre dell’89 a.C. Gneo Pompeo Strabone, generale romano, si trovava con quattro legioni all’assedio di Ascoli.
Si stava per compiere l’ultimo “atto” della guerra sociale, iniziata due anni prima. Gli Italici (Vestini, Marsi, Marruccini, Sanniti, Irpini, Frentani, Peligni) ed Ascoli, erano insorti contro Roma. Essi con forza avevano reclamato la cittadinanza romana e la loro “insurrezione” aveva scopi separatistici ed autonomistici. I Pretuzi, cioè i Teramani non vi partecipavano. Ascoli era isolata all’interno della Regione picena, in quanto Fermo era rimasta fedele a Roma; Ancona si disinteressava.
Roma inviò subito un esercito al comando di Gneo Pompeo Strabone (padre di Pompeo Magno) per reprimere l’insurrezione e dare una lezione ad Ascoli. La si voleva punire perché aveva scatenato la rivolta. Gli Italici ed i Romani arruolarono subito i rispettivi eserciti, forti di circa centomila uomini ciascuno. Ad un primo scontro, avvenuto presso Falerone (e non a Falerno come erroneamente sostiene qualcuno) le truppe romane furono sconfitte dagli insorti comandati da Gaio Vidacilio, Tito Lafrenio, Publio Ventidio. Strabone ed il suo esercito si rifugiarono a Fermo, circondata d’assedio da Lafrenio. Tale assedio, dalla primavera all’autunno del 90 a.C.
Roma mandò rinforzi che presero gli assedianti alle spalle. Strabone allora tentò una sortita e gli Italici, presi tra due fuochi, o meglio tra tre fuochi, per un incendio fatto scoppiare nei loro accampamenti, fuggirono terrorizzati, lasciando sul campo il loro comandante Lafrenio, ferito in combattimento.
“Nullo militari ordine carpentes iter” dice lo storico Appiano Marcellino (1, 47) cioè fuggirono in disordine, si rifugiarono in Ascoli e da assedianti passano ad essere assediati. I Romani, infatti, iniziarono l’assedio che durerà circa un anno. Gli insorti opposero lunga resistenza. Ad un certo momento per ingannare i Romani, dislocarono sugli spalti delle mura donne e vecchi per dare ad intendere che erano allo stremo e tentarono quindi, ma senza esito, una sortita. Così narra Frontino (III, 17).
Ma alla fine, Ascoli cadde e il 25 dicembre dell’89 a.C. Strabone celebrò il trionfo de Asculaneis Picentibus cioè sugli Ascolani Piceni. Ma questa vicenda è un fatto significativo della guerra sociale.
Nel 1910 si ritrovò la lamina dell’editto di concessione della cittadinanza romana alla turma salluitiana, cioè ai trenta cavalieri spagnoli che militavano nell’esercito romano all’assedio di Ascoli. Oltre alla cittadinanza, Strabone conferiva onorificenze militari a tale turma.
Vennero fuori oltre ai nomi dei cavalieri spagnoli, anche quelli del consilium cioè dello staff del contingente militare romano.
Vi era nominato innanzi tutto il consul Pompeo Strabone, eletto a tale carica il l2 gennaio dell’89 a.C. con 5 legati, un questore; 16 tribuni militum; 33 equites, cioè cavalieri (in gran parte del Piceno) e 4 centurioni primipili; c’è la data del 17 novembre e in castreis (sic!) apud Asculum cioè negli accampamenti presso Ascoli. Una presenza importante: tra gli equites c’è Lucio Sergio Catilina, che aveva appena 19 anni. Egli passerà poi alla storia, a motivo della famosa congiura (63 a.C.). In tale assedio, oltre Catilina, appartenente alla tribù Tromentina, c’erano anche il figlio di Strabone, il futuro Pompeo Magno appena diciasettenne e Cicerone che poi sventò la congiura di Catilina, di cui parla nella Filippica XII.
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Anno 79 a.C. – PRELIBATI I VINI dell’Ager Picenus
Novembre… “per le vie del borgo / dal ribollir dei tini / va l’aspro odor dei vini / l’anime a rallegrar / … La notissima poesia carducciana così descrive il periodo in cui si beve il vino nuovo. Il vino è un elemento che accompagna la vita dell’uomo. Se ne parla nella Bibbia per il sollievo del cuore umano, anche in tanti scrittori antichi e moderni.
Plinio, morto durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., parla di vini d’Italia. Nel libro XIV, IV della sua famosa Naturalis Historia accenna a quelli della costa adriatica: ai vini pretuziani (Teramani), a quelli di Ancona ed a quelli Palmensi.
Andrea Bacci, medico di Sisto V e famoso per l’opera De Naturali Vinorum Historia, de vinis Italiae (Roma 1596, Francoforte 1607), descrive l’area del Fermano come la più ricca di vini gustosi e prelibati. Era nativo di Sant’Elpidio a Mare, si era informato per tutta Italia e l’Europa e non ha dubbi nell’indicare l’area fermana come la zona più ricca di vini a cominciare da Ripatransone, Acquaviva, Montegiorgio, Santa Vittoria in Matenano, Montelparo, Montegranaro, Magliano, ma soprattutto Falerone i cui abitanti durante le invasioni barbariche si rifugiarono a Cupra Montana portandovi i loro vitigni. Oggi Falerone è la capitale del vino Falerio!
Ma c’è di più: l’imperatore Diocleziano, morto nel 313 d.C., emanò un editto che altro non è, se non il calmiere dei prezzi degli alimenti, delle merci di lusso, dei compensi per prestazioni d’opera. Vi sono indicati anche i vini. I più pregiati (d.o.c.) sono il vino rosso piceno (nominato per primo), il Tiburtino, il Sabino, l’Amminneo, il Saitino, il Sorrentino, il Falerno (ne parlano anche Orazio e Varrone). Ebbene dato che l’Ager picenus era a nord del Tesino (Plinio, Naturalis Historia XIII) il vino Piceno era prodotto proprio nella zona del Fermano. Lo stesso Diocleziano (nativo di Spalato) faceva esportare i vini da Civitanova e dintorni per la sua Dalmazia..
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Anno 49 a.C. -GIULIO CESARE VERSO ROMA dal Rubicone al Piceno
Fiumicino significa torrentello, nome conosciuto nel mondo per il suo aeroporto internazionale: dal 1933 riconosciuto ufficialmente, come l’antico Rubicone. Era la tarda sera dell’undici febbraio del 49 a.C. e Caio Giulio Cesare lo attraversò in armi, ma non ha scritto il nome Rubicone, lo hanno fatto invece altri storici. Ciò significava contravvenire a quanto disposto dal Senato di Roma, che nessuno lo potesse attraversare senza l’espressa sua autorizzazione. Costituiva infatti il confine tra l’Italia propria e la Gallia Cisalpina, confine che in precedenza (II sec. avanti Cristo) – era rappresentato dal fiume marchigiano Esino. Cesare, in dispregio del divieto del Senato, che gli aveva ingiunto di licenziare le truppe, lo attraversò. “Il dado è tratto” echeggia da secoli, anche se Cesare disse: “Il dado sia tratto”. come precisa l’umanista Erasmo da Rotterdam (1466-1536) e lo conferma il testo greco di Plutarco (Vita di Cesare e Pompeo). Un esercito non notevole varcava questo fiume. Erano solo 300 cavalieri e 5.000 fanti. Occupano in successione Pesaro, Fano, Ancona, Osimo e tutto l’Agro Piceno, che gli si sottomette spontaneamente, anzi (come lui narra nel De Bello Civili, I, XV) tutte le “praefecturae” del Piceno lo accolgono con entusiasmo, compreso Cingoli, patria del suo luogotenente Tito Labieno già ricordato.
Cesare marcia su Fermo, la occupa. Ci narra Cesare stesso che ha preso Fermo ed espulso Lentulo ha ordinato una leva militare e ingrossato ulteriormente l’esercito, cui, nel percorso si erano aggiunti molti volontari, poi si dirigeva su Castro Truentino e quindi in Ascoli. A confermare la presa di Fermo ci dà una mano Marco Tullio Cicerone. Egli nel libro (VIII, 12) delle Lettere ad Attico riporta un passo della lettera di Pompeo al proconsole Domizio: “Hai avuto notizia che Giulio Cesare dopo essere partito da Fermo è venuto a Castro Truentino”.
In Ascoli, Cesare si trattiene un giorno per fare rifornimento di frumento (De Bello Civili, 1, XV) e poi prosegue per Corfinio.
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|||| Anni dopo la Natività del Cristo |||||
Anno 79 d. C. – PLINIO IL GIOVANE SCRIVE A SABINO: “Sarò avvocato dei Fermani”
A Pompei è memorabile il 24 agosto del 79 dopo Cristo, quando un’eruzione seppellì, oltre a Pompei, Ercolano e Stabia. In tale eruzione, morì Plinio il Vecchio, nato a Como nel 23 dopo Cristo ed autore fra l’altro di una poderosa storia naturale (Naturalis Historia), in cui descrive anche il nostro Piceno: Truentum, Cupra, Castellum Firmanorum (oggi Porto San Giorgio) Cluana (Porto Civitanova) Potentia etc. La descrizione di tale morte ce la fece il nipote, Plinio il Giovane che nel suo Epistolario (VI, 16), narra come durante l’eruzione, lo zio Plinio il Vecchio, si trovava nei pressi, in quanto comandante della flotta romana di Miseno e volle rimanere al suo posto per soccorrere i fuggitivi e per osservare da vicino il fenomeno eruttivo. Era un eminente scienziato ed il fenomeno lo interessava altamente. Morì però soffocato dalle ceneri dell’eruzione.
Ma del Piceno e di Fermo in particolare, si interessò anche il nipote, Plinio il Giovane. Questi era un famoso avvocato ed a lui ricorse Sabino, giureconsulto fermano, pregandolo di difendere Fermo in una causa contro di cittadini di Falerio Picenus, odierno Falerone. Plinio, è lusingato dell’incarico e così scrive, accettando la difesa:
“Caio Plinio al diletto Sabino, salute! Tu mi preghi di assumere la pubblica difesa di quelli di Fermo: benché oberato da mille occupazioni, lo farò. A dire il vero, desidero rendermi obbligata una illustre colonia col farmi suo avvocato e anche te, rendendoti un servizio che ti sta a cuore. Poiché, se la mia amicizia – come tu dici – ti è di difesa ed onore, niente debbo negarti dato che lo chiedi per la patria. Infatti, che vi è di più onesto che la preghiera di un cittadino? Perciò ai tuoi, anzi più giustamente ormai, ai nostri Fermani, da’ la mia parola d’onore e che questi siano degni delle mie cure e fatiche; me lo impone la loro reputazione e, più ancora, il considerare che devono essere ottimi come lo sei tu. Stammi bene!”.
Da quanto sopra si evince quanto era famosa Fermo, colonia ornatissima di Roma e importantissima città del Piceno.
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Anno 251 – Santi nella Diocesi Fermana – Molti
Nella solennità di tutti i santi, “scriviamo in sintonia”, mentre si vanno affievolendo o tramontando una serie di valori etici, sociali, civili.
Ma non possiamo trascurare i santi, che hanno scandito la storia della civiltà, della vita sociale di nazioni e continenti, che hanno salvato la cultura europea. In ogni città, in ogni paese vi è un santo protettore. Fermo e la sua vasta archidiocesi (che è la più grande e popolata delle Marche) annovera molti santi, beati, venerabili, servi e serve di Dio, una sorprendente fùfioritura. La Diocesi venera protettrice principale l’Assunta. Oltre a S. Savino e a S. Claudio, comprotettori della città, S. Adamo Abate, il cui corpo riposa in cattedrale; S. Alessandro: S. Filippo; il beato Beltramo, venerato a S. Marco alle Paludi: S. Elpidio abate, da cui il nome alla cittadina; S. Fermano, venerato a Montelupone, che fino al 1586 apparteneva alla Diocesi di Fermo; S. Girio. morto a Potenza Picena; S. Gualtiero di Serv igliano; S. Giacomo della Marca, che tanto amò Fermo; il beato Giovanni della Verna, santo fermano che riposa in quel luogo, sacro a S. Francesco; S. Liberato da Loro Piceno; il beato Pellegrino da Falerone: il beato Pietro da Mogliano; S. Marone venerato a Civitanova Marche; S. Serafino da Montegranaro, che riposa in Ascoli; Santa Vissia; Santa Vittoria, che ha dato il nome alla località omonima; S. Nicola da Tolentino, nato a S. Angelo in Pontano, il beato Giovanni da Penna S. Giovanni, e altri.
Pur di tenerne le reliquie ci furono scontri. Fermo portò via a S. Elpidio a Mare la Sacra Spina che si conserva ora nella chiesa di S. Agostino. Vi sono altri esempi eclatanti.
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Anno 522- La Regina Amalasunta in cerca di serenità trova rifugio a Fermo
Tre personaggi famosi nella storia d’Europa e d’Italia, vissuti nel periodo delle invasioni barbariche, hanno caratterizzato quel segmento di storia le cui fasi principali si svolgono a Fermo e nel Fermano. Li presentiamo, cominciando per dovere di cavalleria da una donna: Amalasunta la figlia di Teodorico (454-525) Re degli Ostrogoti; Belisario generale bizantino (505-565); Narsete (478-574) anch’egli generale bizantino.
Amalasunta aveva sposato il visigoto Eutarico; nel 522 ne rimase vedova e assunse la reggenza del regno in nome e per conto del figlio Atalarico, ancora decenne. Abile e colta, preferiva l’elemento romano a quello goto: per tal motivo i nobili goti le crearono opposizioni e pretesero che il figlio venisse educato alla maniera gotica, anziché romana. Ma Atalarico ben presto morì ed Amalasunta, per garantirsi da ulteriori opposizioni e difficoltà, si associò al trono il cugino Teodato.
Questi per sete di potere, dopo poco tempo la fece uccidere in un castello sito presso il lago di Bolsena. Amalasunta, durante la reggenza, aveva stabilito per lungo tempo la sua dimora a Fermo, forse per sottrarsi alle camarille della capitale, forse per godere maggiore serenità. A Fermo fece eseguire molte opere pubbliche, edifici, bagni, e altro.
Intanto Giustiniano, che da tempo mirava a muovere guerra agli Ostrogoti, prese pretesto dall’uccisione di Amalasunta e, quale imperatore d’Oriente, spedì in Italia Belisario, che dopo aver conquistato varie terre si trovò ad affrontare un formidabile dispositivo difensivo composto dalle fortezze di Perugia, Urbino, Orvieto, Osimo. La flotta venne spostata nei porti dell’Adriatico e i due comandanti Narsete e Belisario unirono le rispettive truppe a Fermo. Ce lo narrano le stupende pagine della “Guerra Gotica” di Procopio da Cesarea, scritte in un limpido greco da cui traduciamo: “Belisario e Narsete con i loro eserciti si riunirono presso la città di Fermo, la quale giace vicina alla costa del Golfo Ionio (Adriatico) ad un giorno di cammino dalla città di Osimo. Colà, insieme a tutti i capi dell’esercito, tennero consiglio sul posto dove meglio convenisse attaccare i nemici…”. Fu deciso di aggirare Osimo e Belisario ordinò che il generale Arasio “doveva restare a Fermo, con un buon nerbo di truppe e qui svernare, badando però che in seguito i barbari. facendo scorrerie a loro piacimento, non molestassero impunemente quei paesi“. L’esercito al comando dei due condottieri Narsete e Belisario, dovette combattere molto, ma alla fine riuscì a conquistare la stessa Ravenna che cadde nel 540. A Fermo e nel Fermano si erano decise le sorti a favore dell’impero romano d’oriente.
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Anno 555 – Invasione di vocaboli con i militari esteri in tempo di guerra
Orazio dichiara che le guerre sono “detestate dalle madri”. Ora, riflettendo, noto che dal tempo di Caino ed Abele ad oggi ci sono state sempre guerre, come attualmente ve ne sono in vari luoghi. Ci sono state guerre durate 30, 100 anni; guerre mondiali con milioni di morti. Una statistica ci fa conoscere che fino al 1860 ci sono stati nel mondo 227 anni di pace contro i 3.357 anni di guerra; in media per 33 secoli: un anno di pace e 13 di guerra. John Carthy e Francis Ebling, ricercatori americani, hanno riscontrato che dal 1820 al 1945 ci sono stati 89 milioni di morti in guerra, di cui 51 nella seconda guerra mondiale. Ecco perché si sospira sempre alla Pace, ecco perché l’annuncio nella grotta di Bethlemme è “Pace”.
Ma nel corso dei secoli si ebbero scontri armati anche nelle nostre zone. Ci rifacciamo però a quelli avvenuti secoli e secoli orsono. Nel Lido di Fermo, al tempo della guerra gotica narrataci da Procopio, e precisamente nel 538, Narsete e Belisario, generali bizantini, tennero un consiglio di guerra e qui ebbero stanza le truppe bizantine per resistere ai barbari. Da qui a Narsete e Belisario partirono per assediare e conquistare le città della Regione e Rimini stessa, mentre la base militare per le operazioni belliche rimaneva a Fermo. Per dare un’idea delle devastazioni, citiamo un episodio ricordato da Procopio nel De Bello Gothico, che scrisse in greco per narrare le vicende di tale guerra. All’irrompere dei barbari, tutti fuggirono. Ovunque era desolazione e morte. Un bambino rimasto solo in mezzo a tante distruzioni, fu allattato da una capra. Quando, dopo l’uragano dell’invasione, gli abitanti ritornarono alle loro abitazioni, videro dopo mesi e mesi, il bambino vivo e gridarono al miracolo. Lo chiamarono Egisto dal nome greco di capra (aigòs).
Quello che ci interessa nel periodo di occupazione bizantina (si ricordi che nell’esercito di Narsete v’erano Isaurici, Armeni, Bulgari, Eruli, Traci, Illirici, e altre provenienze.) sono i vocaboli entrati nella nostra lingua e dotta e vernacola. Anzi ci fu un momento che l’assimilazione era tale che tali bizantini scrivevano il latino con caratteri greci. E le loro parole entrarono nel nostro lessico. Ad esempio parlare da parlacium luogo dove si parlava e si discuteva. Abbiamo mattara, che nel nostro dialetto è uguale al bizantino Mactra; foglietta che deriva da Fiola; ganascia; brocco, brocca (vaso per acqua e liquidi). ma ciò che più sorprende è il vocabolo ponticana o pentecana per indicare un grosso topo. Deriva da topo del Ponto. Tale vocabolo usato da Montale e che compare anche in elzeviri di quotati quotidiani, è molto usato oltre che nelle Marche, anche nel Veneto, Emilia Romagna e nella Lombardia orientale. Altro vocabolo da non dimenticare e che è tutt’ora vivo nel nostro vernacolo è pantafana. Indica una persona che si presenta od appare spesso. Deriva da bizantino panta= tutto e faino = apparire. E così, le guerre che dividono i popoli, sono spesso amalgama di vocaboli che divengono patrimonio comune di nazioni e continenti.
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Anno 598 – lettere di Papa Gregorio Magno al Vescovo di Fermo Passivo
‘Magno’: leggendo troviamo spesso questo aggettivo. Nelle Università ed in genere in istituti di istruzione abbiamo l’aula magna. C’è la cappa magna, veste solenne di dignitari; c’è la pompa magna, la Magna Grecia; la laus magna nelle votazioni di laurea; il mare magnum; la turba magna. Il tutto, per denotare grandezza o potenza. Con magnitudo, si indicar l’intensità, ad esempio, dei terremoti.
E nella storia, abbiamo personalità di spicco a cui i posteri hanno dato l’appellativo di magno. Così abbiamo Alessandro Magno, vissuto nel III secolo avanti Cristo; Pompeo Magno (I sec. a.C.) che combatté a Fermo insieme a Cicerone durante la guerra sociale; Carlo Magno, celeberrimo imperatore, morto nell’814; Gregorio Magno, Papa dal 590 al 604 rifondatore della liturgia e padre del canto gregoriano. Convertì i Longobardi e diffuse il cristianesimo in Inghilterra e nella Spagna. Celebre la sua esclamazione: “Non Angli sed Angeli”. Figura poliedrica, dotto e saggio, protesse i Romani durante le invasioni barbariche, vindice ed assertore di Roma. Carducci con icastica espressione ce lo scolpisce nella “Chiesa di Polenta”. “Quei che Gregorio invidiava (liberava) a servi / ceppi tonando nel tuo verbo, o Roma”.
Gregorio (onorato santo), ebbe ad interessarsi di Fermo e, pur assillato dalle cure del governo della Chiesa e dalla malferma salute, scrisse sei lettere a Passivo, Vescovo di Fermo. Esse ci danno uno spaccato della storia del tempo, delle invasioni longobarde, del perdurare delle leggi romane dopo una fase della calata dei barbari.
La prima è diretta al Vescovo di Ancona. Gregorio: lo invita a sollecitare dal suo diacono Sereno a fare la restituzione degli oggetti in oro ed argento al Vescovo di Fermo. Tali tesori erano stati affidati temporaneamente a Sereno per sottrarli alle depredazioni dei barbari.
La seconda è indirizzata a due chierici di Fermo: Demetriano e Valeriano. Gregorio li assicura che non dovranno rimborsare alla Chiesa le somme a suo tempo spese dal Vescovo di Fermo Fabio, per la loro liberazione e per quella del loro genitore Passivo, ora Vescovo di Fermo. Infatti erano stati fatti schiavi dai Longobardi.
Le restanti sono tutte indirizzate al Vescovo di Fermo Passivo.
La terza lo invita a consacrare un oratorio in onore di S. Savino, eretto fuori delle mura di Fermo, e precisamente sul colle Vissiano (oggi: Montagnola) da Valeriano, notaio della chiesa fermana.
La quarta gli chiede di consacrare un oratorio che Anione, Conte Castri Aprutiniensis (= Teramo), ha eretto nel teramano territorio di Fermo (testualmente: fìrmensis) in onore di S. Pietro Apostolo.
La quinta lo prega di consacrare un monastero autonomo fondato da Procolo, diacono della Diocesi di Ascoli Piceno, in onore di S. Savino martire ed ubicato nel fondo Gressiano (fra Ascoli e Teramo).
La sesta chiede di trovare una persona degna, irreprensibile, amante della preghiera, per affidargli, dopo opportuni esami, la Diocesi di Teramo, allora vacante. Anzi, Papa Gregorio indica un nome: Opportuno.
Esse indicano, oltre al perdurare delle leggi romane nel nostro Piceno, anche la circoscrizione territoriale di Fermo, che comprendeva anche il Teramano (almeno in parte). S. Gregorio scrisse molte altre lettere. Una che è diretta a un Vescovo della Dalmazia lo rimproverava di essere troppo dedito ai piaceri della mensa. Il Vescovo ribatté: “Ma anche il Figlio dell’Uomo (cioè Cristo) mangiava e beveva”. Gregorio di rimando: “Ma tu segui i precetti di Cristo solo quando parla di mensa, ma non quando parla di astinenza”.
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Anno 825 – I Carolingi concessero l’ateneo di Fermo per ampia territorialità
“In questa tomba riposa il corpo di Carlo, grande imperatore; accrebbe nobilmente il regno dei Franchi e lo governò felicemente per 47 anni. Morì settantenne l’anno del Signore 814, settima indizione, quinto giorno dalle calende di febbraio”.
Questo l’epitaffio sulla tomba di Carlo Magno ad Aquisgrana. A Roma riecheggiava l’acclamazione della folla nella basilica di S. Pietro quando, nella notte di Natale dell’anno 800, quando Papa Leone III lo incoronava imperatore: “A Carlo, Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria” motto che le volte del tempio echeggiavano. Leggende e tradizioni orali parlerebbero di atti e documenti di Carlo Magno vissuto nella Marca. Tutto falso! Di vero, c’è il fatto narratoci da Anastasio Bibliotecario (817-877 c.) che dopo la sconfitta dei Longobardi per opera di Carlo Magno alle Chiuse (anno 773), quando Carlo scese in Italia in aiuto di Papa Adriano (772-795), gli abitanti del ducato di Fermo, gli Anconetani e i cittadini di Osimo e gli Spoletani, si diedero spontaneamente al Papa, gli giurano fedeltà e per documentare questa sudditanza si tagliarono barba e capelli secondo il costume romano.
Non risulta che Carlo Magno sia venuto a Fermo, mentre il suo secondogenito, Pipino, proclamato Re d’Italia nel 791, venne in questa città alla testa del suo esercito, accompagnato dal duca di Spoleto Vinigisio e vi soggiornò prima di marciare contro Grimoaldo, duca di Benevento. Pipino a Fermo reclutò molti soldati per il suo esercito. Fermo deve ad uno dei carolingi, cioè all’imperatore Lotario I (795- 855), nipote di Carlo Magno, la fondazione dello studium generale, università degli studi del tempo avvenuta nell’anno 825. In tutta Italia ve n’erano soltanto nove (Torino, Ivrea, Cividale del Friuli, Pavia, Cremona, Vicenza, Verona, Firenze, Fermo). Come si vede, Firenze e Fermo erano i soli bacini di utenza per l’Italia centrale. Nel capitolare di Lotario, emanato a Corte Olona, si specifica tra l’altro che dovevano recarsi a studiare a Fermo tutti quelli del Ducato di Spoleto, ducato vastissimo che comprendeva Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, spingendosi fino al ducato di Benevento. Nel 1165 Federico Barbarossa farà proclamare santo il nostro Carlo Magno e ciò ad opera dell’antipapa Pasquale II. dato che egli era in rotta col vero Papa. La Chiesa, tuttavia, non riconobbe mai tale canonizzazione, anche se permise il culto locale in qualche Diocesi di Francia e di Germania. Oggi, con decreto della Congregazione dei Riti del 1932, Carlo è venerato soltanto ad Aquisgrana. Il Barbarossa si interessò anche di Fermo e del suo Porto esattamente l’anno precedente cioè nel 1164.
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Anno 886 – Testimonianze storiche dimenticate. il complesso architettonico, di Santa Croce
E’ trascorso ben più di un millennio da quella data e la basilica è ancora lì, anche se ridotta a misera casa colonica. Serba ancora il suo fascino, invita al raccoglimento e alle “cose di lassù”. È la basilica di Santa Croce al Chienti, consacrata proprio il 14 settembre dell’anno di grazia 886. Sita in territorio di Sant’Elpidio a Mare, alla confluenza del torrente Ete Morto con il fiume Chienti. La costruzione resa disadorna, commemora secoli di vita: undici secoli.
Teodicio Vescovo di Fermo si era dato molto da fare per la sua costruzione, e con l’approvazione dell’imperatore Carlo il Grosso era riuscito nell’intento. Il 14 settembre 886 tale basilica alla presenza di 19 Vescovi (tutti del Ducato di Spoleto) e di 27 canonici, venne consacrata al culto. Spiccano nel fasto e nella solennità della consacrazione, l’imperatore Carlo il Grosso, che morirà due anni dopo, il Vescovo di Fermo, Teodicio ed i diciannove vescovi. Vediamoli: sono quello di Ascoli, Giovanni; di Ancona, Enolerico; di Camerino, Celso; di Senigallia, Benvenuto; di Spoleto, Armerico; di Fano, Romano; di Pesaro, Lorenzo; di Numana, Roberto; di Perugia, Teobaldo; di Rieti, Riccardo; di Osimo, Pietro; di Cagli, Adelardo; di Rimini, Niccolò; di Todi, Uberto; di Urbino, Alberto; di Nocera (Umbra), Severino; di Forlì, Bartolomeo; di Teramo, Ruggero. Oltre a Carlo il Grosso sono presenti numerosi principi e gastaldi.
Chi si trovava nel piazzale antistante la basilica vedeva tutto un rimescolarsi di paludamenti vescovili e di armature guerresche; conti, vescovi, gastaldi, dame, bardature variopinte, cavalieri. Giorno festoso e fastoso! Giorno indimenticabile da iscrivere a chiari caratteri nella storia di Fermo e di Sant’Elpidio a Mare. Nel 1749 l’arcivescovo di Fermo, Alessandro Borgia, fece apporre una lapide a ricordo del fausto avvenimento.
“Or tutto tace” direbbe Carducca della Basilica malridotta… La sua storia gloriosa giace solo nelle pergamene degli archivi. Dopo il restauro effettuato dall’arcivescovo Borgia nel 1749 è stata miseramente abbandonata. Non si potrebbe costituire un comitato per il suo recupero alla funzione primigenia ed al suo antico splendore? E l’invito, che ci permettiamo rivolgere a chi ama la vita sociale con la storia e i monumenti della bella Regione “che siede tra Romagna e quel di Carlo”.
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Anno 972 – Le prove dell’esistenza della Marca Fermana
Scriviamo giornalisticamente ma sempre scrupolosamente ancorata ad atti e documenti, ma “taluno” addirittura ha negato che fosse esistita la Marca Fermana, perché lui non legge bene due opere di Gregorio di Catino, il cronista dell’Abazia di Farfa vissuto nel sec. XI: Chronicon Farfense e Regestum Farfense. La Marca Fermana si estendeva dal Foglia al Pescara, non un semplice toponimo, ma realtà storica documentata perché usata già nell’anno 972… fino al regno Napoleonico, come si legge nei Monumenta Germaniae Historica.
Nel 1076 Papa Gregorio VII (quello a cui si umiliò a Canossa Enrico IV nella scomunica lanciata contro di lui e contro i Normanni per aver invaso nel 1047 le terre ecclesiastiche) nomina la Marca Fermana e il ducato Spoletano. Tra l’altro, nel 1078, lo stesso Papa scrisse da Roma all’arcivescovo di Ravenna ed a tutti i Vescovi ed abati della Marca Fermana (universis episcopis et abbatibus in Marchia Firmana).
Lo stesso Gregorio VII nell’assolvere Roberto il Guiscardo dalle censure perché invasore “in quanto alle altre terre che tieni ingiustamente occupate, cioè Salerno, Amalfi e parte della Marca Fermana per il momento ti tollero” (lettera del 29 giugno 1080 scritta da Ceprano nei pressi dell’Abazia di Monte Cassino). Marca Fermana è ripetutamente nominata dal Platina (De vita et moribus, Lione 1512), da Flavio Biondo (Italia Illustrata, Venezia 1543), dal Sigonio, ripetutamente, in Storia del Regno d’Italia, libro IX, Venezia 1574.
Inoltre il nostro interlocutore apra un atlante storico, anche il più elementare e troverà che da allora – sec. X – fino al sec. XVIII la Marca Fermana figura nelle le carte.
Un’indicazione bibliografica potrebbe essere quella degli atlanti storici editi dalla De Agostini Novara, Zanichelli di Bologna, l’Atlas Historique di Larousse, quello di Georges Duby e ciascuno prima di dire che non trova documenti ci pensi bene e lo legga bene. Ad esempio nella pag. 146 B del “Chronicon” si legge testualmente ad Marchiam Firmanam. Anzi, tra “Chronicon” e “Regestum” tale Marchia è nominata per un totale di 38 (diconsi trentotto) volte; il che dimostra che non è “una espressione geografica” per dirla col Metternich.
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Anno 1003 – Un Papa dimenticato: Giovanni XVII da Rapagnano
Se c’è una regione che abbia dato alla Chiesa molti Papi, questa è la Regione marchigiana che prima in graduatoria, tolto il Lazio. Bene dieci sono i pontefici marchigiani, mentre alcune regioni non ne hanno nemmeno uno, ad esempio il Piemonte. È vero che essi hanno S. Pio V. Ma quando egli nacque a Boscomarengo, la cittadina apparteneva al Ducato di Milano. E poi …. se è divenuto papa lo deve al fatto che ha studiato a Fermo.
Chi è questo Papa sconosciuto? Si tratta di Giovanni XVII, Papa Siccone, nato a Rapagnano ed eletto papa il 9 giugno 1003. La cronologia pontificia lo elenca tra i Papi del secolo XI. Il Liber Pontificalis lo dice de Rapaniano, romano. In quel periodo, molti furono i Papi col nome Giovanni. Ci sono: Giovanni XI , romano (+ 935); Giovanni XII , Ottaviano dei Conti di Tuscolo (964): Giovanni XIII, romano (+972); Giovanni XIV di Pavia (+984); Giovanni XV, romano (+996); Giovanni XVI (+998) cioè Giovanni Filagato di Rossano e quindi il nostro Giovanni XVII, eletto il 9 giugno e morto il 31 ottobre 1003. Ce lo attesta marchigino una lapide rinvenuta nella chiesa collegiata di Rapagnano nel 1750. Essa redatta in latino, così suona in nostra traduzione: “Giovanni figlio di Siccone e di Colomba, nacque a Rapagnano, vicino al fiume Tenna. Ancora adolescente si recò a Roma accolto nella casa del console Petronio. Si dedicò allo studio delle lettere e con l’applauso di tutta Roma, il 9 giugno 1003 fu creato pontefice. Ma lo fu per poco tempo: infatti il 31 ottobre seguente si addormentò in pace, volando a regnare in cielo”.
Tale lapide in pietra e in gotico minuscolo, riporta lo stemma con il triregno e chiavi decussate ed altro stemma della casa Piccolomini, con una mitra vescovile, che fa pensare al vescovo Fermano, Francesco Todeschini Piccolomini cardinale (1483-1503).
Alessandro Borgia, Arcivescovo di Fermo, vista l’importanza di tale lapide, la fece conoscere, porre il luogo ben visibile e sotto di essa collocò una iscrizione che recita: “A Dio Ottimo Massimo, questa lapide di Giovanni di Rapagnano Pontefice romano, nascosta per secoli, ora per interessamento di Alessandro Borgia Arcivescovo e Principe di Fermo, il parroco di Santa Maria Franco Grifoni la restituisce alla posterità”.
Papa Giovanni XVII, a causa del suo breve regno, non ebbe modo di dare rinomanza al suo Pontificato. È l’ultimo della serie di papi eletti dalle famiglie romane in funzione antigermanica. Fu però romano solo di adozione. E qui spiace rilevare come l’Annuario Pontificio lo indichi come romano, senza tenere conto della sua patria: Rapagnano. Ma tale Annuario ha altre “imprecisioni”: ad esempio Papa Marcello II sarebbe di Montepulciano, è nato a Montefano (MC); Papa Clemente VIII lo dice fiorentino, invece è nato a Fano. Il Capoluogo del Dipartimento del Tronto nel periodo napoleonico per decenni alcuni storici hanno detto che era Ascoli Piceno, mentre lo era Fermo. Come già accennato la recentissima guida di Roma (T.C.I.) non parla di Pericle Fazzini e della sua Resurrezione nella Sala Nervi in Vaticano.
Videant consules …
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Anno 1046 – Clemente II a Fermo di passaggio
Le Marche ebbero a che fare con Papi: Clemente II, Urbano II, Pio II, Giulio II. 30 dicembre 1988 è venuto Giovanni Paolo II. Fermo a sua volta ebbe a che fare con Urbano II, Pio II e Giulio II. Non era e non è facile né semplice essere Papa. Nel 1046 Clemente II, ebbe molto da fare a Roma e nell’Italia meridionale. Passò per le Marche, ma dovette fermarsi a Pesaro a causa una violentissima febbre; e qui morì nel monastero di S. Tommaso in Foglia.
Ma nonostante tutto, ricordiamo che passo anche a Fermo. Era Vescovo di Bamberga in Sassonia, e anche da Papa mantenne tale vescovado. Incoronò imperatore Enrico III e lo accompagnò a Salerno, Benevento ed in Germania.
Clemente sebbene morto in terra marchigiana, fu riportato, secondo suo desiderio, a Bamberga ed ivi sepolto. Nel 1237 gli venne eretto, in quella Cattedrale, un degno monumento sepolcrale. È l’unico Papa sepolto in Germania.
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Anno 1055 – I Normanni e la Marca Fermana
I Normanni, popolo del nord, nel secolo VIII per mare e per terra invase l’Europa spingendosi fino alla Groenlandia, si stanziò anche in Francia, occupando per ben tre volte Parigi e dando il nome a quella Regione che da loro prese il nome di Normandia. Da qui invasero l’lnghilterra, sconfiggendo gli abitanti nella famosa battaglia di Hasting nel 1066. Si spinsero poi a sud occupando anche tra il 1043 e il 1098 l’Italia meridionale. Sono noti nella storia i nomi di Tancredi d’Altavilla, di Ruggero, di Roberto il Guiscardo, di Boemondo fondatore del principato di Antiochia.
Inoltre nella storia dei Normanni vi è una “connotazione” fermana, o meglio, della Marca Fermana. Gli abitanti di questa, combatterono a fianco delle truppe papali, allorché Papa Leone IX dichiarò loro guerra per aver occupato terre su cui la Roma papale avanzava diritti. Tremendo fu lo scontro a Civitate in Puglia (18 giugno 1055) e l’esercito pontificio in cui militavano anconetani, fermani, spoletini, venne sconfitto. Tuttavia, si verificò qui quanto affermato da Orazio (Epist. 11,1,56). “La Grecia pur vinta vinse il rude vincitore e insegnò le arti all’agreste Lazio). Infatti, il Papa, pur sconfitto, impose la sua autorità e la sua forza morale, talché i Normanni obbedirono ai suoi desiderata.
Guglielmo di Puglia narra che “il biondo Roberto dall’alta ed imponente statura, glorioso per tante battaglie, si inginocchiò davanti al Papa e gli baciò il piede. Gregorio (è Gregorio VII) lo fece alzare e lo invitò a sedere accanto a lui”.
Uno storico coevo (come ci narra il Muratori) dice che il Papa, pur vinto dai Normanni, dettò legge ai vincitori e, con la religione, vinse coloro che non era riuscito a sottomettere con le armi.
Latino facile di cui il lettore ci perdonerà, ma che abbiamo dovuto citare, perché più splendido apparisse il parallelo con Orazio.
Vi fu poi un’intesa tra Papa Gregorio VII (il famoso Ildebrando, alleato di Matilde di Canossa) e Roberto il Guiscardo. Gregorio gli conferisce l’investitura di parte dell’Italia meridionale “della terra che ti concessero i miei antecessori di santa memoria, cioè Nicola ed Alessandro, Amalfi e parte della Marca Firmana, per il momento ti tollero, fidando in Dio e nella sua bontà, col patto che tu in seguito debba comportarti verso di me come richiede l’onore di Dio e di S. Pietro”. Si noti quella precisazione di “parte della Marca Fermana”. Ruggero, infatti, col suo esercito l’aveva occupata, tutta cioè dal Musone fino al sud di Vasto. Ma poi aveva restituito al Papa la parte a nord del Tronto, tenendosi per sé quella a sud di tale fiume. Così il nome “Marchia Firmana”, già documentato sia nel “Chronicon Farfense”, sia in diplomi imperiali, brilla ora in un atto giuridico tra Papa e imperatore, dopo essere apparso anche nella bolla di scomunica che il Papa, in precedenza, aveva lanciato contro i Normanni, cioè la Marca Fermana, scrivendo a tutti gli abati e i vescovi nella Marca Fermana.”.
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1080 – Un tributo da versare il giorno di Pasqua
Nella storia d’Italia, spesso la data della Pasqua serviva per ricordare la consegna di doni, di regalie, di omaggi, di tributi e di censi… “Nel giorno della Pasqua di Resurrezione offra alla chiesa, tot. numero di polli, di uova, tanti agnelli” etc.
Prosaicità che adombra lo splendore di vita nuova! E proprio nel giorno della Pasqua di Resurrezione, un condottiero normanno, Roberto il Guiscardo, sin dall’anno 1080 prometteva ad Ildebrando di Soana, o meglio a Papa Gregorio VII, famoso per la vicenda di Enrico IV a Canossa e per la Contessa Matilde, vindice del papato, di versargli un tributo o censo di dodici denari di moneta di Pavia per ogni paio di buoi.
Tale censo era il corrispettivo per avere il Guiscardo invaso Salerno, Amalfi e parte della Marca fermana. Infatti, in un primo tempo, Roberto il Guiscardo era contro il Papa; poi passò a difenderlo. Era pendente l’occupazione delle due città e della Marca Fermana a sud del Tronto. In un primo tempo l’aveva occupata quasi tutta, ma poi restituì a Gregorio VII la parte a nord del Tronto, tenendo per sé Amalfi, Salerno e la Marca Fermana sud.
Passato dalla parte del Papa Gregorio VII, Roberto riceve l’investitura di terre pontificie. “Io Gregorio papa, conferisco a Te, duca Roberto, l’investitura della terra che ti concessero i miei predecessori di santa memoria Nicolo’ ed Alessandro (i Papi Nicolo’ II (1061) e Alessandro II (1071) – ndr). In quanto all’altra terra che tieni ingiustamente, cioè Salerno, Amalfi e parte della Marca Fermana, per il momento ti tollero, fidando in Dio e nella sua bontà in modo che tu debba in seguito comportare verso di me come richiede l’onore di Dio e di S. Pietro senza pericolo dell’anima tua e della mia….”.
Questa investitura ebbe eco “Roberto, per grazia di Dio e di S. Pietro Duca della Puglia, Calabria e Sicilia…” promettendo a Gregorio e successori “a nome proprio, degli eredi o successori l’annuo tributo (di cui sopra) da pagarsi in die Resurrectionis Domini”, nel giorno cioè della Resurrezione del Signore. Roberto fu fedele alla promessa e salvò anche Papa Gregorio dall’assedio posto a Castel Sant’Angelo dallo spergiuro Enrico IV che aveva assolto dalla scomunica.
Oggi gli abitanti di quella che fu la Marca Fermana dovrebbero elevare un pensiero memore e grato verso Gregorio, figura che giganteggia nella storia, quale vindice dei diritti della Chiesa e della libertà della Marca Fermana.
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Anno 1087 – Un gioiello d’Architettura poco valorizzato l’antichissima chiesina di Madonna Manù
“Salve chiesetta del mio canto!”, così Carducci nell’ode “La Chiesa di Polenta”; così chi scrive, con non minore affetto, saluta la chiesina di Madonna Manù. Etimologia ebraica: Manù = cos’è questo?
Affonda le sue origini all’alto Medioevo. Risalente il secolo X, è detta anche Madonna delle Noci, perché fino a poco tempo fa, dopo la Messa, vi si giocava a castelletti di noci.
Qualcuno dei “miei venticinque lettori” si domanderà subito dove sorge tale chiesina. Chi imbocca la strada che dall’Adriatica porta a Lapedona (Camping Mirage) a metà strada, in posizione incantevole preceduta da un duplice filare di cipressi, scorge S. Maria de Manù.
Fu donata da Raimburga, badessa del monastero Leveriano presso il fiume Aso, all’Abbazia di Montecassino. Piccola e sconosciuta la chiesetta; grande e antica la sua storia. Con la chiesa e il castello di S. Biagio in Barbolano, siti in territorio di Altidona (sopra il Camping Mirage) è nominata nelle porte di bronzo della Basilica di Montecassino, fuse al tempo dell’abate Oderisi (1087-1105).
Recitano nell’originale latino… “Nel Fermano abbiamo il castello di Barbolano con la chiesa di S. Maria e S. Biagio con gli annessi possedimenti”. Le lamine cassinesi che ne parlano, sono la sesta e la settima del battente di destra, straordinariamente indenni nel tremendo bombardamento alleato che distrusse il Cenobio e le altre lamine nel 1944.
Se altre chiese avessero tale privilegio e una documentazione così splendida e bronzea (perennis) lo griderebbero ai quattro venti. Invece, per la nostra chiesetta, si fa poca memoria. D’architettura romanica, come le “sorelle maggiori” quali S. Maria a Pié di Chienti, S. Claudio a Corridonia, Ss. Stefano e Vincenzo a Monterubbiano, S. Quirico e Lapedona, etc. è un vero gioiello d’arte.
Sorge in territorio di Lapedona , ma la giurisdizione spirituale di essa, è del pievano di Altidona, a cui passarono i beni dell’Abbazia di Montecassino.
Ogni anno, dai lontani secoli, l’8 settembre vi si recano pievano e fedeli di Altidona; vi si celebra la Messa e poi si gioca a castelletti di noci.
Semplice e spoglia nelle linee purissime del romanico classico, è stata restaurata nel 1942 per iniziativa del pievano Petroselli di Altidona e riportata alla primigenia bellezza. Fiancheggiata da “ardui cipressi”, campeggia in un’area agreste e campestre di “profondissima quiete”. Fino al 1926 vi si ammirava uno stupendo polittico attribuito in un primo tempo a Pietro da Montepulciano; ora, dopo approfonditi studi, a Cristoforo Cortese (fine secolo XV). Tale polittico spicca ora nell’altare maggiore della parrocchiale di Altidona, alla cui giurisdizione spirituale, come detto, appartiene.
Se Carducci l’avesse celebrata, come la chiesa di Polenta, sarebbe ora su tutte le Guide ed i Baedeker del mondo. Oggi chi canta a lei, è un povero menestrello: “Vissero molti famosi, prima di Agamennone, ma sono ignorati, perché manca un sacro vate”.
Così canta Orazio! “Salve chiesetta del mio canto!”-.———————————————–
Secolo XI – I doni portati dai castelli
Dal Liber 1030 di Fermo si ha notizia che sin dal secolo XI i signorotti dei castelli soggetti a Fermo dovevano portare per l’occasione della festività dell’Assunta, le loro offerte ed i loro doni.
Il signore (meglio: gastaldo) di Corridonia, allora Montolmo, doveva portare un maiale e cento meloni; quello di Monturano, un maiale; quello di Civitanova (Marche), sei polli e cento uova; Campofilone doveva tre soldi e mille denari; il Monastero di S. Donato al Tronto, pure tre soldi e mille denari. Tutte le località soggette a Fermo da Poggio S. Giuliano alle porte di Macerata, alle località della foce del Tronto, contribuivano con prosciutti, maiali, polli, soldi, cera, uova, ecc.
Fermo partecipava alla novena di preparazione alla Festa della Patrona, l’Assunta, con vistose offerte in denaro ed in natura. Secondo gli accordi per il ‘Palio’ in città cospicue erano le offerte dei macellai, calzolai, osti, albergatori. Gli agricoltori davano tre bolognini a testa per il cero; i bottai ne offrivano due. Osti ed albergatori, oltre al cero, offrivano una ‘taberna’ in miniatura ricolma di doni; ogni famiglia dei castelli soggetti doveva dare al proprio “scindico” 12 denari e ciascun “scindico” con tali somme, doveva approntare un cero maestoso che sfilasse con i rappresentanti di ciascun castello (unum cerum pro quolibet castro).
A loro volta il Podestà, il capitano e gli altri Officiali, offrivano un cero ciascuno come pure il Gonfaloniere di giustizia, i Priori e le altre autorità cittadine, le famiglie di Fermo, ad eccezione di quelle povere, dovevano offrire un cero alla Cattedrale insieme ai componenti della propria contrada.
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Anno 1149 – Il Palio, espressione della potenza fermana
Il documento più antico conosciuto delle Cavalcate e del Palio fermano risalirebbe al 1182, anno in cui Monterubbiano, Cuccure e Montotto (da non confondere con Montottone) si impegnavano a portare ogni anno a Fermo il Palio, in occasione della Festa dell’Assunta.
Da meticolose ricerche nell’Archivio di Stato di Fermo abbiamo rinvenuto un atto del 1449. In tale anno, Fermo lamenta che Monterubbiano non ha portato il palio, cosa che “ha sempre fatto da trecento anni”. Possiamo quindi dedurre che tale usanza risale al 1149, anticipando così di quasi tre lustri ila notizia del documento del 1182.
La festa dell’Assunta a Fermo ha radici lontane. Risale al 998 un atto con il quale il Vescovo della sede fermana, Uberto, concede un appezzamento di terra sulla strada per Cossignano, in cambio di 400 soldi annui da pagarsi appunto in occasione della festa dell’Assunta. La festa aveva il suo culmine nella Cavalcata, risalente, come detto, al 1149. Essa partiva dalla chiesa di Santa Lucia, passava per Campoleggio, risaliva il colle e faceva sosta nella attuale Piazza del Popolo tra una folla plaudente, lo squillo delle chiarine, lo scampanìo festoso di tutte le campane della città, il rullo dei tamburi, lo sparo dei cannoni della rocca. Le vie e la piazza pavesate a festa, in una gloria di sole e di colori, conferivano alla sfilata una nota di policroma festività. Era la festa in onore dell’Assunta, la Patrona di Fermo, ma era anche la rassegna della potenza e della grandezza dello Stato Fermano. Tutti quelli che partecipavano alla sfilata dovevano essere elegantemente vestiti, sfoggiare i più ricchi e sontuosi paludamenti come si conviene in una rassegna alla quale partecipavano le autorità fermane, quelle dei castelli dipendenti, ambasciatori, giudici, il Podestà, il Capitano di giustizia, il Gran Gonfaloniere, i Priori, i Cancellieri, i Notai.
Coll’andare del tempo, si apportarono alcune modifiche: alla offerta del tempo (cera, polli, maiali, uova), come già accennato si sostituì l’offerta in denaro; i cittadini di Porto S. Giorgio (allora Porto di Fermo), vestiti di broccato conducevano con sé le loro donne ornate di gioielli e vestite splendidamente; essi potevano introdurre in Cattedrale la tipica loro barca. I mugnai ed i macellai, facevano portare dai loro valletti una guantiera d’argento con una rilevante somma di monete d’oro. Chiudevano il corteo gli “scindici” e vicari dei castelli, in groppa a cavalli riccamente bardati. Alcuni giovani, dopo l’invenzione della armi da fuoc, sparavano colpi a salve durante lo snodarsi del corteo, scandendo così le varie fasi della cerimonia.
La cavalcata ebbe vita gloriosa fino ai primi del ’600 e, dopo un periodo di decadenza, venne riportata al primitivo splendore da Mons. Amedeo Conti. Tale Cavalcata abolita nel 1808 durante il Regno Napoleonico. Fermo in tale epoca era capoluogo del Dipartimento del Tronto da cui dipendevano le vice prefetture di Ascoli e Camerino, essa tornò in vita dopo il Congresso di Vienna, ma senza il primitivo splendore; condusse poi vita grama fino al 1860, anno in cui cessò.
Tornata a rivivere dopo otto secoli, nel 1982, con la sola edizione del Palio, sta riprendendo il primigenio splendore e l’antica fama.
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Anno 1149 – Il Palio nel secolo XII nei documenti fermani
Quanti sono i documenti che parlano del Palio?
Nel 1182, nei patti di pace tra Fermo e Monterubbiano, quest’ultimo promette di “portare ogni anno un bel palio ornato di tutto punto per la festa dell’Assunta”. Dei tre castelli uniti in Monterubbiano, Cuccure e Montotto restano il primo e Montotto sua frazione; Cuccure infatti è scomparso, lasciando il posto all’odierno giardino di San Rocco a Monterubbiano
È questo il documento ufficiale inequivocabile. Però, la notte prima della Festività dell’Assunta del 1449, i cittadini di Monterubbiano effettuarono una scorreria contro Petritoli, prendendo due prigionieri e rubando quindici buoi.
Fermo per appianare tali “differenze” (così venivano allora chiamate le liti fra paesi) manda un suo delegato impartendogli alcuni ordini. Fra essi c’era il seguente (ovviamente in latino) che recitava:“…in secondo luogo ti lamenterai degli abitanti di Monterubbiano perché quest’anno non ci hanno inviato il palio di seta, cosa che hanno fatto e fanno da trecento anni. Dagli stessi cittadini di Monterubbiano, abbiamo saputo che nella notte precedente la festa dell’Assunta (cioè Ferragosto n.d.r.) il podestà di Monterubbiano e 15 uomini, entrarono nel castello di Petritoli, rubarono quindici buoi… e prelevarono due uomini accusando uno di essi di una colpa già scontata. Comunque noi, per togliere ogni motivo di astio, eravamo contenti di ricevere il palio, vedere liberati i prigionieri e restituiti i buoi, sperando nella mediazione di Ser Andrea, giudice dei malefici…” etc.
Come si vede, qui si parla di trecento anni… che, presi alla lettera, portano al 1149, che sarebbe la prima data scritta, sinora conosciuta per il palio. Una cosa è certa: si parla del palio già nel secolo XII. Come si vede dal documento di un furto possono scaturire elementi storici di altro interesse. Il Palio ora segue il percorso indicato negli Statuti di Fermo, risalenti al trecento.
Con tutto il rispetto per il Palio di Siena (più famoso e più conosciuto ma non più antico) il nostro vanta più di otto secoli di vita.
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Anno 1170 – La casula di S. Tommaso Becket, a Fermo reca la benedizione di Allah
Un mese fa il Prof. Donald King in occasione della presentazione del volume sul piviale di Nicolò IV avvenuta in Ascoli, quando seppe che eravamo di Fermo, ci disse nel suo impeccabile inglese: “You at Fermo have a real treasury” (avete un autentico tesoro). Il professore alludeva alla casula di S. Tommaso Becker Arcivescovo di Canterbury martirizzato nel 1171 sotto Enrico II.
Tutti ricordano l’opera di T.S. Eliot “Assassinio nella Cattedrale”. Essa narra proprio il martirio di Tommaso Becket. Dopo tale misfatto, i seguaci di Tommaso vennero perseguitati e si dispersero. Tuttavia, cercarono di mettere in salvo le suppellettili preziose della Cattedrale. La casula finì a Fermo, in Italia perché Becket aveva avuto a Bologna come compagno di Università Presbitero, che ebbe a divenire Vescovo di Fermo. Egli donò la casula giunta nelle sue mani alla cattedrale, dove da secoli è conservata.
Opera di eccezionale bellezza, è composta da 40 medaglioni ricamati in seta ed oro, ognuno del diametro di cm. 20. Tema ricorrente, tra le raffigurazioni di pavoni d’oro, grifoni, leoni alati e simili. Ci sono le aquile di chiaro richiamo alle stoffe di Bagdad. Larga m. 5,41, lunga m. 1,60, fu ricamata ad Almeria nell’anno 1116 dell’era cristiana. Il Prof. David Rice dell’università di Londra, la studiò a lungo ed intensamente e non ha esitato di affermare che è il più antico ricamo arabo che si conosca nel mondo.
Inizialmente di forma rettangolare, costituiva una specie di mantello regale. Sebbene conservata da secoli in Cattedrale sul Girfalco, tuttavia essa costituì quasi una rivelazione allorché fu tolta dall’antica cassa che la conservava ed esposta al pubblico e ciò per suggerimento del Card. Merry del Val nel 1925. Stupenda “nelle bizzarre cadenze del giuoco lineare, nelle contrapposizioni ritmiche, nello sfavillio delle colorazioni quasi illuminate da riflessi magici”, fu ammiratissima nell’esposizione di Roma del 1937; indi in quella di Parigi del 1951; fu esposta nel 1973 a Londra, per iniziativa del giornale Daily Mail nella Exihibition Ideal Home XIX century. L’attuale Regina d’Inghilterra rimase a lungo in estatica ammirazione davanti ad essa.
Il Prof. Rice, nel 1959 riuscì ad identificare la scritta nel rettangolo al centro. Essa, redatta in caratteri cufici, recita: “In nome di Allah, il misericordioso, il compassionevole. Il regno è di Allah”; segue poi quella che è la benedizione per chi la possiede (Fermo): “Massima benedizione, perfetta salute e felicità al suo possessore. Nell’anno 510 in Maiyya”. Verso noi “infedeli”?
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Anno 1175 – Fermo distrutta dall’esercito guidato dall’arcivescovo Cristiano
Nei pressi di Marengo, era accampato l’esercito di Federico Barbarossa. Ha assediato per sei mesi e invano Alessandria, la fiera cittadina simbolo della Lega Lombarda. È il 12 aprile 1175: Sabato Santo. Giosuè Carducci nell’ode Sui campi di Marengo, così descrive la scena: “Stretto è il leon di Svevia entro latini acciari / Ditelo, o fuochi a i monti a i colli a i piani, ai mari….”
Nell’esercito imperiale, c’è anche l’arcivescovo di Magonza, Cristiano, che sarà funesta “conoscenza” per Fermo. Ecco come lo descrive Carducci: “E dice il magontino Arcivescovo: Accanto / de la mazza ferrata io porto l’olio santo / Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’Alpe ai varchi / miei poveri muletti d’italo argento carchi /”. Carducci parla anche del Conte del Tirolo, che teme di essere ucciso dai lombardi: “… io cervo sorpreso dai villani / cadrò sgozzato in questi, grigi lombardi piani…”. Non sappiamo se e quanti Non sappiamo quanti muletti carichi “d’italo argento” e d’altre suppellettili Cristiano, arcivescovo di Magonza abbia spedito oltr’Alpe. Tristemente sappiamo che il 21 settembre dell’anno successivo, dalla zona di Campiglione, dove si era accampato, si dirige su Fermo e la mette a ferro e fuoco: “nel 1176 nella festa di S. Matteo (21 settembre) la città di Fermo fu invasa, occupata e distrutta dall’Arcivescovo di Magonza, Cancelliere dell’Impero”. Ingenti furono i danni, specie alla cattedrale; ma, quel che è peggio nell’incendio perirono miseramente atti e documenti storici di altissimo valore.
L’anno dopo troviamo Cristiano ad Assisi. Da qui, in data 3 gennaio 1177 emana un privilegio con cui “restituisce e conferma la libertà e il godimento di tutti i diritti a Fermo”. Da Sirolo, nel febbraio successivo (forse la coscienza lo rimordeva!), con analogo privilegio, ma più incisivo e decisivo, minaccia severe pene contro chi volesse attentare alla libertà di Fermo e rinnova ai Fermani, ampliandola, l’autonomia amministrativa e politica. Testimoni di questo secondo privilegio sono il Duca di Spoleto Corrado Svevus, Leo de Monumento, Simpliciano, Alberto Coni, Alberto Santo, Viberto, Ruggero ed altre personalità tedesche e latine.
L’assalto a Fermo ebbe ripercussioni ad alto livello. Se ne interessò anche Papa Alessandro III: da Venezia ordina di restituire a Fermo le suppellettili sacre asportate in occasione del saccheggio, pena la scomunica.
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Anno 1176 – Barbarossa lo chiamò: Porto S. Giorgio
Porto S. Giorgio, cittadina a specchio “dell’Adriaco mare”, antico navale di Fermo, patria di Pio Panfili pittore ed architetto; di Tommaso Salvadori, conosciuto più all’estero che in Patria; di Francesco Trevisani e altri illustri personalità come sede ideale per passarvi la “luna di miele”, incantò poeti e scrittori. D’Annunzio nel 1893 vi trascorse appunto la luna di miele, seguito, dopo decenni, da Luigi Bartolini, l’autore fra l’altro di “Ladri di biciclette”, che vi celebrò il suo matrimonio nel 1928 con una pimpante friulana. “Portus Sancti Georgii” lo chiamò Federico Barbarossa, quello affrontato dalla Lega Lombarda nella battaglia di Legnano. Ed anche in documenti di poco posteriori, figura con il toponimo ‘Porto San Giorgio’. Lo troviamo, in una delle tante pergamene del ricchissimo archivio storico Comunale di Fermo. Essa recita che “essendo la città di Fermo tornata di recente all’obbedienza di Federico II, Roberto di Castiglione, Vicario imperiale del Sacro Romano Impero nelle Marche, decretava l’annullamento dei bandi e delle pene per malefici, offese et similia commesse dai cittadini fermani”. Nel documento c’è un passo molto importante che riguarda il Porto della città. Come è noto, in quel periodo Fermo era un’importante potenza marinara. Un docente universitario ebbe a definirla qualche anno fa la “quinta repubblica marinara d’Italia”. Intenso era il suo commercio e basta scorgere una qualsiasi carta nautica del tempo, od i Comuni portolani, per sincerarsene. Aveva soprattutto un intenso commercio con Venezia, verso cui esportava derrate alimentari, vino ed olio, di cui la città lagunare scarseggiava. Fermo poi con il suo porto aveva una funzione antianconetana e favoriva la Repubblica di Venezia. Roberto di Castiglione nel documento in data 7 aprile 1242, stabiliva in virtù dell’autorità imperiale di cui era investito che “tutte le navi ed i natanti da qualsiasi parte provenissero, potevano liberamente attraccare alla riva od al Porto San Giorgio e rimanervi all’ancora per il tempo che volessero”. La stessa cosa per i naviganti: essi potevano rimanere nella zona portuale od in città per il tempo di loro gradimento; potevano commerciare liberamente con i forestieri, Fermo mirava a conservare e potenziare il porto e proteggere coloro che vi sbarcavano. È questa un’altra prova dell’antica dizione: Porto San Giorgio che troviamo indiscriminatamente anche come Porto ‘di Fermo’. Il toponimo, quindi, Porto ‘San Giorgio’ affonda le sue radici ai tempi di Barbarossa e da Roberto di Castiglione vicario imperiale di Federico II (nipote) e del Sacro Romano Impero nella Marca d’Ancona.
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Anno 1176 – Fermo distrutta e poi… riabilitata
Correva l’anno 1176. Poco prima aveva avuto luogo la battaglia di Legnano con la sconfitta del Barbarossa. Le truppe della Lega Lombarda, il cui “nume” era Papa Alessandro III, avevano vinto nello scontro del 29 maggio. Una parte però dell’esercito imperiale diretta verso sud e comandata dall’arcivescovo (scomunicato) Cristiano di Magonza, si era accampata al di là del fiume Tenna nei pressi della chiesa di Santa Maria di Giacomo, territorio di Monturano.
Egli mandò dei messi a Fermo, allora di parte guelfa. In qualità di arcicancelliere dell’impero e delegato del Barbarossa, esigeva da Fermo tributi e contribuzioni, e piuttosto inferocito. Tre anni prima aveva posto l’assedio ad Ancona e se ne era dovuto allontanare con le pive nel sacco. Recente era la sconfitta imperiale a Legnano. Le cose non andavano bene né per lui, né per il suo “capo”, il Barbarossa. I Fermani, alle richieste esose di Cristiano, risposero picche e (sembra) malmenarono i messi. Inviperito, Cristiano fa dare fiato alle trombe e dal Tenna con l’esercito, muove contro Fermo. La cinge d’assedio, la espugna e la mette a ferro e fuoco. Era il 21 settembre 1176, giorno della festa di S. Matteo, come riferisce Anton di Nicolo’, storico fermano del secolo XV: una grande tragedia.
Di tale distruzione parlano vari storici, tra cui il Muratori e l’Ughelli (Italia sacra, vol. II) il quale sottolinea… “e quello che più indigna è che furono distrutti tutti gli atti e documenti della storia di Fermo”.
Fermo piombò nella desolazione più nera. L’anno dopo, Cristiano, forse perché Papa Alessandro aveva fatto pace col Barbarossa, emanò da Assisi un decreto in data 3 gennaio 1177. In esso “l’arci-cancelliere del Sacro Romano Impero, il Legato in Italia e Luogotenente Generale dell’esercito imperiale ammette di aver recato ingentissimi danni a Fermo” e “restituisce e conferma alla città la libertà, diritti, beni, possessi e privilegi”.
L’altro decreto è datato a Sirolo nel febbraio 1177. Con esso ribadisce quello emanato da Assisi, precisando che “nessuno, compreso lo stesso arcivescovo. osi edificare a Fermo e nel suo castello senza il permesso della città, pena cento libre di multa”. Ma la città non si ricostruiva con decreti e Fermo soffrì molto, prima di riacquistare parte del primitivo splendore, e preziosissimi atti e documenti sparirono per sempre.
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Anno 1182 – Il drappo dei Castelli a Monterubbiano
La corsa del Palio riesumata nel 1982. dopo otto secoli dalla data di quello che si reputava il primo documento scritto, ha radici più antiche. L’uso di porre come premio di gare un drappo di stoffa preziosa, chiamato palio, era tradizione in molte città nel Medio Evo. Oggi il Palio più famoso è quello di Siena che ha la più antica notizia al 1282, un secolo meno antico di quello di Fermo.
Il palio di Fermo si svolgeva nelle ore antimeridiane prima del pranzo “ante prandium”. Al vincitore si dava come premio un palio o drappo di seta prezioso, al secondo veniva dato un falco o astore. La gara si svolgeva, come nelle edizioni attuali, “sulla via del mare”, cioè da Porta San Francesco lungo la strada che portava al mare. Gli Statuti comminavano pene severe a chi creava intralci nello svolgimento e a chi favoriva questo o quel cavallo. I contendenti entravano anche in Cattedrale “S. Mariae in Castello”. Aveva poi luogo il gioco dell’anello. Il cavaliere, correndo, doveva infilare con una lancia un anello fisso o mobile.
Vi era pure la Quintana. Il cavaliere si esercitava contro un bersaglio mobile, costituito da una statua grande con un braccio teso lateralmente. Se il cavaliere non colpiva velocemente o al segno giusto, il braccio della statua, che nel nostro caso si chiamava (e si chiama) Marguttu, colpiva l’incauto cavaliere. Vi era inoltre la Giostra del toro, per molti versi simile alla odierna Corrida spagnola. La corsa al palio, con l’andare dei secoli, decadde e venne sostituita con la corsa degli asini.
Dal 1982, la corsa al Palio non si svolge più al mattino, ma nel pomeriggio. Quei patti di pace stipulati nel 1182 tra Fermo e Monterubbiano e la inequivocabile documentazione della dotazione da noi scoperta, che riporta ad anni anteriori la corsa del Palio, permeano di profonda consapevolezza la celebrazione. Brilla, nel fulgore del sole agostano, la formula… “e promettiamo di portare ogni anno a Fermo, in occasione della Festa di Santa Maria di Mezz’Agosto, un palio splendido e ben lavorato. Notiamo anche la notizia che, nel 1449, Monterubbiano non ha portato in quell’anno il Palio, cosa sempre fatta ‘da trecento anni’: grave il disappunto dei cittadini di Fermo per la mancata partecipazione, perché la città era orgogliosa di tale palio.
. Monterubbiano, legata a Fermo da allora, oggi toma con i suoi “militi” sbandieratori della Sagra dei Piceni, “Sciò la pica” a sfilare con Fermo; vi partecipano, inoltre, i componenti del Torneo Cavalleresco di Servigliano, gli sbandieratori di Castel Fiorentino e anche i protagonisti della nota “Contesa del Secchio” di Sant’Elpidio a Mare.
In una festa di sole e colori, Fermo e il Fermano celebrano la corsa del Palio, e la lontana Offida. sempre legata a Fermo (talché si oppose a far parte della Diocesi di Ascoli preferendo Fermo), conserva ancora nella chiesa Collegiata un palio, vinto dall’offidano Giuseppe Desideri nel 1840, grazie ad una sua velocissima cavalla. Offida tuttora va fiera di tale palio, o meglio, della Madonna del Palio, che è venerata colà con grande devozione e più volte preservò la cittadina da pericoli gravi: ultima la salvezza del paese durante la guerra 1940/’45.
Oggi le antiche contrade di Fermo sono ridimensionate nella corsa al palio con l’aggiunta di Torre di Palme, Marina Palmense. Capodarco, Molini Girola, Campiglione.
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Anno 1211 – Dal Potenza al Tronto lungo la costa la Marca Fermana
Siamo al 6 ottobre 1238. Da appena ventisette anni Fermo gode del privilegio dell’imperatore Ottone IV (1182-1218), privilegio rilasciato in data 1 dicembre 1211 da Sant’Angelo di Subterra (Puglia) in virtù del quale, oltre alla concessione della zecca, la città ottiene la giurisdizione sul litorale adriatico dal fiume Potenza al fiume Tronto (a flumine Potentiae usque in flumen Trunti). Nessuno senza il benestare di Fermo può fabbricare edifici e tanto meno fortezze, per la profondità entroterra di un chilometro.
Ovviamente ciò precludeva ad Ascoli uno sbocco al mare, sbocco praticato per commerci e traffici della città e dell’intera vallata del Tronto. Ma allora, Ascoli non reclamava il diritto al mare; ed infatti, nella seduta del consiglio comunale generale, radunato in solenne tornata, Magliapane di Reggio, giudice ed ambasciatore di Fermo, delegato dal podestà Ugo Roberti, chiede di poter parlare ai consiglieri ascolani. Egli, presa la parola, ammonisce loro e l’intero consiglio di non compiere azioni di qualsiasi genere che potessero essere di danno o pregiudizio alla città, nel tratto fra il Tronto ed il Potenza e ciò perché esso rientra nella giurisdizione fermana. Anzi, precisa Magliapane, il diritto e la giurisdizione di Fermo si estende anche a sud del Tronto (et etiam ultra Truntum) perché appartenente alla Diocesi ed al comitato fermano. Ed a tal proposito, chiede al consiglio comunale di Ascoli di esporre il suo punto di vista, mediante una risposta pubblica. “Detto consiglio (traduciamo) dopo lungo dibattito e matura deliberazione, fece rispondere per bocca di Giacomo Diotisalvi consigliere di Ascoli al rappresentante di Fermo, che non fu mai loro volontà, proposito od ordinamento di fare alcunché contro i diritti di Fermo”. Non vi furono atteggiamenti o prese di posizione da parte di Ascoli contro tale risposta. L’ambasciatore di Fermo allora ringraziò, ribadì che la giurisdizione di Fermo si estendeva anche a sud del Tronto e due notai, uno di nome Altidona e l’altro Gerolamo Pitio, redassero l’atto relativo “consacrando” il fatto alla storia. Sono passati anni e secoli, ma ancor oggi alcune località del Teramano, site a sud del Tronto come Martinsicuro, Colonnella, Sant’Egidio alla Vibrata appartengono alla Diocesi di S. Benedetto-Ripatransone-Montalto, territorio che era in gran parte della Diocesi di Fermo, alla quale fu sottratto nel 1571 e successivamente nel 1586, per l’erezione della Diocesi di Ripatransone e poi di Montalto ora riunite queste e costituenti un tutt’uno con sede vescovile a S. Benedetto del Tronto.
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Anno 1221 –Pellegrino da Falerone e il mal di denti
Medicina e religione si intrecciano nella festa di S. Biagio, il 3 febbraio, protettore contro le malattie della gola e il 9, S. Apollonia, popolare santa egiziana, protettrice contro il mal di denti. A tale santa, infatti, martirizzata nel 249 d.C., furono spezzati ed estirpati i denti, in odio alla fede cattolica. Il dente?! Guai al suo dolore! È un vocabolo significativo di cui è ricco il lessico di ogni lingua: spuntare i denti; battere i denti per il freddo; “digrignare i denti; a denti stretti; il dente del giudizio (a molti dei nostri governanti, manca?!).
Reminiscenze scolastiche ci riportano al lupo di Gubbio “dai denti aguzzi”; ma detto lupo richiama S. Francesco il quale, fra l’altro, ebbe a che fare con due marchigiani: Pellegrino da Falerone (poi beato) e Riczerio da Muccia.
Narrano i Fioretti (cap. 27) che Pellegrino e Riczerio, allora studenti all’Università di Bologna, dopo una predica di S. Francesco “toccati nel cuore da divina ispirazione, vennero a Santo Francesco dicendo che al tutto volevano abbandonare il mondo ed essere dei suoi frati…”.
S. Francesco li ricevette dicendo loro: “Tu, Pellegrino, tieni nell’ordine l’umiltà e Tu, Riczerio, servi ai frati”… poi, dopo alcune righe, i Fioretti aggiungono: “E finalmente il detto frate Pellegino, pieno di virtù, passò di questa vita a vita beata, con molti miracoli innanzi alla morte e dopo” nel 1233.
Fra i molti miracoli sono rimaste famose le guarigioni dal mal di denti, verificatesi al contatto con un dente del beato Pellegrino, immesso nella cavità orale, legato ad un’assicella d’argento, in modo da poter toccare i denti cariati o malati. Folle di fedeli usavano pellegrinare alla sua tomba per ottenere guarigioni; molti erano gli ex-voto, per lo più in argento, che adornavano le pareti della cappella dove riposa. Numerosi volumi parlano di tali taumaturgiche guarigioni. Sono: Pietro da Tossignano nel 1586; Orazio Civalli 1594; la Historia di Valerio Cancellotti 1630.
H. Keber, nell’opera I Patronati dei Santi, elenca ben 21 protettori contro il mal di denti. Fra questi, oltre a S. Apollonia, il nostro Pellegrino da Falerone che è vivo nel cuore e nel culto di quanti soffrono del mal di denti.
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Anno 1229 – Privilegi per Montegiorgio
Il grande imperatore svevo, Federico II, date le molteplici mansioni della sua carica, non poteva disporre di tempo per tutti gli impegni e problemi del suo vasto impero, perciò, spesso, delegava i suoi fidi rappresentanti, approvando in pieno il loro operato e sanzionando, con la sua imperiale autorità, le loro decisioni. In tale contesto, c’è un privilegio, in virtù del quale, esonerava l’allora castello di Monte Santa Maria in Georgio (attuale Montegiorgio) da taluni obblighi ed adempimenti verso la città di Fermo. Ciò in considerazione della fedeltà a Federico, a suo padre (Enrico VI) ed a suo nonno, cioè al Barbarossa, da parte dei cittadini di Montegiorgio!
Ma veniamo alla lettura del documento. “Rinaldo per grazia di Dio e dell’imperatore, duca di Spoleto, legato imperiale per la Marca di Ancona su preciso mandato di Federico II concede agli abitanti di Montegiorgio l’esenzione d’ora in avanti di tutti i pesi, servi ed obblighi e doveri verso Fermo”.
Tale concessione aveva validità perpetua. Rinaldo, non solo concede tale esenzione, ma decide che siano considerati abitanti di Montegiorgio anche gli abitanti delle pertinenze, del castello di Collicillo (ora scomparso), di Magliano di Tenna e i territori di Ripa Cerreto, Atleta, Rapagnano, Monteverde e Monsampietro Morico. Territori con cittadinanza montegiorgese soggetti all’imperatore
Rinaldo riduce anche i canoni di affitto e dispone che essi non superino le 30 libbre annuali. Stabilisce inoltre che tutti i cittadini di Montegiorgio, come detto sopra, possano avere il libero e pacifico possesso dei loro beni, in qualsiasi parte si trovino e che le autorità di Montegiorgio abbiano la facoltà di richiamare all’osservanza della legge i facinorosi. Rinaldo assicura che quanto da lui concesso, automaticamente viene approvato dall’imperatore Federico II. Inoltre, nel privilegio c’è un altro dato molto importante: la cittadinanza montegiorgesi liberava da impegni e doveri verso la città di Fermo, in particolare nessun impegno per il servizio militare nell’esercito fermano, per la partecipazione al Parlamento e neanche portarvi il Palio il giorno dell’Assunta.
Questa esenzione è interessante, perché documenta che nel 1229 quando non era trascorso mezzo secolo dalle prime notizie, l’offerta del Palio da parte di Castelli dello Stato Fermano nel giorno dell’Assunta era stata ampiamente consolidata. Anche per questa data il nostro Palio fermano risulta più antico, (benché meno conosciuto) di quelli di Siena, di Ferrara e di altri: trova qui la documentazione incontrovertibile della sua esistenza e della sua vasta diffusione.
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Anno 1240 – La Vallata del Tronto e Federico II.
Federico II venne nella Vallata del Tronto. Lo narra egli stesso, in una lettera ai cittadini di Cremona, documento che gli storici pongono cronologicamente dopo l’altro emanato negli accampamenti davanti alla città di Fermo a favore di Napoleone Monaldeschi. Federico col suo esercito dopo aver devastato e saccheggiato Ascoli proseguì per Monte Cretaccio, nell’attuale territorio di San Benedetto del Tronto.
Qui si trattenne per alcuni giorni, dopo di che, si recò con Curia ed esercito a Fermo. Da qui rilasciava un privilegio di conferma a favore di Napoleone Monaldeschi nell’agosto 1240 e da qui sembra abbia scritto la lettera ai suoi sudditi di Cremona. Tale lettera, il cui originale si conserva in Francia, recita testualmente: “È tanto l’amore e la preoccupazione che ci induce a pacificare l’Italia ed è tanta la sollecitudine che ci accompagna e previene le nostre preoccupazioni verso i nostri fedeli per levarli dalla persecuzione dei nemici, che nessun piacere del nostro Regno potrà frenare, dopo aver disbrigato i grandi impegni nel Regno, con costanza ed ansietà … affrettandoci all’uscita del Regno e lasciate da parte le inattività contrarie alla nostra intraprendenza, siamo incappati nei calori estivi e nella polvere degli accampamenti, non risparmiando pericoli alla nostra persona ed ai fedeli, affinché tra i confini paludosi, circondati da una cerchia di monti, si potessero compiere stragi dei nemici e devastazioni. Accadde dunque che tra le occupazioni ed il disbrigo di atti dello Stato, da cui non ci potemmo esimere, la nostra persona, a causa della debolezza fisica e della aria malsana, incorse in una disfunzione umorale” recita l’originale che poi prosegue nella nostra traduzione: “Noi con la forza d’animo l’abbiamo completamente superata, talché restando negli accampamenti con dignità imperiale, passato il giorno critico non v’era altro impedimento che impedisse il glorioso proseguimento e la felice vittoria imperiale”. L’uscita dal territorio del Regno riguarda la Vallata del Tronto. E questa affermazione, a nostro avviso, confermerebbe la cronologia data dagli storici, dopo la sosta a Fermo. Infatti, è documentato dalla stessa lettera che, partito da Fermo, Federico si diresse in Romagna e, nel tragitto, compì devastazioni ed efferatezze da far rabbrividire. Il testo della lettera prosegue: “Pertanto con l’aiuto del Signore, il quale dà la salute ai Re ed ai principi, rimessici in salute come prima, anzi resi più forti, noncuranti dei calori estivi, continuiamo il viaggio dopo aver chiamato a raccolta le nostre forze e le nostre energie, procedendo verso la Romagna pronti a calpestare con la nostra potenza i ribelli, dovunque ci venissero incontro. E affinché singolarmente e collettivamente voi tutti possiate essere maggiormente confortati, tanto per la recuperata salute, quanto per i successi conseguiti, vogliamo comunicarvi ciò, per allontanare da voi ogni dubbio e perché con l’aiuto del Re dei Re che si comporta con misericordia verso il suo principe, seguirà la desiderata salvezza e la vittoria sui nemici”.
Si evince dalla lettura che la Vallata del Tronto, è indicata come terra di confine tra il regno di Napoli ed i domini papali. Che tale lettera sia di data posteriore all’assedio di Ascoli ed alla sosta di Federico a Monte Cretaccio, attuale territorio di S. Benedetto del Tronto. Ci induce a pensarlo un dato curioso del contesto.
L’abate di Montecassino, che si trovava come testimone nell’atto emanato da Federico a Monte Cretaccio, col quale prese sotto la protezione imperiale, la città di Alessandria (che aveva dato tanto filo da torcere a suo nonno, Federico Barbarossa), non è più presente quale testimonio nella lettera ai Cremonesi. “Stefano, abate di Monte Cassino – ci narra Riccardo da S. Germano – con il permesso di Federico, dato che era malato, si portò alla sua chiesa di S. Liberatore e vi rimase fino a che guarì”. Facilmente era affetto della stessa malattia di Federico: la discrasia è l’alterazione dell’equilibrio tra i componenti del sangue ed i liquidi organici,
Inoltre, è chiara la frase di Federico quando afferma che dopo aver ricuperato le forze, muove verso la Romagna. E’ una nuova luce non solo sulla storiografia di Federico II, ma anche sulla località di compilazione dell’atto che, a nostro avviso, e per le chiare parole di Federico: “ci dirigiamo verso la Romagna” e per l’assenza per malattia dell’abate di Montecassino, fu quasi sicuramente scritto ante civitatem Firmanam, cioè davanti alla città di Fermo che nell’estate 1240 era accampato a Fermo.
Nella Curia imperiale, nella quale spiccava Pier delle Vigne (che sarebbe stato poi eternato da Dante nella Commedia). Vi erano anche Taddeo da Suessa, giudice della Gran Curia, l’Arcivescovo di Palermo, Bernardo, il figlio del Re di Castiglia ecc.
Era la fine di agosto 1240 e Federico II, a Fermo, emanò una bolla a favore di Napoleone Monaldeschi, cittadino fermano, confermandogli privilegio concessogli in precedenza; ora glielo conferma in veste di imperatore. Se pensiamo che la conferma al Monaldeschi venne fatta in un periodo di preparazione bellica da parte di Federico e del suo esercito, la cosa appare di alta importanza e di alta considerazione per Fermo ed il suo cittadino. L’imperatore tiene molto a questa conferma e nel privilegio ordina:… “nessuno, sia esso delegato, duca, conte, marchese, podestà, rettore, console, nessuna altra autorità, alta o piccola, osi contraddire a tale nostro decreto”. E, come se ciò non bastasse, incalza: “nessuna personalità civile o religiosa osi opporsi a quanto abbiamo stabilito” e chi lo facesse “sarà multato con 60 libbre di oro e sappia di essere incorso nell’indignazione imperiale”. Il sigillo della maestà imperiale chiude la bolla, dando piena autorevolezza al documento.
Tutto ciò è datato nel mese di agosto (i diplomi imperiali non mettono quasi mai il giorno) “regnando Federico imperatore per grazia di Dio Re di Gerusalemme e di Sicilia, nell’anno quindicesimo del regno di Gerusalemme, alla presenza di molti testimoni, (tra cui il nominato Pier delle Vigne) negli accampamenti davanti alla città di Fermo. Felicemente, così sia”.
Come accennato, Federico, dopo la conferma, si trattenne ancora un po’ di tempo a Fermo e quindi si diresse alla volta della Romagna. Nel tragitto, “commise tali e tante devastazioni ed efferatezze, che al paragone impallidivano le atrocità perpetrate dai barbari nella loro calata in Italia”. Così si esprime Flavio Biondo (1392-1463) insigne umanista e storico di Forlì, nella sua poderosa Historia ab inclinatione Romanorum (Storia della caduta dell’impero romano). Come si vede, la sosta a Fermo durata fino ai primi di settembre di quel lontano 1240 costituì una pausa di pace, prima che “il foco ed il furor d’Odino” s’avventassero, distruttori, sulla “Romagna solatìa” (come la dice G. Pascoli).
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Anno 1240 – Federico II e Sant’Elpidio – In due diplomi l’imperatore concesse privilegi.
Nel guardare lo scenario della storia medievale italiana ed europea, molti imperatori ci sembrano quasi “divinizzati”, lontani dalla nostra vita, dalle nostre località, tanto più che molti di loro sono stati già immortalati.
E Federico II ebbe a che fare con le Marche meridionali, benché questo dato non sia posto in adeguato rilievo dagli storiografi passati ed attuali.
Sappiamo che l’imperatore ebbe a che vedersela con Papi, tra cui Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, buscandosi diverse scomuniche, arrivando a far assalire in mare i Cardinali che si recavano al Concilio a Roma.
Ci è noto anche che ebbe a che fare con i Comuni della seconda Lega Lombarda; risulta che si sposò due volte e le due mogli sono entrambe sepolte nella Cattedrale di Andria.
Lo conosciamo come fondatore della Scuola Siciliana, autore di un manuale sulla caccia degli uccelli, fondatore della città de L’Aquila, dell’Università di Napoli, è il padre di Manfredi ed “l’accecatore” di Pier delle Vigne.
Ma pochi, come detto, mettono in risalto i suoi legami con il Piceno (peraltro si narra che Federico II era nato nelle Marche, a Jesi, la notte tra Natale e santo Stefano del 1194).
L’imperatore ebbe a che fare con Ascoli che assediò nel luglio del 1240 (non 1242 come tanti storici affermano); si recò in territorio di San Benedetto del Tronto, cioè a Monte Cretaccio, dove ricevette sotto la sua protezione la città piemontese di Alessandria, fiera nemica dei suoi avi, e fu anche a Fermo fra l’agosto e il settembre 1240.
Ma Federico II, lo stupor mundi si interessò anche di Sant’Elpidio a Mare. Prese infatti sotto l’imperiale benevola protezione l’abazia di Santa Croce al Chienti (monasterium S. Crucis in Clente) e l’abate di quel tempo di nome Corrado. A tale abazia donò molti beni tra cui la Silva Plana, ampi terreni, al di qua e al di là del Chienti, concedendo ai frati di utilizzare a loro piacimento l’acqua di tale fiume. Questo avvenne il 12 dicembre del 1219, e la bolla fu emessa da Capua, luogo natale del fido segretario Pier delle Vigne.
Federico II emanò un altro documento sempre relativo a Sant’Elpidio a Mare, stavolta da Venosa, nell’ottobre del 1250. Ne diamo la nostra traduzione dal latino: “Federico per grazia di Dio Imperatore sempre augusto, Re della Sicilia e di Gerusalemme. Attraverso questo privilegio rendiamo noto a tutti i nostri fedeli sudditi, presenti e futuri che il Comune del nostro fedele castello di Sant’Elpidio aveva rivolto istanza alla Nostra Maestà, per la conferma di alcuni patti e convenzioni che, a suo tempo, gli aveva fatto il nostro Vicario Generale nella Marca di Ancona Gualtiero di Palearia conte di Manoppello. Tali patti, scritti dal predetto conte Gualtiero portano la sua firma ed il suo sigillo. Noi, in considerazione della grande fedeltà e sincera devozione che nutre verso di Noi il Comune di Sant’Elpidio, e poiché sia detto Comune che i singoli suoi cittadini hanno finora reso graditi servizi sia a Noi sia all’Impero, ed altrettanto potranno fare in futuro, li confermiamo per nostra grazia”.
Dopo alcune forme giuridiche proprie dei privilegi imperiali, continua: “Noi conserveremo e difenderemo il castello di Sant’Elpidio con i suoi beni, i possessi e le tenute che ha, nelle persone e nelle cose sia dentro che fuori le mura, come accadde ai tempi dei nostri predecessori. Noi difenderemo sia i laici che i chierici di tale castello e distretto, e ciò finché rimarranno a noi fedeli”
Federico effettua altre concessioni tutte relative al bene, alla prosperità ed alla crescita del castello di Sant’Elpidio. Infine, chiude minacciando pene severe a chi osasse opporsi a tali concessioni: “di nostra autorità disponiamo che nessuno osi impedire quanto da noi deciso. Chi lo facesse, sappia che incorrerà nel nostro sdegno”.
Per dare maggior prestigio di stabilità e di autorevole validità al privilegio, lo fa redigere dal suo fedele notaio Rodolfo di Podio Bonici e munire del sigillo di maestà imperiale: maiestatis nostre sigillo iussimus communiri.
Federico II cheDante nella Commedia lo immaginerà collocato nel cerchio degli eretici), morì due mesi dopo, il 13 dicembre 1250, colto da febbri intestinali. Riposa nella Cattedrale di Palermo.
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Anno 1242 – Epilogo di una Lega più di sette secoli fa.
Nelle sfide elettorali compaiono leghe che spuntarono in vari luoghi dopo l’esempio della Lega Lombarda, creata dai Comuni Lombardi, che diedero filo da torcere a Federico Barbarossa e avevano scelto per capo carismatico Papa Alessandro III. I Comuni lombardi fondarono allora quella città che doveva resistere a Barbarossa per ben sei mesi, città che in onore del Papa era chiamata Alessandria. Mentre i sostenitori del Barbarossa nel farvi un assedio nel 1175 ridevano chiamandola “Alessandria dai tetti di paglia”, ma essa resistette vittoriosa e il Barbarossa ritornò a casa con le pive nel sacco. Oggi non parliamo tanto di Federico I, quanto del suo nipote Federico II, il quale ebbe a che fare con le Marche, dove si narra fosse nato (a Jesi il 25 dicembre 1194), e venne a combattere assediando Ascoli nel luglio 1240 (non nel 1242 come asserisce qualche storico); poi occupava Fermo ed altre città.
C’è un fatto importante che gli scrittori di storia nazionale non pongono nel dovuto risalto. Proprio nel territorio dell’antico Stato di Fermo e precisamente a Monte Cretaccio, Federico II dopo decenni di avversione, riceve la sottomissione della fiera città di Alessandria, la roccaforte della lega che ora, a seguito di varie vicende storiche (fra l’altro non voleva sottostare al Monferrato ed era in preda alle lotte tra Guelfi e Ghibellini) chiedeva protezione al nipote del feroce Barbarossa.
Federico II, lo stupor mundi, attorniato dalla sua corte imperiale, dopo l’assedio di Ascoli, aveva posto gli accampamenti a Monte Cretaccio, nel mese di luglio 1240. Sono con lui Pier Delle Vigne, Taddeo da Sessa, l’arcivescovo di Palermo, i Vescovi di Torino e quelli della Marsica, l’abate di Montecassino e molti altri. Scrive un atto : “Noi, Federico per grazia di Dio, imperatore dei Romani, Re di Sicilia e di Gerusalemme rendiamo noto a tutto l’Impero, che la città di Alessandria ha abbandonato la società degli infedeli (i fautori del Papa) ed è passata alla parte imperiale, chiedendo la nostra protezione. Noi guardiamo con occhio benevolo a tal decisione… e la riceviamo nella nostra grazia e nel nostro onore, perdonando le offese passate” (…) “A conferma di questa protezione e di questo atto, ordiniamo di redigere questo privilegio, munendolo della bolla d’oro… Dato negli accampamenti di Monte Cretaccio, dopo la devastazione di Ascoli, luglio 1240”.
Tale documento (che la città di Alessandria conosceva da una copia, redatta in francese, del 1839 ma ignorava il testo originale) è stato da noi rinvenuto in Francia, precisamente a Marsiglia, e fa conoscere come in territorio dell’antico Stato di Fermo ebbe luogo l’emanazione di un atto di grande valore storico, che vedeva l’indomita Alessandria passare all’obbedienza imperiale dopo 65 anni dal fiero assedio postole da Barbarossa.
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Anno 1242 – Il panno di Federico: rivela lo stretto legame con i Fermani.
Jesi, orgogliosa, sentendosi la patria dove è nato Federico, non ha ricevuto molti documenti federiciani. Chi può dare tessere di storia per il mosaico ancora incompiuto della vita di Federico, senza campanilismi, è Fermo che ebbe relazioni non trascurabili con Federico, sia nel bene sia nel male. In ogni caso questa città è uno dei “settori” principali della vita e delle opere di Federico.
Nonostante si voglia misconoscere l’importanza dei referenti culturali, la storia deve studiare i documenti. Stiamo consultando anche archivi esteri e relative pubblicazioni. Nell’anno 1242 e dintorni, Federico scrive a Fermo (dove era stato due anni prima insieme alla Curia e il segretario Pier della Vigne), per ringraziarla dei doni che i Fermani gli avevano inviato con apposita ambasceria (nuncii legationis dice il testo)-
Egli li aveva graditi immensamente, e lo afferma nella lettera di ringraziamento, che arieggia passi latini nel Vangelo dove si narra dei re Magi che porsero doni al Bambino Gesù. Federico sottolinea che li ha graditi perché non richiesti, ma dati spontaneamente quale pegno di sincero affezione da parte dei suddetti Fermani. “I doni placano gli uomini e gli dei” affermava l’antica saggezza ed i Fermani, a quanto pare, ne erano consapevoli.
E Federico porge espressioni grate. Egli per ringraziare concretamente, invia a mezzo degli stessi membri della delegazione fermana che gli avevano portato i doni, un panno con componenti d’oro “per ornare l’altare maggiore della vostra chiesa madre”. Così recita il documento: Federico faccio volentieri e con gioia (hylariter) invitando i Fermani a proseguire nella fedeltà e solerzia verso l’Impero, in modo che possiate sempre bene meritare della nostra maestà imperiale”. Il documento è ha parti illeggibili come ala riga dove Federico è mandato il panno “ad honorem beati …” potrebbe indurre a pensare: beati(ssimae Virginis).
Benché non siano stati fatti approfondimenti con nuovi mezzi tecnici per una lettura completa, sarebbe molto suggestivo pensare ad uno dei tanti palii dell’Assunta.
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Anno 1245 – LA MARCA FERMANA invasa nominata nel Concilio di Lione
Censura, interdetto, anatema, scomunica… vocaboli che denotano pene ecclesiastiche verso chi si è macchiato di colpe molto gravi. Già al tempo dei Greci si aveva qualcosa di simile, quando si praticava l’ostracismo, ossia l’esilio di dieci anni contro gli Ateniesi che, talora per la loro popolarità, destavano sospetti di intrighi politici. Nel periodo romano imperiale, quando le supreme cariche politiche e religiose erano incentrate nell’imperatore che era anche pontefice massimo, si punivano il cittadino condannato con l’interdire con l’acqua (lustrale) e il fuoco (sacro del focolare): interdicere aqua et igni, così lo si bandiva dalla società civile e religiosa.
Alla caduta dell’Impero Romano e con raffermarsi del Cristianesimo, i vari Concili codificarono vari tipi di pene da irrogare, a seconda della gravità dei reati e così si ebbero l’ammonizione, la censura, (che è biasimo e severa critica dell’operato di qualcuno), la sospensione (ricordiamo quella a divinis, sacramenti), l’interdetto (con cui in un dato luogo si privano i fedeli dell’uso di alcuni Sacramenti o del godimento di determinati diritti spirituali). La scomunica è l’esclusione dalla comunità della Chiesa cattolica di un colpevole, cui è anche vietato di accostarsi ai riti sacri sacramentali. L’estromissione dalla comunità dei fedeli non si verifica con l’interdetto. Vi è anche l’anatema, cioè l’esclusione dalla comunità dei fedeli, rivolta, soprattutto ad eretici, o comunità sistematiche.
La storia ci parla di scomuniche pontificie famose come le due scagliate contro Enrico IV (si umiliò poi a Canossa); quella contro Federico Barbarossa da parte del Papa Alessandro III nel 1161 e 1164; quelle inflitte a Ottone IV nel 1210 e 1211; quella fulminata dal Leone X contro Lutero; quella di Pio VII contro Napoleone, che da allora in poi cominciò a collezionare sfortune fino a Waterloo (18 giugno 1815).
Ma a quanto ci consta nessuno collezionò ben tre scomuniche, come Federico II, lo stupor mundi che venne scomunicato una prima volta nel 1227, la seconda volta nel 1239; entrambe le scomuniche gli furono lanciate da Gregorio IX. La terza gli venne fulminata da Innocenzo IV, nel Concilio di Lione, il 27 luglio 1245. Ho riletto quest’ultima nel suo curiale, ma eloquente latino: è una inquisitoria analitica. Federico è accusato di imprigionare Vescovi e Prelati: di perseguitare la Chiesa cattolica in Sicilia; di avere imposto tasse gravosissime; rubato suppellettili sacre. E spergiuro, eretico, ha ucciso il duca di Baviera; stipulato alleanze con i saraceni, e non paga le tasse dovute alla curia romana. Ma all’inizio della bolla di scomunica c’è una prima motivazione: Federico è scomunicato anzitutto per aver invaso il dominio della Santa Sede, esattamente si legge nell’atto: la Marca Fermana e il Ducato Beneventano, ha distrutto città e fortezze e si tiene impunemente occupati la Marca Fermana e detto Ducato di Benevento.
E così anche al Concilio di Lione, alla presenza di Papa Innocenzo IV e dei rappresentanti di Federico II, tra cui Taddeo la Sessa e di oltre 150 prelati si parlò della Marca Fermana che era uno dei motivi di questa terza scomunica contro Federico II, la cui potenza da allora cominciò a declinare fino alla morte avvenuta nel 1250.
Anno1253 – Ranier Zen, podestà di Fermo eletto doge, parte per Venezia
Si era in pieno carnevale quando, partiva dal Porto di Fermo (odierna Porto San Giorgio) il podestà di Fermo, Ranieri Zeno, neo eletto doge, chiamato a raggiungere Venezia. Egli si trovava podestà a Fermo, dopo essere stato in precedenza podestà di Treviso, di Piacenza, di Bologna (1239), di Verona, ambasciatore della Serenissima al Concilio di Lione (dove uscì scomunicato Federico II) e comandante di una spedizione militare contro Zara, ribellatasi a Venezia.
Zeno, era stato eletto doge il 25 gennaio 1253; allora quattro galee (non quaranta) partirono da Venezia con a bordo 12 patrizi in qualità di ambasciatori con capo Marco Ziano antagonista nell’elezione che aveva prescelto il Ranieri il quale non era presente per assumere subito la carica Stava a Fermo e dovette provvedere a sbrigare le pratiche inerenti il trapasso dei poteri, aspettando la piccola flotta che da Venezia veniva a prelevarlo.
Dopo qualche giorno di navigazione le quattro galee giunsero al Porto di Fermo; prelevarono il neoeletto, e, fatti i saluti, ripartirono alla volta di Venezia. Grandiosi i festeggiamenti della Serenissima in onore del nuovo doge e fantasmagoriche le luminarie e le giostre che ebbero carattere internazionale in quanto vi parteciparono cavalieri veneziani, tedeschi, friulani, istriani, lombardi, trevigiani. Direttore e giudice dei tornei, era Lorenzo Tiepolo, figlio del doge Jacopo.
Una leggenda narra che addirittura Sant’Antonio da Padova avesse predetto in sogno a Ranieri la sua elezione. Uno dei primi atti del nuovo capo della Serenissima, fu la partecipazione, con il Senato, alla processione in onore di tale santo.
Lo Zeno fece contratti di interdipendenza con i castelli dell’entroterra Fermana con impegni di cittadinanza fermana, che sono trasmessi negli Statuti dei Fermani, cioè con gli altri Comuni Fermani: Statuta Firmanorum 1589. In pratica quello che l’imperatore esigeva dai castelli sottomessi, i dogi veneti lo ottengono per Fermo, contrattando accordi con i Comuni dell’entroterra.
Il dogato del Ranieri proseguì la guerra contro Genova da cui uscì vittoriosa Venezia. La battaglia davanti a San Giovanni d’Acri (in Terrasanta) costò ai Genovesi la perdita di 24 galee e 1700 uomini; inoltre, ci fu la lotta contro i fratelli Ezzelino e Alberico da Romano, etc.
LORENZO TIEPOLO
Abbiamo accennato a Lorenzo Tiepolo. Anch’egli fu podestà di Fermo e, per sua iniziativa, fu eretta la Rocca di Porto San Giorgio (detta Rocca Tiepolo) con una lapide che lo ricorda ai posteri. Anch’egli fu doge di Venezia; e, fu l’immediato successore di Ranieri Zeno il quale governò da 45° doge dal 1253 al 1268; e Lorenzo Tiepolo dal 1268 al 1275 fu il 46°!
In quel periodo era tutto un fiorire di “podestà-dogi” sbocciati a Fermo. Anzi, vi fu in seguito un altro podestà nipote di Ranieri: Andrea Zeno. Nell’Archivio di Stato di Fermo vi sono molte lettere dei dogi che sono state pubblicate da Hagemann e da Avarucci; in uno di queste Ranieri Zeno ringrazia i Fermani per aver eletto suo nipote. Nel 1260, per opera di Ranieri, vengono stipulati patti e convenzioni marittime tra Venezia e Fermo. Nel 1252, Ranieri acquista per conto del Comune di Fermo il girone ed il Castello di Torre di Palme per 320 lire ravennate-anconitane; non ci fu “tangentopoli”, sia perché Ranieri Zeno era onesto, sia perché era anche ricco. Il suo patrimonio, rapportato al valore odierno, sarebbe di circa 5 miliardi di lire.
A Montegranaro vi sono tutt’oggi discendenti del podestà e doge Ranieri Zeno; sono i Marchesi Luciani Ranier.
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Anno 1259 – I privilegi di Federico II a favore di Torre di Palme, località fermana.
Federico II imperatore (che Sisto V definirà recolendae memoriae (= memoria da ricordare) si occupa di Grottammare esattamente due mesi prima di morire. Si occupa anche di Torre di Palme, allora molto importante, nel settembre 1250. Federico si trova a Lago Pesole nei pressi di Acerenza, in Basilicata; e da qui emana un privilegio, attualmente conservato nell’archivio storico del Comune di Fermo in deposito presso l’Archivio di Stato della città. Con esso, conferma a Fermo patti e convenzioni precedentemente stipulati tra la città e Gualtiero di Palearia, conte di Manoppello, suo Vicario Generale del Sacro Romano Impero nella Marca. Nel privilegium, si legge che i castelli di Torre di Palme e Grottammare, sono confermati in sottomissione a Fermo; gli abitanti di Fermo che si trovano in questi castelli debbano rientrare in città, ma se non volessero farlo, devono prestare a Fermo servizi ed ossequi stabiliti. Nella conferma, Federico si mostra sagace e perspicace politico: lascia alla città una certa autonomia; non impone leve di soldati per l’esercito imperiale, né manda soldati di guarnigione; non effettua ostracismi di cittadini fermani, a meno che non siano traditori o rei di lesa maestà. Ogni eventuale decisione relativa a Fermo e territorio sarà concordata ed effettuata d’intesa con il Comune e cittadini di Fermo. Più tardi, nel 1258, Manfredi conferma l’appartenenza di Grottammare e Torre di Palme alla città di Fermo. È questa un’altra tessera del policromo mosaico documentale delle relazioni tra Fermo e Federico. Oltre alle numerose pergamene originali, conservate nell’Archivio di Stato fermano, ve ne sono altre imperiali conservate a Sant’Elpidio a Mare e a Montegiorgio. Nel conteggiare i privilegi di parte imperiale di Federico, più quelli del figlio Manfredi e quelli dei Vicari suoi nella Marca, il numero aumenta di molto. E possiamo affermare che Fermo e il Fermano non sono secondi a nessuna città marchigiana per numero e preziosità di originali imperiali del tempo di Federico I, Enrico VI e Federico II. Senza ombra di smentita.
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Anno 1266 – Moresco nel contesto imperiale, papale e veneto con il Doge Tiepolo
Moresco, piccolo grazioso Comune vicino a Fermo, delizioso castello dalla struttura medievale quasi intatta, dominato e protetto dalla possente torre eptagonale, nell’interno, nell’area di quella che era una chiesa, l’ampia piazza (dove fino a qualche anno fa si svolgeva la manifestazione canora “Il merlo di Moresco”) è accogliente e ammirata nel bel porticato. Qui sono riemersi affreschi, tra cui una Madonna con Bambino, opera del secolo XVI di Vincenzo Pagani.
Il nome ha fatto pensare che Moresco sia stato fondato dai Mori che infestavano le nostre coste; ma una diversa tradizione lo dice fondato nel sec. V contro le invasioni di essi. Moltissime pergamene dell’Archivio di Stato di Fermo ne parlano e ben sette, tra imperatori, Papi e Cardinali, si occuparono dei problemi di questo comune. Sette grandi personaggi si sono dati da fare per risolvere problemi regionali di cui più volte chiave della bilancia politica, fu proprio il piccolo Moresco.
Nel 1248 il Card. Ranieri vicegerente del Papa per le Marche, restituisce Moresco a Fermo a cui era stato tolto dall’imperatore Federico II. Manfredi figlio naturale di Federico II, nel 1266 lo riconferma a Fermo; Papa Gregorio X nel 1272 da Lione scrive al castellano papale che lo riconsegni a Fermo; quattro anni più tardi, Innocenzo V ne conferma il possesso alla città Fermana, mentre nel 1278 Niccolò III ne sancisce l’appartenenza a Fermo. Sisto V lo stacca da tale città e lo aggrega al Presidato di Montalto.
Federico II, Manfredi, Gregorio X, Innocenzo V, Niccolò III, Sisto V… Siamo a quota sei, e il settimo? È un doge di Venezia: per l’esattezza Lorenzo Tiepolo, figlio a sua volta del doge Jacopo. Lorenzo è ricordato, fra l’altro, perché ha fatto costruire la rocca di Porto San Giorgio, quando era Podestà di Fermo. Correva l’anno 1266 ed era venerdì 11 giugno. I proprietari del castello di Moresco, tali Giorgio di Bordone e Felice Crescenzi di Santandrea, dopo vari approcci, vendettero Moresco al Comune di Fermo rappresentato appunto dal futuro Doge per la somma di lire 500 (cinquecento) lire volterrane dell’epoca.
Interessantissima la pergamena relativa. Vi compaiono testimoni, notai, cittadini di città extra Regione. “…Vendettero, consegnarono all’esimio Lorenzo Tiepolo, figlio della buona memoria di Giacomo Tiepolo podestà di Fermo, il girone, il castello e la fortezza di Moresco con tutti i diritti reali e personali riguardanti castello e rocche, i fossati e tutto ciò che è annesso al castello medesimo...”.
Oggi, ancora fiero nella possente mole del suo torrione, Moresco vigila sulla sponda sinistra dell’Aso. E’ stata restaurata la torre che ospita mostre e manifestazioni culturali, mentre nella parrocchiale, nume tutelare, dorme il sonno eterno il Card. Luigi Capotosti (+1937) suo illustre figlio, ultimo anello della catena di imperatori, Papi e Cardinali che si sono interessati di questo gioiello medievale ed …attuale!
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Anno 1267 – La Rocca di Tiepolo a Porto S. Giorgio
Maestosa e poderosa, a ridosso di Porto San Giorgio, si erge la rocca di Lorenzo Tiepolo, podestà di Fermo e poi Doge di Venezia. Ancora salda e possente, nonostante le ingiurie del tempo e l’incuria degli uomini, ricorda al visitatore la sua data di nascita in una lapide posta all’ingresso: “Quando currebat Domini millesimus annus, et bis centenus cum septem sex deciesque…” (quando correva l’anno millesimo due volte centesim e diciasettesimo (1000 +100+100 +10 +7 = 1267).
Di quante vicende storiche è stata testimone durante tanti secoli! Vide le flotte degli Stati cattolici veleggiare contro la minaccia turca; mirò i gonfalonieri dei Castelli fermani, salire a Fermo a giurarvi fedeltà nel 1355; fremé di sdegno quando il 15 agosto 1490, duecento Fermani scesero a saccheggiare il palazzo municipale di Porto San Giorgio; vide Sisto V vescovo amministratore di Fermo, partire da qui ed assurgere ai fastigi del Pontificato romano; soffrì nella battaglia fra napoletani e francesi nel 1798, avvenuta nella pianura di Torre di Palme; e vide nel 1815 le truppe della sfortunata impresa del Murat alla Rancia; contemplò nel 1837 la Regina Anna Maria col suo corteo di diecimila persone, in viaggio con lo sposo Ferdinando d’Austria; Garibaldi passò sotto i suoi bastioni nel 1849 e nel 1857 vi giunse anche Pio IX, in visita al suo Stato; gioì nel vedere nell’ottobre 1860 Vittorio Emanuele II galoppare alla testa del suo esercito di trentamila uomini per recarsi a sostare a Grottammare per cinque giorni e proseguire quindi alla volta di Teano.
Pianse l’onta di Lissa (è quasi sullo stesso parallelo geografico) nel 1866: e come dové gemere nel vedere natanti sangiorgesi e marchigiani inghiottiti dai fortunali durante le tempeste dell’Adriatico; e le trepide carezze allietare la luna di miele di Gabriele d’Annunzio e della Duchessa di Gallese, Maria Hardouin, ospiti a San Giorgio nel 1883… Sono passati … secoli!
Non c’è più oggi il Castellano, che Fermo vi rinnovava ogni sei mesi. Non si ha più memoria dei due anconetani, Giovanni Benincasa e Andrea Buscaretti, qui impiccati e seppelliti nel 1534 per ordine del Legato della Marca. Non marciano più a passo ritmato, le varie truppe di spagnoli, di tedeschi e di napoletani, anche quelle che Fermo mandava a San Benedetto del Tronto o arruolava dai suoi ottanta Castelli per la lotta contro gli ostili.
Non si usano più, oggi, il piombo, le vettovaglie e soprattutto i soldati, di cui la città doveva essere munita per fronteggiare ogni evenienza nella rocca sangiorgese. Nessuno più dei vari castellani ivi succedutisi, che avevano onori ed anche oneri, non ottemperando ai quali, rischiavano pene da mille fiorini d’oro, perfino il taglio della testa.
E chi ricorda la bella castellana? Sì, perché la Rocca ha una sua leggenda, di tradizione (o leggenda) popolare, dal tempo delle incursioni dei Turchi.
Si racconta che sul finire del secolo XIII i Turchi sbarcarono lungo la costa di Porto San Giorgio. Contro di essi accorsero unanimi molti volontari sangiorgesi, con in testa il giovane castellano Pierfrancesco. Si combatté ferocemente da ambo le parti, con alterna vicenda. Nella parte meridionale del Castello, i difensori, dopo accanita resistenza, furono sopraffatti. Con urla selvagge, roteando le loro scimitarre, i Turchi irrompono nell’entrata delle mura del paese, mentre dall’alto flutti di olio ardente e lancio di pietre e sassi, sopra la porta, segnano l’ultima disperata resistenza dei sangiorgesi.
Nel frattempo, molti vecchi, donne e bambini, si erano rifugiati entro la rocca, e sulla torre più alta la bella Rossana, la giovane sposa di Pierfrancesco, segue in ansia le fasi della lotta. Ad un tratto un manipolo di Turchi riesce a forzare le resistenze interne e salire sulla torre più alta.
La castellana si vede perduta.
Che fare? Le urla degli invasori salgono al cielo. Ma ecco un urlo più acuto, quasi selvaggio, un tonfo e poi silenzio … Che succede? Rossana, la bella castellana, prima che i Turchi si impadronissero di lei. si è gettata nel vuoto ed ora giace sfracellata. Pierfrancesco, informato che i Turchi stavano dentro la rocca, ansante, trafelato accorre a salvare il suo amore; ma ahimè! troppo tardi! Vede la sua Rossana esanime, ai piedi della torre, e lancia un grido disperato, ammazza quanti Turchi si avvicinano, poi afferrato il pugnale se lo immerge nel petto e muore… Tale è la leggenda. Ora tutto tace…
Del Castello rimane solo la Rocca salda e poderosa, pronta ad accogliere nella prossima estate i turisti e gli spettacoli. Il Comune e l’Azienda di Soggiorno si stanno adoperando per ril suo decoro in modo da darle degna e comoda accoglienza, dalla parte della piazza della Chiesa.
Agli ospiti ed ai turisti della Rocca testimonia la sua vicenda e ripeterà sommessamente i suoi splendidi distici che suonano, tradotti in italiano: “O città di Fermo io ti conservo salvi i lidi, fatta opera di chiusura del Porto e protezione delle navi. Dal martire San Giorgio prendo il nome che dà buon augurio. Quest’opera è stata fatta a guardia del Castello e della palizzata del porto, nell’anno del Signore 1267, al tempo in cui il veneto Lorenzo Tiepolo, progenie del Doge Iacopo, resse la città di Fermo, attraverso prosperi eventi”.
Ora, o plurisecolare, storica Rocca, in alto protendi verso l’azzurro i bastioni e le torri! Son diventate anacronistiche le armi della tua fanciullezza, l’olio bollente, il piombo, la polvere da sparo, nell’epoca delle armi nucleari! Come è incredibile l’antica lenta marcia delle truppe che vanno a difesa del litorale, con la velocità supersonica degli aviogetti moderni, dei droni! Quando sei nata non erano ancora conosciuti ed esplorati tutti i continenti, ed ora questi non solo si conoscono, ma ci cimentiamo nei voli astrali ed alla conquista della luna e all’aggressione militaresca di armi.
Eppure, qui la pace si gode dentro lo spazio di questa primavera, a pochi passi dall’Adriatico, fiorito di vele, mentre le macchine sfrecciano veloci nell’asfalto sottostante! Quale alone di poesia emana dalla leggenda della castellana!
Nella tua calma riposante, tra il frenetico esagitarsi della vita moderna, è dolce bearsi di calma nell’epoca dei svecchianti e rinnovanti tecnicismi. Buon compleanno o rocca Sangiorgese!
Anno 1268- Una complicata riforma elettorale
Nel lontano 1268 si era verificata una riforma elettorale per l’elezione del doge ed il primo ad essere eletto col nuovo sistema fu un podestà di Fermo: Lorenzo Tiepolo, assunto alla suprema carica della Serenissima, mentre era ancora alle prese con le mansioni podestarili di Fermo e del suo vasto territorio. Allora i podestà duravano in carica solo un anno. Potevano però essere rieletti, come avvenne per Ranieri Zeno, che fu due volte podestà di Fermo e poi fu doge di Venezia prima di Tiepolo. Morto Ranieri Zeno (1268), venne varata la riforma elettorale che durò fino alla caduta della Repubblica di Venezia (1797).
Consisteva in una complicata votazione. Il consigliere più giovane scendeva nella Basilica di San Marco e prendeva un bambino detto “ballottino” per estrarre le “ballotte” (pallottole) per le votazioni. Queste erano tante quanti erano i membri del Maggior Consiglio, ma solo trenta di esse contenevano il famoso bigliettino con la scritta “elector”. Il ballottino, bendato, estraeva le ‘ballotte’. I “trenta” estratti dovevano appartenere a famiglie diverse, senza legami di parentela. I non estratti, abbandonavano l’aula. Una volta rimasti in trenta, c’era un’altra votazione con lo stesso sistema del ballottaggio fino a rimanere in “nove”; questi avevano l’incarico di votare i “Quaranta” membri del Maggior Consiglio. I primi quattro sceglievano cinque nomi ciascuno. Per essere eletti occorrevano 7 voti. Con i quaranta si tornava ancora all’estrazione per eleggerne “Venticinque” che, sempre sorteggiati, erano ridotti poi a “Nove”, incaricati a loro volta per altre complicate operazioni. Il neoeletto era doge con l’aver raggiunto non meno di 25 voti. Complicatissima procedura, come si vede, che mirava a eliminare “partitocrazia” e “clientelismo” con burocrazia.
Una volta eletto, Lorenzo Tiepolo, che aveva nostalgia di Fermo (tra l’altro aveva fatto costruire la famosa Rocca a Porto S. Giorgio detta appunto Rocca Tiepolo) scrive ai Fermani dando notizia della sua elezione. Leggiamo: “Lorenzo Tiepolo, per grazia di Dio, Doge di Venezia, della Dalmazia, della Croazia, Signore della quarta parte e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente, al podestà, Comune e Consiglio di Fermo, suoi diletti amici, salute ed affetto”. Spiega che, sebbene senza suo merito, ma per volontà del Creatore da cui tutto dipende. era stato eletto Doge a seguito di una elezione condotta con il nuovo sistema. Dopo comunicata tale notizia al popolo, questo esultante, con grida di giubilo e mani levate verso il cielo, ringraziò Dio, entusiasta dell’elezione.
La lettera prosegue dicendo che ebbe un momento di esitazione nell’accettare, ma poi confidando nella protezione del protettore di Venezia, San Marco evangelista, la carica fu da lui accettata. Tiepolo si rivolge con lettera ai Fermani suoi ex-amministrati, sia per chiedere preghiere perché insieme si goda, si ringrazi Iddio e si implori di governare la Repubblica di Venezia in tranquillità e pace. La lettera spedita dopo 14 giorni dall’elezione, per un ritardo non dovuto al servizio del servizio ‘postale’, ma al fatto che non era pronto il proprio sigillo di piombo ma mettere nella bolla.
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Anno 1272 – Un privilegio ai mercanti fermani
Chi non ricorda un passo dantesco (Purgatorio III)? “Biondo era e bello e di gentile aspetto / ma l’un dei cigli un colpo avea diviso / quand’io mi fui umilmente disdetto / d’averlo visto mai mi disse; “or vedi” / e mostrommi una piaga al sommo il petto / poi sorridendo disse: “Io son Manfredi!”
Manfredi (1232-1266) figlio naturale di Federico II, come già suo padre, si interessò di Fermo e del Fermano. Nel 1258 confermò alla città di Fermo la giurisdizione sui castelli di Marano (odierna Cupra Marittima), Boccabianca, Torre di Palme, Monturano, Moresco, Massignano, Lafreno, Torre S. Patrizio, Grottammare, Castel Monte San Giovanni, Monte San Pietro, Monte San Martino, Petritoli, Montefalcone, Monterubbiano.
In quel periodo, il Vescovo di Fermo, Gerardo, che occupò la cattedra vescovile dal 1250 al 1272 fu dapprima fervido assertore dei diritti del Pontefice contro Manfredi, ma in un secondo tempo, si allontanò dal Pontefice, passando dalla parte di Manfredi, che “favorì grandemente o, almeno, sembrò farlo”, come dice un cronista.
In seguito il Vescovo Gerardo si pentì e fu riammesso.
L’interessamento di Manfredi non si limitò solo a ciò. Nel 1263, con altro privilegio datato 6 marzo ed emanato da Foggia, si interessò di Rinaldo da Brunforte e Rinaldo da Falerone. Pure da Foggia, nello stesso anno spedì una ratifica e conferma a Sant’Elpidio a Mare della concessione o “speciale grazia” fatta a tale castello dal padre Federico II.
Nel novembre 1264, da Lucera, spedì un privilegio a favore di Fermo; con esso concedeva ai mercanti (mercatores) di tale città di potersi recare liberamente nel Regno di Napoli con le loro mercanzie; effettuare ivi i commerci e tornare poi a Fermo senza che nessuno potesse esigere da loro diritti di pedaggio, dogana né dazi.
Come si vede, Manfredi aveva precorso l’abbattimento delle frontiere doganali di cui ancora parla.
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Anno 1279 – Monte Urano ricorre al Papa
Non è da tutti scomodare un Papa e per giunta Papa Gregorio XIII (famoso tra l’altro per la riforma del calendario) per una questione di confini, ma ‘Monturano’, paese della Diocesi fermana, ci riuscì eccome!
Stanchi ed esasperati dal fatto che i paletti (termini) che delimitavano i confini del loro territorio venivano di continuo rimossi, i Monturanesi decisero di rivolgersi direttamente a sua Santità Gregorio XIII. Il Papa, pur tra le occupazioni e cure del suo pontificato, si interessò della faccenda. Anzi la prese così a cuore che addirittura il giorno 13 aprile del 1579, inviò al Vescovo di Fermo una bolla in pergamena con sigillo in piombo, raccomandandogli di interessarsi personalmente della cosa.
Molto probabilmente i cittadini di Monturano avevano inviato, a chi di dovere d’ufficio, i ricorsi e doglianze in proposito ma, a quanto sembra, senza alcun esito, tanto è vero che scavalcando la “via gerarchica” si rivolgono al Papa in persona.
Gregorio investe della faccenda il Vescovo di Fermo scrivendogli: “Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, al venerabile fratello e diletto figlio il Vescovo di Fermo od al suo vicario generale per gli affari spirituali salute ed apostolica benedizione. Ci è stato fatto presente dai diletti figli, sindaci ed officiali del castello di Monte Urano della Diocesi fermana che vi sono dei figli di iniquità di entrambi i sessi, che svellono i termini che indicano i confini portandoli di luogo in luogo, creando confusione e gravi danni al Comune di Monturano, causando altresì un pericolo per le loro anime e grande detrimento a detto castello. Essi hanno invocato aiuto a questa Sede Apostolica. Per la quale cosa ti scriviamo invitandoti ad intervenire nella faccenda ordinando di ammonire dal pulpito, in presenza del popolo, i trasgressori a riparare il male fatto e stabilire un congruo lasso di tempo, trascorso il quale quelli che hanno usurpato beni e possessi o li detengano fraudolentemente pongano riparo. Se non lo faranno tu devi scomunicarli“.
Senza che sia stato scritto come andò a finire la faccenda, dobbiamo tuttavia notare che i cittadini di Monte Urano erano intraprendenti anche allora, se non nel commercio calzaturiero, nel ricorrere personalmente al Papa e riuscevano ad ottenerne il personale interessamento per una questione di confini.
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Anno 1280 – Fermo compera una parte del Castello di SAN Benedetto
San Benedetto del Tronto oggi è un vivace centro marittimo, conta oltre 45.000 abitanti; è pulsante di attività industriali ed agricole.
Nel suo territorio anticamente si erano insediati i Siculi. Plinio scrive che fu questo1’ultimo insediamento dei Liburni in Italia. Nel 49 avanti Cristo vi si fermò Giulio Cesare, dopo il passaggio del Rubicone. Fu sede di Diocesi Truentina nel secolo V. Molti i documenti del Medio Evo: donazioni, prestane, precarie, permute, prima con l’Abbazia benedettina di Farfa (Provincia di Rieti) che aveva beni e possessi nelle Marche, inoltre con i vescovi di Fermo. Fu appunto uno di questi, Liberto, che nel 1145 concedeva ad Attone e Berardo la terra necessaria per la costruzione di un castello, con orti annessi, case per i coloni e quant’altro necessario per la loro vita.
Sorse così il castello di S. Benedetto, variamente denominato nel corso dei secoli; dapprima si chiamò San Benedetto in Albula, dal nome del torrente che vi scorre; poi San Benedetto della Marca; San Benedetto presso il mare; San Benedetto di Fermo.
La denominazione ‘San Benedetto del Tronto’, data nel 1862, dopo l’unità d’Italia lo distingue da località omonime come San Benedetto Val di Sambro, San Benedetto Po, e altre.
L’attuale denominazione arieggia il toponimo di una chiesa ‘San Benedetto al Tronto’ esistente, in territorio di Monsampolo, che era così importante da figurare nelle porte di bronzo della celebre Abbazia di Montecassino, dove stanno elencati beni e possessi che nel 1090 essa aveva nelle nostre zone, come Fermo, San Biagio di Altidona, e altrove.
Abbiamo accennato sopra a donazioni, permute, anche acquisti e vendite. Una, esattamente, avvenne il 16 febbraio del 1281. Il nobil uomo, Gualtiero di Acquaviva e sua moglie donna Isabella, vendono a Fermo l’ottava parte del castello di San Benedetto in Albula, della Marca d’Ancona, Diocesi e Distretto di Fermo. Tale vendita fu fatta per l’ottava parte di loro proprietà, al sindaco di Fermo per la somma di lire 1000 (mille) ravennate o volterrane-anconitane.
L’atto di vendita è molto interessante, perché già da allora è menzionato il porto, di giuspatronato sulla chiesa di S. Benedetto ed si hanno altre utili notizie storiche: “Vendiamo cediamo con i diritti, il porto, i vassalli, i redditi, i servizi reali e personali, gli affitti, le tenute, le terre coltivate e quelle incolte, le selve, i boschi, gli onori e giurisdizioni.” Fermo godeva dell’esercizio del mero e misto impero, cioè poteva giudicare nelle cause penali e civili e addirittura sentenziare la pena di morte.
San Benedetto del Tronto rimase sotto la giurisdizione di Fermo fino al 1827. quando vi fu uno “scambio” tra il Distretto di Montalto e la Delegazione di Fermo. Oggi questo importante centro marittimo prospetta un futuro luminoso.
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Anno 1281 – Santa Maria a Mare
Alla foce del torrente Ete vivo, in territorio di Fermo, vi è una chiesa denominata Santa Maria a Mare. Di per sé sembrerebbe una località di modesta importanza, ma è famosa dal punto di vista storico. E’ infatti l’erede dell’antico Navale Fermano,anche Castellum navale (dei Fermani) di cui parlano Strabone, Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, la Tabula Peutingeriana, l’Itinerario dell’Imperatore Antonino: tutti autori ed opere, di poco posteriori alla nascita di Cristo. Santa Maria a Mare è il toponimo di un nodo stradale importantissimo, posto alla confluenza tra la strada Castiglionese, la statale 16 e l’autostrada A14.
Nel corso dei secoli se ne interessò Federico Barbarossa imperatore del XII secolo; vi si accamparono Alfonso d’Aragona e il conte Francesco Sforza nel sec. XV. Durante le guerre di successione, di metà secolo XVIII, vi stazionarono per alcuni giorni 38 mila austriaci, al comando del generale Lobkowitz. Nei pressi, il 28 novembre 1798, si combatté una sanguinosa battaglia tra l’armata dei Francesi di Napoleone e i combattenti Napoletani. Più recentemente, nella seconda guerra mondiale, fu oggetto di reiterati bombardamenti alleati, miranti a colpire i due ponti: quello della ferrovia e quello stradale. Non vi furono vittime umane e la popolazione della zona lo attribuì, e lo attribuisce tuttora, alla protezione di Santa Maria a Mare, la cui effigie campeggia da molti secoli nell’omonimo santuario a Fermo. Questo è ora officiato dai Padri missionari della Consolata di Torino. Uno di essi, docente all’Università Cattolica di Milano, è un latinista di fama internazionale, il Prof. Olindo Pasqualetti “eminenza” nel mondo del latino.
Il santuario ha un rettore, come lo aveva nel 1281. Per tale anno, ci siamo imbattuti in un documento inedito che parla dell’elezione del Rettore. Il predecessore, Roberto, aveva rinunciato e si doveva procedere alla nomina del successore. L’atto, conservato nell’archivio di Stato di Fermo, descrive le urne elettorali (bussole) con sigilli e i ballottaggi, con gli interessi del Comune di Fermo e quelli del vescovo. La Chiesa, infatti, era giuspatronato del Comune, ma la nomina del rettore doveva essere approvata dal vescovo. Si era attenti a possibili elezioni fatte con irregolarità vere o presunte. L’ atto notarile era rogato da Bartolomeo di Guarcino. Tra l’altro nel documento si dice che Fermo doma i suoi nemici e rende agevoli le cose difficili (hostes firmanos, urbs domat; facit aspera plana). Nelle vertenze il Comune non uscì vincitore. Infatti, era stato eletto il pupillo dell’Amministrazione comunale, ma il Vescovo di Fermo (era Filippo III che governò la Diocesi dal 1272 al 1297) non approvò tale nomina. Possiamo immaginare che interessi, gelosie, procedure elettorali viziate, anche allora, potevano inficiare le elezioni.
Oggi, il santuario ha vicino un porto turistico, la zona è ancora importante nodo stradale e nei pressi vi è un’area di stoccaggio di prodotti petroliferi. La chiesa di Santa Maria a Mare ha tuttora un rettore che anima la pastorale parrocchiale anche guidando a Roma un folto gruppo di fedeli. I Padri missionari della Consolata che officiano il Santuario recentemente hanno avuto la beatificazione del missionario loro fondatore.
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Anno 1288 – Papi marchigiani, ben dieci
È di attualità parlare del Papa e dei Cardinali per cui, pensiamo, sarà gradito avere qualche notizia sui Papi e la nostra Regione e sui Papi della nostra Regione.
Le Marche, primeggiano tra le Regioni italiane, per aver dato alla Chiesa universale (senza calcolare Roma) un buon numero di sommi Pontefici. Alcune nazioni ne hanno avuto uno solo, come l’Inghilterra con Adriano IV (1153-1159). E qualche Regione italiana, come il Piemonte, non ha avuto nemmeno un Papa (Pio V è nato sì a Bosco, ma allora, questa località apparteneva al Ducato di Milano).
Le Marche hanno avuto ben dieci Papi, fra cui risaltano storicamente le opere di Sisto V e di Pio IX. Un particolare storico curiosoè che sia Urbano V che Gregorio XI quando fecero ritorno da Avignone, vollero essere trasportati su “galee frabbricate (sic) in Ancona”. Ricorderemo pure che Gregorio XII, (Gabriele Condulmer, veneziano) Morì a Recanati 18 ottobre 1417 dopo lo scisma placato dal Concilio di Costanza, e qui resta sepolto. Rammentiamo pure che il celebre Pio II spirò ad Ancona, il 15 agosto 1464, dove si era recato per assistere alla partenza della flotta cristiana nella crociata contro i Turchi. Il Cardinal Todeschini Piccolomini fu amministratore apostolico della Diocesi Fermana dal 1483 al 1503 e fu papa Pio III. Anche Papa Benedetto XIV, Prospero Lambertini, morto nel 1758, prima di accedere al soglio pontificio era stato vescovo di Ancona.
Nei secoli precedenti, il pontificato di Papa Giovanni XVII da Rapagnano, eletto nel 1003, durò dal giugno al dicembre dello stesso anno. Niccolò IV (1288-1292) era nato a Lisciano di Ascoli Piceno, di lui daremo altre notizie, e resta celebre per la sua attività missionaria.
Marcello II di Montefano (MC), fu papa per soli 22 giorni nel 1555. Sisto V di Grottammare, la cui fama è molto nota, portò a termine la cupola di San Pietro, eresse in palazzo Lateranense, il Quirinale, innalzò l’obelisco in piazza S. Pietro, costruì palazzi, acquedotti, stroncò il banditismo, e altre istituzioni.
Clemente VIII di Fano (+1605), ebbe da incoronare in Campidoglio Torquato Tasso; Clemente XI di Urbino (1700-1721) fu grande mecenate.
Clemente XIV nato da genitori di Sant’Angelo in Vado (Ps), rifondò Servigliano nuova in Castel Clementino (+1774).
Leone XII nato a Genga di Fabriano, pontificò dal 1823 al 1829, a cui è subentrato un altro marchigiano: Pio VIII, Francesco Saverio Castiglioni nato a Cingoli, e durante il suo pontificato venne restituita ai cattolici inglesi la libertà di culto.
Pio IX di Senigallia è troppo famoso per poter parlare adeguatamente di lui. Il suo pontificato è connesso con la storia d’Italia: l’uccisione del suo ministro Pellegrino Rossi, la presa di Roma, la fine del potere temporale, la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, il Concilio Vaticani I. Questo papa beatificato pontificò per 32 anni più a lungo di tutti i Papi, superando i 25 anni dell’apostolo S. Pietro.
Leone XIII volle per segretario di Stato il marchigiano di Recanati: Cardinal Lorenzo Nina. Benedetto XV volle per segretario di Stato il Cardinal Pietro Gasparri di Ussita (MC) che fu uno degli artefici della Conciliazione tra Stato e Chiesa nel 1929. Nel conclave del1922 il card. Gasparri volle far convergere i suoi voti a favore del card. Ratti, Pio XI. Pio XII (1939-1958) era di famiglia oriunda da Sant’Angelo in Vado.
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Anno 1288 – PAPA Nicolò IV da LASCIANO
Nicolò IV il primo Francescano divenuto papa fondò le università a Macerata, a Montpellier, a Montepulciano. Senatore di Roma a vita, abbellì a Roma Santa Maria Maggiore. Ebbe buon esito nelle missioni ai Mongoli. E’ sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore che egli aveva abbellito ed adornato di meravigliosi affreschi.
Nicolò IV Papa dal 1288 al1292, a differenza dei suoi predecessori, non è nominato affatto da Dante nella Divina Commedia; forse perché lo stesso Dante fruì delle scuole francescane che questo papa volle creare a Firenze. Si interessò per Ascoli, anche riducendo una pena pecuniaria inflitta da Tommaso di Foligno, giudice generale della Marca nel 1280. Accenniamo alla vicenda.
Un decreto dell’Imperatore Ottone IV del 1211, concedeva a Fermo il dominio e la difesa sulla spiaggia adriatica dal fiume Tronto al Potenza; da qui, le lotte secolari tra Ascoli e Fermo. Nel 1280 Ascoli si alleò con Ripatransone e con Riccardo d’Acquaviva; assaltarono e distrussero i castelli di Mercato e di Bompaduro di giurisdizione fermana, siti nella parte costiera adriatica, non lontano da Acquaviva e attaccarono San Benedetto del Tronto, senza però riuscire ad espugnarlo perché, sopraggiunte le milizie fermane, gli assediatori se l’erano data a gambe. Ma già avevano commesso enormi misfatti.
A Mercato e Bompaduro avevano ucciso donne, fanciulli e passati a fil di spada anche chierici, bruciando tutto, per cui vennero condannati al pagamento di 40 mila marche d’argento sia Ripatransone che Riccardo di Acquaviva. Nicolò IV ebbe un dissidio pure con il Re di Sicilia Carlo II. Questi pretendeva che il castello di Monte Calvo fosse suo, dicendo che era compreso nel territorio abruzzese. Il papa rivendicò l’appartenenza di esso alle Marche, nel comprensorio di Ascoli e con due specifiche, distinte bolle, una emessa a Rieti nel 1289 e l’altra a Roma presso Santa Maria Maggiore, ribadiva, l’appartenenza di Monte Calvo alla Diocesi Ascolana. Donò ad Ascoli uno stupendo piviale squisitamente ricamato e colorito tra il 1265 e il 1268. Fu trafugato, e poi riottenuto, oggi costituisce il vivo, visibile ricordo di un Papa che abbonò pene pecuniarie, fece vendere proprietà farfensi acquistandole per interposta persona e cedendole a favore di Ascoli.
Godendo tuttora dell’arte del manto del famoso piviale di sciamito di seta, Ascoli potrebbe erigergli il progettato monumento!
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Anno 1289 – Il piceno Nicolò IV
Mons Pessulanus è la città, Montpellier, importante centro agricolo marittimo e culturale della Francia meridionale. Vi prospera una celebre università, fondata il 26 ottobre 1289 da un nostro comprovinciale, Papa Nicolò IV nativo di Lisciano di Ascoli. Egli fondò anche l’Università di Macerata nel 1290.
Nella bolla di fondazione, definiva Montpellier “luogo straordinariamente adatto allo studio” e questa università non ha conosciuto momenti di stasi. Attorno al 1320 ebbe come studente Francesco Petrarca; nel 1520 vi si immatricolò Francesco Rabelais e vi conseguì la laurea in medicina, poi divenuto famoso scrittore di Gargantua e Pantagruel.
Montpellier, nel corso dei secoli fu frequentata da catalani, italiani, tedeschi, francesi, e di altre provenienze, costituendo una università internazionale ante litteram. Sin dal suo sorgere, prese a modello gli statuti dell’Università di Bologna, ed assunse subito la caratteristica di università “più di studenti che di professori”. Fu influenzata da quella, pure di medicina, di Salerno, già famosa sin dal secolo IX, come famosissimi ed attuali sono anche oggi i Precetti che sin da allora raccomandavano il moto, l’esercizio fisico, una parca mensa e di non prendersela troppo se mancassero i medici, perché giovano molto mens laeta, requies, moderata dieta, mente lieta, riposo e dieta moderata.
Tornando al nostro Niccolò diremo che oltre alla fondazione delle università di Montpellier e Macerata, pose la prima pietra del Duomo di Orvieto, mandò missionari in Cina, promosse la crociata, coronò, a Rieti, Carlo II d’Angiò. E’ stato il successore di S. Bonaventura nel generalato dei francescani e fu il primo Papa francescano della storia (gli altri Papi francescani sono quasi tutti marchigiani). È sepolto a Santa Maria Maggiore a Roma, in un monumento erettogli dal comprovinciale Sisto V.
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Anno 1292 – La Verna “crudo sasso” reso famoso dal fermano Beato Giovanni
Quel “crudo sasso infra Tevero ed Arno” (Dante 3, XI) sito in Provincia di Arezzo, cioè il Monte della Verna, alto metri 1283 ha l’aroma dei prati che si mescola alla pace silente dei boschi; qui è dolce davvero sognare, lontani dal frastuono delle città e delle spiagge affollate, con la mente vicina al Creatore. Ma nel 1292 anziché sognarlo, Giovanni Elisei da Fermo vi si recò realmente, per darsi alla vita contemplativa, alla penitenza, alla mortificazione.
La Verna aveva già una “connotazione” marchigiana in quanto donata a S. Francesco nel 1213 dal Conte Orlando Catani, a S. Leo, cittadina in Provincia di Pesaro, famosa per il “forte” e successivamente, per Cagliostro. San Francesco vi mandò due frati per una specie di ricognizione. Essi trovarono il luogo adattissimo alla vita religiosa e S. Francesco accettò il dono. Dal 1214 al 1244 vi si recò sei volte ed egli che aveva “folgorato” il conte Catani (il quale stupito dalle virtù del Santo gli aveva donato il monte), fu in quel monte “folgorato” da Cristo e ricevé le stimmate. Dante, in sordina, ricorda… “Di Cristo prese l’ultimo sigillo / Che le sue membra due anni portarno”…
Ma mezzo secolo dopo, nella Verna, si ha la “connotazione” fermana. Infatti, vi si reca “Frate Joanni da Fermo dicto de la Verna” e vi rimane per oltre un trentennio, diventando famoso e rendendo così famoso il luogo, che ormai tutti lo conoscono come Beato Giovanni della Verna. Fu amico di Jacopone da Todi, che lo volle vicino in punto di morte e solo da lui volle ricevere gli ultimi sacramenti. Era la notte di Natale del 1306! Giovanni che era distante, quasi miracolosamente, giunse in tempo per raccoglierne l’ultimo respiro. Di “Giovanni de Firmo dicto de la Verna” parlano spesso, i Fioretti di S. Francesco di cui è autore Fra Ugolino da Montegiorgio. Gli apparve Cristo mentre Giovanni pregava nel bosco. “.. di che frate Giovanni ancora con maggiore fervore e desiderio seguita Cristo e giunto ch’ei fu a lui, Cristo benedetto si rivolge verso di lui e riguarda col viso allegro e grazioso e aprendo le sue santissime braccia l’abbraccia dolcissimamente”.
Chi si reca alla Verna può vedere nella chiesa il corpo del Beato Giovanni. Egli morì il giorno 9 agosto 1322; il 24 giugno 1880 Leone XIII ne approvò il culto. Domenica sono ricorsi 670 anni esatti dalla sua scomparsa!
1292 – Due condottieri tutt’altro che gentili Gentile da Mogliano del sec. XIII e
Gentile da Mogliano del sec. XIV
Un detto latino recita che “spesso i nomi sono appropriati a chi li porta” (Conveniunt rebus nomina saepe suis). Ma non sempre è così! La prova l’abbiamo in due condottieri: stesso, identico nome e identica provenienza, e vissuti in secoli diversi, nipote e zio. L’uno nel sec. XIII; l’altro nel XIV. Intendiamo parlare dei due: Gentile da Mogliano, entrambi condottieri dell’esercito fermano: l’uno distruttore del Porto di Civitanova; l’altro di quello di Ascoli. Quindi la gentilezza va a farsi benedire. Quest’ultimo era nipote del precedente.
Nel 1292 Civitanova, e nel 1348 Ascoli, a dispetto di Fermo, costruirono attrezzature portuali, difese da fortezze. Fermo, che vedeva lesi nei suoi diritti pe concessione imperiale del 1211, ricorse alle armi. Si alleò, nella prima fase, con Ancona e Recanati ai quali il porto di Civitanova dava fastidio ed insieme spedirono contro Civitanova un esercito che assediò e distrusse il porto, saccheggiando per otto giorni la cittadina. Tale esercito desolatore era comandato da Gentile da Mogliano.
Dopo oltre mezzo secolo anche Ascoli, a dispetto di Fermo, costruì un porto (Porto d’Ascoli) munendolo di torri e di mura merlate. Una vera fortezza! Fermo constatò e nel mese di marzo 1348, inviò un esercito per espugnare la fortezza eretta dagli Ascolani. L’assedio durò quaranta giorni. Il 28 aprile 1348 espugnarono la fortezza impiccando ai merli i difensori superstiti, capitano compreso; prelevarono due pietre ben squadrate, le portarono a Fermo come trofeo di guerra e le murarono ad altezza d’uomo nella lesena del campanile di Sant’Agostino. dove sono tuttora. Su di esse campeggia una scritta latina che in italiano suona: “Al tempo di Gentile da Mogliano, nel 1348, questa pietra del Porto di Ascoli resta fermata nella fabbrica di questo tempio, con un onore molto più grande di prima”.
Oggi della fortezza del Porto di Ascoli rimane una torre, detta Torre Guelfa, che campeggia a ridosso della Caserma Guelfa; la lasciarono così, i Fermani, a ricordo dell’impresa.
Molti storici hanno confuso i due Gentile da Mogliano attribuendo tutto al vincitore del Porto di Ascoli. Ma non è così! Il primo, il vincitore di Civitanova, nel 1306 era defunto quando l’omonimo nipote, vincitore del Porto di Ascoli, dopo aver combattuto contro i Malatesta e, dopo essersi scontrato col potente Cardinale Albomoz, moriva nel 1356. Port Civitanova e Porto d’Ascoli distrutti in modo tutt’altro che gentile (à la guerre comme à la guerre) dai due Gentili, non dicono gentilezza, ma si dovrebbe parlare della loro componente gentilizia.
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Anno 1294 – In coordinate: Ancona e Fermo!
Sfogliando l’Agenda della Regione Marche, anno 1991, pagina 402, balza agli occhi il Palazzo dei Priori di Fermo, già residenza della Magistratura. Sotto, la didascalia recita: “Fermo Provincia di Ancona: Palazzo dei Priori”. Ogni commento al lettore!!! Un’affermazione del genere in un’Agenda della Regione, compilata dagli “addetti ai lavori”, è la prova della sublime conoscenza, pardon, ignoranza, storica e geografica dei redattori.
Non così avveniva nel sec. XV. Infatti, l’umanista Aurelio Simmaco De Jacobiti, giurista napoletano (1400c – 1500c), nel suo “Liber Miraculorum” edito a Napoli nel 1490, descrivendo la venuta della Santa Casa di Loreto nelle Marche (strofa 79), dà queste coordinate geografiche: Ancona e Fermo. Com’è noto, la Santa Casa venendo da Tersatto, si posò in una selva posseduta da una donna di nome Loreta, dalla quale il sacello prende il nome. La sua localizzazione geografica è segnalata “tra Ancona e Fermo”. Ed eccoci al passo relativo alla traslazione: “Finché in Piceno presso il mar se pusse / tra Anchona e Fermo et più lochi patenti / presso lo Adriano litto se condusse / ad un boschetto che era veramenti / ed una donna, Loreta fama fusse / unde el nome prese fra le genti / et loco demorò finché fuo viva / la detta donna et poi de vita priva” (canto XV, strofa 79).
La citazione del De Jacobiti, conferma ancora una volta l’importanza di Fermo, presa come indicazione topografica insieme con Ancona. Ma per la carente scienza geografica dei compilatori dell’Agenda 1991 della Regione Marche, dobbiamo dare un’“attenuante” in confronto al peggio di un istituto specializzato in geografia con sede nella “brumal Novara”, nonostante i conclamati aggiornamenti reclamizzati nella quotidiano La Stampa di Torino: “Il mondo cambia gli atlanti si aggiornano”. “Gli Atlanti D.A. i più aggiornati del mondo”. Ebbene, in tutte le edizioni del suo atlante storico (compresa la recentissima edizione) si ostina a dire che capoluogo del Dipartimento del Tronto voluto da Napoleone Bonaparte sarebbe stato Ascoli, mentre lo era Fermo. Tale dipartimento comprendeva, oltre al territorio della attuale provincia di Ascoli anche buona parte della Provincia di Macerata,.
Lo diciamo solo per amore di verità e non per campanile. Rileviamo infatti che il “sullodato” Istituto geografico De Agostini, in altra pubblicazione “Tuttitalia: Cronologia storico-artistica” pubblica che “nel 1357 il Cardinale Egidio Albornoz che ha riordinato la Marca, promulga a Fermo le sue celebri Costituzioni”. Ringraziamo, ma nel 1355 pur con la città di Ascoli ribelle il Legato Egidio riuniva a Fermo il primo parlameno della Marca di Ancona, mentre le Costituzioni del 1357 furono da lui pubblicate non a Fermo bensì a Fano. Unicuique suum! E … in molti libri, quanti altri errori vi sono!
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Anno 1294 – La tradizione dei focaracci nelle pagine di scrittori e nei versi di poeti.
Tutti conoscono Loreto per il Santuario della santa Casa di Nazaret, ma non tutti considerano che gran parte la sua storia è scandita all’insegna del numero 10. Il 10 maggio 1291, dato il fatto che i Turchi avevano invaso la Palestina, gli Angeli di Ancona portarono via la casetta della Madonna, e inseguiti da navi saracene, arrivarono a posarla a Tersatto vicino a Fiume (prima di Trieste nell’ex Jugoslavia). Ma qui, la Vergine non venne onorata come si conveniva, per cui il 10 dicembre 1294, nuovamente la casetta fu trasportata dagli Angeli nella zona di Recanati e posta in una selva appartenente alla nobildonna recanatese di nome Loreta. Sul posto subito si riversò una folla di pellegrini e fedeli che lasciavano offerte, ma si verificarono furti e scippi ai loro danni, per cui il 10 aprile 1295 fu portata per mano dagli Angeli su una collina di cui erano proprietari due fratelli. Ma questi, ben presto litigarono per motivi di interessi pecuniari e la casetta venne ritrasportata nel luogo dove si trova tuttora.
Poeti, scrittori, storici, parlarono e parlano del fausto evento. Fra essi Flavio Biondo da Forlì famoso umanista e storico (1392-1463) nella sua Italia Illustrata (1451) scriveva: “Fra Recanati ed il mare Adriatico… sta in un villaggio aperto e indifeso, la chiesuola della Vergine Maria, detta di Loreto, celeberrima in tutta Italia” e prosegue dicendo che alle pareti sono appesi doni votivi in “oro, argento, cera e vesti di lino e lana, di gran prezzo, sì da riempire tutta la basilica”.
Venendo a tempi a noi più vicini, ricorderemo che Giorgio Umani di Ancona, celebre scrittore e scienziato morto nel 1965, nel descrivere le nostre Marche, elenca i geni di casa nostra: Raffaello, Rossini, Pergolesi, Bramante, Leopardi, e altri. Poi ha come un sussulto e per documentare che le Marche sono la Regione più bella d’Italia, scrive: “.. ma se persino Maria santissima / dopo aver dato in segreto / uno sguardo al creato / è venuta di casa a Loreto’’. Sì a Loreto, la città cara al cuore di ogni marchigiano specie quando si trova all’estero.
Loreto: 10 dicembre festa della Madonna e focaracci! Più volte ho visto scritta questa parola tra virgolette come se di dubbia “cittadinanza”. A parte l’etimologia diretta (focus) il vocabolo focaracci è usato da scrittori di valore come Pasolini (…erano saliti sul monte del Pecoraro a fare focaracci con dei mucchi di platani); Cardarelli (Le ragazze… vanno giù alla Marina ad accendere i focheracci in onore della Madonna); Sinisgalli (spazza il vento faville / di focaracci sulla neve).
Nelle deliberazioni del Consiglio comunale di Fermo dell’anno 1585 si legge che, in occasione dell’elezione a Papa di Sisto V, sulle nostre colline, di notte, si fecero molti focaracci.
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anno1306 – Il ciocco di Natale e la ‘vellutina’
I nuovi orientamenti storiografici, con a capo M. Bloch, J. Le Goff, F.R. Furet, F. Braudel, Paolo Brezzi, e altri danno un risalto notevole alla componente linguistica, per cui eccoci pronti e lieti per un piccolo “contributo” che risponde alla domanda se è corretto scrivere “ciocco” anziché ceppo di Natale.
Il ciocco di Natale si metteva sull’arola del focolare in occasione di tale festa e, per tradizione, doveva durare fino alla Epifania (6 gennaio).
Una graziosa e commovente novella popolare vuole che esso serva alla Madonna che di notte vi viene a scaldare i panni per Gesù Bambino. Natale, dolce Natale: quanta poesia in questa festa!
Ciocco è il ceppo da ardere. Già parlato dal fiorentino Dante Alighieri (Par. 18,100) “Come nel percuotere de’ ciocchi arsi / surgono innumerabili faville / onde gli stolti sogliono augurarsi”. Giovanni Pascoli ripetutamente “Il babbo mise un gran ciocco di quercia su la brace (Canti di Castelvecchio 117,5)”; e ancora “Pel camino nero il vento / tra lo scoppiettar dei ciocchi / porta un suono lungo e lento / tre, poi cinque, sette tocchi /” (ibidem). E chi non ricorda Valentino? “…Pensa al gennaio, che il fuoco del ciocco / non ti bastava tremavi ahimé …”. Ancora: “Racconta al fuoco sfrigola bel bello / un ciocco d’olmo intanto che ragiona”.
Giovanni Papini: “Scoppiettavano i ciocchi già mezzo coperti di neve”. Enrico Pea: “La stanza era rischiarata dai tizzoni ardenti. Io stavo sul ciocco con cagna”. Dino Campana “E lo schioccar dei ciocchi e i guizzi di fiamma”. Italo Calvino: “Le tirò contro un ciocco”.
Tutti possono scrivere ‘ciocco’ che è registrato come pura lingua nei vocabolari di Palazzi, Gabrielli, Mestica, Devoto-Oli, Zingarelli, e altri.
Per un altro vocabolo, ‘musco’. non è corretto scrivere muschio per indicare la vellutina, perché si deve (o dovrebbe) dire musco, anche se oggi prevale muschio. Trova preferito il vocabolo vellutina in Cardarelli: “I muri si coprivano di vellutina …”.
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Anno 1306 – Natale di Iacopone da Todi con Giovanni da Firmo, detto de La Verna
A Natale, nella scena della storia di Fermo, entra un personaggio famoso: Iacopone da Todi. Mi pare di scorger l’aria interrogativa di qualche lettore che si domanda cosa c’entra Fermo con Iacopone da Todi, luminare di spiritualità, luce vivida della letteratura italiana, fiero oppositore di Bonifacio VIII, e “adoratore” della francescana povertà.
Iacopone fu molto amico di “Frate Ioanni de Firmo dicto de La Verna”, al quale indirizzò una lettera consolatoria nello stile limpido e robusto proprio del poeta delle Laude. Esattamente Giovanni Elisei da Fermo. Quando ci si reca alla Verna a visitare con Dante il “crudo sasso intra Tevere e Arno” dove S. Francesco ebbe le stimmate, e “di Cristo prese /’ultimo sigillo, i visitatori vedono, racchiuso in un’urna, il corpo di un beato: è Giovanni della Verna, seguace di S. Francesco, nato a Fermo nel 1259, marchigiano puro sangue, che nel 1292 si trasferì al “Santo luogo de la Verna” ove visse per più di trent’anni. Iacopone nella sua lettera consolatoria precisava: “A Frate Ioanni de Firmo, dicto de la Verna”.
I Fioretti di S. Francesco di cui è autore Frate Ugolino da Monte Giorgio, sono pieni delle sue gesta. Raccontano che un giorno gli apparve Cristo e lo abbracciò; e che liberò dalle pene del Purgatorio il confratello Iacopo da Falerone, inoltre che andava spesso in estasi …. Iacopone da Todi e Giovanni de Firmo dicto de La Verna: due colossi nella storia del Francescanesimo: l’uno impetuoso, l’altro serafico e mite, legati da singolare amicizia.
Il 24 dicembre 1306 Iacopone era in fin di vita. I confratelli lo esortavano a ricevere gli ultimi sacramenti, ma Iacopone rispose loro: “Soltanto dal mio diletto amico, Frate Giovanni della Verna, è d’uopo che io riceva il Santissimo Corpo di Cristo”.
Frate Giovanni era lontano e i confratelli erano turbati per tale richiesta: Iacopone non aveva che poche ore di vita, era impossibile avere Frate Giovanni che stava lontano sul monte della Verna. Ad un tratto, si videro due monaci venire verso la stanza dove Iacopone era moribondo, uno di essi era il nostro Giovanni da Fermo. “Giunto al capezzale dell’infermo – racconta Domenico Giuliotti – prima gli donò il bacio della pace, poi gli somministrò i Sacramenti. Allora Iacopone, rapito di gioia, cantò il cantico “Gesù nostra fidanza” e, esortati i frati a ben vivere, levò le mani al cielo e rendé lo spirito”. La notte di Natale! I primi cristiani chiamavano dies natalis il giorno della morte, perché è la nascita al cielo. in quella notte avvenne il dies natalis riferibile alla duplice nascita: la prima, quando era venuto alla vita, ora nel ritorno in Cielo.
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Anno 1320 – Fermo e Camerino DIOCESI contro Macerata
“L’han giurato li ho visti a Pontida / Convenuti dal monte e dal piano. / L’han giurato e si strinser la mano / Cittadini di venti città… Così la nota poesia del Berchet sul giuramento della Lega lombarda contro il Barbarossa, giuramento avvenuto nella Chiesa abbaziale di Pontida il 7 aprile 1167.
Nel 1320, cioè dopo153 anni, nel Fermano, nella Chiesa di Sant’Angelo in Pontano ebbe luogo un altro giuramento: quello dei Fermani e dei Camerinesi uniti in lega contro l’istituzione della Diocesi a Macerata. Con bolla da Avignone, Papa Giovanni XXII l’aveva creata per punire la diocesi di Recanati che si era ribellata alla Chiesa. Precedentemente, Macerata aveva avuto la libertà essere costituito Comune autonomo dal Vescovo di Fermo a metà del XII secolo.
Ora la città veniva eretta a diocesi! Fermo e Camerino, che allora erano le due città più importanti delle Marche. Fermo aveva 10 mila fuochi, cioè famiglie, pari a 50 mila abitanti. Camerino 8 mila, cioè 40 mila abitanti. Seguivano Ancona con 35 mila abitanti, Ascoli con 30 mila.
Macerata era una delle città più piccole, aveva solo 1.800 fuochi, cioè 9 mila anime. Un po’ poco per essere sede di una diocesi! E Fermo e Camerino non lo potevano sopportare! Si unirono in lega! La nuova Diocesi li avrebbe privati di una consistente parte dei rispettivi territori con molti ricchi castelli, e gran parte della popolazione. Le due città decisero di ricorrere a Roma e di dichiarare guerra a Macerata. Le spese relative sarebbero state divise a metà e, se una delle parti si fosse ritirata, doveva pagare la penalità di mille marche d’argento. Invano! Il Papa avignonese decise, Fermo e Camerino ci rimasero male!
Nel corso dei secoli le due grandi Diocesi subirono altre amputazioni. Fermo con l’istituzione della Diocesi a Ripatransone nel 1571, perse Ripatransone, San Benedetto del Tronto, Acquaviva Picena, Cupra Marittima e Sant’Andrea; di nuovo nel 15686 con Montalto Diocesi a Fermo furono sottratti Montelparo. Comunanza. Montemonaco. Inoltre nello stesso anno dovette dare Montelupone a Loreto resa nuova diocesi.
A Camerino nel 1586 furono tolti Tolentino e San Severino erette a diocesi, nonché Urbisaglia e Pollenza, comuni assegnati a Macerata, inoltre, nel 1728, perse Fabriano creata pure Diocesi e nel 1787, Matelica, nuova diocesi. Pio VI, per compensare in qualche modo tali amputazioni, eresse Camerino ad arcidiocesi. Fermo ebbe poi compensi territoriali con Santa Vittoria, Monte Giorgio e Montefalcone provenienti dai Farfensi. Sisto V che stabilì Montaldo diocesi, nel 1589 volle compensata Fermo con l’erezione ad arcidiocesi con cinque diocesi suffraganee: Macerata, San Severino, Tolentino, Montalto e Ripatransone.
Nonostante tali vistosi tagli, Camerino unita a San Severino è oggi per il suo vasto territorio montano ha la superficie come prima Diocesi delle Marche con 1603 kmq. Fermo è la seconda con 1334 kmq.; ma per popolazione, per parrocchie, per storia Fermo è la più importante di tutte le Marche e la più antica sede arcivescovile-metropolitana della Regione, non computando l’ex ducato di Urbino.
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Anno 1320 – I Cappuccini e i Fioretti di S. Francesco sono nati qui
Dante Alighieri Chiama grande “tutto serafico in ardore” S. Francesco d’Assisi che nasce ad Assisi nel 1182 e vi muore nel 1226. Egli era in relazione con Fermo e con il Fermano. In quel periodo, la vasta Marchia Firmana era stata inglobata nella Marca d’Ancona. “La provincia della Marca d’Ancona fu anticamente a modo che il cielo di stelle, adomata da santi ed esemplari frati, li quali a modo di luminari nel cielo, hanno alluminato ed adornato l’ordine di Santo Francesco e il mondo con esempi e la dottrina”. Così si legge nei “Fioretti”, sbocciati nel Fermano per opera di Frate Ugolino da Montegiorgio.
Per il movimento francescano è notabile nei Fioretti, il dato che la gran parte di frati attori o protagonisti sono dell’area dello Stato e della diocesi di Fermo: Giovanni da Penna San Giovanni; frate Matteo da Monterubbiano, Jacopo da Falerone; Giovanni da Fermo (detto della Verna per i molti anni ivi trascorsi nella preghiera); Pacifico da Falerone; Liberato da Loro Piceno; Pellegrino da Falerone, frate Corrado da Offida. Alcuni canonizzati.
Con l’occasione, ricordiamo che le pitture di Giotto nella Basilica superiore di Assisi, vennero eseguite per ordine di un altro frate, Giovanni da Morrovalle nella diocesi Fermana. Egli fu Cardinale e 15° Ministro Generale dell’Ordine. Altri marchigiani si distinsero nelle opere d’arte della Basilica assiate, come il coro di Apollonio da Ripatransone (allora in diocesi Fermana) e nella Basilica superiore, il coro di Antonio Indivini di San Severino Marche.
In onore di san Francesco a Fermo fu ben presto costruito quel magnifico tempio (ora monumento nazionale) prima di ogni altra città. Nel 1926 da Fermo partì per Assisi la “Campana della Laudi” opera delle Fonderie Pasqualini, bronzo squillante offerto da tutti i Comuni d’Italia al Santo, nell’anniversario, sette volte secolare della morte del santo serafico.
Anche dopo la scomparsa di S. Francesco, le Marche furono la terra più fertile delle altre per le primordiali presenze del suo ordine. Contava più conventi la “Marcha” in confronto all’Umbria e a tutte le altre regioni. Il numero dei francescani del Fermano era grandissimo. Altra connotazione della Diocesi fermana, è il fatto che nel “Luogo del Sasso” a Montefalcone Appennino, scoccò la prima scintilla che portò alla fondazione dei Cappuccini, un nuovo ramo del grande albero francescano. Infatti proprio da Montefalcone Appennino, Matteo da Bascio, marchigiano di Carpegna, partì per recarsi a Roma per chiedere a Papa Clemente VII l’approvazione dei Cappuccini.
Per le tendenze imperiali si può ricordare che anche fra Elia, il successore di S. Francesco e l’artefice della Basilica, ebbe un momento di sbandamento e passò dalla parte imperiale, tanto era il fascino di Federico II; per tale motivo venne scomunicato. Ma poi si pentì, tornò all’“ovile” e fu perdonato
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Anno 1334 – Spade famose e meno famose
Per parlare di spade e di guerrieri, oggi mettiamo in scena Galasso Conte di Montefeltro, podestà di Fermo, Guglielmo di Ventura del castello di Rapagnano e Puccio Bongiovanni di Montegiorgio con notai, testimoni, e altri.
“Nel nome di Dio, Amen. L’anno del Signore 1334, indizione seconda, al tempo di Papa Giovanni XXII, il giorno XXI del mese di gennaio, Guglielmo di Ventura del castello di Rapagnano, ha dichiarato di essere stato soddisfatto di quanto a lui versato quale rimborso da parte di Puccio Bongiovanni di Montegiorgio, per conto di quel Comune e della cittadinanza. Il rimborso consiste nel versamento di un fiorino di oro sopraffino e di giusto peso e delle somme per spese sostenute, come da decisione del conte Galasso di Montefeltro podestà di Fermo”… Così inizia la pergamena conservata nell’archivio comunale di Montegiorgio.
Il fatto non sembri irrilevante, ha invece una notevole importanza; per serietà, come atto notarile che ha coinvolto tre comuni: Fermo, Rapagnano, Montegiorgio; un notaio Bartolomeo Leonardi, con testimoni Francesco Raynaldi, figliastro di Bartolomeo Dominici, Filippo di Gentile Compagnoni e con un altro notaio, Giovanni Simili, stando nella sede comunale del castello Rapagnano. La stipula era avvenuta il 19 gennaio 1334.
Nella storia ci sono spade più importanti di quella di Guglielmo di Ventura: famosa la spada di Brenno che dal 390 avanti Cristo, tuona il “Guai ai Vinti”. Poi Alessandro Magno a cui un oracolo aveva predetto che chi avesse sciolto il famoso nodo gordiano sarebbe divenuto padrone dell’Asia. Alessandro Magno ci provò ma, non essendo riuscito, lo recise con la spada e divenne signore dell’Asia. Era il 334 avanti Cristo! Nel 1334 (vedi le ultime tre cifre), Guglielmo di Ventura da Rapagnano ha vicende di spada…millenarie.
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Anno 1336 – Dante Alighieri e Fermo
Certamente Dante nei secoli è ben ricordato a Fermo perché il notaio Antonio da Fermo merita la riconoscenza di tutti per il fatto che nel 1336 compilò il codice più antico dell’intera ‘Divina’ Commedia. Non sappiamo dove scrisse quest’opera. Sappiamo che il figlio Jacopo stette a Fermo, come diremo.
Solo dopo 15 anni dalla scomparsa del sommo Poeta, Antonio fermano compilò il codice (detto Landiano perché appartenne ai Landi, un antenato dei quali è menzionato da Dante nel penultimo canto dell’Inferno 32°) e dopo vari possessori in esso annotati, ora sta a Piacenza nella biblioteca e museo comunale. All’inizio del codice si leggono quattro sonetti di Guittone d’Arezzo cui fa seguito Dante Alighieri, «Le dolci rime d’amor ch’io solea» e «Commedia» – Infine, alle carte 101-102: Bosone da Gubbio spiega il senso allegorico della Commedia e ci sono quattro sonetti di Jacopo Alighieri il quale era figlio di Durante (Dante) e stava a Montolmo (oggi Corridonia) nel 1306 come risulta da atto notarile (pergamena esistente a Fermo) ed era Syndicus della città (capoluogo) di Fermo. Il che fa pensare che il padre Dante allora condannato esule da Firenze stava nelle Marche. Cinque anni dopo la morte del padre Jacopo risulta presente ad un atto notarile a Monterubbiano (pergamena fermana anno 1325).
Antonio di Fermo scrisse “per richiesta e istanza del magnifico ed egregio signore Beccario dei Beccaria di “Papia”(Pavia), milite imperiale, dottore in legge e podestà onorabile della città e del distretto di Genova”, come egli scrive nell’explicit, a conclusione del codice: “l’anno 1336, indizione terza, al tempo di Papa Benedetto XII, l’anno secondo del suo pontificato”. I Beccaria erano una nobile casata di Pavia detta dai Romani Ticinum, poi Papia capitale longobarda. Non è dichiarato dove il codice sia stato scritto.
Nelle ricerche a Firenze, Vincenzo Cognigni da Monterubbiano ha notato Antonio da Fermo del secolo XIV Uomo d’armi che fu Capitano del Popolo di Firenze al tempo della rivolta dei Ciompi (1378); i rivoltosi gli bruciarono tutte le carte. Viene il sospetto della possibilità che la copia della Commedia l’avesse fatta costui a Firenze.
Altra benemerenza di Fermo è la traduzione in latino dell’intera Divina Commedia. Si era al Concilio di Costanza (1414-1418), concilio ecumenico (il sedicesimo) e i Cardinali inglesi chiesero a Giovanni de Bertholdis, Vescovo di Fermo, di tradurre per loro il Divino Poema in modo da poterlo apprezzare adeguatamente. Come è noto in quel periodo la lingua ufficiale era il latino.
In tale maniera, i padri porporati poterono gustare adeguatamente quanto aveva scritto il Divino Poeta. È doveroso ricordare anche che la città di Fermo, è stata sempre all’avanguardia nel culto di Dante; nello stesso anno di fondazione della Società “Dante Alighieri” (1889), il 24 luglio, per opera del senatore fermano Carlo Falconi, venne istituita a Fermo una sezione di tale Società, la quarta in Italia dopo le sezioni di Milano, Venezia e Genova.
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Anno 1341 – Una delle prime armi da fuoco a Rocca Monte Varmine di Carassai
Rocca Montevarmine, località in Comune di Carassai, (latino: Monte Guarminis) conserva quasi intatta la famosa rocca da cui prende il nome, dopo che ha sfidato secoli ed assedi. Piccolo e vivace centro, già dominio di Fermo, attualmente conosciuto anche per iniziative culturali, vanta un primato interessantissimo dal punto di vista storico.
Effettuando ricerche ci siamo imbattuti in un elenco prezioso. Sono i nomi dei soldati che Fermo mandava a presidiare tale Rocca-castello e ogni soldato è contraddistinto dall’arma che aveva in dotazione. Appaiono così militi armati di pistoiese (pugnale a lama corta fabbricato a Pistoia) di spito, ronca, alabarda e schioppo (sclopo). Approfondendo le ricerche, è venuto fuori un primato insospettato delle Marche e del Fermano. Infatti è emerso che, nell’uso documentato dello sclopo, la nostra Regione ha il primato storico.
Leone Cobelli, nella “Cronaca di Forlì”, riporta che Guido da Montefeltro nella battaglia a difesa di Forlì contro i Francesi (1281) “chiamò una squadra di targoni ed una squadra grande di balestrieri e sclopiteri” (schioppettatori). Troviamo conferma che nel 1321, dell’esistenza di “una squadra grande di balestrieri e schioppettatori a servizio del Duca di Urbino” (lo stesso Guido da Montefeltro).
Dopo dieci anni si parla nel 1332 di soldati che a Cividale del Friuli, balistabant cum sclopo versus terram. Tre anni dopo, i Signori di Ferrara fecero preparare una grande quantità di schioppi e spingarde (maximam quantitatem sclopetorum et spingardarum).
Angelo Gaibi nel volume “Armi da fuoco”, (Milano 1978) riporta che Angelo Angelucci, direttore dell’Armeria Reale di Torino ed uno dei più intelligenti ricercatori e scopritori di documenti presso gli archivi italiani, nel volume “Documenti inediti sulle armi da fuoco italiane” (Torino 1869, I, 71) dice testualmente: “Sono interessanti a questo riguardo, l’affresco attribuito a Paolo Nesi (1540) nel monastero di San Leonardo in Lecceto presso Siena, ove lo schioppetto è rappresentato da una canna lunga poco più d’una spanna, fissata in cima a un manico (o teniere) e la bombardella manesca trovata fra le rovine di rocca Montevarmine presso Fermo, distrutta nel 1341”.
L’Angelucci è stato autore di studi sulle armi da fuoco (compreso “Catalogo dell’Armeria Reale di Torino”, Torino, 1890), di cui si ha conferma dagli americani William Smith e Joseph Smith nel volume “Small Arms of thè world” (piccole armi del mondo) edito The Stepole Company di Herrisburg U.S.A. 1962.
Senza niente “campanilismo”, di fatto è una gloria pura del patrimonio carassanese e fermano di Rocca Montevarmine, sebbene poco onosciuto.
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Anno 1355 – L’implorazione di Mitarella a S. Caterina senese per il marito
Santa Caterina da Siena (1347-1380) compatrona d’ Italia e il coevo Cardinale de Albornoz (1310-1367) sono personaggi famosi che si sono interessati di Fermo e del Fermano.
Il Cardinale Gil (Egidio) Alvarez Carrillo de Albornoz, delegato dal Papa Innocenzo VI, che si trovava in Avignone, era stato mandato nelle Marche per riportarle al dominio della Santa Sede. Con senno e con tatto, in poco tempo, quasi senza colpo ferire, riconquistò tutto lo Stato pontificio e, quando, su sollecitazione di Caterina da Siena il Papa tornò a Roma, egli lo incontrò a Tarquinia e gli consegnò un carro carico delle chiavi della città e castelli, tornati sotto il dominio della Sede Apostolica.
Il Card. Albornoz con atto, emanato a Gubbio il 30 maggio 1355, accordava a Mitarella la licenza di ricostruire il suo castello di Montappone, nello stesso luogo dove sorgeva, allorché fu distrutto da Gentile da Mogliano. Questa concessione del Legato Albornoz era subordinata alla legge secondo la quale per costruire un’altra fortezza era necessario il permesso della Santa Sede. Tre mesi dopo tale atto il Legato pontificio radunava a Fermo il primo Parlamento della Marca. Per merito di questo Legato, lo Stato pontificio si resse sulle sue Constitutiones Aegidianae (di Egidio)che furono l’ossatura, lo statuto rimasto in vigore fino alla caduta del potere temporale (1860)
Santa Caterina da Siena si interessò di Mitarella da Monteverde, che era la figlia di Mercenario (famoso nella storia di Fermo) e si era sposata con Vico da Fermo, signore di Mogliano (detto Vico da Mogliano). Questi, nel 1373 era stato nominato da Gregorio XI senatore della Repubblica di Siena. Nel periodo in cui fu in carica, punì con la morte cinque giovani gentiluomini che erano entrati di notte in un monastero femminile suburbano. Le famiglie inscenarono un moto popolare contro di lui.
Mitarella, trepidante per la sorte del marito, si rivolge con una lettera a Caterina senese chiedendo aiuto “per lo caso occorso al senatore” (cioè al marito). La lettera di risposta della santa ha confortato Mitarella esortata ad avere fede e piena speranza in Cristo.
“Le Lettere di S. Caterina da Siena – (ed. Barbera1860). Lettera XXXI – A Monna Mitarella, donna di Vico da Mogliano, senatore, che fu a Siena nel 1373.
“Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce. – Dilettissima e carissima Madre in Cristo dolce Gesù. Io Caterina, serva inutile di Gesù Cristo, mi vi raccomando, confortandovi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi nel cospetto di Dio serva fedele, cioè che voi siate in quella fede che dà letizia e gaudio nell’anima nostra. Questa è quella dolce fede che a noi conviene avere, siccome disse il nostro Salvatore: «se voi avete tanta fede quanto è un granello di senape, e comandate a questo monte che si levi, si leverebbe». In questa fede, dilettissima suora, vi prego che permaniate. Mandastemi dicendo che, per lo caso che era occorso al Senatore (del quale mi pare che avete avuto grandissimo timore), che non avete altra fede né altra speranza se non nelle orazioni de’ servi di Dio. Onde io vi prego da parte di Dio e del dolcissimo Amore Gesù, che sempre rimaniate in questa dolce e santa fede. Oh fede dolce, che ci dai la vita! Se voi starete in questa santa fede, giammai nel vostro cuore non cadrà tristizia. Perché la tristizia non procede da altro se non dalla fede che poniamo nelle creature; ché le creature si sono cosa morta e caduca, che vengono meno; e il cuore nostro non si può mai riposare se non in cosa stabile e ferma. Adunque essendo il nostro cuore posto nelle creature, non è in cosa ferma. Ché oggi è vivo l’uomo, e domane è morto. Convienci adunque, a volete avere riposo, che noi riposiamo il cuore e l’anima, per fede e per amore, in Cristo crocifisso: allora troveremo l’anima nostra piena di letizia. Oh dolcissimo Amore, Gesù! – Suora mia, non temete le creature. Siccome disse Cristo benedetto: «Non temete gli uomini, che non possono uccidere altro che il corpo; ma temete me, che posso uccidere l’anima e il corpo». Lui temiamo, che dice che non vuole la morte del peccatore; anco vuole che si converta e viva. Oh inestimabile carità di Dio, che prima ci minaccia che può uccidere il corpo e l’anima; e questo fa per farci umiliare, e stare nel santo timore! Oh bontà di Dio! per dare letizia all’anima, dice che non vuole la morte nostra, ma che viviamo in lui. Allora dimostrerete, dilettissima suora, che siate viva, quando la volontà sarà unita ed accordata con quella di Dio. Questa volontà dolce vi darà la fede, e la speranza viva, posta in Dio. – A voler dare vita a questa santa fede, due cose vi prego che aviate alla memoria. La prima si è, che Dio non può volere altro che il nostro bene. Per darci quel vero bene dié sé medesimo infino all’obbrobriosa morte della croce; del quale bene fummo privati per lo peccato. Egli dolcemente umiliò sé medesimo per renderci la Grazia, e tollere da noi la superbia. Adunque, bene è vero che Dio non vuole altro che il nostro bene. L’altra si è, che voi crediate veramente che ciò che addiviene a noi o per morte o per vita, o per infermità o per sanità, o ricchezza o povertà, o ingiuria che fusse fatta a noi da amici o da parenti o da qualunque creatura, voglio che crediate ch’Egli è permissione e volontà di Dio; e senza la sua volontà non cade una foglia d’arbore. Adunque non solo non temete questo, perché a misura tanto Dio ci dà quanto possiamo portare, e più no; ma con riverenzia riceviamo, dilettissima suora, reputandoci indegni di tanto bene quant’egli è a portar fadiga per Dio. E perché ‘l dimonio ci volesse mettere una grande paura per lo caso del quale voi temete, pigliate subito l’arme della fede, credendo che per Cristo crocifisso saremo deliberati. E così riimarrete in perfettissima letizia, credendo, come aviamo detto, che Dio non vuole altro che il nostro bene. Confortatevi in Cristo crocifisso, e non temete. Altro non vi dico, se non che tutte le vostre operazioni siano fatte con amore e timore di Dio. Ricordatevi che voi dovete morire, e non sapete quando; e l’occhio di Dio è sopra di voi, e ragguarda tutte le vostre operazioni. Dolce Dio, dacci la morte innanzi che noi t’offendiamo. Laudato Gesù Cristo.
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Anno 1355 – Fermo viene assolta…
Il 22 settembre 1355 è una data memoranda per Fermo e il Fermano. Da questa città, il Cardinale Egidio Albornoz, mandato dal Papa che si trova in Avignone, convoca i sessanta Comuni che facevano parte dello Stato di Fermo. Vi erano a Sud anche San Benedetto del Tronto, Acquaviva. A Nord: Mogliano, Gualdo (MC), Petriolo, Sant’Angelo in Pontano e altri.
In conseguenza della sottomissione di Fermo e al suo Stato avvenuta il giorno precedente (per mezzo di Spinuccio di Francesco, delegato dal Comune), l’Albornoz assolve Fermo da tutte le censure in cui era incorsa data la sua ribellione alla Chiesa, specialmente nel periodo in cui era stata soggetta a Gentile da Mogliano.
Interessantissimo il documento della sottomissione conservato nell’Archivio Vaticano, ma non meno interessante il secondo: quello dell’assoluzione. Il Cardinale Albornoz, come vediamo, prediligeva Fermo e qui trasferì da Macerata la Curia Generale della Marca, nonostante le rimostranze dei Maceratesi. La ribellione di Fermo e dei castelli era causata dal fatto che volevano essere indipendenti, ciascuno per proprio conto.
Stando il Papa lontano, in Francia, ad Avignone, loro non volevano soggiacere ad alcuna autorità. Fermo e il suo Stato furono definiti dall’Albomoz ‘volubilis ut rota et labilis ut anguilla’ facile latino che indica Fermo “volubile come ruota e labile come anguilla”.
Leggendo i documenti di quel 22 settembre, si rileva che essi impongono ai 60 Comuni di prestare giuramento alla Sede Apostolica ed al Comune di Fermo; di obbedire alle sue leggi; di pagare le tasse dovute. Da quello che si legge per l’assoluzione, si evince che la Chiesa non scherzava. Contro la città e contado erano state attuate sanzioni economiche e giuridiche. Fermo era stata privata delle rocche e castelli dipendenti, diritti, privilegi, etc., e addirittura colpita dall’interdetto.
Ma l’Albornoz, lieto del ritorno di Fermo con il suo contado alla sottomissione alla Sede Apostolica, restituisce rocche, castelli, privilegi, diritti, esenzioni, beni, etc., loda la “pecorella che ritorna all’ovile” ma precisa che se dovesse nuovamente ribellarsi, ricadrebbe ipso facto cioè immediatamente per tal fatto, nelle sanzioni precedenti (compreso l’interdetto) da cui era stata assolta in quel lontano 22 settembre 1355.
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Anno 1355 – Elenco dei possedimenti di Fermo.
Dal 1309 erano 46 anni della lontananza del Papa che risiedeva in Avignone e varie località delle Marche (come del resto l’intero Stato Pontificio) cercavano di sottrarsi all’autorità pontificia, dato che il “capo” era al di là delle Alpi.
Il ghibellino Gentile da Mogliano era riuscito a impadronirsi di Fermo e per tutto lo Stato Pontificio correvano fremiti di ribellione. La cosa impensierì il francese Papa Clemente VI (Pietro Roger) e in modo speciale il suo successore Innocenzo VI (il francese Stefano Aubert) il quale, da Avignone, spedì nelle Marche il Cardinale Egidio Albornoz, spagnolo, che con senno, astuzia, e quando occorreva con la forza, a poco a poco, recuperò la sottomissione di tutto lo Stato Pontificio. Nel 1355 poi, questo Cardinale Legato giunse a Fermo, vi insediò la Curia (trasferendola da Macerata) e vi rimase a lungo. La citta, ubbidiente fu assolta dalla scomunica in cui era incorsa per essersi schierata con Gentile da Mogliano; le tolse l’interdetto e la reintegrò nel possesso delle rocche, castelli e località già di sua pertinenza. Poi, con tre distinte lettere di precettazione (litterae praecepti) ordinò a comuni, terre e castelli di inviare a Fermo dei procuratori, per prestare giuramento di fedeltà nelle sue mani e per dover assolvere ad ogni obbligo dovuto alla città di Fermo.
In tre pregamene (conservate nell’Archivio di Stato fermano) si scorgono annotate le notifiche avvenute o non avvenute agli interessati, e sono documenti importanti per la storia del Fermano, dato che costituiscono l’elenco ufficiale dei possessi di Fermo, in totale 60.
Il primo gruppo (pergamena998) elenca i Comuni di Longiano, Torchiaro, Ponzano, Santa Maria (forse Monte Santa Maria in Georgio), Monte Giberto, Petritoli, Montevidon Combatte, Ortezzano, De Medio, Collina, Sant’Elpidio Morico, Monte Leone, Monsampietro Morico, Servigliano, Smerillo, Monte Falcone, Castel Manardo, Belmonte, Grottazzolina, Villa Montone.
Il secondo gruppo (pergamena 1347) contiene Monte Secco, Porto S. Giorgio, Torre di Palme, Lapedona, Monte San Martino, Altidona, Pedaso, Boccabianca, Marano (= Cupra Marittima), Sant’Andrea, Grottammare, San Benedetto del Tronto, Mercato, Borumpadaro (questi ultimi due erano castelli siti nei pressi di Porto d’Ascoli in Acquaviva Picena), Acquaviva Picena stessa, Massignano, Gabbiano, Cossignano, Monte Rubbiano, Moresco.
Il terzo gruppo, (pergamena n. 1850) riguarda Monturano, Podium Raynaldi (= Monterinaldo), Torre S. Patrizio, Monte S. Pietr (angeli), Rapagnano, Magliano, Ripa Cerreto, Alteta, Mogliano, Petriolo, Loro (Piceno), S. Angelo in Pontano, Gualdo, Falerone, Montappone, Massa, Monte Vidon Corrado, Monte Verde (attualmente frazione di Monte Giorgio), Francavilla d’Ete.
Attraverso la lista dei Comuni convocati, abbiamo l’esatta consistenza di quello che era lo Stato di Fermo, a metà del secolo XIV, quando estendeva il suo dominio dal sud con S. Benedetto e Acquaviva Picena (nell’attuale provincia di Ascoli), al nord con i vari Comuni, come Gualdo, Petriolo, Sant’Angelo in Pontano attualmente nella Provincia di Macerata.
L’anno dopo, l’Alborrnoz emanò le Costituzioni Egidiane (Aegidianae Constitutiones), che rappresentarono l’ossatura dell’Amministrazione pontificia fino alla conquista dei re Savoia. Fra l’altro, il Legato divise le città marchigiane in maggiori, grandi, mediocri, piccole, minori.
Le maggiori erano: Ancona, Fermo, Camerino, Ascoli, Urbino. Pesaro e Macerata seguivano, a distanza, le grandi.
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Anno 1355 – Un processo agli Ascolani celebrato a Fermo e la scomunica.
Ascoli fu scomunicata nel 1355 per aver eletto il suo Podestà senza il permesso della Santa Sede. Si era al tempo di Papa Innocenzo VI e gli Ascolani, contravvenendo ai loro doveri di sudditi della Santa Sede, elessero Galeotto Malate-sta da Rimini a loro “Signore governatore e difensore, protettore e governatore, non solo della città ma di tutto il circondario” o, come si chiamava allora, del “distretto”.
Anzi, nei carteggi del processo, si lamenta che gli Ascolani fecero lega con gli altri nemici della santa Chiesa, invadendo terre e castelli da veri traditori e si erano alleati con Malatesta e Francesco degli Ordelaffi (condannato come eretico) e Gentile da Mogliano.
Vani furono gli sforzi del Rettore della Marca. Gi Ascolani non vollero ubbidire. Allora si tenne il processo che ebbe luogo a Fermo il 31 ottobre del 1355. Nel carteggio che abbiamo trovato nell’Archivio Vaticano, si legge che tali ribelli, entro il sei novembre, dovevano presentarsi a chiedere perdono del loro operato. Si sperava ancora in una loro resipiscenza e nello stesso tempo si ingiungeva di abbandonare le terre della Santa Sede abusivamente occupate; se avessero perseverato nell’errore, si sarebbe provveduto alla confisca dei loro beni. Il documento nomina ben 81 famiglie ascolane che elenchiamo nel seguito. Nel frattempo, cioè fra il 31 ottobre ed il 6 novembre, Ismeduccio da San Severino e Petrello da Mogliano chiedono perdono e si presentano a Fermo nel palazzo di abitazione del legato papale, ma gli Ascolani non si arresero.
Il 25 novembre 1355 viene fulminata la scomunica “al consiglio, al gonfaloniere, ai consoli, agli anziani, agli ufficiali, al popolo ed al Comune di Ascoli ed alle persone colpevoli di ribellione alla Chiesa”.
Fra gli scomunicati Niccolò di Dongiovanni, Cavaliere, e Cola e Zuccio Rossini. Inoltre: Luca; Tommasi; – Giacomo Luzi; – Ciccolo Nuzi; – Giacobuccio Giacobbi; – Domenico Tornassi; – Vanne Corraduzzi; – Ziuccio Francisci; – Petruccio Marini; – (Gio)Vanni Bonagiunta; – Cervuccio Servidei; – Antoniuccio Bongiovanni; – Angelo Bonagioanni; – Nicoluccio Medico; – Petruccio di Rocca; – Corrado Rainaldi; – Coluccio Di Vanni Saladini; – Nuzio di Giovanni Bernardi; – Giovanni Martelli; – Corrado Jacobucci; – Giovanni Zocchi; – Lucio ed Emidio di Nicola di Montecalvo; – Giulio e Nicola Dominici; – Giovanni e Lino Jacobucci di Rocca; – Cavuccio Ventura; – Necco e Vanni Giovannucci; – Agresta Simeoni; – Lippo Ansovelli; – Giovanni di Mastro Luce; – Vannino Vanni; – Chierico Federici; – Giovanni Salvi; – Simeone Agresta; – Giovanni Vinnibene; – Agresta Simeoni; – Massio Cini – Giovanni di Mastro Luce; – Meo Petri Chierico Federici; – Filippo Jacobi; Simeone Agresta; – Coluzzio Sanzio; – Massio Francisci; – Nicola Timidei; – Vannetto Bongiovanni; – Manno Salvucci; – Maramonte Guglielmi; – Angeluccio Giovannucci; – Concizzio Massei; – Nicola Giovannangeli; ed alcune altre persone della città di Ascoli stabilite entro la Marca Anconitana (aliaeque singulares personae civitatis Esculanae infra Marchiae Anconitanae constitutae).
Allora il legato della Sede Apostolica per le Province e le terre della Chiesa Romana, il Cardinal Egidio del titolo di San Clemente, fu tutt’altro che clemente “verso la città, consiglio, anziani, consoli e popolo tutto della città e “distretto di Ascoli”, come abbiamo narrato.
Anno 1356 – Gentile da Mogliano ordinò: “Sia distrutta Santa Croce”
La Basilica di Santa Croce, sita in territorio di Sant’Elpidio a Mare, non molto distante dalla statale Adriatica. Nell’archivio comunale il documento della sua inaugurazione reca la data 14 settembre 886, presenti i Vescovi dell’allora Ducato di Spoleto (in tutto 19). Un privilegio le fu concesso dall’imperatore Federico II di Svevia. Nel 1356 avvennero il suo incendio e la sua dissacrazione da parte di Gentile da Mogliano con le sue soldatesche.
Nel 1348 questo Gentile, signore di Fermo, dopo aver espugnato il porto di Ascoli che era stato costruito in dispregio di diritti di Fermo sul litorale dal Tronto al Potenza (come recita il privilegio di Ottone IV del 1 dicembre 1211), ebbe vita avventurosa e raminga perché, messosi in urto col legato pontificio card. Albomoz, venne scomunicato con gravi conseguenze.
Allora, spinto da spirito diabolico (diabolico spiritu istigatus), passò al contrattacco e le sue milizie assalirono proprio questa basilica di Santa Croce. Con armi di offesa e di difesa, piombarono sulla chiesa e monastero sito nel territorio di Sant’Elpidio, penetrarono violentemente nella chiesa e nell’abitazione, rubarono tutti i beni esistenti in detto monastero, asportarono gli animali appartenenti alla mensa vescovile, presero prigionieri i famigliari del vescovo, i laici ed i chierici che vi si trovavano. Alcuni di essi vennero cacciati, altri feriti; si impadronirono delle croci, dei paramenti, dei calici, dei buoi, pecore, maiali, giumente, somari, grano, vino, vettovaglie. La stima dei danni arrecati era di duemila ducati dell’anno 1356.
Il primo dicembre di tale anno, Gentile da Mogliano e Ruggero suo figlio furono condannati in contumacia alla pena di morte e confisca dei beni. Chi inflisse la condanna si chiamava Angelo Paradiso ed era il giudice generale della Marca d’Ancona. Gentile era soprattutto un ladro.
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Anno 1366 – Giovanni Visconti d’Oleggio signore di Fermo
Giovanni Visconti d’Oleggio, le cui ossa sono contenute in un’urna di vetro, conservata nella Sala del Mappamondo della biblioteca comunale di Fermo. Era dei Visconti di Milano e “abitator di Oleggio” (Novara). Dopo varie vicissitudini venne a Fermo. Prima era stato vicario generale della curia milanese; abbandonò la carriera ecclesiastica; si sposò; fu podestà di Novara e quindi di Asti; luogotenente dei Visconti per il Piemonte e quindi signore di Bologna. Cambiò il dominio su tale città e territorio, ottenendo di diventare signore di Fermo. Qui operò con saggezza, mirando esclusivamente al bene di città e contado. La sua morte nel 1366 è avvenuta a Fermo. Eccone il testo: “In nome di Dio. Così sia. L’anno 1366, indizione quarta, al tempo di Papa Urbano V, l’8 ottobre, giovedì, di mattina, allo spuntare dell’aurora entrò nella via di tutti quanti della carne (ingressus est viam universae carnis)), il magnifico e potente e nobile milite signor Giovanni Visconti, milanese, di Oleggio, rettore della Marca di Ancona e vicario per la santa Chiesa della città e distretto di Fermo”. Seguono alcune parole inintelligibili per corrosione del testo; si rileva “del palazzo della città di Fermo” (forse residenza). L’atto prosegue: “Io don Rinaldo da Montottone, canonico e mansionario della chiesa maggiore di Fermo, amministrai il sacramento dell’estrema unzione alla presenza di Giovanni de Yspa canonico della cattedrale; di Giovannino… suo nipote; di Dionisio suo cancelliere; di Giorgio da Yspa, provisionato; della moglie Antonia; di parenti, amici, familiari, e di molti altri, provenienti da altri distretti”. Conclude: “E venne sepolto nella Cattedrale suddetta, nell’angolo destro anteriore presso l’altare di San Giovanni e presso l’altare maggiore di detta cattedrale. La sua anima riposi in pace”.
Anno 1367 – Ancona ed i Papi di Avignone
La nostra Regione ed in particolar modo Ancona, erano intimamente legate alle vicende storiche di Avignone, la città francese dove dimorarono, per sette decenni, i Papi.
Il 30 aprile 1367, Urbano V, dopo le insistenti preghiere dei Romani, nonché di Santa Brigida che profetizzava i castighi divini e del Petrarca, aveva deciso di riportare a Roma la sede papale dopo una cattività che durava dal l309. Nel frattempo, il suo legato in Italia il Card. Egidio Albornoz, aveva riconquistato con la forza e con la diplomazia le città ribelli delle Marche e Regioni vicine. Tutto era pronto per il ritorno del Papa. Ed ecco che Urbano V, Papa francese, (come tutti i Papi di Avignone), salpa da Marsiglia alla volta di Roma. La nave ammiraglia che lo trasporta è una galea di Ancona, “costruita a spese pubbliche della Marca di Ancona per la sua persona stessa, sotto la guida di Niccolò della Scala, cavaliere anconitano. Tale nave spiegava lo stendardo della Romana Chiesa. Era accompagnata da una flotta di 23 galee e molte navi di Venezia, Pisa, Genova, Napoli. Dopo aver toccato e sostato in vari porti del Tirreno, il 3 giugno 1367 la flotta attracca a Corneto; quindi il Papa prosegue per Roma.
Dopo soli tre anni, Urbano V inspiegabilmente ritorna ad Avignone, il 5 settembre 1370, giovedì. Di nuovo da Corneto, la “galea grande” di Ancona, con dodici Cardinali e gran seguito di navi pontificie, francesi, spagnole, napoletane, (una sessantina in tutto), riporta il Papa in Francia, dirigendosi alla volta di Marsiglia. Sbarcato, Urbano V prosegue e giunge ad Avignone il 24 settembre. Ma dopo tre mesi, muore. Al conclave per eleggere il nuovo Papa, c’eran tutti Cardinali francesi, eccetto tre italiani ed uno inglese. Viene eletto in un solo giorno Gregorio XI.
Dopo che il Papa si era assentato da Roma, in Italia si diffondevano malumore ed indignazione, e le condizioni politiche della Penisola erano per riflesso molto turbate. Un nuovo ritorno del Papa sembrava improbabile. Troppe le opposizioni e gli interessi francesi.
Ma, alla fine, cedendo alle insistenti ed infuocate suppliche di Santa Caterina da Siena, il Pontefice decide di tornare, a Roma. Ancora a bordo, di una galea anconetana, ritorna ai primi di ottobre 1376, il Papa s’imbarca a Marsiglia “sulla galea grossa di Ancona comandata da Niccolò Torriglioni e seguita da una scorta di 5 navi francesi, 6 spagnole, una di Genova ed una di Pisa”.
Il viaggio, lungo e tormentato, durò più di tre mesi, e l’ammiraglia anconitana “naviglio ammirabile per fortezza e bellezza, reggente in mare, buon veliero ed in punto di ogni comodità che mai potessero i viaggiatori desiderare”, incontrò varie tempeste. Un cronista dice che tutti con l’equipaggio più volte effondono preci all’Altissimo e fanno voto a san Ciriaco (patrono di Ancona) omnes fundunt preces Altissimo et spondunt vota Sancto Quiriaco. Alla fine, lasciando il Tirreno, e risalendo per il Tevere, il 17 gennaio 1377 il Papa entra a Roma. Il “popolo esultante e lacrimando, tendente le braccia prostrato, danzante dietro il destriero del Papa erompe di tripudio e giubilo”. Il Papa rimane a Roma e ci rimane per sempre! Fausto evento, in cui ebbe parte notevole la marineria di Ancona, e delle Marche.
Anno 1373 – Provincia scippata … non Scotti troppo. \ <scritto quando era Ministro dell’Interno l’on. Scotti>
I Fermani per decenni si adoperarono per la ricostituenda Provincia di Fermo, soppressa nel 1860 dal governo di Vittorio Emanuele II ed unita a quella di Ascoli meno popolata, meno ricca, con meno istituti scolastici e minore importante produttività. Fermo e Provincia contavano 110.000 abitanti contro i 90.000 di quella di Ascoli. La Provincia di Fermo aveva 54 Comuni; quella di Ascoli 52. L’estimo catastale di Fermo era di 19.137.948 lire; di Ascoli 12.929.333. Fermo aveva 46 cultori di scienze, lettere ed arti; Ascoli solo quattro. Medici, farmacisti, levatrici di Fermo erano 241; di Ascoli 139; e altro. Fu un vero e proprio “scippo” ai danni di Fermo!
Ma anche nel 1373 ci fu un tentato “scippo” da parte di Macerata, che voleva per sé la Curia Generale delle Marche, togliendola a Fermo. Il pericolo era grave e se ne dovette occupare Papa Gregorio XI (1370-1378) che si trovava ad Avignone. Reiterate, intense e martellanti erano le richieste e le pressioni di Macerata, per divenire la sede della Curia Generale, che era stata posta a Fermo dal Cardinale Egidio Albornoz in quanto “luogo più nobile e più sicuro per la conservazione dello Stato di Santa Romana Chiesa”.
Alla “querelle” Fermo- Macerata, per questo trasloco, con beghe con i Cardinali francesi, col Re di Francia e altro, il Papa da Avignone incarica il Cardinale Ugo di Santa Maria in Portico, che scrive al Rettore della Marca d’Ancona Pietro, Vescovo di Oxford, al tesoriere ed a tutti i dirigenti della Curia che quel trasferimento non s’ha da fare. Un passo della bolla, redatto in un latino polito ed armonioso, recita fra l’altro “…la città di Macerata vuole che venga colà trasferita la Curia Generale della Marca, cioè il Supremo Tribunale, ora esistente nella città di Fermo… ma il Papa non vuole ed espressamente si oppone” (…).“In considerazione dell’idoneità del luogo, della salubrità dell’aria, della comodità di accesso e di soggiorno, i Porti Marittimi dello Stato di Fermo e l’abbondanza di ogni sorta di viveri e vettovaglie, noi rigettiamo le richieste di Macerata, facendo presente che nessuno di voi osi tentare di favorire tale richiesta di trasferimento senza un ordine espresso da parte della Sede Apostolica”. Nessuno di voi pertanto, cioè Rettore, Tesoriere, officiali e componenti tutti della Curia, si muova da Fermo e non osi favorire le richieste di Macerata”.
Gregorio XI nel frattempo tornato a Roma, moriva nel 1376. Subentrava Papa Bonifacio IX, il quale, non solo confermò la permanenza a Fermo della Curia Generale, ma nominò suo fratello Andrea Tomacelli “Signore di Fermo e del suo Stato” nel gennaio 1398.
Allora il Papa e Cardinali si interessarono di Fermo, oggi i nostri governanti se ne infischiano. Attenzione che la faccenda, poi, non “scotti” troppo! <Di fatto nel 2004 fu ricostituita la Provinia Fermana>
Anno 1375 – Un golpe degli otto ‘santi’ finì male
Nel 1375, la Lega fiorentina era capeggiata da otto personaggi, che il popolo chiamerà Otto ‘santi’, nonostante che combattessero contro il Papa: scenario, personaggi ed interpreti … della libertà (oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome! diceva Madame Jeanne Roland de la Piatière).
La città protagonista, Firenze, capo della lega; e personaggio chiave, Gregorio XI con il Cardinale legato Noellet. Le operazioni iniziano nell’estate 1375: La Lega Fiorentina (quando Papa Gregorio XI sta in Avignone) gli Otto ‘santi’ hanno la peggio ad opera di questo stesso Papa che lancia contro Firenze la scomunica ed i nemici di questa città ne approfittano per andare contro alla scomunicata. Ma alla Lega Fiorentina aderivano quasi tutte le città dello Stato pontificio, perché stando lontano dall’Italia il Papa, i suoi legati commettevano soprusi e razzie. Il popolo, stanco aveva costituito tale Lega.
Gregorio allora chiama i soldati mercenari ed invia in Italia bretoni e inglesi (quest’ultimi capeggiati da Giovanni Acuto). Essi si dirigono verso Firenze e verso il settore adriatico, per dare una “lezione” agli insorti. Questi resistono combattendo valorosamente; ma poi, la scomunica fulminata contro essi da Gregorio XI ha effetto. Le relazioni diplomatiche con Firenze sono interrotte per il timore di essere a loro volta scomunicati e la Lega rimane isolata. Ma un fatto singolare si inquadra nel contesto di questa Lega. Ascoli ha aderito, e immediata è la repressione da parte del vicario papale Gomez Albornoz, il quale proibiva persino di pronunciare la parola Libertas. Ascoli chiede aiuto ai vicini; mentre contro di essa dalla valle del Tronto arrivano le truppe della Regina Giovanna di Napoli in aiuto all’Albomoz.
Il “grido di dolore” fu raccolto da Fermo, che allestisce immediatamente un esercito di diecimila uomini e corre a liberare Ascoli, nonostante che nel 1348, pochi anni prima era stata in guerra. Coluccio Salutati, il cancelliere del Comune di Firenze, manda ai Fermani una nobilissima lettera di ringraziamento per aver salvato Ascoli, caposaldo importante per la Lega fiorentina. “Per vostro merito” dice fra l’altro. Alla fine essa ha la peggio! Muore Gregorio nel 1376 e gli succede Urbano VI; si addiviene ad un trattato di pace. Firenze deve sborsare 250.000 fiorini d’oro. Anche Fermo, anche Ascoli debbono versare la loro quota.
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Anno 1379 –Fermo si libera dalla tirannide di Rinaldo
Il 22 dicembre 1376, Rinaldo da Monteverde si era impadronito di Fermo.
“In die festo Sancti Bartholomei facta fuit revolutio”. Nel giorno della festa di san Bartolomeo, cioè il 24 agosto 1379, avvenne a Fermo la “rivoluzione”. Consistette nella cacciata del tiranno Rinaldo da Monteverde, che tre anni prima, per impadronirsi della città aveva mosso il suo esercito, spalleggiato da bande mercenarie di inglesi e tedeschi: in tutto circa diecimila uomini. L’anno successivo, il 4 giugno, mise a ferro e fuoco Sant’Elpidio a Mare e, nello stesso anno, combatté contro la cittadina di San Ginesio. L’otto settembre 1377 di nuovo mise a ferro e fuoco Sant’Elpidio (a Mare) e trafugò la reliquia della Sacra Spina, che da allora si trova nella chiesa di Sant’Agostino a Fermo, molto venerata dai fedeli.
Rinaldo commise a Fermo molte efferatezze e delitti. Fece decapitare Nicolao e Andreuccio di Andrea Coluccini, Paolo Pucci e Vanne Mattei, rispettabilissimi cittadini. Ma il 24 agosto, Fermo si sollevò contro il tiranno e lo cacciò dalla città. Egli dapprima si rifugiò a Monteverde poi a Montefalcone Appennino. Qui si era asserragliato nella rocca insieme alla moglie Luchina, la Guercia, sua serva, Mercenario e Luchino, figli legittimi, due altri piccoli figli bastardi, Paolino da Massa, Nicola di Maestro Federico e molti altri.
Dietro pagamento di mille ducati da parte dei Fermani e la promessa di altri cinque per ogni mese, Egidio da Monturano e Bonaccorso Ri- guezi da Potenza Picena, aprirono le porte della rocca di Montefalcone, dando così modo ai Fermani di catturare Rinaldo, moglie, figli e seguaci. Catturati, dopo due giorni furono portati a Fermo in sella ad un asino, con corpi volti all’indietro, con una corona di spine in capo. Fatti passare per Porta San Giuliano, furono condotti in piazza davanti al Palazzo dei Priori. Il popolo di Fermo era tutto in tripudio. Finalmente la tirannide era “sconfitta”. Rinaldo e figli furono decapitati; gli altri seguaci, catturati a Montefalcone, vennero in seguito impiccati. Luchina, per intervento del Conte di Virtù, venne risparmiata. Le teste di Rinaldo e dei figli furono poste su una colonna di pietra. Sotto quella di Rinaldo era scritto: “Tiranno fui pessimo e crudele”. Sotto quella dei figli: “Sol per mal fare di me e di Luchina, cari miei figli pateste disciplina”.
Ancor oggi in una delle nicchie nel muro esterno della chiesa della Pietà, si ammira una scultura di S. Bartolomeo; ai suoi piedi giace una testa che molti identificano con quella di Rinaldo. Gli Statuti di Fermo (libro I. RubricaVI) stabilirono che ogni anno la festività di S. Bartolomeo doveva essere celebrata con singolare devozione, dato che in tale giorno Fermo era stata liberata dalla rabbia del tiranno.
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Anno 1380 – Boffo da Massa e il Palio di Fermo
Sulla scena della storia nazionale italiana nel 1380 il milanese Gian Galeazzo Visconti mira al dominio della Penisola, dopo aver ottenuto da Venceslao di Boemia, successore dell’imperatore Carlo IV, il Vicariato della Lombardia. Giovanna, Regina di Napoli, riconosce l’antipapa Clemente VII e il Papa Urbano VI le fulmina la scomunica, privandola del regno. Questo, giungeva nel Piceno. Ad Arquata del Tronto c’è la Rocca che la tradizione vuole dalla Regina Giovanna.
Nella storia dello Stato di Fermo troviamo, in questo anno 1380 si verificano fatti ed eventi di notevole importanza, con riflessi nella storia nazionale. Signore di Fermo era divenuto Boffo da Massa, distinto capitano di ventura e componente della Lega costituita dalla repubblica di Firenze, contro lo Stato della Chiesa e amico di Coluccio Salutati, celebre segretario della Lega. In modo speciale dominava Carassai, Castignano, Cossignano.
Una notizia finora inedita del Palio festeggiato a Fermo è che Boffo da Massa propose alle autorità fermane che per la festa dell’Assunta del 1380 portasse il palio anche il castello di Cossignano, insieme con gli altri. La proposta venne sul momento accantonata, senza menzione, non venne trattata).
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Anno 1386 – Arquata chiede protezione a Fermo
Fermo e Arquata, località distanti e dissimili; la prima nel secolo XIV era la più importante città delle Marche, la più popolata, seguita nella classifica da Camerino, Ancona, Ascoli.
L’altra, Arquata, alternativamente contesa e soggetta a Norcia, ad Ascoli ed al Regno di Napoli, subì assedi, ritorsioni, depredazioni. Era una rocca importante strategicamente; da qui la mira di conquista da parte dei confinanti. Arquata decise allora di rivolgersi a Fermo e di mettersi sotto la sua protezione. Era stufa di subire angherie e soprusi.
Nell’anno 1386, radunato il Consiglio Comunale, o, come si diceva allora, il Parlamento “ad onore e riverenza dell’Onnipotente Iddio, della sua Madre, la gloriosa Vergine Maria, dei beati Apostoli Pietro e Paolo e di Papa Urbano VI, del collegio dei Cardinali e ad onore e magnificenza della città di Fermo” si designa ser Cola Cicchi Rainaldi a rappresentare Arquata a “presentarsi a Fermo, ai Magnifici e Potenti Priori ed al Vessillifero della Giustizia, per raccomandare e mettere il Comune di Arquata e il suo Distretto sotto l’ombra delle ali e sotto la protezione e difesa di Fermo, ora e sempre“.
Il passo originale è di suggestiva descrizione. Ricorre il biblico sub umbra alarum tuarum. Nell’atto stipulato si precisa che il podestà di Arquata sarà un cittadino di Fermo; avrà lo stipendio di “seicento libre di denari”. Il Comune di Arquata “promecte de non ospitare nella sua terra, nissuna gente inimica di Fermo, di portare il Palio nel giorno dell’Assunta, patrona di Fermo e di accogliere gente da cavallo e da pie’ che lo comuno di Fermo volesse mettere per la defesa de Arquata e per offensione ad altrui”.
Vi sono poi altre clausole, come quelle per cui Arquata lascerà passare soltanto il sale del monopolio di Fermo; non dichiarerà guerra ad alcuno senza il permesso di Fermo, e, a sua volta, si impegna a far sì che “alguna potenza, ciptà terra, conte, barone, nobbele overo seculare possa commettere prepotenze contro Arquata”.
In altri documenti risulta che Arquata, per fare pace con Ascoli, dovette chiedere il benestare di Fermo ed in altro del 1607 risulta che Arquata, in lite con paesi vicini, domanda il “favore” della città di Fermo.
Arquata durante il regno di Napoleone Bonaparte fece parte del Dipartimento del Trasimeno; e dopo caduto Napoleone, appartenne alla Delegazione Apostolica di Spoleto; nel 1818 “tornò” nella Regione marchigiana, come Comune della Delegazione Apostolica di Ascoli.
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Anno 1386 – Il Palio di FErmo con ottanta castelli
Il Palio ‘uso cavalleresco era un taglio di stoffa prezioso che ve veniva assegnato al vincitore di gare o competizioni per lo più a cavallo, e in seguito passò ad indicare la competizione stessa. Nel Medio Evo era molto in voga, ma quello di Fermo, documenti alla mano, era ed è uno dei più antichi, se non il più antico. Non mi risulta che qualche altro possa vantare oltre otto secoli, documentati, di esistenza. Ed aveva dimensione “interprovinciale”. Il 15 agosto di ogni anno lo portavano Monterubbiano insieme ai suoi castelli Cuccure e Montotto (1182). Lo portava Ripatransone (1205), che ad un certo momento ne dovette portare in una sola volta ben 22 arretrati. Lo portavano Potenza Picena (allora Monte Santo) e Monte Cosaro, ora entrambe in Provincia di Macerata. Nel 1386 lo portò addirittura Arquata del Tronto che continuò a portarlo anche negli anni successivi: nel 1387 e 1388 lo consegnò a Fermo Marino Damiani; nel 1387 Bartolomeo Cicchi, su precisa delega del castello di Arquata. Portava il palio Monte Giorgio che nel ’400 delegò più volte Collicillo, suo castello dipendente, e di recente lo ha stabilito nel proprio ippodromo.
Oltre ai castelli già detti, dovevano sfilare per le vie di Fermo nel giorno dell’Assunta i rappresentanti dei castelli dipendenti: in tutto un’ottantina che andavano da San Benedetto del Tronto ad Acquaviva Picena, a quelli del litorale sino a Sant’Elpidio e verso i monti, come Gualdo, Montefalcone, Sant’Angelo in Pontano e poi nell’entroterra, Petriolo, e altri.
La sfilata era un tripudio cui partecipavano i magistrati, le contrade, bifolchi, fornaciari, vasai, mulattieri, osti, macellai, ciabattini, speziali, mercanti, etc. etc. Era tutto uno scintillare di elmi e di corazze, un garrire di gonfaloni ed orifiamme, un incedere ieratico e festoso. Era la Festa dell’Assunta. Fermo ed il suo popolo ne gioivano, fieri della rassegna della loro potenza, della loro religiosità, dei castelli, dei vicari, dei vassalli, dei rappresentanti delle potenze confinanti.
Nel tempo antico erano ottanta i castelli che sfilavano, tra cui la connotazione più importante, erano i Palii di Monterubbiano, Corridonia, Montegiorgio, Montecosaro, Potenza Picena, Ripatransone, di Arquata. Viene in mente di suggerire che si possa ripristinare almeno per i più vicini tale sfilata.
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Anno 1389 – Il Tribunale di Fermo e le sue vicende
“Dal dì che nozze tribunali ed are / dieder alle umane belve esser pietose / di se stesse e d’altrui…” così Foscolo ne “I sepolcri”. A distanza di più di due secoli, i mass media, gli ambienti giudiziari, politici ed economici, parlano di soppressioni di tribunali, di ristrutturazioni e vi sono anche oggi “umane belve” che vorrebbero dilaniare istituzioni e realtà, esistenti da secoli. Il Tribunale è “organo giudiziario che esercita la giurisdizione in materia civile e penale nei modi e nei casi stabiliti dalla legge”. La società, nel corso dei secoli, si è data norme e leggi per uno svolgersi regolato ed ordinato della vita associata. Tra i molti, vi sono i tribunali civili e penali, i tribunali amministrativi (TAR) regionali, i tribunali militari, il tribunale delle acque, i tribunali dei minorenni, i tribunali ecclesiastici e a proposito di questi ultimi, diciamo che sono 18 (diciotto) in tutta Italia e, per l’intera Regione marchigiana, la sede è proprio a Fermo.
E’ stato istituito nel 1938 da Papa Pio XI e giudica le cause matrimoniali dell’intera Regione e di alcune località dell’Abruzzo come Colonnella, Martinsicuro, Ancarano, Valle Castellana, Sant’Egidio alla Vibrata, appartenenti alle Diocesi di San Benedetto del Tronto od a quella di Ascoli.
Antica la storia: già nel 1500, prima di Cristo, esistevano i tribunali per giudicare chi contravveniva al codice di Hammurabbi. Tra gli Ebrei veniva anche giudicato chi contravveniva ai dieci comandamenti di Dio dati da Mosé sul Monte Sinai.
Roma aveva le famose XII Tavole. Poche erano le leggi, e le cose andavano meglio di adesso. Plurimae leges sed mala respublica. Cattiva la repubblica con leggi plurime. Nel Medio Evo era legge tutto ciò che voleva il Principe (quidquid placuit prìncipi legis habet vigorem) ed il Principe stesso giudicava chi contravveniva a qualche sua norma. Poi ogni stato, ogni ducato, cominciò ad avere il suo tribunale a cui il Principe affidava la giustizia. La città di Fermo, sin dall’alto medioevo, ebbe lo jus o diritto di mero e misto impero, cioè poteva giudicare le cause penali e civili non solo della città, ma del vastissimo suo territorio che andava dall’Esino al Pescara, dagli Appennini al mare. Ovviamente a Fermo risiedeva il tribunale supremo di quella che era la Marca Fermana; tribunali minori erano disseminati nella vasta area che ricalcava l’antico Piceno. Più tardi, nel sec. XIV, ebbe sede a Fermo la Curia della Marca, e Papa Bonifacio IX (1389-1404) confermandola, nominò Signore di Fermo suo fratello.
Nel territorio della Marca (di Ancona) che era parte dello Stato ecclesiastico, ad amministrare la giustizia erano i tribunali pontifici. Con la venuta di Napoleone, nel 1797, Fermo acquistò maggiore importanza come capoluogo del Dipartimento del Tronto, circoscrizione amministrativa napoleonica, che abbracciava il territorio della odierna Provincia di Ascoli, assieme con l’allora Provincia di Camerino, e con la parte meridionale dell’attuale Provincia di Macerata. Fermo era sede del tribunale e della prefettura e da essa dipendevano le vice-prefetture di Ascoli e quella di Camerino. Dopo la caduta di Napoleone, vennero create le Delegazioni Apostoliche di Fermo e quella di Ascoli; ognuna aveva il suo tribunale.
Poi, il Motu proprio di Leone XII, in data 5 ottobre 1824, sopprimeva il tribunale di Ascoli poiché la sua delegazione venne riunita a quella di Fermo. Il 21 dicembre 1827 venne ricostituito tale tribunale. Tuttavia nel triennio 1824/1827 per i reati più gravi il tribunale di Fermo esercitò la sua giurisdizione anche in territorio ascolano.
Nel dicembre 1860 con l’occupazione piemontese sabauda delle Marche veniva ingiuriosamente soppressa la Provincia di Fermo di gran lunga più importante di quella di Ascoli. Tuttavia rimase il tribunale, la cui giurisdizione in tutto e per tutto ha ricalcato il territorio della soppressa Provincia Fermana. Il Tribunale Fermano nel Regno Savoia venne sistemato dove si trova attualmente, in corso Cavour, nei locali della già Casa dei Padri Filippini, casa confiscata per le leggi eversive del demanio del Governo Savoia. Nel 1923, con Regio Decreto del 24 marzo n. 601, il Tribunale di Fermo venne soppresso ed il suo territorio compreso nella circoscrizione del tribunale di Macerata. Successivamente fu trasferito alla giurisdizione del tribunale di Ascoli.
Le disposizioni governative, però, avevano creato una situazione insostenibile, per cui si dovette costatare il grave errore. Pertanto, con Regio Decreto Legge del 28 settembre 1933, n. 1282, venne ricostituito il Tribunale di Fermo.
Molte personalità di Fermo e del Fermano si erano attivate per tale ricostituzione: Mons. Ercole Attuoni, Arcivescovo fermano e mons. Vincenzo Curi, Arcivescovo di Bari (nativo di Servigliano) avevano interessato personalmente l’allora Capo del Governo, Benito Mussolini. Mons. Curi, tuttavia, non poté vedere il decreto reale, perché morì il 28 marzo 1933, e il decreto arrivò sei mesi dopo.
Attualmente, il Tribunale di Fermo ha una mole di lavoro cospicua. La relazione dell’Associazione Nazionale dei Magistrati di recente ha previsto la soppressione di ben 43 (quarantatre) tribunali, tra cui Urbino, Camerino. Nel mentre si premette che “alcune città sedi di Tribunale, infatti, saranno promosse capoluogo di Provincia (Biella, Rimini, Crotone, Vibo Valentia, Prato, Lecco, Lodi) e quindi appare opportuno che conservino gli uffici oggi esistenti”, per altri si chiede “l’accoppiamento” (…) “Bisogna rilevare che, al fine di non gravare eccessivamente gli uffici giudiziari del capoluogo di Provincia, si è ritenuto opportuno proporre … accoppiamenti”.
Il passo che ci interessa recita: “Per alcuni uffici, si è ritenuto, poi, le condizioni socio-economiche della zona richiedano la presenza di tribunali medi: Fermo, Busto Arsizio, Verbania, anche per non gravare eccessivamente i tribunali e preture dei rispettivi capoluoghi di Provincia...”.
Oggi, il Tribunale di Fermo ha giurisdizione sui seguenti Comuni: Altidona, Belmonte Piceno, Campofilone, Cossignano, Cupra Marittima, Falerone, Fermo, Francavilla d’Ete, Grottammare, Grottazzolina, Lapedona, Magliano di Tenna, Massa Fermana, Massignano, Monsampietro Morico, Montappone, Montefalcone Appennino, Montefiore dell’Aso, Monte Giberto, Monte Giorgio, Montegranaro, Monteleone di Fermo, Montelparo, Monte Rinaldo, Monterubbiano, Monte S. Pietrangeli, Monte Urano, Monte Vidon Combatte, Monte Vidon Corrado, Montottone, Moresco, Ortezzano, Pedaso, Petritoli, Ponzano di Fermo, Porto S. Giorgio, Porto Sant’Elpidio, Rapagnano, Ripatransone, Santa Vittoria in Matenano, Sant’Elpidio a Mare, Servigliano, Smerillo, Torre San Patrizio.
Carassai, che si può dire è un passo da Fermo, dipende dal Tribunale di Ascoli, mentre Ripatransone e Cossignano, sebbene più distanti, dipendono dal Tribunale di Fermo.
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Anno 1389 – Fermo manda sentinelle a San Benedetto del Tronto.
Fermo nel medioevo aveva sotto di sé il Castello di San Benedetto del Tronto. Tra i verbali del Consiglio della Città di Fermo un atto documenta che il 29 settembre 1389 vengono mandati dei militi in quella località, per la vigilanza della Rocca e del castello tutto. Le Rocche fermane di Monte Falcone Appennino, Smerillo, Moresco, Porto San Giorgio, Gualdo e Sant’Angelo in Pontano (questi due ultimi ora in Provincia di Macerata) costituivano la difesa turrita dello Stato Fermano.
Interessante questo documento del 1389 dal momento che San Benedetto è stata tappa obbligata di passaggi di eserciti, devastazioni, incendi, assedi, etc. Gli statuti fermani (del 1381) stabilivano che il castellano e i militi preposti alla vigilanza ed alla difesa, dovevano dimorare nella rocca rimanendovi giorno e notte e potevano anche avere con sé la propria famiglia e una scorta di provviste bastanti tre mesi, per far fronte ad eventuali assedi.
Ecco i militi, per la storia: Nicoluccio Nicolai, Cola Camannucci, Ciccone Gentile, Antonio Nicoluzzi, Massio di Pietro Matteo, Vanne Marini, Bartolomeo Pucci, Giacomo Beneditti, Cola Carfangi, Vanne Benvenuti, Angeluccio Iacobucci, Angelo Dominici, Cicco Iacobucci, Paluzio Cappella, Nicola Gualtierucci, Mingiuzio Antoni.
A loro gli onori militari per l’assidua missione di vigilanza contro le incursioni interne ed esterne, specie per quelle provenienti dal mare!
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Anno 1396 – ASmerillo sotto assedio
Smerillo, coraggioso paesino del Fermano, posto a 800 metri di altitudine, gemma incastonata nel verde preappenninico, sta a a fianco di Monte Falcone Appennino, col quale ripete l’etimologia degli uccelli accipitriformi o meglio falchi: falco columbarius per Smerillo; falco peregrinus per Monte Falcone. Importantissimo nel medioevo, Smerillo contava 27 vassalli. Di esso parlano molte pergamene degli Archivi di Stato e del vescovato di Fermo.
In località intermedia tra Smerillo e Monte Falcone, che erano spesso in lotta fra loro, sorge un piccolo convento detto Luogo di Sasso da cui, con Matteo da Bascio (francescano marchigiano), nel 1525 partì la scintilla della fondazione dell’Ordine dei Cappuccini che a fine secolo XX contava 12000 frati, sparsi in tutto il mondo. Fermo, la città di Girfalco (anche qui falchi) teneva molto a Smerillo che, con Monte Falcone, erano due rocche imprendibili nella zona montana ovest.
Nel 1396 “con cùpido sguardo” i Duchi di Camerino, i Varano, agognavano a Smerillo che, verso l’interno, era uno dei più muniti baluardi strategici, ostacolo alla loro espansione. Ma i Varano comprarono i custodi (tali Luzio e Antonio) della rocca; si fecero aprire la fortezza e il ghiotto boccone passò a Camerino.
Con sdegno Fermo si trova di fronte a Smerillo ribelle che deve essere riconquistato, subito. Mobilitate le truppe della città e del contado, accorrono ad assediare il castello ribelle e lo riconquistano; “die XIII mensis maii… coeperunt castrum Smerilli”, annota lo storico Anton di Nicolò: il 13 maggio 1396. Fu un veni, vidi, vici! L’assedio subitaneo, massiccio e vittorioso; anche se il cassero resisteva, riprende subito il paese di Smerillo che torna nell’orbita fermana.
Questo piccolo centro, che nel 1944 all’indomani della Liberazione, si costituiva in Territorio Libero di Smerillo, dà un senso di pace. L’aria pura e incontaminata; le acque, limpide e fresche, invitano i turisti. In alto, i ruderi del cassero imponente e austero ricordano fremiti di guerra; i falchi “dai silenzi dell’effuso azzurro” intrecciano “in tarde ruote digradanti / il nero volo solenne”. Le mura massicce rievocano, dopo vari secoli, quel sabato fatidico per l’assedio del 13 maggio 1396. La città del gir-falco è tuttora capoluogo del castello che si fregia pure del nome di un “falco”: lo smeriglio!